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venerdì 14 novembre 2025

Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini: Ritratto crudo e poetico della gioventù delle borgate romane del dopoguerra, tra neorealismo e sperimentazione linguistica

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini
Ritratto crudo e poetico della gioventù delle borgate romane del dopoguerra
tra neorealismo e sperimentazione linguistica 


Ragazzi di vita, pubblicato nel 1955, rappresenta per la narrativa italiana un punto di svolta epocale. Opera prima di Pier Paolo Pasolini come romanziere, fu il risultato di un’osservazione diretta e appassionata del mondo delle periferie romane nel secondo dopoguerra – un mondo poco rappresentato e spesso ignorato dalla “grande” letteratura. La sua uscita suscitò scandalo, processi per oscenità, dibattiti accesi e polemiche che ancora oggi alimentano la riflessione critica sull’opera e sull’autore.

La trama di Ragazzi di vita non si sviluppa secondo una tradizionale progressione narrativa: è piuttosto un mosaico di episodi legati da una coralità di voci e destini che hanno per centro “il Riccetto”, ragazzo delle borgate romane, e, ancor più, il mondo stesso del sottoproletariato urbano. Le vicende dei ragazzi ruotano attorno ad alcuni nuclei tematici ricorrenti: l’estromissione sociale, vissuta come destino ineluttabile; la perdita progressiva di innocenza e altruismo che, come nel “ciclo” della rondine e della morte di Genesio, scandisce il passaggio dall’infanzia all’età adulta; la violenza interna al gruppo e la condizione di vittime e carnefici al tempo stesso; il bisogno di sopravvivenza che scivola spesso nella brutalità, nell’indifferenza, nell’egoismo. Il “motore” delle azioni e delle scelte dei protagonisti è la ricerca affannosa di denaro – la “grana” –, unico surrogato di felicità accessibile. Ma ogni tentativo di riscatto si tramuta in sconfitta o in perdita, in una spirale di azioni ripetitive in cui la povertà, la fame, la violenza e la criminalità sono mezzi di sopravvivenza più che scelte morali.

La relazione con l’ambiente è fondamentale: la distinzione tra la Roma monumentale del centro e il mondo delle borgate scavate nella polvere, nello squallore, nella precarietà edilizia, nei quartieri in continua espansione “fuori porta”, delimita un’appartenenza e un senso di esclusione quasi antropologico. Altra direttrice è la crisi delle istituzioni. La scuola ospita sfrattati, più che studenti; la famiglia cede di fronte all’alcolismo, alla violenza, all’assenza; la Chiesa si riduce a una presenza marginale, percepita più come rituale che come sostegno. Vi è infine un tema sottile, ma potentissimo, che riguarda l’identità: i ragazzi di Pasolini soccombono alla necessità di adattarsi a un ambiente ostile, ma nel farlo perdono pezzi della propria umanità, in un percorso che dall’altruismo spontaneo porta alla insensibilità calcolata dell’età adulta.

La genesi del romanzo si intreccia indissolubilmente con le grandi trasformazioni dell’Italia degli anni ’40 e ’50. Roma, nel secondo dopoguerra, è una città “dilaniata”, in parte ancora “occupata” nei primi capitoli, poi ben presto scenario della rapida urbanizzazione, dell’espansione suburbana, della crescente distanza fra centro monumentale e periferia “infetta”. L’esplosione demografica di Roma vede, dal 1940 al 1951, la popolazione passare da circa 1,1 a 1,7 milioni di persone, alimentata da flussi migratori interni, soprattutto dal Sud e dalle campagne, in cerca di un lavoro che spesso non c’è. Le borgate assumono allora il ruolo di “terre di nessuno”, insediamenti precari e insalubri (con punte rispetto alla media italiana di disagio per servizi igienici, acqua potabile e affollamento) che accolgono ondate di poveri rimasti esclusi dal benessere del boom economico. In questo quadro socioeconomico la fame, la mancanza di prospettive, la precarietà lavorativa sono la normalità: nella Roma di Ragazzi di vita le istituzioni sono lontane e inadeguate, la solidarietà familiare si dissolve nell’urgenza della sopravvivenza quotidiana e nel disfacimento dei legami sociali.

