"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pier Paolo Pasolini, Notte nella città di Dio
(primo frammento)
Roma era tutta gocciolante. Specie intorno al Tevere, da Testaccio a Porta Portese, alla Lungaretta. Cadeva giù un’acqua così fitta e leggera che si scioglieva prima di arrivare sul selciato. I viali e i vicoletti erano pieni di quel vapore caldo, dove galleggiavano da una parte l’Aventino, dall’altra Monteverde.
Erano le sei o sette di sera, e perciò quando Tommaso, Lello e il Cagone, scesero dal 13 ai giardinetti davanti al Ponte Quattro Capi, lì era tutto vuoto o quasi, c’erano solo le prime zoccole che cominciavano a girare e un passaggio di motorini che battevano da Ponte Garibaldi a Caracalla; ma appena passato il ponte, alla Lungaretta, c’era tutta la confusione della domenica sera. I giovincelli passavano a cricche, uscendo dal Reale, dall’Esperia, dal Fontana, o da qualche pidocchietto dei preti, avventurandosi a prendere un po’ d’aria prima d’andare a cena. C'erano pure le famiglie intere, con la nonna, la madre e la figlia, tutte belle cicciotte e acchittate, in fila, e appresso il padre, che le accompagnava magro come un alicione, sorvegliandole locco locco, con la fede, l'anello, l'orologio e la capezza d'oro.
Tutti, i cappotti e le sciallette, li portavano solo per apparenza: e faceva bene Lello, a essere uscito senza cappotto o giubbotto a parte il fatto che non ce l’aveva tutto bello e malandro col maglione a striscioni rossi e blu, e intorno al collo, arrotolato stretto un fazzoletto di seta grigio coi fiorellini rossi.
La sede del Mis era al Vicolo della Luce. Ma Tommaso e gli altri non ebbero bisogno d’arrivare fin lì: incontrarono Ugo all’angolo del vicolo.
Stava accendendosi una paglia: per questo s’era fermato lì all’angolo, e faceva una smorfia che gli arricciava tutta la faccia, sotto le onde e i riccioletti duri come serci.
«Mbè?» gli fece Tommaso, alzando incerto una mano a mezz’aria. Quello gettò via il cerino, tirando una bella boccata.
Poi con la lingua stretta tra le labbra fece schizzare via qualche caccoletta di tabacco che gli dava fastidio e non si voleva distaccare dalla bocca bagnata.
«Ve saluto, a moretti», fece poi, dando la mano ai tre. Tommasino rientrò subito in argomento, urtoso, col naso arricciato come sentisse qualcosa che puzzava: «Com’è stai qua?» gli chiese, facendo per incamminarsi verso la sede del Mis, pel vicolo.
«Nun ce sta più nissuno ggiù, daje», fece Ugo.
«Ma come!» ribattè Tommasino, cogli altri due che guardavano incuriositi.
«Ha detto Coletta che s’aspettamo qqua, a piazza dei Ponziani, daje», aggiunse Ugo, e senza aspettar altro andò giù per la Lungaretta.
«Perchè?» domandò Tommasino, andandogli appresso, scontento.
Ugo si parò di quarto: congiunse le mani come avesse intenzione di dire il Pater Noster. Poi con un gesto rapido le rivoltò, sempre congiunte, ma dalla parte delle nocche, con le punte dei diti contro il petto: quando furono così, strinse le punte dei diti tra loro, e scosse svelto le mani contro il petto e sotto il mento, cinque o sei volte, interrogativo; poi sbottò: «Ma che te frega!»
Sputò e riprese a camminare giù per la Lungaretta, tutta luccicante di pioggia calda.
A piazza dei Ponziani c’erano Enrico, il Matto e Salvatore. Li videro subito perché siccome la piazzetta era un po’ fuori mano, era mezza vuota, che se ne stavano aggruppati all’angolo di Via dei Vascellari, sotto il bar.
Tommasino e gli altri gli andarono incontro, e si diedero la mano. I tre nuovi non si mossero nemmeno: rimasero con le schiene appoggiate contro il muro, con una gamba lunga e l’altra o col piede anch’essa contro il muro, o accavallata. Stavano mezzo sbadigliando, in attesa, perché tra quello lì il posto della puntata. Alzarono solo fiacchi fiacchi la mano destra, senza cambiare l’espressione beata e beffarda delle facce. Così, forse per passare il tempo, si stavano allumando l’olivaro, che si trovava dall’altra parte della strada col secchio di legno delle olive sul selciato. «Coletta?» chiese Ugo tanto per chiedere. «Mo’ viè», fece uno dei tre, con gli occhi che parevano due prosperi accesi.
«Che, semo soli noi?» fece disgustato Tommaso.
«Ecchè, semo farsi, noi?» ribattè quello.
Tommaso ch’era tutto scuro in faccia e si guardava storto intorno, si fece una risatella amara a quella sparata, con la bocca piatta che aprendosi scoprì i denti marroni e tutti frastagliati.
Intanto, quello con gli occhi al neon, il Matto, si diresse smarmittato ma deciso verso l’olivaro, seguito dallo sguardo dei compari.
Lello e il Cagone s'erano seduti sullo scalino d'una porta.
Il Matto non rise per niente. «Nun so’ bbooone?» fece serio e acceso dall’indignazione. «Guarda che te sbaj, a morè», aggiunse però subito, conciliativo, come con l’intenzione di mettere una pietra sopra la sua distrazione. Ma il neno continuava a avere nella faccia un sorrisetto tonto, e lanciava occhiate fine a destra e a sinistra. Pure gli altri intanto s’erano accostati. «Aòh, embè, me le dai o nun me le dai ‘st’olive?» fece il Matto riperdendo di nuovo la pazienza.
