"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
L’odore dell’India
Pasolini e il profumo della pietà
il tanfo del potere
Cristo, Marx e le vacche sacre.
L’odore dell’India è un’opera pubblicata per la prima volta nel 1962 che testimonia l’esperienza vissuta da Pier Paolo Pasolini durante il suo viaggio in India tra la fine del 1960 e l’inizio del 1961, compiuto in compagnia di Alberto Moravia ed Elsa Morante. Il libro nasce dall’esigenza dell’autore di restituire, tramite un diario di viaggio particolarissimo, la complessità, il fascino e le contraddizioni di un paese che, per l’Occidente degli anni Sessanta, incarnava ancora un luogo quasi “mitico”, remoto, avvolto nel mistero e segnato da una povertà sconvolgente ma anche da uno straordinario spessore spirituale e umano.
L’odore dell’India si presenta come un resoconto diaristico ed episodico, suddiviso in diversi capitoli che seguono le tappe di un viaggio fisico, esistenziale e intellettuale nel subcontinente. La struttura dell’opera riflette la stessa geometria emotiva e cognitiva di Pasolini: l’itinerario non è solo esteriore, legato agli spostamenti da una città all’altra, ma anche interiore, fatto di scoperte, smarrimenti, improvvise epifanie e riflessioni amare sugli uomini e sulle civiltà. Ogni tappa - Bombay, Aurangabad, Delhi, Agra, Benares, Calcutta, Madras, Cochin e altre località - funge da sfondo per incontri con singoli personaggi, scene di vita e meditazioni sul senso della miseria, della felicità e della religiosità. La narrazione ha spesso un ritmo sincopato, fatta di aneddoti, dialoghi, ritratti umani tratteggiati con rapidità ma con una forza emozionale intensa. Accanto a una descrizione “esterna” del paese, Pasolini fa emergere una cronaca di passioni e malinconie, alternando descrizioni quasi giornalistiche ad abbandoni lirici, osservazioni prosaiche e lampi di pietà. Il percorso geografico si intreccia costantemente con la raccolta di impressioni sensoriali e morali, che diventa la trama profonda del libro.
Riassumendo la struttura dei capitoli principali, si possono individuare:
• Capitoli 1 e 2: L’arrivo a Bombay, le prime notti tra mendicanti e dormienti all’aperto, il confronto tra la “borghesia” (alberghi, ambasciate) e il “popolo”, le discussioni sulla religione e sulla sopportabilità della vita indiana.
• Capitolo 3: L’incontro con Revi, un giovane risciò, le sue vicissitudini e la commovente tentazione di “salvarlo”, che si intreccia con la consapevolezza della propria impotenza e della “altra logica” che regola la società indiana.
• Capitolo 4: Sviluppo di riflessioni sulla borghesia, sul sistema delle caste, sul dato religioso e sui riti, l’incontro con personalità come Madre Teresa di Calcutta, l’abisso tra la spiritualità quotidiana delle masse e la cultura dell’élite.
Il viaggio si chiude idealmente a Benares, con le famose scene dei roghi funebri sul Gange: qui la meditazione sulla morte, sulla pietà possibile e sull’alienità della sensibilità asiatica rispetto a quella occidentale raggiunge il suo punto più alto e problematico. Il libro, come è stato osservato, non è né un vero diario puntuale né un classico resoconto giornalistico. Assomiglia piuttosto a una “autofiction”, dove l’esperienza personale viene filtrata e narrata con uno sguardo letterario, quasi poetico, che trasforma la cronaca in allegoria del rapporto fra io e Altro, Occidente e Oriente, singolo e moltitudine.
Il primo, ineludibile, tema de L’odore dell’India è quello della miseria materiale e fisica che l’autore percepisce come una caratteristica dominante del paese. Nelle parole di Pasolini: “La vita, in India, ha i caratteri dell’insopportabilità: non si sa come si faccia a resistere mangiando un pugno di riso sporco, bevendo acqua immonda, sotto la minaccia continua del colera, del tifo, del vaiolo, addirittura della peste, dormendo per terra, o in abitazioni atroci”. Tuttavia, alla miseria esteriore si contrappone una “dolcezza” diffusa nella popolazione, un senso di accettazione, di sorrisi che non sono “di allegria ma di dolcezza”, una mitezza e una disponibilità che, per Pasolini, trovano la loro radice in una religiosità pratica e una forma di umanità capace di sopportare il dolore e la mancanza con una dignità quasi inumana.
Un asse centrale dell’analisi di Pasolini è la religiosità diffusa e “generica” che sostiene la cultura indiana, in cui la non violenza, la mitezza e l’indifferenza al dolore costituiscono un tratto identitario:
“Ho osservato tra gli indiani una religiosità generica e diffusa: un prodotto medio della religione. La non violenza, insomma, la mitezza, la bontà degli indù”.
