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venerdì 6 febbraio 2026

Edipo Re: conferenza stampa di P.P.Pasolini al Lido di Venezia - Barbarica e arbitraria la ricostruzione - Il Piccolo, 4 settembre 1967, pag. 3.

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Foto © Euro International Film (EIA)

Edipo Re: conferenza stampa di Pasolini al Lido di Venezia
<< Barbarica e arbitraria la ricostruzione >>

Il Piccolo

4 settembre 1967

pag. 3

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )

A questo link, trovi tutte le interviste: Interviste a Pasolini - Le pagine Corsare 

Ha aggiunto soltanto un prologo e un epilogo Franco Citti questa volta è sicuro di vincere.

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Venezia Lido, 3

Non ha ancora trent'anni, nel '61 era un ragazzo della più squallida periferia romana, con poche lire in tasca, con un lavoro (quando c'era) incerto, con tanti amici come lui che gli facevano compagnia nelle scorribande in giro per le borgate e nelle «fughe» in città, alla ricerca di un mondo per loro esotico e sconosciuto. Il cinematografo lo conosceva soltanto attraverso le salette rionali di quarta visione. Oggi, Franco Citti è al Lido di Venezia per la terza volta.

La prima volta venne con «Accattone», la seconda con «Mamma Roma», la terza, adesso, con «Edipo re». Tre film con Pier Paolo Pasolini, l'uomo al quale Citti deve pressochè tutto. Tre film difficili, «impegnati», anticonformistici. Dalla folgorante scoperta del sottoproletariato romano alla poetica reinvenzione d'uno fra i più grandi e travagliati miti della civiltà occidentale.

Magliette multicolori di spugna, i capelli ricci, il sorriso aperto e accattivante, l'espressione sorniona e spesso sbigottita, Citti è convinto del futuro successo della pellicola: 

«Finora, i film di Pier Paolo non hanno avuto mai fortuna a Venezia. «Accattone» non lo vollero in concorso, e avrebbe sbaragliato il campo; «Mamma Roma» non lo vollero in concorso, e avrebbe sbaragliato il campo; «Mamma Roma» non lo capirono e non premiarono neppure la Magnani; questo vince, vince di sicuro».

La fortuna dell'ex-imbianchino ha conosciuto fasi alterne. Nè con Brunello Rondi («Una vita violenta»), nè con Marcel Carnè («Parigi proibita»), nè con Lizzani («Requiescant»), Citti è riuscito infatti a confermare quelle notevoli doti istintivamente istrioniche che Pasolini riesce a mettergli sempre in luce quand'è lui a dirigerlo. «E' uno straordinario "animale" cinematografico», scrisse una volta di lui un noto critico straniero allorchè «Accattone» venne proiettato e premiato a Londra. Adesso, perfino la TV gli fa la corte.

La grande sala naturalmente gremita, stamane, per la attesissima conferenza-stampa di Pasolini e del produttore Alfredo Bini, subito dopo la proiezione riservata agli inviati dei quotidiani. Botte e risposte abbastanza immediate, alcune perentoriamente icastiche. Pasolini parla con voce debole, ma tranquilla. E' emozionato, ma si cela attraverso le grandi lenti scure che non abbandona. Rompe il ghiaccio un giornalista italiano. 

«Perchè questi greci parlano in dialetto siciliano?»

«Non è vero. Edipo e Giocasta non parlano in siciliano. Gli altri si, i personaggi umili, il volgo. E' un espediente linguistico tutt'altro che inedito. da me già usato nel «Vangelo» di tre anni fa, per sottolineare con maggiore evidenza le differenze di classe».

Dal concetto di classe alla citazione di Marx il passo è brevissimo. 

«Sofocle è qui interpretato e rivissuto attraverso Marx e Sigmund Freud. Edipo è un piccolo-borghese moderno che vive allegoricamente una serie di complessi. Poi, rimossi i traumi infantili e divenuto cieco, si esperimenta la sua vena di poeta decadente (allorchè suona il flauto per la borghesia), questo lavoro gli si rivela inutile, allora intona un canto popolare davanti a una fabbrica, allarga anche qui sconsolato le braccia e ritorna nel «covo verde dei pioppi» dov'è stato allattato. La vita finisce là dove incomincia».

«Come si è svolto il lavoro puramente filologico della ricostruzione storico-ambientale?».

«Nessun lavoro filologico. Non si poteva ricostruire fedelmente un'età che non sappiamo neppure quale sia. Si ambienta sempre l'Edipo all'epoca della Grecia antica, quando cioè Sofocle compose la tragedia. Ma si dimentica che, quando i greci la rappresentavano, essi collocavano la vicenda tanti e tanti anni prima di loro, al tempo mitico della preistoria. Tutta l'idea centrale del mio film muove da questa semplice constatazione. Perciò Edino, Giocasta e Tiresia (lo straordinario Julian Beck, col quale non avevo mai lavorato) si muovono nel mito, al di fuori del tempo e della storia. Quasi tutti gli «esterni» sono girati in Marocco. Sulla porta dello studio di Danilo Donati, scenografo e costumista, avevamo affisso un cartello con due soli aggettivi: «barbarico e arbitrario».

L'ambientazione doveva quindi essere completamente barbarica e arbitraria. Ho aggiunto un prologo e un epilogo: il primo, che si svolge negli anni trenta, vede la nascita di Edipo, registra i suoi primi vagiti, i primi sguardi alla luce fino alla notte in cui assiste al «lungo e tranquillo amore» dei suoi genitori; il secondo, ambientato ai nostri giorni, ci fa assistere al girovagare disperato di Edipo cieco, sino a raggiungere i luoghi dove per la prima volta i suoi occhi distinsero e riconobbero la madre, quasi nella vita non avessero mai cercato altro. Quegli stessi occhi che, conosciuta ogni più drammatica esperienza, si chiudono per sempre. Come dirà Sofocle nell'«Edipo a Colono»: «Meglio sarebbe non essere mai nati o, una volta nati, ritornare là, da dove si proviene».

G. P.


Curatore, Bruno Esposito

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