«Tu damme li soldi bboni!» fece quello con gli spigoli che gli otturavano l’occhi.
Il Matto abbassò il capo, guardando dal basso all’alto, e facendo schioccare un po’ la lingua contro il palato come fosse amaro: e cominciò a voce bassa, riposata: «Nun so’ bboni? Nun so’ bboni?» Poi scattando: «Ma come te permetti de disprezzà ‘sti soldi, a accattone? Lo sai che ‘sti soldi c’hanno la storia? Daje, inzuccali. E n’antra vorta attenta a tte, sa’, a distingue i soldi bboni! Ma guarda sì che s’ha da vede! Boh! Io te darebbe du’ cazzottoni in bocca!» L’olivaro continuava a ridere alla vergognosa. «Questi so’ l’unici soldi veri che ce so’ stati in Italia», aggiunse gridando da lontano Salvatore, «a deficiente! E dacce pure er resto, sbrighete!»
In quel momento sbucarono da in fondo Via dei Vascellari Coletta e altri cinque sei. Coletta era un tizio alto di statura, scuro, magro, con una testa lunga e troppi capelli che gli stavano alti di dietro, e con una faccia verdognola tagliata da una bocca storta.
Gli occhi li aveva sempre seri, come quelli d’un ragazzino offeso da qualcuno, e guardava fisso, come se covasse sempre dentro di se dolore e rabbia.
Gli altri erano quasi tutti fiji de papà, qualcuno col montgomery, qualcuno coi bernardoni, le facce gonfie e viola, le borse sotto gli occhi e la gola con la peluria nera della barba raschiata male sulle tonsille. Tutti quelli che già erano alla piazzetta dei Ponziani, si voltarono verso i nuovi, andandogli un po' incontro. Al Cagone intanto era venuta fantasia di mangiarsi qualche oliva. Si rivolse al burino alla svelta: « Damme un carux:cio de cento» fece, mettendo una mano nella saccoccia del cappotto. Il buro ammorgiava. Il Cagone lo smorfi: Damme un cartoccio de cento », rifece.
Allora l'olivaro disse: « Prima i soldi ». Negli occhi del Cagone passò il pensiero della morte. Ma gli dette ancora una guardata paziente. « Guarda... — fece quasi affabile — damme cento lire d'olive » « Prima i soldi » ripeté l'altro ostinato, dato che, poveraccio, chissà quante volte gli avevano dato la sòla.
«Aòh, ma che», gridò alla fine, a voce quasi bassa, «m’hai visto in faccia? Io te ‘e sbatto sur grugno ‘ste cento lire!»
Detto fatto, levò dalla saccoccia due tre piotte tutte ciancicate, ne capò una, l'appozzò di scatto nell'acqua, e con una botta che lo sentirono in tutti i vicoletti attorno, l'appiccicò contro la faccia dell'olivaro. Poi senza neanche guardarlo, andò ancora tremando verso i compari. che s'erano messi in cerchio, ridendo, a smicciare. Coletta gli batté una mano sulla spalla, e poi fece, rivolto a tutti: «Namo!», muovendosi in testa alla compagnia, con la capoccia che pareva pitturata in uno stendardo, verso il Ponte Rotto.
Se ne andavano via tutti arzillotti, chi di qua chi di là.
Coletta se ne andava con le mani in saccoccia, sempre avanti, guardando dritto con l’occhio compresso, bianco come uno sparagio.
Dato che la responsabilità della serietà ce l’aveva tutta lui, gli altri erano un po’ smandrappati, gli venivano appresso come pappagalli. Ugo, ch’era quello che aveva avuto il padre e il fratello fucilati dai partigiani, e che adesso viveva solo con la madre, facendo il gratta, camminava con Enrico e Salvatore andando a parare tutte le patacche che passavano.
Gli altri mezzi studentini venivano dietro appaiati come le papere, e Tommaso gli s'era appiccicato appresso, fiero della compagnia; che quelli mica erano dei morti di fame come gli amici suoi, su alla borgata.
Si fecero a fette tutto il pezzo dal Ponte Rotto fino al Largo Argentina. Qui incontrarono altre cricche, che se ne venivano con aria indifferente come loro, dalle sezioni li attorno, Borgo Pio o Ponte o Panigo: e pure da quelle più lontane, Monteverde o l'Alberone, perché per li passavano parecchi autobus. Però fra loro facevano tutti gli indiani, non si conoscevano, e continuavano a fare i c... loro, ognuno per conto suo. Solo Coletta disse: «Aspettate» e andò giù verso un fioraio sotto la torretta per dove passava la truppa di Monteverde, con in testa un piccoletto, un certo Carmelo. Con questo, Coletta andò giù per un vicolo, verso una latteria mezza vuota. Ritornò dopo un po', con un fagotto in mano.
Ugo, Salvatore, il Matto e gli altri stavano sputando sopra i gatti sdraiati sui sassi del Pantheon, dalla spalletta. Ma già gli altri gruppetti che venivano giti dai vicoli, cominciavano a fare tutta una calca, e ormai si salutavano, cominciavano a alzare moina, a mettersi insieme, a confondersi, a chiamarsi. Col Cagone al fianco, Coletta s’incamminò giù verso la piazzetta davanti al Pantheon. Tra le file di carrozzelle e di macchine, davanti ai bar che cominciavano a abbassare le saracinesche, s’erano radunati già quasi un centinaio di cosi, di fascisti.