Nondimeno, il libro denuncia la persistenza del sistema delle caste come “cancro sparso e radicato in tutti i tessuti indiani”, nonostante la sua abolizione legislativa voluta da Gandhi e Nehru. Pasolini osserva lo scarto tra la modernizzazione giuridica e le abitudini quotidiane, e riflette sull’ambiguità e sulla tenacia con cui l’India conserva istituzioni che, per un occidentale, sono inaccettabili.
Il confronto-scontro fra il punto di vista occidentale e la realtà indiana permea tutto il racconto. Pasolini, uomo delle “borgate” e del sottoproletariato romano, è colpito dalla somiglianza tra le condizioni indiane e quelle della periferia romana o della campagna pugliese. Eppure l’India resta, per lui, radicalmente “altra”, e il suo “straniamento” di fronte ai gesti, ai riti, ai costumi e ai paesaggi indiani diventa paradigma della difficoltà, e dell’impossibilità, di una comunicazione totale tra mondi differenti.
Un tratto ricorrente nel libro è la sensazione di impotenza e al tempo stesso di compassione (la “pietas” tipicamente pasoliniana) di fronte alla miseria e all’ingiustizia. La narrazione si fa spesso cronaca di incontri con mendicanti, bambini, donne, religiosi, storpi e miserabili, che l’autore avvicina, aiuta come può, per poi ritrovarsi ogni volta a constatare la propria limitatezza e la radicale alterità del destino di queste persone. Questa pietas non si tramuta mai in paternalismo consolatorio, ma si radica nella consapevolezza della propria estraneità rispetto alla logica del “salvare” l’altro.
Come suggerisce il titolo, il viaggio di Pasolini è percorso non solo dalla riflessione intellettuale ma da una esperienza sensoriale totalizzante: l’odore dell’India - “quell’odore di poveri cibi e di cadaveri, che, in India, è come un continuo soffio potente che dà una specie di febbre” - è per lui una presenza fisica, invasiva, che diventa cifra della miseria ma anche metafora della carica vitale e della fecondità di una civiltà in fermento.
Il tema della modernizzazione, dei suoi limiti e delle sue contraddizioni, è più volte affrontato attraverso gli incontri con la borghesia indiana. Pasolini osserva la nascita di una classe media chiusa nel privato, votata alla cura dei figli e alla “tolleranza”, ma allo stesso tempo percepisce la monotonia di un paese che - al netto dei monumenti marmorei e dei templi - sembra ripetere all’infinito sempre la stessa sequenza di villaggi, bufali, stagni e miseria.
L’esperienza del sacro, rivissuta attraverso le abluzioni sulle rive del Gange, la visione dei fuochi funebri a Benares e l’incontro con Madre Teresa, culmina nelle pagine finali del libro in una riflessione sulla morte come realtà “normale” e non drammatica, su una cultura che riesce a guardare alla morte senza quella angoscia, individuale e privatistica, che caratterizza invece l’Occidente. Qui Pasolini avverte una sorta di pacificazione, una quiete che lo sconvolge e lo commuove:
“Mai, in nessun posto, in nessun’ora, in nessun atto, di tutto il nostro soggiorno indiano, abbiamo provato un così profondo senso di comunione, di tranquillità e, quasi, di gioia”.
Il registro stilistico di Pasolini in L’odore dell’India oscilla costantemente tra cronaca e lirismo. All’inizio si dichiara “reporter” che vuole “dire semplicemente come una macchina fotografica quello che ho visto”, ma ben presto la scrittura diventa confessione soggettiva, carica di sensazioni, immagini e impressioni non rarefatte, ma dense di empatia e pietà.
• Pasolini si affida a tutti i sensi, con particolare attenzione all’olfatto, ma anche ai colori, ai suoni e al tatto. Le sue descrizioni nere e sature di odori e rovine producono sull’apparato percettivo del lettore una sorta di “immersione viscerale” nella realtà indiana.
• Lo stile è quasi sempre asciutto, senza compiacimenti retorici o stilistici, con brevi frasi da taccuino, ma capace di passaggi improvvisi a registri poetici e di fulminee immagini simboliche.
• L’autore è costantemente al centro della narrazione: sempre al filtro del proprio sguardo, Pasolini lega ogni fatto, ogni paesaggio, alla sua personale esperienza, consapevole della propria irrimediabile “stranierità” rispetto all’India.
• Il racconto procede per progressivi spiazzamenti e aperture sul privato: incredulità, solitudine, senso di smarrimento, vergogna e meraviglia non sono nascoste, ma diventano parte della mappa del viaggio.
• L’opera si configura come una sequenza di quadri, non rigidamente ordinati ma legati da un filo emozionale che unisce presente e passato, l’hic et nunc al ricordo, la cronaca al mito.