Il romanzo documenta questa realtà senza filtro né pietà. Le principali attività narrate – specie nei primi anni della storia – sono furti di materiali riciclabili, trucchi e raggiri, giochi d’azzardo, violenze e piccoli “lavori” al margine della legalità. La condizione di questi adolescenti è paradigmatica di un’intera fascia sociale sopraffatta e abbandonata dall’Italia repubblicana. Su questo sfondo si innesta anche la questione dell’“omologazione”, del rischio del consumismo e della perdita di valori identitari: il boom economico, che in Italia fu tra 1953 e 1963, lasciò indietro chi non riusciva ad “entrare” nella modernità, inasprendo ancor più il divario fra città, centro e periferia, fra ricchi e poveri. 

Riccetto è il fulcro attorno a cui ruotano le principali avventure e disavventure. Nei primi capitoli è ingenuo e portato spontaneamente all’altruismo (emblematica la scena in cui salva una rondine dall’annegamento, atto di compassione che lo distingue dagli amici). Nel prosieguo degli episodi, tuttavia, subisce una trasformazione: col passare del tempo – e a contatto con una realtà che non risparmia violenza, morte e tradimenti – si indurisce, diventa più furbo, meno partecipe del dolore altrui, fino a scegliere, ormai adulto, la via dell’adattamento e del distacco emotivo, come nel finale con la morte di Genesio. Attorno a lui, Agnolo, Marcello, Alduccio, Begalone, Caciotta, Amerigo, Lenzetta, Nadia (prostituta), Sor Adele (madre di Riccetto) rappresentano, con i soprannomi che sono una costante identitaria di gruppo, le differenti sfaccettature del sottoproletariato delle borgate. Il gruppo vive di “amicizia virile” ma è anche luogo di sopraffazione, di “riti” di iniziazione, di cameratismo che si tramuta spesso in aggressività, soprusi contro i più deboli (come avviene per il Piattoletta, vittima di una crudele goliardata che quasi lo uccide e lo marchia per sempre). Il romanzo è dunque un affresco di umanità sconfitta, incapace di vera solidarietà, spesso indifferente alla sventura altrui, ma non priva – in alcuni rari momenti – di lampi di autentica compassione.

Un tratto assolutamente caratterizzante del romanzo risiede nello stile e nell’uso geniale del linguaggio. Pasolini adotta un narratore esterno, apparentemente “oggettivo”, che tuttavia filtra spesso le azioni e i pensieri dalla prospettiva del gruppo, e in particolare di Riccetto, utilizzando focalizzazione interna variabile e l’indiretto libero. La struttura è paratattica, episodica, di “capitoli” solo debolmente legati tra loro, senza una vera concatenazione necessaria degli eventi: si ha così l’impressione di seguire una “prosecuzione naturale” della vita, più che il divenire di una storia. La scelta che ha reso Ragazzi di vita innovativo – e ancora oggi ne sancisce la modernità linguistica – è quella del romanesco. Nei dialoghi si manifesta in maniera travolgente la parlata della strada: un dialetto ibrido, dinamico, ricco di neologismi, di contaminazioni venute dall’arrivo degli immigrati nelle borgate, di espressioni gergali e di scarti morfosintattici rispetto all’italiano standard. Questa strategia non è mai “folkloristica”: Pasolini, pur non essendo romano d’origine, si esercita in anni di osservazione, raccogliendo appunti nei quartieri popolari, frequentando i giovani delle borgate, annotando idiomi, costruzioni, metafore e reticenze, tanto da inserire un glossario in appendice all’edizione, scelta rara nella letteratura italiana. Il risultato è una lingua polifonica, “contaminata”, che utilizza:

• la voce narrante in italiano standard, con aggettivazioni che trasmettono spesso un senso di squallore e miseria (“erba sporca”, “viuzze polverose”)

• dialoghi e pensieri dei personaggi in romanesco/gergo

• paratassi, periodi brevi e ritmo veloce, poca subordinazione, uso frequente di elenchi, esclamazioni, termini “brutali” intensificativi

Il gergo serve come “arma di difesa” ma anche come identità, comunità, barriera contro il mondo esterno. Pasolini stesso sottolinea che questo “plurilinguismo” costituisce nel romanzo un’opera di mimetica e di denuncia sociale concreta; non solo uno sperimentalismo stilistico, ma anche una presa di posizione ideologica e politica.

