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venerdì 21 novembre 2025

Ostia libro: breve introduzione di Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Ostia libro
breve introduzione
di Pier Paolo Pasolini 

La voce di Sergio Citti è sempre bassa e rauca, e le battute sono sempre dette come tra parentesi, o in una clausola appena soffiata (al niente: che è l’unico interlocutore degno; il niente che si trova generalmente a destra dell’interlocutore contingente e reale – qui, nella fattispecie, Gambetti – e un poco più basso della sua spalla). Bisogna avere un orecchio esercitato per comprendere quelle battute sussurrate per ispirazione, tra la raucedine e un riso chiotto, verso quel personaggio d’aria che si trova alla nostra destra e un po’ più basso della nostra spalla: a cui l’occhio nero di putto di Sergio si rivolge con folgorazione malandrina e crudele: testimonianze invarianti di un’aridità stoico-epicurea, curiosa della vita e priva di ogni illusione su di essa.

Sì: le massime dei filosofi cinici – poveri e senza identità personale e anagrafica come i cani – sono in Sergio «battute». Le «massime», sotto la variante di «battute», sono il modo di procedere metodologico dei moralisti: Godard parla a «battute»: non gli caverete mai dalla bocca un ragionamento filato e cartesiano. Anche altri registi parlano a «battute», ma non per moralismo, bensì per impotenza e ignoranza. Dopo Godard, Sergio Citti è l’unico regista in cui la «battuta» sia un processo linguistico necessario: frutto diretto ecc. di uno sguardo filosofico su questo casuale insieme di fenomeni assurdamente coerenti che chiamiamo realtà.

Quanto a me, pongo Sergio tra Sandro Penna e Moravia. A Sandro Penna egli assomiglia per la totale e quasi santa libertà, l’anarchia assolutamente priva di aggressività, così naturale da non opporsi in alcun modo allo stato di vita degli altri (tutti schiavi!) come alternativa: a Sergio non salterebbe mai in mente di pretendere di offrirsi come esempio o di fare l’apostolato (ch’è sempre terroristico) della sua anarchia. A Moravia egli assomiglia per la rapidità dell’intelligenza e il pessimismo.

Credo che abbia fatto soltanto le prime tre classi delle medie, in un collegio (quei collegi che generalmente preparano i veri pericolosi delinquenti, con il pretesto di rieducarli: ossia insegnano loro la morale borghese, per sfruttarla o per fingerla). Sergio è rimasto intatto da tale rieducazione, naturalmente. Forse l’unica traccia negativa lasciata in lui da quell’aborto di istruzione è un certo acutizzarsi del sadismo, ch’è il suo limite, se si vuole. Sadismo per altro nato da quelle tragedie famigliar-popolari della sua infanzia, di cui del resto è subito divenuto filosofo. Ne fanno le spese le donne (in Ostia, la «Scimmia», la bionda nordica, che, con tutto il giusto armamentario, è la forza demoniaca nuda, imparlabile, totale, innocente, ammiccante, ecclesiastica, zozza, che sviluppa il fumetto del destino).

Sergio detto il Mozzone, ha fatto per tutta la vita il pittore (è chiamato anche «Er Pittoretto de la Maranella»): ma la vita di Sergio è acqua passata. Egli ha da tempo raggiunto anche praticamente il suo scopo di non vivere ma di contemplare il vivere. Lo faceva da imbianchino e lo fa da regista.

Come si trascende la propria classe sociale, al di fuori della lotta di classe?

 Attraverso le vicende biografiche che hanno caratterizzato la sua vita, Sergio ha avuto esperienza dell’altra classe sociale, prima attraverso il collegio, e poi attraverso la sua amicizia con me. Ma Sergio è irriducibile. La sottocultura che avrebbe voluto farne, attraverso la morale del collegio, un cittadino medio e obbediente, e la cultura dell’amico letterato che ne ha fatto un regista, in realtà non l’hanno toccato: egli vive la vita della sua classe sociale, che è quella di un proletario romano a stretto contatto con il sottoproletariato di cui adotta l’ideologia, assumendo il mondo del lavoro come una necessità irrilevante, e tuttavia cosciente di ciò per fulgurazione atavica (nonno e padre anarchici). L’episodio del film che vede il padre davanti ai ragazzini in veste di pedagogo dell’anarchia, è letteralmente autobiografico. Solo che Sergio Citti ha un vero culto per il proprio padre Santino: tra tutti i sentimenti che egli non ammette, questo è un sentimento, che, pur a denti stretti, deve ammettere: naturalmente in quel particolare modo per cui una debolezza viene esorcizzata attraverso l’accettazione spiritosa di essa (insomma anche l’amore per Santino, il padre, può venire espresso attraverso una battuta crudele). La coscienza di classe è in Sergio una coscienza anarchica: infatti egli non ha scelto un lavoro e non è determinato dal lavoro. Ha esorcizzato anche lo sfruttamento, nel tipico modo meridionale e sottoproletario, considerando cioè i padroni dei farlocchi, dei poveretti che non sanno nulla della verità della vita: ultraterreni e stronzi. Egli non è mai stato in realtà un «lavoratore sfruttato»: e la coscienza di tale stato non può dunque essere che un’ideologia anarchica. Ciò non toglie che anche per i problemi sociali, Sergio non abbia tutta la curiosità che ha per le altre cose della vita. Il suo è sempre un amore disinteressato (è per questo che il suo acume di osservatore può essere esercitato senza illusioni).

Se Sergio Citti – ed è anche il caso di suo fratello Franco – venisse dal mondo operaio, egli sarebbe subito accettato dalla borghesia, attorniato da interesse, compreso, protetto. Ma Sergio dovrà, credo, invece, sperimentare lo stesso destino di Franco. La sua posizione originale dentro la classe operaia di Roma – per cui egli ha optato per l’ideologia naturale sottoproletaria – fa di lui uno «straniero».

Egli esperimenterà l’odio di razza.

Non tutti i borghesi sono colpevoli di questo odio: ma tutti ne sono schiavi. Ci sono dei borghesi avanzati e buoni che vorrebbero avere dei giusti rapporti con un sottoproletario – magari d’eccezione come Franco Citti, in quanto attore di prim’ordine, o Sergio Citti, in quanto regista – ma non possono: o per timidezza o per incapacità a instaurare linguisticamente un dialogo.

Sergio se ne fregherà della timidezza o della scorbutica rimozione dei critici-padroni (farlocchi), che non oseranno avvicinarlo, e sapranno ignorarlo (tanto i conti con la propria coscienza, se li fanno, li fanno di nascosto: non sono così scemi, loro, da farli a voce alta o per iscritto). Guarderà incuriosito gli «addetti ai lavori» che non sapranno che faccia fare davanti a lui: e esorcizzerà l’umiliazione, dall’alto della sua ascesi.

Spero di essere un cattivo profeta. Ma il razzismo è una delle più potenti difese di classe. Solo all’altra estremità dello schieramento sociale, dove stanno gli intellettuali veramente avanzati ma non (o non ancora) arrivati, ci sarà una comprensione o almeno una tacita «corrispondenza di amorosi sensi»: qualche gesuita, qualche redattore di riviste di cinema d’avanguardia di sinistra, qualche giovane critico povero in canna dei «Cahiers», e così via. Che verifica sono i Citti!

Pier Paolo Pasolini


Curatore, Bruno Esposito

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