La prima stesura di L’odore dell’India avviene tra la fine del 1960 e i primi mesi del 1961, un periodo di grandi mutamenti sia in Occidente che nel subcontinente indiano. L’Italia è agli albori del boom economico, impegnata a uscire dal dopoguerra e ad affrontare la “mutazione antropologica” che di lì a poco darà impulso alla società dei consumi e alla trasformazione delle masse rurali in borghesi urbani. L’India degli anni Sessanta si trova in una fase di transizione drammatica. Dopo l’indipendenza dal Regno Unito (1947), il paese è governato da Jawaharlal Nehru, leader del movimento anticoloniale e autore del progetto di modernizzazione laica e democratica. In questi anni, le tensioni tra progresso ed eredità tradizionali (le caste, la povertà endemica, le disuguaglianze, i conflitti interreligiosi e le insurrezioni locali) si fanno tangibili. La cultura indiana, nonostante gli sforzi di Gandhi e Nehru, resta profondamente segnata da divisioni profonde e istituzionalizzate. La presenza di Madre Teresa a Calcutta e di altri missionari sottolinea, da un lato, la tragica continuità delle emergenze umanitarie, dall’altro la forza delle reti solidali informali della società indiana. Il viaggio che Pasolini, Moravia e Morante compiono in India risponde dunque non solo a un desiderio di conoscenza, ma anche al bisogno di sperimentare direttamente la relazione tra Occidente e Oriente in un’epoca in cui la globalizzazione stava appena muovendo i suoi primi passi e la fascinazione per le culture orientali cresceva tra i giovani e gli intellettuali europei.
Pasolini restituisce un’India che è insieme inferno di miseria e paradiso di spiritualità. Egli mostra come la religione non sia tanto un sistema codificato, quanto un insieme di gesti e pratiche diffuse: la non violenza, il modo di dire sì, il sorriso mite. Ma la varietà e la frammentazione religiosa sono anche indici della difficoltà dell’India a uscire dal proprio passato e dai propri riti. Nel testo si coglie come la cultura indiana sia ancora un insieme di sopravvivenze arcaiche:
“In fondo si tratta di un enorme sottoproletariato agricolo, bloccato da secoli nelle sue istituzioni dalla dominazione straniera”.
I codici della ritualità, della cucina, delle funzioni giornaliere e dei comportamenti di massa rappresentano per Pasolini una forma di resistenza, ma anche di alienazione. Pasolini si sofferma sulle immagini iconiche (la vacca sacra, il Gange, il risciò), mostrando una cultura dove la bellezza purissima dei templi e delle statue convive con l’indicibile sporcizia e la morte sempre presente sulle strade e nei fiumi sacri. L’autore è consapevole della difficoltà di “tradurre” per il lettore italiano il senso di questi codici, e talvolta nota di cadere in una occidentalizzazione dei termini e delle analogie, mostrando i limiti di ogni conoscenza “esterna” del diverso.
All’uscita, L’odore dell’India viene letto come un libro insolito, difficilmente classificabile: né puro diario, né saggio politico, né classico reportage di viaggio. L’opera trova però subito estimatori sia tra i critici sia presso un pubblico curioso di conoscere una “altra” India - diversa da quella esotizzata di Kipling o degli spiritualisti occidentali - e di addentrarsi nella sensibilità pasoliniana già nota sia per la poesia sia per il romanzo e il cinema. E' da sottolineare la forza della pietas pasoliniana, la capacità di empatia del narratore e (al tempo stesso) la sua costante autocritica. Alcuni osservano che il libro sia “troppo soggettivo”, altri ne lodano la sincerità e la carica emotiva. In particolare, colpisce la potenza delle descrizioni sensoriali e la lucidità nell’affrontare (senza infingimenti) la questione della miseria, della morte, dello scontro di civiltà e del rischio di omologazione indiana ai modelli occidentali.
Nel corso dei decenni, L’odore dell’India si consolida come “libro di culto” sia negli ambienti accademici sia fra i lettori di letteratura di viaggio, poesia e saggistica. L’opera viene oggi frequentemente inserita nei programmi universitari di letteratura italiana contemporanea e di letteratura comparata, e confrontata con le altre grandi narrazioni odeporiche (diari di viaggio) novecentesche, come Notturno indiano di Tabucchi, o con altri reportage di intellettuali in India, come Manganelli e lo stesso Moravia. L’odore dell’India ha avuto numerose ristampe e nuove edizioni (Longanesi 1962, Guanda 1990, Garzanti 2009 e successive), spesso arricchite da prefazioni autorevoli e da appendici critiche (fra cui l’intervista a Moravia o la prefazione di Giorgio Pressburger).