Pur nella sua crudezza, il romanzo offre momenti di intensa poesia: descrizioni delle notti romane, delle acque del Tevere, delle campagne alla periferia della città, righe in cui la lingua sembra elevarsi a livelli lirici, salvo poi ricadere nella dura realtà di una battuta volgare o di una bestemmia. Le metafore assorbono, come nell’episodio della rondine, significati universali: la tensione tra vitalità e degrado, tra innocenza e perdita, tra natura e ambiente costruito. Pasolini realizza così una scrittura “di frontiera”, capace di traghettare nella letteratura una realtà fino ad allora esclusa e di farla parlare con la sua voce autentica.

L’episodio centrale del romanzo – il salvataggio della rondine da parte del Riccetto, all’inizio della storia – assume valore simbolico universale. Quello che sembra un atto di altruismo destinato a restare episodico si trasforma, invece, in vero e proprio “segno premonitore” della storia personale di Riccetto e della parabola di molte “vite di borgata”. Il volo della rondine, salvata dal ragazzo, è l’ultima espressione possibile di una bontà originaria; molti critici leggono nel confronto tra questo gesto e la scena conclusiva (la morte di Genesio, a cui Riccetto assiste indifferente e senza intervenire), la “perdita definitiva della purezza”, l’alienazione e lo svuotamento interiore come conseguenza dell’integrazione nella società borghese e indifferente. Il fiume, il Tevere e l’Aniene, sono a loro volta simboli doppi: luogo di vita e di giochi proibiti, ma anche di morte e di iniziazione crudele, confine “fatale” che i personaggi attraversano in una prova sempre potenzialmente letale. Gli animali, le barche sgangherate, la notte, il buio delle borgate, le strade di polvere e fango, tutto si carica di valore metonimico; sono la materia stessa della quotidianità dei protagonisti, filtra in continuazione tra narrazione e contesto simbolico. Tra le figure retoriche impiegate, abbondano:

• epiteti denigratori (“sporco”, “zozzo”, “bruciato”, “guasto”, etc.)
• ossimori che accostano vitalità e degrado (“gioia disperata”, “allegria feroce”)
• iperboli che sottolineano la durezza delle condizioni sociali e il pathos delle azioni dei ragazzi.

Questo apparato di simboli e di ricorso a retorica “minore” conferisce al romanzo una forza espressiva e comunicativa che va oltre la dimensione documentaria.

La pubblicazione di Ragazzi di vita fu accompagnata da un’indignazione quasi unanime negli ambienti conservatori e da molti esponenti della critica “impegnata”, inclusa quella marxista. Il romanzo fu denunciato per “oscenità”, processato a Milano nel 1955, a seguito di una segnalazione della stessa presidenza del consiglio dei ministri e con il coinvolgimento di vari critici (Emilio Cecchi, Asor Rosa, Carlo Salinari e gli altri). Il processo terminò con un’assoluzione in formula piena per l’autore, anche grazie alle testimonianze di Carlo Bo, Giuseppe Ungaretti, Gianfranco Contini risolutamente schierati in difesa della verità letteraria e linguistica dell’opera. Al centro delle critiche vi erano:

• l’utilizzo del dialetto e del gergo “basso”
• la rappresentazione aperta della prostituzione minorile maschile
• la brutalità di alcune scene (violenza, sopraffazione, parolacce, turpiloquio)
• la “mancanza di prospettiva edificante”, ossia il fatto che i protagonisti sembrano condannati senza possibilità di riscatto.

Alcuni critici marxisti in particolare accusavano Pasolini di “pessimismo” e di produrre un’opera più “saggistica-descrittiva” che realmente orientata verso una denuncia sociopolitica efficace o una proposta alternativa. Eppure il successo di pubblico fu immediato e duraturo: il romanzo vinse il “premio Colombi-Guidotti” e fu ampiamente discusso e difeso come documento di una realtà spesso rimossa dalla narrazione ufficiale delle vicende italiane del dopoguerra.

