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domenica 7 dicembre 2025

Pier Paolo Pasolini: Una polemica su politica e poesia - Polemica tra Pasolini e Salinari - Vie Nuove, numero 44, 9 novembre 1961, pag. 37-38

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini a Casa Stella Assassino (Sulla rivista Ferrara del 1985, n. 6)

Pier Paolo Pasolini
Una polemica su politica e poesia
Polemica tra Pasolini e Salinari

Vie Nuove

numero 44

9 novembre 1961

pag. 37-38

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Qui L'art. del 16 novembre 1961: Risposta di Salinari e replica di Pasolini 


Egregio signor Pasolini, ho letto con meraviglia (nel n. 37 di «Vie nuove») la sua risposta a L. F. di Terni, in cui afferma la possibilità di parentela fra socialismo e cristianesimo. Io non sono della sua opinione: il Vangelo è intriso di rassegnazione, carità, pietà, rinunzia, perdono – sentimenti che hanno servito da sostegno, da sempre, alle classi sfruttatrici. La moglie dell’industriale, socia di associazioni di beneficenza dà qualche lira al povero, sfruttato dal marito industriale. Il Vangelo non serve alla classe operaia che lotta per liberarsi del giogo del capitalismo. Cristianesimo e socialismo scientifico, quindi, non possono avere punti in comune. Il Cristianesimo nacque nella società schiavistica, è permeato di infantilismo contemplativo, è irrazionale. È vero che il Cristianesimo, durante lo schiavismo, dovette affrontare le persecuzioni ordinate dai dirigenti della società pagana: è per questo che può ammantarsi di una aureola di martirio. Ma poi, durante il medio evo, il Cristianesimo svela la sua natura oscurantista, perseguitando quanti vogliano progredire. Mi permetta di domandarle poi, quale sarebbe secondo lei, l’autentica posizione socialista? Non quella marxista? I fatti dimostrano che il Cristianesimo cerca con tutti i mezzi di ostacolare l’avanzata del Socialismo, è nemico della dialettica materialistica come lo fu dell’Illuminismo. E non si creda che l’essenza del Cristianesimo sia stata tradita dal Papato. La Chiesa infatti è reazionaria in politica perché è reazionaria la sua ideologia. 

Giordano Siviero – Terville (Francia)


Rispondo alla lettera di Giordano Siviero partendo dallo scambio di lettere tra Salinari e un gruppo di comunisti cremonesi, apparso sul precedente numero di «Vie nuove». I lettori cremonesi mi fanno circa le stesse obiezioni di Siviero: portandole a conseguenze più generali e definitive, e, purtroppo – per loro, per la loro lealtà – rivolgendole a Salinari anziché a me. Come se, sordi e ciechi, non vedessero in questa mia rubrica il massimo sforzo di sincerità e di buona volontà intellettuale. Quello che mi costa – mi scusino i miei amici – tale assoluta sincerità, in tutte le sedi, non è certamente difficile da capire. E mi pare che stia a dimostrare in modo inconfutabile la saldezza della mia ideologia: la mia assoluta fede in essa. È dal ’45 ormai, che lotto, in questa posizione. E mi sembra addirittura offensivo quello che Salinari ha scritto nella sua risposta ai cremonesi, e cioè che ho cercato di condurre una battaglia per il comunismo come «partito di massa», «almeno finora».

Perché Salinari è riuscito ad essere così poco umanamente, e, per me, così dolorosamente, offensivo? È presto detto: perché, nel suo giudizio su me, a proposito del mio ultimo libro, La religione del mio tempo, è stato fondamentalmente insincero. Non ha fatto un critico esame di coscienza. Ha aggirato, con una certa ipocrisia tipica del settarismo, il vero problema.

In realtà nel mio libro una «crisi» c’è: ed è detta, espressa, esplicita. Perché non affrontarla direttamente, allora? Siamo o non siamo amici e compagni? C’erano nel mio libro delle critiche dirette al partito comunista: critiche, naturalmente, nella lingua della poesia: ma comunque facilmente decifrabili e traducibili in termini logici. C’erano critiche al partito, quello concreto e operante, quello che è «hic et nunc». Non certo alla ideologia marxista e al Comunismo! In sostanza cosa dicevo?