Allineati qua e là, sui marciapiedini, agli angoletti delle strade, sugli scalini della fontana, cominciavano a fischiare, a organizzare la gazzara. Come arrivarono altre squadre, e la piazzetta fu quasi piena, le fischiate alla pecorara si fecero più forti e continue. I tassinari e i facocchi s’erano ritirati accanto al giornalista, e lì, bianchi in faccia e accasciati, ciancicavano i morti. Tutte le file dei fascisti, smicciavano verso un angoletto della piazza, al comincio della via del Seminario. I camerieri già s'erano dati, dopo aver chiuso alla scappa via tutte le finestre, e solo la porta era mezza aperta, col proprietario che ogni tanto ci faceva capoccella, cagandosi sotto per la paura. « Via li cecoslovacchi! gridavano intanto beffardi i missini, e giù fischi di nuovo, sempre più forti. « Fate schifo!» gridavano, « Aritornate da dove sete venuti! » « Ve c'hanno portati o ce sete venuti? » « Aritornate alla cortina vostra! » «A cecoslovacchiii! » gridava uno, e cinque sei compari intorno a lui facevano un coro di pernacchie. « State bboni - si raccomandava il proprietario, - che colpa ch'ho io, si me c'hanno mannato li cecoslovacchi! »
Tommasino, il Cagone, Lello, sempre insieme con Coletta, Salvatore, Alberto, Ugo e il Matto, correvano tutti allaccati, come vecchie iene, su per via dei Crescenzi. I perticoni si davano da fare, mentre le facce, sopra, ridevano come stessero passeggiando. «Vajece, a Le’!» gridava Tommaso, sghignazzando. «Daje che ce fanno ‘na p.....le madame!» Arrivarono a un bivio, tra Via Oberdan e Via del Teatro Valle: ne imboccarono a caso una, e furono a un altro bivietto. «‘Namo de qua». «No, de là». «No, de qua», insomma si fermarono, sudati che gocciolavano come rubinetti spanati. «Aòh, io me so’ stufato de core, sa’», fece feroce Ugo. Ammollò tutti, voltandogli le spalle, e andò dritto a un baretto ch'era li. Gli altri gli andarono appresso, eccetto Coletta e Enrico, che s'erano persi per la strada.
Il baretto era una latteria, piccola e senza un'anima: in un angoletto c'era un tavolino con quattro o cinque seggiole di alluminio. Ci si sbragarono sopra. Il Matto sbadigliò come un vecchio leoncino: poi alzò le fette e le schiaffò sopra le ginocchia di Salvatore. « Vaffanculo» disse Salvatore. Prese le fette, e le scostò, buttandole. Lello tutt'a un botto si rialzò, e, sbadigliando, disse: « Aòh, io vado 'n cerca d'un tabaccaro, me sto a sfiatà de fumà! », e usci tranquillo tranquillo sotto l'acqua che fumava, perché intanto era ricominciato a pioviccicare. « A ragagnòttolo » fece Ugo, rivolto al ragazzo, dietro il banco. C'era solo quel ragazzo, e la padrona, dietro la cassa, zitta, che pareva le avessero appena fatto il Sant'Antonio. « A ragagnòttolo - fece Ugo - a me me porti un tinello de latte zozzo! » Il pischello lo guardò ridendo come uno stronzo. « Mbè? Che fai? » disse Ugo dopo un po', vedendolo che tardava a servire. « Ma che, cosi li trattate qua, 'i clienti? » aggiunse sempre più freddo, con un tono che non si capiva se scherzava o faceva davvero. II pischello continuava a fare l'indiano. « T'ho detto che vojo un tinello de latte zozzo! » rifece Ugo minaccioso. « A me un Iattanze » gridò il Matto. « Pure a me » fecero gli altri. « Oh, ma bollente eh » fece il Matto. Stavolta il pischello capi, e servi il latte caldo ai compari. Ugo lo guardava, e il pischello lo guardava pure lui, impappolato, tornando al banco. «E a me? » fece Ugo. Il pischello borbottò: Io mica t'ho capito, sa', che vvoi! » Ugo fu preso da uno scatto di nervi, s'alzò sulla seggiola, e alzò i tacchi. « Vaffanculo, a U' » disse Salvatore ridacchiando come felicetto. In quella rientrò Lello, con le sollazze. « Aòh, facce fumà! » gridarono tutti. Lello le offri intorno, e tutti bevendo il latte, cominciarono a svampare. Lello non aveva ordinato il latte: nel bicchiere di Tommaso ce n'era ancora mezzo. Con uno scatto Lello l'agguantò e lo bevve con una succhiata, gridando allegro: « Famo a gazim! »
Era tutta piena, e c’era per caso solo un tavolo a un angoletto, vicino al forno. Ci si buttarono dandosi caracche e facendo tutta canizza, tra la gente che si mangiava la pizza attorno ai tavoli. «Vajece!» gridavano, «Via!» come se invece che in una pizzeria fossero in piazza. Si gettarono ridendo come marani sulle sedie e subito chiamarono il barman. «Sei ròte!» urlarono, «E du’ litri de vino dorce!» «A me fammela coi funghi», ordinò Ugo. «Pure a noi, allora», gridarono gli altri, «che, noi semo pellegrini?»
