"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Un corvo ideologo finisce mangiato
Pier Paolo Pasolini
Uccellacci e Uccellini
A. Trombadori
Vie Nuove
numero 20
19 maggio 1966
pag. 56
( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )
Dove va il mondo? Boh...!
Mao Tse-tung.
Con questa epigrafe satirica ma agghiacciante ha inizio il film di Pasolini Uccellacci e Uccellini. L'attribuzione forzata di una simile frase al capo della rivoluzione cinese, contiene già tutto intiero il senso dello stile e del contenuto della più recente fatica cinematografica del poeta-regista. Uno stile che egli ha felicemente chiamato « ideo-comico », un contenuto che sembra come nutrito di quella proposizione di Engels nella quale è detto: « Tutto ciò che esiste è degno di perire ». Invano però si cercherà in Uccellacci e Uccellini quell'atteggiamento « rabbioso » o, all'occorrenza, flebilmente evasivo che da tante parti ci viene proposto come sola alternativa possibile alla confusione attuale. Al contrario, il piglio del film di Pasolini è quello della certezza. Di due cose fondamentali Uccellacci e Uccellini vuole renderci socraticamente edotti: che non sappiamo e che dobbiamo sapere. Pasolini perciò, ad onta del dato di partenza che sembrerebbe consigliare soluzioni unicamente irrazionaliste (nel momento in cui tace la ragione il solo rimedio è quello di abbandonarsi nelle braccia dei mostri), rimane radicalmente e, si vorrebbe dire, ostinatamente, sul terreno dell'analisi dialettica, del ricorso alle armi della critica, insomma, della costatazione che quando insorge un conflitto fra la realtà e l'ideologia quel che occorre non è di far luogo a un qualsiasi pragmatismo ma di ritessere, al lume dei fatti, l'ideologia stessa. Che è quanto dire: distruggere la ideologia come falsa coscienza e fondare una nuova autentica coscienza della realtà. Non va oltre la segnalazione di tale stato di cose il film di Pasolini. Ma questa stessa segnalazione è già un modo di servirsi del dubbio per cessare di dubitare e per muovere verso la ricerca e l'azione. La vicenda, se di vicenda si può parlare, è collocata, come in una favola esopica o in un'operetta morale leopardiana o in un racconto gnomico alla Voltaire, fra il dato più grezzo della cronaca e il volo più elaborato dell'immaginazione. Cronaca e immaginazione si cibano reciprocamente di se stesse in modo tale che ogni situazione, ogni personaggio, ogni squarcio di ambiente e di paesaggio sembrano continuamente spostarsi sotto i nostri occhi dal fuoco di una meravigliosa lente di ingrandimento: ora, perciò, essi ci appaiono nelle loro dimensioni naturali, e si immiseriscono persino, ora assumono lo spessore, il gesto e la nobile aerea levità di veri e propri simboli storici.
Un padre e un figlio sottoproletari, ricettacoli di tutti i luoghi comuni e di tutte le ragioni perché ogni miseria culturale sia loro perdonata, si imbattono, durante un pellegrinaggio senza meta, in un corvo parlante. Si vedrà poi che quel pellegrinaggio, in una regione che risulta da un misto arcaico di periferia romana e di italici luoghi medievali, è soltanto in apparenza senza meta. Pasolini è passato dallo spazio al tempo. La meta che non esiste nel viaggio dei protagonisti, un grande Totò, un eccellente Ninetto Davoli e, naturalmente, il corvo ammaestrato, (poiché ogni luogo del film è punto di partenza e punto di arrivo) vediamo invece configurarcela ben netta ad un altro livello: quello della storia. Un'epoca è finita, occorre prenderne atto. Ma non è finito il tessuto storico-sociale-spirituale di un ben più lungo periodo: quello della lotta di classe. Per quanti sforzi si siano fatti di mistificare questa verità fino al punto di illudersi che gli « uccellini » (i passeri) e gli << uccellacci » (i falchi) fossero riducibili ad un unico comun denominatore amoroso, rimane ancora agli uomini da risolvere questa fondamentale contraddizione sul cammino della loro libertà. Il corvo parlante « figlio del dubbio e della coscienza » è nel film il ritratto patetico di tutto ciò che è finito. Eppure sui resti delle sue penne e delle sue ossa dopo il misero festino del quale egli cadrà vittima per la fame dei suoi compagni di viaggio, viene da ricordare, sempre in chiave comica, ma non tanto, l'orazione di Marcantonio alla memoria di Cesare.
A. Trombadori





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