Nel tempo, la critica ha assunto nei confronti di Ragazzi di vita posizioni più equilibrate e analitiche. Oggi l’opera è ritenuta una delle testimonianze più autentiche e acute del secondo dopoguerra italiano e dell’esplosione delle periferie nelle grandi città. La coralità della struttura è letta come una strategia modernissima, quasi anticipatrice di certi esiti del romanzo postmoderno. L’intenso lavoro linguistico di Pasolini è oggetto di studio non solo nella storia letteraria ma anche nella storia della lingua italiana. Alcuni filoni critici più recenti sottolineano:

• la capacità di Pasolini di essere “dentro e fuori” il mondo che narra, di fondervi la componente empatica con il distacco antropologico
• la forza della denuncia sociale che si mantiene tuttora attuale, specie nel confronto con le nuove marginalità urbane
• il ruolo dell’opera nella definizione di un nuovo canone linguistico-letterario “antiletterario”, in cui dialetto e lingua nazionale si compenetrano

L’uscita nel 2025 della versione “inedita” del romanzo ha permesso di valutare anche il lavoro di limatura e autocensura operato dallo scrittore, in parte per adeguarsi alle richieste dell’editore, a testimonianza della tensione tra libertà espressiva e vincoli morali/culturali dell’epoca.

Il successo di Ragazzi di vita fu decisivo anche per l’approdo di Pasolini al cinema. L’esperienza delle borgate romane e le storie dei ragazzi ispirarono direttamente Accattone (1961), il primo film da regista dello scrittore, considerato una vera trasposizione filmica dei temi e degli ambienti del romanzo, in stretta connessione anche con Una vita violenta. Anche il successivo Mamma Roma (1962) continua l’indagine sulle contraddizioni fra centro e periferia, sulla marginalità urbana, sulla lotta per la sopravvivenza come destino. Accattone affronta la figura di un sottoproletario romano, dedito agli espedienti e alla sopraffazione, in una spirale di dannazione e fallimento finale – una metafora della condizione esistenziale e delle determinazioni sociali che imprigionano i personaggi pasoliniani, impossibilitati, nonostante i tentativi, a redimersi o a cambiare realmente il proprio destino.

Sul palcoscenico, Ragazzi di vita ha conosciuto una nuova fortuna negli anni più recenti. Nel 2016, in occasione dei 40 anni dalla morte di Pasolini, il Teatro di Roma ha prodotto la prima, fortunata trasposizione teatrale del romanzo, con la drammaturgia di Emanuele Trevi e la regia di Massimo Popolizio. L’adattamento è stato accolto con enorme successo di pubblico e critica, riscuotendo numerosi premi e portando la lingua e la vitalità del romanzo sul palcoscenico attraverso energia corale, coralità di voci e di corpi, e una restituzione fedelissima del dialetto romanesco e del ritmo narrativo pasoliniano. Gli adattamenti teatrali (oltre a numerose “letture” e spettacoli collaterali, come quelli di Massimo Popolizio con Javier Girotto) hanno contribuito a rilanciare l’attualità e la forza evocativa del romanzo, rendendolo nuovamente centrale nel dibattito culturale sulla rappresentazione delle marginalità urbane in Italia.

Lo studio del romanesco pasoliniano e della lingua di Ragazzi di vita è ormai un terreno classico della linguistica italiana. Il dialetto delle borgate, così come restituito da Pasolini, presenta alcune peculiarità:

• fonetiche (rafforzamenti, apocopi, raddoppiamenti grafici: “qqua”, “bbene”, “vié”)
• morfologiche (perdita di consonanti: “’na”, “’no”, “co’”, “ner”, “de la”)
• lessicali (ampio uso di termini specifici, esclamativi, gergali – molti derivati dalle stratificazioni migratorie e dalla vita della strada)
• sintattiche (prevalenza della paratassi, periodi brevi, dialoghi serrati, costruzioni ellittiche)

Il romanesco è, secondo lo stesso Pasolini, “molto simile al fiorentino, comprensibile in tutta Italia”, ma nella sua versione “di borgata” acquista tratti distintivi legati alla vivacità, all’inventiva, alla capacità di trasformare anche il dramma in espressione ironica, in battuta, in canzonatura. L’autore costruisce così non solo un documento “filologico” ma soprattutto un potente strumento di denuncia e di legittimazione culturale e letteraria dei “margini”.