Lì accanto c’era un’altra tavolata di giovanotti trasteverini, ma più grossi. Si conoscevano, e si salutarono movendo appena le dita delle mani come le avessero impiastricciate di colla. «Ciao, a pacioccò!» fece Ugo a un giovanotto largo e chiaro come un mazzo fresco di scarola. Questo gli fece l’occhietto, poi, prendendo lentamente il bicchiere in mano, cominciò a smicciare Ugo, fisso, coll’occhio ridarello. Com’ebbe dato una succhiata, posò il bicchio, sempre guardando Ugo, e disse: «Ma guarda che capodanno deve ancora venì! Aspettate, de tirà quelli stracci bagnati!»
Ugo fece la faccia paragula, e gridando, perché nella pizzeria tutti gridavano sotto i tubi del neon, alle linguate di fuoco che venivano dal forno, rispose, sereno: «Semo sempre prepotenti, e lo potemo fà!»
«Se, se», fece il giovanotto bonaccione, alzando e abbassando la, capoccia, «ma per voi ormai la tirannia è finita!»
Ugo ribattè secco e trionfante: «Noi, la tirannia, l’avemo potuta fà, ma a voialtri ancora nun ve riesce!»
«Perché nun semo boia come voi!» rispose il comunista. Ugo lo filò, facendo ancora il calmo, già in campana per scattare, e pure gli altri compagni suoi cominciavano ad andare in puzza, specie Tommaso, che guardava quelli del tavolo accanto, con una rabbia negli occhi che se li sarebbe mangiati. Ugo cambiò voce e espressione, come se anziché al biondone, parlasse al vento: «Boia semo noi! Boia so’ stati i compagni tua, quelli dell’idea tua, ch’hanno ammazzato mi’ padre e mi’ fratello!»
L’altro ci mise un po’ prima di rispondere, sorridendo vagamente, pure lui al vento, riprese in mano il bicchio, lo smucinò un pochetto, poi fece: «Sorvoliamo! Fateve n’altro quarto, io me faccio er mio, e così finisce ‘sta discussione».
Arrivò il cameriere con le ròte e i due scafi, e tutto allaccato col fiatone, cominciò a metterle sul tavolo, intanto che degli altri lo chiamavano da un’altra parte. «Io me ce magno er grasso der core», fece Salvatore, che voltava le spalle ai compagni. «Ma io je lo magnerebbe a loro, er core», fece Tommaso a voce bassa, con una faccia gialla di odio. «Si me dassero carta bianca a me, li metterebbe tutti co’ la faccia contro ar muro!»
Il Cagone aveva già cominciato a mangiare la pizza. L’aveva tagliata in quattro parti, ne aveva presa una con le mani, l’aveva ripiegata, e se la mangiava a morsichi come una pagnottella. Gli altri fecero come lui e ridendo e baccaiando cominciarono a abbuffarsi, cercando di fregarsi il vino uno con l’altro. Dopo un po’, dato che serano calmate le acque, il pacioccone ci riocò calmo, tranquillo: «Aòh», fece rivolto con aria pungente verso Ugo, «te pago mezzo litro, si diventi de la parte colore mia!»
Ugo lo guardò inviperito, cominciando a parlare con la saliva che li schizzava agli angoli della bocca: «Che, me vòi fà pure soggetto? Che te credi d’esse superiore a me? Tu de politica ne capisci un ca...! Senti, io c’ho avuto fede in quell’omo: pensala come te pare, però quello ch’ha fatto ha fatto tutto pe'r benessere de noiantri! Prima nun c’era lo scandale, che fate voi oggi! Guarda er Foro Mussolini, guarda tutti i progetti che se so’ fatti e che oggi se sa che realmente ce staveno! Perché voi l’avete tradito! Io lo farebbe resuscità... Pe’ favve sputà in faccia!»
Un compagno del biondone gli urtò un gomito, ma questo già si controllava da sé: infatti sorrideva affabile, sempre al vento, poi con aria paterna disse: « Si, bonanotte », e troncò definitivamente la discussione, benché si sentisse distintamente la voce di Tommaso, che cogli occhi che gocciolavano veleno, diceva: « Li mortacci loro de 'sti assassini! »
Tutti, benché ridendo, drizzarono l’orecchie, perché il Cagone non stava a scherzare mica tanto.
«E allora», disse il Matto, «si te senti così forte, annamose a avventurà!»
«‘Namo, ‘namo, ‘namo!» gridò Lello, «già me so’ stufato de stà qua!»
Erano tutti arrivati. Gli occhi gli brillavano come tizzoni nelle faccette marone. «Aòh», gridò già entusiasta Salvatore, «volemo annà a fregà ar forno de Alduccio, quei du’ sacchi de farina?»
«Ma che ce fai de du’ sacchi de farina!» fece il Matto alzando una mano. «Ma allora annamo a vede de pijà quei du’ rotoli de rame, liggiù a la ferovia de la Majana!»
«Ma che se’ matto?» fece Ugo, «adesso er rame da ‘a ferovia è tignato! Io piuttosto c’avrebbe da fà un tabaccaro. Ce state voi?»
«Bisogna fà ‘na machina, alora!» fece. già pronto a alzare i tacchi, Salvatore.
«E che ce vò?» disse allora Lello, tutto fresco, col suo sorriso beato sotto la cocca un po’ scapigliata. «Capirai! Co’ du’ minuti la sbrillamo, pijamo e s’imbarcamo!»
Detto questo, prese e s’alzò, andando dritto dritto senza voltarsi verso l’uscita della pizzeria, davanti alla bocca del forno.
