"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pier Paolo Pasolini: Datemi una strega tutta colorata
Una strana intervista rilasciata a Maurizio Ponzi
Su Pier Paolo Pasolini non si è mai aggiornati. Non si fa in tempo a sapere che dirige un episodio del film Le streghe che eccolo già in partenza per il Marocco, per girare Edipo, sempre dopo l'America, per un giro di conferenze nelle università. E poi c'è un non tanto improvviso amore per il teatro, sta lavorando a più di una commedia (ma difficilmente le darà ad attori italiani, forse le tradurrà in francese, il timore per la lingua morta, assurda, convenzionale degli attori di prosa italiani è troppo grande), e stava per debuttare nella regia teatrale, Il mondo è quello che è, solo l'impazienza di Moravia lo ha per ora dispensato.
I lettori conoscono bene Pasolini. Bene in modo particolare perché la rubrica che egli ha tenuto sul settimanale per tanto tempo, era un po' come un'intervista permanente che lo rivelava compiutamente in quanto intervista a «totale». Si trattasse di politica, di ideologia, di cinema, di letteratura, di poesia, o più semplicemente, di un consiglio, il tono di Pasolini veniva fuori con una sua pacata e ingenua spregiudicatezza. E a parlarci si sente che è lo stesso Pasolini, si ha l'impressione che in lui non ci sia differenza fra lingua scritta e lingua parlata. Forse per questo fa il cinema, l'unico mezzo d'espressione che gli appaia capace di dire direttamente. «L'azione stessa che parla».
Che cos'è La terra vista dalla luna, l'episodio diretto per Le streghe?
Pasolini ci risponde:
«E' una favola picaresca che nasce dal rimpianto di non aver fatto di Uccellacci e uccellini un film più puro, isolando Totò e Ninetto. Ho capito dopo che la poesia di Uccellacci sono loro due, il loro stare insieme, il modo di camminare ».
Ecco quindi che già si intravede il proseguire di un discorso, Totò e Ninetto Davoli, ancora padre e figlio, ancora sottoproletari che vengono da chissà dove - il «terzo mondo» di Pasolini s'è allargato, dalle borgate romane, che restano come sfondo, si è passati all'Africa, all'America, ha sfiorato la Cina. Ricordate in Uccellacci la vecchia del casolare vittima del proprietario Totò? «I cinesi! i cinesi!» - ancora stranamente conciati, che vanno, fanno, sopravvivono. Ma l'asse si sposta, Uccellacci era un film ideologico e La terra vista dalla luna è un film picaresco in cui, precisa Pasolini,
«l'ideologia c'è, ma in secondo piano».
L'aspetto più vistoso del cinema di Pasolini? Il rinnovarsi. Pochissimi registi possono vantare un cammino come quello che va da Accattone, 1961, ai film d'oggi, forse solo Jean-Luc Godard.
Ma cosa racconta questo episodio che De Laurentiis ha chiesto a Pasolini? Preferisce non parlarne, ora: sta ancora finendolo. Ci rifacciamo, allora, a un precedente racconto che forse egli ha dimenticato averci fatto.
Totò è restato vedovo, Ninetto è restato orfano, si convincono che occorre una nuova moglie e una nuova madre. La cercano e di comune accordo la rinvengono in una bella sordomuta (Silvana Mangano). Tutto andrebbe per il meglio, dato che la donna è felice della sua nuova famiglia, se non li angustiasse il problema della loro casa malandata. L'ambizione per una casa nuova li porta ad architettare un piano per far soldi. La donna fingerà di volersi suicidare per disperazione, gettandosi dal Colosseo i due eroi, con l'aiuto di qualche compare, piangeranno e si strapperanno i capelli per invitare i passanti a una pietosa colletta. Il piano viene eseguito, ma la conclusione è imprevedibile. Per colpa di una coppia di turisti inglesi che per tutto il film sembrano inseguire i protagonisti - la sordomuta scivola e precipita veramente dal Colosseo. Quando i due poveretti tornano, sconsolati, a casa, hanno un'altra ed ultima sorpresa: la loro donna (una strega?) li aspetta viva e vegeta.
Questa la storia secondo la sceneggiatura originaria. Non chiarisce molto sulle intenzioni dell'autore. Si pensi allora che Silvana Mangano ha i capelli verdi, Totò, vestito come un clown, e Ninetto, li hanno arancione, che Laura Betti fa la parte di un uomo, il turista inglese, ed è infagottata in un abbigliamento «coloniale» che la fa sembrare pronta a ricolonizzare le Indie (sul set fingeva di lamentarsi: «Ah, questi intellettuali!»), che i colori del film saranno assurdi, irrealistici.
Chiediamo a Pasolini delle difficoltà di conciliare gli ambienti, che restano autentici, i soliti dei suoi film, e i personaggi che la sua fantasia, e quella del costumista Piero Tosi hanno trasfigurato su un tono decisamente fiabesco.
«Sono riuscito a trovare ambienti - ci chiarisce il regista - che senza nessuna alterazione risultano fantastici. La casa dei protagonisti l'ho rifatta ricordandomi quella di un dentista eccentrico che conobbi tempo fa, il Colosseo stesso ha un'aria tutta particolare, ora che ho visto le sequenze montate».
Bene, vuol dire che i critici dovranno compiere ancora una volta un'opera di adeguamento. Pensate: una fiaba nel mondo del sottoproletariato (un nuovo Miracolo a Milano?), un film che rivelerà il substrato ideologico, solo se vorrà interpretare il senso della parabola.
Ma Pasolini si trasforma, l'abbiamo detto. Le sue variazioni sulla realtà e sul cinema non hanno sosta.
Ricordate ai tempi di Accattone?
