"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Giulio Andreotti
Caro Pasolini ti chiedo ora le scuse per allora
«Lettere romane»
anno I
(febbraio-marzo 1993)
n. 2
pag. 4 e pag. 5
( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )
Se il Nuovo Catechismo avesse aperto un pertugio possibilista sulla pratica dello spiritismo, magari limitato ai casi di straordinaria necessità ed urgenza come per i decreti legge, questa volta vi avrei fatto ricorso. Ma nell'indice analitico del voluminoso testo (788 pagine) le sedute spiritiche non sono neppure citate e non mi sento di sostenere che l'assenza significhi abolizione dei divieti.
D'altra parte sono certo che nel "conto finale" di Pier Paolo Pasolini due eventi della sua vita non solo gli abbiano cancellato ogni possibile gravame, ma siano stati motivi lassù per una sistemazione di riguardo dotata dei misteriosi apparati dell'elettronica ultraterrena che dovrebbero consentire di poter seguire più di "prima" quel che accade tra gli umani.
Per i lettori più giovani ricorderò le due benemerenze. La prima fu l'omaggio di presenza a Papa Giovanni pellegrino in Assisi, che lo condusse nell'ospitalità discreta di Don Giovanni Rossi, a leggere, dapprima incuriosito e poi affascinato, il Vangelo di Matteo, suscitatore in lui della folgorante idea di un bellissimo film che, salvo in qualche parruccone, portò un'ondata di modernità non modernista nell'interpretazione del nuovo Testamento.
Ma l'altra "credenziale" avrà avuto di sicuro maggior valore. Pasolini si schierò contro corrente, tra le ire sia di Sciascia che di Moravia, per difendere contro gli abortisti il diritto alla vita ("parlo scrisse di questa vita umana, questa singola, concreta vita umana, che in questo momento si trova dentro il ventre di questa madre").
Tutto ciò premesso, debbo a lui e spero che possa captarli - un riconoscimento ed un rimprovero come chiose della polemica politica che avemmo nel 1975, quando Piero Ottone invitò me a commentare l'articolo pasoliniano sul "Vuoto di potere"; un elogio funebre della Democrazia Cristiana ed in genere degli uomini di potere definiti "maschere che a sollevarle non si troverebbe nemmeno un mucchio di ossa o di cenere; ci sarebbe il nulla". Del resto eravamo, a suo dire, espressione di un popolo che l'industrializzazione degli anni settanta aveva reso: "degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale". Tuttavia errava chi si illudeva di sanare i mali, magari attraverso un colpo di Stato, con altre teste di legno, manovrate nell'ombra da occulti potentati che secondo lo scrittore dovevano essere economici se arrivava a dire: "quanto a me darei l'intera Montedison per una lucciola".
Nella mia replica non lo seguii nel massimalismo apodittico e cercai di tracciare una difesa motivata dai risultati del dopoguerra, elencando le profonde trasformazioni avvenute nelle risorse a disposizione degli italiani. Ma lo feci - e di qui le scuse ora per allora - seguendo anche io un, sia pur diverso, massimalismo. Forse a differenza dei giovani che come tali non avevano conosciuto il sottosviluppo di "prima" noi sentivamo l'orgoglio di una indubbia crescita economica collettiva. Ci scandalizzava lo scagliarsi di molti, in nome della critica, del consumismo, contro gli undici milioni di elettrodomestici entrati nelle famiglie. Io invece ricordavo le mani di mia madre spaccate per il bucato e vedevo le lavatrici come strumenti di redenzione familiare; così la motorizzazione privata mi sembrava un segno di giustizia distributiva, memore dell'anteguerra quando non solo l'automobile ma una motocicletta era indice di invidiabile ricchezza. Lo stesso elogio nostalgico dell' Italia contadina di un tempo, mi pareva persino ipocrita avendo conosciuto in campagna gli uomini già vecchi e incurviti a trenta anni e le donne sfiorite ancor prima.
E che dire della possibilità di accedere ad ogni ordine di studi quando una volta - salvo le borse di studio, di cui io spesso avevo beneficiato - i genitori si dissanguavano per far arrivare al diploma di maestro un figlio o una figlia?
Pasolini rispose accusandomi di punti di vista "fatturali, pragmatici, materiali, quasi nomenclatori" e parlando di sviluppo senza progresso e di degradazione antropologica. E qui sbagliai. Avrei dovuto condurre il dialogo, approfondendo di più i valori culturali e morali dell'analisi di Pasolini, che senza enunciarlo, ricordava a me che l'uomo non vive di solo pane. Io ero, forse prosaicamente, radicato alla convinzione che senza pane non vive sicuramente.
Pier Paolo indeboliva però le sue tesi, attraverso una virulenza spietata contro la DC - di cui gli davano fastidio persino le facce ceree che la televisione ritraeva in una seduta del nostro Consiglio mentre salvava solo i comunisti, anzi i giovani comunisti. Questo è il rimprovero che sento di potergli fare. Nel mio incontro che avemmo qualche mese dopo sembrò contento che io non me la fossi personalmente presa a male per le sue censure. E ci ripromettemmo di instaurare un confronto non forzatamente pubblico come era stato lo scambio del Corriere.
Avrebbe potuto essere - lo credo senza peccare di presunzione - utile anche per contribuire a correggere l'involuzione morale di cui oggi si sentono pesantemente le conseguenze. Purtroppo la sua tragica morte lo rese impossibile. Io comunque, anche senza seguire i ragionamenti di Sartre, mi guardai bene dall'associarmi a quanti vollero fare, nell'occasione e dopo, il processo a Pasolini.
Giulio Andreotti
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