Svelto, il Cagone s’alzò, in campana per fargli il cazzaro, e, come un vecchio cane, gli andò appresso.
Fuori l’aria era sempre più calda. Per Viale del Re i bari avevano i tavolini fuori, con molte persone che facevano le loro consumazioni. Sui platani era tutto pieno di uccelletti: ce ne stavano a migliaia e migliaia sui rami ancora pieni di foglie mezze morte, e, cinguettando, facevano una gazzarra che quasi assordava. Dei pischelletti ci giravano sotto con le fionde, in camiciola.
Allegro, col Cagone alle calcagna, Lello si diresse verso Ponte Garibaldi, lo imboccò, prese per via Arenula, e tornò a Largo Argentina.
Qui i due si fermarono e smicciarono il movimento. Sgamarono d’acchitto ch’era un posto bravo. Fecero il giro della piazza, poi diedero un’occhiata a Via Botteghe Oscure. Siccome al Teatro Argentina c’era un concerto, lì intorno era tutto pieno di macchine, che non si circolava. Accanto a una fila di macchine, in uno spiazzetto al comincio di Via Botteghe Oscure, c’era un millante TV in disparte, col muso in fuori.
Lello ci s’accostò, si guardò intorno, puntò forte il ginocchio contro lo sportello, acchiappò bene con le due mani la maniglia e diede un colpo secco. Lo sportello si aprì, e Lello sgusciò dietro il volante, aprendo l’altro sportello. Da li entrò il Cagone, che, subito, strappò i fili: li ammalloppò, e piegandoli un po’ in giù, li resse con la mancina, mentre con la destra reggeva il filo della luce. Lello mise in moto, imboccò Via Botteghe Oscure, e, dalla parte del Ponte Rotto, in due minuti rifù davanti alla pizzeria del Viale del Re.
«Grrranadaaa...» si sentiva cantare dentro, nella calca e il fumo: contro la bocca del forno ci stavano due suonatori, verdi come due sparagi di galera, e tutti, alla musica, mangiavano e chiacchieravano più di brutto. «A stronzi!» fece Lello come fu al tavolo dei compari, che ormai parevano tanti melagrani, dopo il terzo tubo che s’erano succhiati. E subito ritornò indietro sui suoi passi, verso l’uscita, senza aspettarli. Gli altri, che già avevano pagato, s’alzarono e gli pedalarono appresso..
presero, tutti allegrotti il millante e partirono lanciati verso la stazione di Trastevere.
«Grrranadaaa...» cominciò a cantare Salvatore, felice, con la sua faccia burina, come si fu sbragato sul sedile. Tutti, chi s’era messo lungo e chi guardava fuori, di punta come un cane, cogli occhi che ridevano. Ugo sporgeva la capoccia dal finestrino, e urlava alle mecche che passavano: «A sorcona intrepida! «Nd’annamo?» fece con entusiasmo Salvatore, interrompendo la canzone. «Aòh, ‘d’annamo aòh», rifece altrettanto allegro Tommaso.
Il Cagone si voltò di sguincio, reggendo i fili, aprì la bocca e fece: «A vive!»
Intanto andarono in una strada scura, tra Porta Portese e l’Ammazzatora, e lì misero a posto i fili intorcinandoli, poi partirono a tutto gas verso Testaccio. Scarrozzarono un po’ per i lungoteveri, poi andarono per bella in direzione di San Giovanni, cantando e dandosi alla pazza gioia. Tutt’a un botto il Matto gridò; «An vedi, an vedi, ‘na macchina farlocca!»
«A Lello, a Lello, appizzateje appresso», gridò subito Ugo, «vedemo dove se ferma e dove se ferma se la famo!»
Questa macchina dei farlocchi era una vecchia e lucida Capitan scura, che andava calma calma, senza fretta, con sopra sul portabagagli borse, valige e una carrozzella. Dentro ci stavano un uomo, una donna e un paio di ragazzini.
Lello cominciò a starle appresso: cosi attraversarono il piazzale di San Giovanni, e, cammina e cammina, arrivarono alla Via Casilina, al bivio di Torpignattara, davanti all'albergo dei Pellegrini Tedeschi. Li era tutto deserto, passavano solo macchine, e qualche tranvetto vuoto. Quelli dentro la Capitan scendono, suonano, viene a aprire il guardiano, e vanno dentro.
Tagliarono per Piazza Santa Maria, presero un vicoletto, e si fermarono dentro un altro vicoletto, tutto scuro, vicino a piazza Renzi.
Ugo scese e correndo sotto la pioggia tiepida rasente i muri, andò a Piazza Renzi e imboccò d'acchitto un'osteria ch'era l'unica luce in tutta la piazza. Mise il naso dentro, smicciò il compare, gli s'accostò e gli ciancicò: « Te devo parlà! ». Poi, a una smicciata di quello, riusci dalla porta e si mise a aspettarlo sotto il cornicione.
Dopo un istante il compare era li. « Ho preso adesso certe cricche — disse Ugo — nun so che ce sta dentro. Vòi combinà? » « Mbeh — fece il vecchio — si è robba che se piazza, portala su! Io vado avanti e entro a casa mia ».
«Guarda», fece Ugo, «che le cricche so’ quattro, solo nun je la faccio. Porto n’amico mio!» «E uno della legge!» aggiunse poi, per rassicurare il moresca, riprendendo la corsa verso la macchina.