Uno dei più frequenti confronti critici riguarda il libro gemello, Un’idea dell’India di Alberto Moravia, redatto a partire dagli stessi viaggi, ma da un punto di vista radicalmente razionale, descrittivo, quasi “illuminista”.
• Moravia “accetta” la realtà indiana come dato oggettivo, si interroga sui problemi della modernità e della miseria, e ne offre una visione disincantata, laica, quasi distaccata. Pasolini, al contrario, si mette in gioco, si confonde, si emoziona, si perde e si commuove di fronte a tutto ciò che vede.
• Il titolo stesso, L’odore dell’India, segnala la distanza fra una conoscenza intellettuale e una esperienza sensoriale e corporea dell’alterità. Il raffronto fra i due libri fa emergere punti di vista complementari, come notato anche nella critica accademica: “Moravia guarda l’India col telescopio, Pasolini col microscopio”.
L’odore dell’India, a differenza di molte narrazioni di viaggio contemporanee, non mira alla compilazione “scientifica” o alla guida turistica, ma si pone come uno spazio di incontro quasi mistico con la diversità, restituendo con la massima onestà le emozioni e i dubbi del viaggiatore-intellettuale. L’approccio serve anche da modello per successive narrazioni, e si presta a una riflessione critica sulle modalità di rappresentazione dell’alterità e sulle responsabilità dell’intellettuale viaggiatore. L’esperienza indiana orienta inoltre molte delle riflessioni pasoliniane successive sui temi della marginalità, del terzomondismo e della crisi della modernità capitalistica, espresse tanto nella produzione poetica quanto nel cinema (si veda Appunti per un film sull’India, 1968, e il progetto mai realizzato di Appunti per un film sul Terzo Mondo). Va sottolineato la precoce sensibilità “postcoloniale” dell’autore, che non si limita a condannare l’Occidente o a esaltare la mistica orientale, ma cerca di scandagliare i limiti, le ipocrisie e le proiezioni ideologiche che segnano ogni rapporto con “l’Altro”.
Di seguito alcune delle citazioni più incisive dal libro, che danno il senso della profondità e delle contraddizioni affrontate:
“La vita, in India, ha i caratteri dell’insopportabilità. Non si sa come si faccia a resistere mangiando un pugno di riso sporco, bevendo acqua immonda, sotto la minaccia continua del colera, del tifo, del vaiolo, addirittura della peste, dormendo per terra, o in abitazioni atroci”.
“Gli indiani non sono mai allegri: spesso sorridono, è vero, ma sono sorrisi di dolcezza, non di allegria”.
“La tradizione castale è un cancro sparso e radicato in tutti i tessuti indiani. Nehru ha il prestigio per poterne tentare con la forza l’estirpazione: a meno che anch’egli non si ricordi un po’ troppo di essere un bramino”.
“Io avevo voglia di stare da solo, perché soltanto solo, sperduto, muto, a piedi, riesco a riconoscere le cose”.
“…il solito altissimo odore che mozza il fiato. Quell’odore di poveri cibi e di cadaveri, che, in India, è come un continuo soffio potente che dà una specie di febbre. È quell’odore, che, diventando un po’ alla volta una entità fisica quasi animata, sembra interrompere il corso normale della vita nei corpi degli indiani”.
“Mai, in nessun posto, in nessun’ora, in nessun atto, di tutto il nostro soggiorno indiano, abbiamo provato un così profondo senso di comunione, di tranquillità e, quasi, di gioia” (riferito ai roghi di Benares).
Pasolini, in questi scritti come in tutta la sua produzione, mantiene una posizione ideologica originale, che intreccia elementi marxisti, una pietas quasi cristiana e una fiera critica alla modernità occidentale. Pasolini osserva l’India con uno sguardo marxista, attento alle ingiustizie sociali e alle strutture di potere. Le caste, la povertà estrema, il lavoro minorile: tutto viene registrato con lucidità e dolore. Ma il suo marxismo non è ideologico: è poetico, empatico, umano.
“L’India è il luogo dove la miseria non è nascosta, ma esibita come una verità assoluta.”
La sua pietas - In India ritrova una religiosità intensa, che lo colpisce per la sua somiglianza con la pietà cristiana. Ammira la devozione popolare, la sacralità del quotidiano, la resistenza alla modernità disumanizzante.
“Questa gente non ha nulla, eppure ha tutto: ha Dio, ha il dolore, ha la speranza.”
La pietas è il cuore pulsante del libro. È lo sguardo che non giudica, ma comprende. È la capacità di sentire l’altro, di rispettarne la sofferenza e la dignità. Pasolini esercita la pietas come atto poetico e morale, rifiutando ogni forma di indifferenza.
“L’odore dell’India è l’odore della pietà: un odore che ti entra dentro e non ti lascia più.”





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