Dicevo che purtroppo, anche nel partito comunista italiano erano rintracciabili forme di ipocrisia, di tatticismo, e di moralismo borghese. Per forza! Sarebbe, del resto, assurdo, che non fosse così. Appunto perché qualsiasi atto o situazione umana ha come caratteristica inamovibile la complessità e la problematicità. Salinari doveva, onestamente, attaccare quei punti del libro che dicevano precisamente queste cose. E non attaccarlo altrove, sui punti deboli – che certamente ci sono – quali quel tanto di anarchismo, di umanitarismo, di sopravvivenza evangelica che sono del resto degli elementi irrazionali senza i quali è difficile concepire, in questo esatto periodo storico, un’azione poetica. Attaccando questi punti, Salinari ha fatto una cosa ovvia: e si è messo facilmente dalla parte della ragione.

È per questo che io lo accuso di una certa insincerità settaria: cosa di cui accuso anche i cremonesi. Quello che conta è difendere una linea politica, allora, secondo Salinari e secondo i cremonesi, e non il fondo – razionale e irrazionale: umano e storico – di una posizione politica?

Il bello è che io sono perfettamente d’accordo con i cremonesi; proprio là dove Salinari si dichiara in disaccordo con loro.

Essi dicono che la poesia – anche nel suo momento autentico, e soprattutto in questo – è una traduzione dell’ideologia che la produce. Salinari invece dice di no: che gli schemi ideologici non fanno la poesia. Per me, ripeto, hanno ragione i cremonesi. Soltanto… E qui bisogna precisare, analizzare, disperdersi nelle infinite complicazioni di ogni atto umano…

Né Salinari, né i cremonesi, mi pare, sanno cos’è l’ideologia di un poeta. Ne hanno un’idea del tutto schematica: da una parte l’ideologia politica calata nel concreto di una ideologia di partito, che è, per essi, per definizione giusta (malgrado il XX e il XXI Congresso del PCUS), dall’altra dei poveri mentecatti che fanno dei versi, e, quando gli gira, ne fanno anche dei buoni.

Concependo così il rapporto fra ideologia e poesia, è chiaro che le due cose non avranno mai a che fare l’una con l’altra. L’idea che Salinari ha di un poeta mi sembra un’idea molto romantica, e, essa sì, borghese e decadente! Essa sì, irrazionalistica! In realtà l’ideologia di un poeta non è solo quella politica, in linea o no, con quella di un partito. È anche quella. Ma ad essa si aggiunge, a integrarla, senza soluzione di continuità, con la compattezza e la complessità di ogni fenomeno culturale, la sua specifica ideologia letteraria.

L’ideologia de La religione del mio tempo, si deduce da La religione del mio tempo: non ne è preesistente in uno schema politico, più o meno rigido. Le opinioni politiche del mio libro non sono solo opinioni politiche, ma sono, insieme, poetiche; hanno cioè subito quella trasformazione radicale di qualità che è il processo stilistico.

I fascisti rimproverano per esempio a una mia poesia (un epigramma intitolato Alla mia nazione) di essere offensiva alla patria, fino a sfiorare il reato di vilipendio. Salvo poi a perdonarmi – nei casi migliori – perché sono un poeta, cioè un matto. Come Pound: che è stato fascista, traditore della patria, ma lo si perdona in nome della poesia-pazzia… Ecco cosa succede a fare discriminazione tra ideologia e poesia: leggendo quel mio epigramma solo ideologicamente i fascisti ne desumono il solo significato letterale, logico, che si configura come un insulto alla patria. Ma poi, rileggendolo esteticamente, ne desumono un significato puramente irrazionale, cioè insignificante. In realtà il momento logico e il momento poetico, in quel mio epigramma coesistono, intimamente e indissolubilmente fusi. La lettera dice, sì: la mia patria è indegna di stima e merita di sprofondare nel suo mare: ma il vero significato è che, a essere indegna di stima, a meritare di sprofondare nel mare, è la borghesia reazionaria della mia patria, cioè la mia patria intesa come sede di una classe dominante benpensante, ipocrita e disumana. Potrei ora prendere un pezzo polemico del mio libro a proposito di certe posizioni appunto, settarie – cioè pigre, conformiste – dei comunisti italiani: ossia delle sopravvivenze del passato. E arrivare alle stesse conclusioni.