«Va beh», accettò quello, «ma fate ‘na cosa de giorno!» e se ne andò dall’altra parte verso il suo vicoletto.
Dopo nemmeno un minuto Ugo e il Cagone erano già sui suoi passi, con la riboncia. Imboccarono il vicoletto pieno d'immondezza che galleggiava sull'acqua, entrarono dentro un portoncino, salirono le scale, con una sola lampadina elettrica che ballava al vento, e si fermarono a un pianerottolo tutto buio: la porta era solo accostata e entrarono.
Il vecchio era li che aspettava, e li portò in una camera vuota, con un tavolo e due tre seggiole. Ugo e il Cagone posarono la riboncia, quattro valige e due borse, e subito tutti tre cominciarono a aprirle, strappando le cerniere. Diedero una capata a quello che c'era dentro, quasi tutti vestiti, biancheria e libri, e cominciarono a contrattare. « Bestemmia quanto c'appoggi — fece minaccioso il Cagone — Di 'na parolaccia! » Il vecchio offriva venticinquemila; i due compari volevano almeno una cinquantina di lombi. No si, si no, al neno venne la solita idea di cacciare la grana e farla vedere, perché conosceva i suoi polli: quelli si ingolosivano, vedendo la ciavatta, e, per la bramosia di agguantarla subito, accettavano il prezzo che diceva lui.
Andò a un divanetto, dov'era appoggiata una grossa bambola, di quelle delle pesche di beneficienza; le staccò la testa e cacciò un bel malloppo, insieme a una rivoltella ch'era li, tra la grana. Il Cagone la allumò subito, tutto preso. « Fammela un po' vede! » disse: la agguantò e l'attastò ben bene. « Che, è carica? » chiese, osservandola. « No» fece il vecchio, ch'era rimasto li un po' allocchito, giobbando, con la bambola in mano.
Il Cagone lo guardò, poi guardò il malloppo della grana, con gli occhi che se lo mangiavano. « Daje, venticinque sacchi, vaffanculo — fece tremando ma però ce metti sopra pure 'a spiritosa! » II vecchio cominciò a piangere, dicendo ch'era pericoloso, che lui non si voleva mettere nell'impicci e che questo e che quello: ma alla fine disse di si, e compararono.
« Basta che nun dite da dov'è partita! » si raccomandò il vecchio: ma i due manco lo sentirono, filando via tutti granosi, arzilli come cani del Signore. La macchina era là, allo scuro, con dentro gli altri, zitti che parevano cadaveri di morti: si spartirono la grana, ossia poco più di quattro sacchi peruno, e ripartirono. « 'Nd'annamo? » chiese Salvatore col cuore pieno di allegria. A beve! » fece il Cagone, che aveva gli occhi che gli gocciolavano come un cane. «Via!» urlò Tommaso. Lello s’infilò un po’ qua e là a caso per due o tre vicoletti, poi imboccò Ponte Sisto e lanciò la macchina pel lungotevere. Non pioveva più, nel cielo s’andava rischiarando qualche pezzo di sereno. In tre secondi arrivarono al Ponte Rotto, in altri tre secondi al Ponte Sublicio, e in altri tre alla stazione di Ostia, girarono con le ruote che fumavano rasente la piramide, fischiando a due o tre battone che stazionavano da quelle bande, filarono per Via Marmorata e imboccarono Testaccio. Avevano una toppa che stralunavano. In Via Zabaglia c’era fermo un camion, e tutta la strada era sbarrata. Era un camion pieno di alberi di Natale: si era sganciata la spondina, e gli alberi che stavano tutti accatastati, erano crollati in mezzo alla strada. Il conducente si dava da fare, mettendo un traversone al posto del pernetto. Ma intanto attraverso quel mucchio d’alberi di Natale bagnati non ci si passava, e i ragazzini facevano caciara intorno.
«Aòh, io c’ho fame sa’», gridò Tommaso risentito, vedendo lì accanto una trattoria. «Aòh, nun tornà indietro, aòh», fece subito alleato di Tommaso Salvatore, a Lello. Lello, siccome non gli andava di far marcia indietro, scese, ridendo, e sbattè lo sportello, filando dritto verso la trattoria. «Annamo a svortà, va’», gridò.
Erano tutti soli nel locale, e si misero a fare i prepotenti: Lello si ordinò le cozze alla marinara, Tommaso le testarelle, il Cagone il cappone e una pizza alla capricciosa, il Matto la pizza alle quattro stagioni, Ugo i filetti di baccalà e Salvatore i supplì. Poi tutti si ordinarono prima delle patatine cricche crocche, poi del pecorino con la lacrima e infine i finocchi alla cazzimperio.
Rimasero di nuovo quasi completamente arenati, in bianco come alici, con tre quattro piotte peruno in saccoccia, giusto per le sigarette.
Si rimbarcarono sul millante, imbriachi fino all'ossa, e scarrozzarono giù per il lungotevere, sotto gli alberi fracichi che il vento scuoteva facendo cadere manciate di foglie.
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«Avanti, giovani», strillò senz’altro il Matto, «che er mondo ce guarda!», e Tommaso, con voce nasale e la bocca storta: «Semo sempre de la stessa pasta: vincere e vinceremo!»