«Il cinema? diceva - Non so bene cosa sia, lo scopro girando».
Ora l'ha scoperto. In cinque anni ha fatto tutto. Due film, diciamo, «tradizionali », Accattone e Mamma Roma, un film in cui si discute, alla pari, di ideologia e di forma cinematografica, La ricotta (l'incriminatissimo episodio di Rogopag o Laviamoci il cervello), un film provocatorio, la summa del suo primo periodo, come II Vangelo secondo Matteo, un film tutto nuovo, inventato, rivoluzionario, montato su richiesta di alcuni critici che lo volevano per un festival, «Sopraluoghi in Palestina »per Il Vangelo secondo Matteo, autentici appunti scritti con la macchina da presa, un film di montaggio, La rabbia, un film inchiesta, Comizi d'amore e infine, un film di idee, poeticamente espresse, che va visto come non si è ancora abituati a vedere.
E poi? Dopo La terra vista dalla luna?
Poi Edipo.
«Edipo - è Pasolini a parlare - si dividerà in quattro parti: la prima e l'ultima si svolgeranno ai nostri tempi (la prima nel Friuli, negli anni trenta, l'ultima oggi, in varie città d'Italia), le altre due riguarderanno: Edipo adolescente e poi giovane, fino al suo matrimonio, poi la tragedia di Sofocle vera e propria».
Edipo verrà girato quasi interamente in Marocco. Chiediamo perché.
« La scelta è casuale. Lo vidi tempo fa e pensai che sarebbe stato adatto, mi parve un paesaggio arcaico, berbero e non arabo. Per Sofocle, Edipo era un eroe arcaico, non un suo contemporaneo, come talvolta si è portati a credere ».
L'avventura di Edipo - perché un'avventura sarà di certo raccontare questa storia, se non altro per il prologo e l'epilogo, ambientati in luoghi vagamente autobiografici - comincerà a fine dicembre, al massimo gennaio. Per ora sono scritturati, Silvana Mangano, che ha voluto essere Giocasta a tutti i costi, Orson Welles come Tiresia, e Ninetto Davoli, che sarà il Nunzio. Edipo sarà, forse, Franco Citti.
Che prevedere per questo Edipo? Come dice la canzoncina dei titoli di testa di Uccellacci,
«...dirigendo rischiò la reputazione... ».
E con Pasolini molte cose rischiano la reputazione. Forse l'unica cosa che Pasolini ignora sul serio è la prudenza. Tiene una conferenza al Festival di Pesaro, intitolata La lingua scritta dell'azione - un saggio acuto, pieno di idee, di ipotesi sul cinema come lingua e si attira i furori degli specialisti, che gli rimproverano l'uso avventato di certi termini e, soprattutto d'aver invaso il loro campo, ma si prende gli applausi calorosissimi di uno dei maggiori rappresentanti degli studi di linguistica che ci siano oggi in Europa, Christian Metz, per la, semplice ragione che costui ha capito l'importanza di un'irruenza, di un'intelligenza provocatoria, di uno slancio comunque costruttivo.
E dopo Edipo?
Dopo Edipo Pasolini lascerà ancora il mondo che gli era abituale e penetrerà con un film intitolato Teorema, nella borghesia.
«Ci penetrerò criticamente - avverte - e non si tratterà della media borghesia, ma piuttosto di un'élite ».
Teorema verrà girato in primavera, e sarà, dice lui, il suo film più nuovo. Una famiglia: un marito industriale, una moglie, un figlio, una figlia, una cameriera. Arriva un ospite, un giovane che sembra ai cinque la summa di quello che al mondo ci si può immaginare di puro e di bello, un dio, un genio, e li sconvolge. Le loro rispettive esistenze, più o meno chiuse in una routine di desideri repressi e di compromessi, cambiano direzione. Quando l'ospite se ne sarà andato, ognuno di loro sarà diverso.
Quando ideò questo soggetto Pasolini aveva molti timori, gli sembrava una storia indifesa davanti ai produttori, alla censura (alcune situazioni saranno molto crude), agli attori professionisti che avrebbe probabilmente dovuto adoperare. Voleva addirittura girare il film a 16 mm, a casa sua e in quella di Moravia, per conto proprio, come un compito segreto.
Ora, invece, tutto sembra sistemato e Pasolini azzarderà ancora una volta. Tra l'altro, Teorema segnerà il ritorno al cinema di una attrice di grandi possibilità come Lucia Bosè (l'attrice di Antonioni, Buñuel, il migliore Bardem), che ha accettato l'offerta con entusiasmo e con l'umiltà di chi non si sa considerare una professionista. E Pasolini si tranquillizza:
«Con lei osserva forse potrò lavorare come con Citti, con Davoli ».
Il cinema è in crisi; Pasolini, forse, è in crisi.
Il cinema cerca strade nuove, non si fa che parlare di nuovo cinema», il regista Pasolini fa film nuovi rispetto a se stesso, e discute, fa a molti livelli. Ci parla di una rivista nuova di cinema a cui si affiancherà, una collana di libri da dirigere per Garzanti, una serie di conferenze in America.
Tra l'altro mi ha detto ancora:
«Quello che i giovani devono avere soprattutto, è il coraggio ».
Si parlava di cinema, quindi chiediamo qualche titolo, i più bei film dell'anno. Oltre Gertrud del vecchio Dreyer, Masculin féminin di Godard e Non riconciliati di Jean-Marie Straub. Ecco, bisogna fare anche questo, parlare di Straub che ha fatto il primo capolavoro del cinema tedesco occidentale, una requisitoria spietata sul nazismo di ieri e di oggi, divulgare, lottare per non restare prigionieri di formule, per non crearsi confini immaginari.
Maurizio Ponzi















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