Storia editoriale e curatele critiche
La storia editoriale di Ragazzi di vita è segnata dalla presenza di diverse versioni e da un intenso lavoro di revisione, autocensura, limatura condotte anche per calmierare le reazioni dell’editore Garzanti e dei primi lettori “protetti”. Nel 2025 esce la versione “inedita”, che ripristina molte delle parti tagliate per ragioni moralistiche, permettendo un confronto filologico fra la volontà originaria dell’autore e il dettato trasmesso. Dal 1955 ad oggi sono state pubblicate decine di edizioni – tra cui le critiche, le annotate, le versioni per la scuola – a riprova della centralità ormai acquisita dal testo nella storia della letteratura e della lingua italiana.

Ragazzi di vita inaugura “il ciclo romano” di Pasolini, proseguito con Una vita violenta (1959), che sviluppa una trama più compatta, introduce tematiche politiche e di emancipazione, ma resta fedele all’indagine della marginalità, della violenza e della progressiva distruzione dei valori arcaici nella società urbana. La differenza tra i due romanzi è anche nella struttura: Una vita violenta accoglie la lezione della critica marxista e offre una parabola narrativa più “classica”, con un protagonista (Tommaso Puzzilli) che attraversa tutte le tappe dalla nascita, alla crescita, alla morte sullo sfondo della stessa Roma delle borgate. Nel cinema, come già ricordato, Accattone e Mamma Roma portano sullo schermo molti degli stessi personaggi archetipici, le stesse ambientazioni e i medesimi conflitti strutturali. In tutte queste opere emerge una riflessione che è insieme poetica, antropologica e politica, tra denuncia della modernità e nostalgia di un “antico mondo popolare” ormai prossimo a sparire sotto il peso dell’espansione urbana e della distruzione di ogni differenza culturale.

Ancora oggi, Ragazzi di vita viene letto, discusso, insegnato e citato come paradigma della denuncia sociale e della letteratura di frontiera. Ha rappresentato la resa letteraria della marginalità urbana, l’ingresso del dialetto e del gergo come strumenti legittimi del racconto, e il varco per una narrazione “altra” dell’Italia della ricostruzione e del boom, troppo spesso celebrata attraverso narrazioni apologetiche e rassicuranti. La sua attualità si rinnova a ogni segnale di crisi delle periferie, a ogni denuncia di disuguaglianza, a ogni analisi del disagio giovanile in Italia e nell’Europa contemporanea. I personaggi, le scene, le battute in romanesco hanno penetrato la cultura di massa e il discorso pubblico – basti pensare all’ampio uso di citazioni anche negli stessi dibattiti sulla scuola, le periferie, l’urbanistica. Le risonanze nella cultura popolare sono confermate da edizioni costantemente ristampate, dal successo degli adattamenti teatrali e dal ruolo centrale che il romanzo occupa nel canone letterario italiano e internazionale.

Ragazzi di vita è, a settant’anni dalla pubblicazione, un classico vivo. Libro di svolta per la letteratura italiana, segna l’irruzione del sottoproletariato romano nella narrazione letteraria e nell’immaginario nazionale, l’innovazione linguistica e stilistica, la rottura definitiva con i tabù del racconto borghese. Pasolini, con coraggio e compassione, ha restituito voce a chi ne era privo e denunciato le derive di una società incapace di includere i suoi “ultimi”. L’emozione che resta, ripercorrendo le avventure e le disgrazie dei ragazzi delle borgate, è quella di un paese in cui troppo spesso “l’innocenza” sacrifica se stessa alla sopravvivenza e l’emancipazione è solo, paradossalmente, la perdita della bontà originaria. La forza letteraria e morale di Ragazzi di vita resta, oggi come allora, una delle chiavi per comprendere la modernità italiana dai suoi margini.

Bruno Esposito

Curatore, Bruno Esposito

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