Cosi ripassarono sotto il sottopassaggetto della ferrovia, e si rimbarcarono sul millante. «Aòh», disse Lello deciso, prima di mettere in moto, «ve la sentite de tentà tanti sordi o l’anni de galera?» «Che? Che?» fecero gli altri. «Na rapa», fece il Cagone, e dopo aver smucinato un po’, cacciò dalla saccoccia la rivoltella. «Hè!» confermò Lello, ch’era stato subito capito dal compare. «De quanti soldi e a chi?» fece Ugo. «Se famo un benzinaro», disse calmo Lello, che già sparava la macchina a cento per la Portuense. «Andove?» chiese Ugo. «A un pizzo bono, uno che se pò fà, a la Cristoforo Colombo, a l’Appia, a l’Ardeatina, dove volemo annà?»
Sulla malfatta c’erano tutti, si misero un po’ a ripicca discutendo su quale pizzo, poi andarono verso Ponte Milvio, e si diressero alla Cassia verso un posto che sapeva Ugo.
Tagliando per il Gianicolo e per Monte Mario, fecero subito a arrivare in mezzo alla campagna, tutta collinosa. Dopo qualche chilometro in mezzo ai prati e ai boschetti, con dei pezzi di Roma che brillavano qua e là in lontananza, Salvatore, il Matto e Tommasino, che però non ne voleva sapere, e litigò un po’ prima d’ammollare, scesero e si misero a aspettare contro un rialzo, con dei cani che abbaiavano intorno, nei casali.
Gli altri tre si presentarono al benzinaro, poco prima della Storta, Lello al volante, il Cagone accanto, e Ugo sul sedile di dietro.
S’accostarono, era tutto buio e deserto, con solo la conchiglia della Shell che brillava grande come la luna.
«Quindici lìtri, a morè», fece Lello al benzinaro: questo era un giovanotto sui venticinque trent’anni, gonfio per la cecagna. Cominciò a servire, piegandosi a infilare la pompa nel serbatoio. Intanto Lello sbadigliando fece al Cagone: «Guarda un po’ le gomme, come stanno».
Con quella scusa, moscio moscio, il Cagone scese, e guardò le gomme. «Stanno bene, le gomme!» fece. Nemmeno finì di dire così, che piazzò la pistola contro il benzinaro, che stava riattaccando la pompa. Gliela teneva a due centimetri dal petto, e faceva tremare tutta la mano per mostrare d’aver paura, perché quando uno ha paura è il momento che spara. Ma non c’aveva bisogno di giobbare, perché tremava sul serio, non per la paura ma per la rabbia. «Damme i soldi!» disse. «Basta che nun m’ammazzi, che c’ho famija», disse il benzinaro, bianco come una candela, togliendosi svelto svelto la borsa e dandola al Cagone. Questo, tenendogli sempre la pistola sulla schiena, diede un’occhiata dentro la borsa, e vide che di ciavatta ce n’era poca.
Rosicò i denti, e lo riguardò in faccia, con le labbra storte per la rabbia. «Entra dentro er casotto», gli ordinò.
Il benzinaro ubbidì subito, e col pezzo messo addietro, entrò nel casotto. «Aprime tutti i cassetti», ordinò di nuovo il Cagone. Quello ubbidì ancora, e in un cassetto il Cagone trovò altri soldi; li agguantò e se li mise in zucca. Poi chiuse il benzinaro dentro il casotto, gridandogli attraverso i vetri: «Nun te move, che te brucio!»
Si tuffò nella macchina, tenendo puntata la pistola di sguincio, e la macchina partì alla gratta.
«Quanto avemo alzato, quanto avemo alzato?» fece Ugo. Ma il Cagone taceva contando la grana. Ripresero su Tommaso e gli altri che s’erano intirizziti nell’umido, con due o tre cani ch’erano corsi da un casale, e erano venuti a abbaiargli contro, correndo avanti e indietro oltre una fratta.
«Quanto avete rimediato?» fece con una smorfia Tommaso. Il Cagone mostrò la stecca. «Viecce sotto!» gridò il Matto alla vista del mucchietto di lombi. Erano una trentina di mila lire. Tommaso caricò di più la smorfia, e fece a Ugo: «Che, questi sarebbero li pizzi tua?» «A stronzo», ribattè Ugo, «rimediali te, allora, che ciocchi sempre!» Tommaso tacque, col naso sulla bocca, poi per tutta risposta si mise a cantare:
Ce ne fregammo un dì de la galeraaa
ce ne fregammo de la brutta morte...
Così cantando sotto le stelle, ritornarono a Ponte Milvio, presero lungo il Tevere, imboccarono Ponte Duca d’Aosta, di fronte all’obelisco, e come furono in mezzo al ponte il Cagone, con uno scatto di rabbia, cacciò la rivoltella e la buttò a fiume, gridando: «Nun ce servi più!»
«Perché?» fece sempre col vomito Tommaso, «a stronzo?»
Il Cagone si rivoltò verso di lui e gli fece un rotto in faccia.
Baccaiando, imboccarono un grande viale che portava verso la Flaminia, poi Lello scarrozzò a caso per tutti quei viali, vialetti e piazze, finché trovarono una strada un po’ scura, e lì appizzarono il cento. Si fecero un pezzo a sòle e tacchi, smicciando il movimento intorno. Di mezzi ce n’erano tanti, da quelle parti, in fila lungo i marciapiedi; ma quasi tutti col tampone. Finalmente trovarono un altro cento togo, fatto proprio. Lo beccarono e ripartirono a bella. Tommaso era scontento.
«Aòh, ne famo piagne un altro, eh, de benzinaro», fece. «Stavolta un posto ar dritto ve lo insegno io!»
«E indò ce porti?» fece Ugo.
«Su la strada de Fiumicino», fece secco Tommaso.