Per esempio, un epigramma intitolato Alla bandiera rossa. In esso delineo una tragica situazione di regresso nel Sud (come si sa, coincidente con il progresso economico, almeno apparente, del Nord) e concludo augurandomi che la bandiera rossa ridiventi un povero straccio sventolato dal più povero dei contadini meridionali. Forse per questo, Salinari mi chiama, senza mezzi termini, senza appello, «populista». Ebbene, se egli usa questo termine nel senso in cui lo usa Lenin in una concreta situazione storica, per definire un concreto movimento storico (quello che vedeva la rivoluzione come un prodotto delle classi contadine, al di fuori della guida delle aristocrazie operaie), rifiuto naturalmente di essere definito «populista». Sarei un imbecille se pensassi che la Rivoluzione si può fare a Melissa, senza Modena. Ma se Salinari usa il termine populista nel senso che ormai la parola ha preso correntemente, cioè nel senso di «marxista che ama il popolo di un amore preesistente al marxismo, o in parte al di fuori di esso», allora (come cercherò di dimostrare più avanti) potrei anche accettare la definizione. È chiaro che in quel mio epigramma la lettera può far pensare a un populismo storico (quello contro cui polemizzava Lenin) o a un populismo sentimentale (quello di cui mi accusa Salinari): ma in realtà, se letto nelle sue implicazioni, quell’epigramma pone semplicemente sul tavolo una questione viva e vera, e che, secondo me, il PCI non ha ancora affrontato con piena energia e piena coscienza. La sua posizione nei confronti del sottoproletariato meridionale, mi pare classica, sì, ma anche vecchia. In questo momento, in cui il neo-capitalismo tende o ad addormentare le aristocrazie operaie (in una rassegnazione che non è affatto quella evangelica!) oppure tende a farle irrigidire su posizioni dure (come il gruppo dei cremonesi), è evidente che il problema del sottoproletariato meridionale – immenso – si pone sotto una luce nuova: una massa vergine e matura, da chiamare alla sua funzione storica.

Ecco quale era il mio pensiero reale sotto quell’epigramma che, alla superficie, potrebbe in sede ideologica far formulare contro me l’accusa di populismo. Insomma: l’ideologia di uno scrittore è la sua coscienza letteraria (articolata in una serie di opinioni, alcune chiare, altre, certo, confuse) che provvede a fondere in modo stilisticamente irreversibile gli schemi della vera e propria ideologia politica e gli schemi della ideologia estetica, che spesso hanno due storie non coincidenti.

Nel mio caso: l’ideologia politica è quella marxista, ma l’ideologia estetica proviene – per quanto poi profondamente modificata – dall’esperienza decadentistica, e trascina quindi con sé, i rottami di una cultura superata: evangelismo, umanitarismo, ecc.

L’ideologia politica è proiettata verso il futuro, l’ideologia estetica (dato essenziale nell’operazione di uno scrittore) contiene il passato. Uno scontro, e insieme una fusione.

In altre parole, l’ideologia di uno scrittore è la sua ideologia politica – condivisa, come fatto logico e morale, con tutti coloro che la pensano come lui – ma calata in una coscienza in cui si dà il massimo del particolarismo individualistico, con tutte le sue sopravvivenze e contraddizioni storiche e concrete.

La verifica di quello che succede in questo urto, in questa fusione, è la vera e propria ideologia di uno scrittore; quello che egli esprime poeticamente, va riportato a tale sua specifica ideologia; e non a quella, razionale e oggettiva, che egli professa come cittadino.

Così io credo che vada impostato il problema con una certa chiarezza almeno terminologica.

Mi resterebbe ora da rispondere alla lettera di Giordano Siviero che pone sotto accusa (con i cremonesi) il mio evangelismo, cioè quello che ho definito un «residuo culturale» sopravvivente nella mia ideologia estetica, ossia nel mio momento irrazionale.

Ma poiché la mia risposta è già lunga mi limiterò a fare io, a mia volta, una domanda: se l’operaio Siviero e il gruppo dei cremonesi mi risponderanno, io replicherò.

La domanda è questa: «Per quale moto della coscienza – della sua coscienza personale – un uomo nato borghese, educato in un mondo borghese (come me, per esempio, oppure come Alicata, oppure come Togliatti…) si decide ad un certo punto della sua vita a “tradire” la sua classe sociale, e ad abbracciare la causa della classe operaia e contadina? e in questa sua lotta si dedica interamente, a costo delle più gravi rinunce e dei più gravi sacrifici?».

La domanda, così posta, lo so, è un po’ ingenua e perentoria. Ma fingiamo che si tratti di un’inchiesta giornalistica…

Pier Paolo Pasolini


Curatore, Bruno Esposito

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