«Vai!» ordinò poi a Lello, che, ignaro del destino, bello e allegro, guidava alla menefrego con un gomito sullo sportello.
Riattraversarono mezza Roma, e rifurono sulla Via Portuense. La Permolio sfarfallava ancora la sua fiamma, alta come un trono nella pace della notte.
Intorno intorno, nell’umido che s’era infittito di nuovo, in fumi, in vapori neri come tizzi, tutti i quartieri con le loro luci agonizzanti, pareva che dormissero nel silenzio ch’era lì, per la Via Portuense, dietro al Forlanini. La luna era già alta e spalmava pure lei di giallo le nuvole gonfie e confuse nel bel tepore primaverile.
«Annamo calli», faceva tutto arzillotto Salvatore, «e chi ‘o passa Natale mejo de noi, quest’anno?»
«Ferma, ferma!» gridò tutt’a un botto Ugo.
«Ferma!» ripetè furioso. Lello frenò di schianto, e la macchina sbarellò un po’ nel bagnato. Stavano passando in uno spiazzo della Portuense, largo come un piazzale, con tante casette e palazzi addormentati intorno, dietro un muraglione, in fondo agli ultimi padiglioni del Forlanini, con a mancina un viale deserto e a dritta, di fronte a un pisciatore, un benzinaro con la luce accesa. Passando, Ugo aveva visto che, dentro il casotto di vetro, il benzinaro s’era appitonato.
«Accosta!» sibilò a Lello.
«Ma daje, proseguimo, vaffan...!» fece rabbioso Tommaso.
«Statte zitto, a ca... infasciato, facce lavora!» fece Ugo.
«Ma qui te fermi?» s’incaponì Tommaso, alzando la mano e il braccio quant’erano lunghi. «Ma che, ce voi fà carcerà? ma annamo dove dico io!» Ugo non lo filò per niente. «Daje, scegni», fece al Matto, con la faccia come il culo, ma con la bocca che, per i nervi, gli scappava da ridere. Il Matto gli andò appresso, dopo che Lello ebbe accostato la macchina al marciapiede di brecciola, e Ugo svelto svelto andò verso il casotto del benzinaro che luccicava in quel silenzio pitocco.
«Daje, che castigamo pure er secondo!» bisbigliò.
«An vedi quant’è carino!» fece il Matto, con un soffio di voce, guardandosi il benzinaro che dormiva dentro il casotto.
Doveva essersi addormito tutta un botto, come si trovava, beccato dal sonno, sulla sdraia, con la testa appoggiata indietro a uno spigolo della parete di vetro, e la borsa sulla coscia. Aveva una tuta turchina e una scopoletta con la visiera che gli stava storta sul ciuffo nero. Il Matto aprì piano piano la porta di vetro, mentre dietro a lui Ugo agguantava la pedanella ch’era lì sotto, e se la stringeva forte tra le mani, pronto a spaccargli la testa se si fosse svegliato. Aperta la porta, piano piano, leggero come un gatto, il Matto sgusciò dentro, e cominciò a mettere la mano sulla borsa sopra la pancia del benzinaro. Mentre con le mani lavorava, lo guardava fisso in faccia, non perdendolo d’occhio un attimo. Doveva essere un burino, forse venuto a Roma da poco tempo, dall’Abruzzo o dalla Puglia: si vedeva dalla faccia larga e abbruciata dal sole, con la bocca che aveva un’espressione un po’ allocca pure nel sonno, e dalla forza che si capiva tra le pieghe della tuta sbottonata.
Con la mancina il Matto teneva appena un po’ sollevata la borsa, e con la dritta l’aprì e agguantò la grana che c’era dentro, aranfando pure le nichelette. Poi si ritirò indietro, sempre guardando in faccia il benzinaro, e rinchiuse la porta. Ugo ci posò davantì la pedanella, e corsero indietro, verso la macchina. Ma non s’erano nemmeno voltati, che videro il Cagone che gli era venuto appresso. Giallo come un cadavere s’era chinato sul compressore, e arrotando i denti per lo sforzo, lo stava strappando dal suo posto, facendo uno sforzo che pareva che ci rimanesse. Respirava forte, e gli usciva una specie di rantolo dalla gola. «Che fai, a Cagò?» chiese affannato il Matto. Ma quello non rispondeva. Non c’era da scherzare, e Ugo fu preso dallo spagheggio. «Lassalo perde», fece, «che tanto è tignato!» Ma il Cagone non sentiva nessuno. Allora per fare alla sbrigativa, Ugo gli diede una mano. Sbullonarono da per terra il compressore, e lo portarono in due verso la macchina. Riuscirono a cacciarlo dentro, e il Cagone ci si sedette mezzo sopra, mentre la macchina partiva a razzo verso Fiumicino.
Tommaso se ne stava dritto, come una lumaca quando esce dalla sua casetta, e punta in alto le corna. Si guardava avanti, osservando la strada, verso il posto che diceva lui, con la faccia che gli era diventata quasi marone, come l’avesse messa sul fuoco, mentre che gli altri spartivano il morto. Smicciava invelenito i mucchi di palazzoni tutti uguali che volavano indietro, nel buio, poi le casette bigonze del Forte, poi la Parrocchietta in pizzo a una montagnola, poi tutte le campagne gonfie d’acqua come spugne, zozze, e finalmente il Trullo, coi lotti gialli in fila e quattro lampade accese che illuminavano il paesaggio della fame e della morte.
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Pier Paolo Pasolini
@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare |
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