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sabato 15 novembre 2025

Pier Paolo Pasolini: Appunto per una poesia in lappone - Lo sviluppo come destino? La profezia di Pasolini - La nuova gioventù

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Appunto per una poesia in lappone
Lo sviluppo come destino?
La profezia di Pasolini

"La nuova gioventù"

(Pubblicato per la prima volta in «Paese sera» del 5 gennaio 1974.)

( al testo segue commento)

Appunto per una poesia in lappone

Perché semi ha posto il problema della mancanza del verde o della solitudine della vecchiaia, un sindaco comunista si sente tenuto a risolverlo? (1) 

Di che si tratta? 

Della accettazione di una realtà fatale? 

E, visto che le cose stanno così, il dovere storico è quello di cercar di migliorarle attraverso l’entusiasmo comunista? 

Il «modello di sviluppo» è quello voluto dalla società capitalistica che sta per giungere alla massima maturità. Proporre altri modelli di sviluppo, significa accettare tale primo modello di sviluppo. Significa voler migliorarlo, modificarlo, correggerlo. 

No: non bisogna accettare tale «modello di sviluppo». 

E non basta neanche rifiutare tale «modello di sviluppo». 

Bisogna rifiutare lo «sviluppo». 

Questo «sviluppo»: perché è uno sviluppo capitalista. Esso parte da principi non solo sbagliati (anzi, essi non sono affatto sbagliati: in sé sono perfetti, sono i migliori dei principi possibili), bensì maledetti. Essi presuppongono trionfanti una società migliore e quindi tutta borghese. I comunisti che accettano questo «sviluppo», considerando il fatto che l’industrializzazione totale, e la forma di vita che ne consegue, è irreversibile, sarebbero indubbiamente realisti a collaborarvi, se la diagnosi fosse assolutamente giusta e sicura. 

E invece non è detto – e ci sono ormai le prove – che tale «sviluppo» debba continuare com’è cominciato. 

C’è anzi la possibilità di una «recessione». 

Cinque anni di «sviluppo» hanno reso gli italiani un popolo di nevrotici idioti, cinque anni di miseria possono ricondurli alla loro sia pur misera umanità. 

E allora – almeno i comunisti – potranno far tesoro dell’esperienza vissuta: e, poiché si dovrà ricominciare daccapo con uno «sviluppo», questo «sviluppo» dovrà essere totalmente diverso da quello che è stato. 

Altro che proporre nuovi «modelli» allo «sviluppo» quale esso è ora!


 (1) Il caso di Bologna è comunque (sia ben chiaro) ammirevole

Pier Paolo Pasolini


Appunto per una poesia in lappone

Pubblicato per la prima volta in «Paese sera» del 5 gennaio 1974 e poi nella raccolta "La nuova gioventù", con leggere varianti. Il testo fu scritto subito dopo il dibattito intitolato "Sviluppo economico modelli di vita" tenutosi sull'«Unità» del 23 dicembre 1973, come conferma lo stesso Pasolini. 

Commento

Pasolini non mira a una semplice polemica ideologica, ma formula una diagnosi culturale e una strategia politica. L’appunto di Pasolini affronta con nettezza il tema della legittimazione dello sviluppo come principio organizzatore della società. La formulazione dell’autore non è meramente polemica: essa articola una critica che tocca più piani — etico, politico, antropologico — e che si rivolge in modo esplicito a forze della sinistra che, secondo Pasolini, rischiano di diventare amministratrici del paradigma borghese. 

Negli anni del cosiddetto miracolo economico l’Italia subisce trasformazioni rapide: industrializzazione diffusa, urbanizzazione, omologazione dei consumi e mutamento delle forme di vita. Pasolini osserva questi fenomeni con una sensibilità antropologica e culturale che lo porta a interpretare lo sviluppo non come mero incremento economico ma come dispositivo simbolico. Questa prospettiva si distingue dal lessico economico tecnico perché concentra l’attenzione sui processi di soggettivazione, sulla cultura materiale e sulle pratiche quotidiane che lo sviluppo produce o cancella. Nel testo in esame lo sviluppo è descritto come un principio «maledetto» la cui accettazione comporta la trionfante affermazione di una società borghese.

L'appunto pasoliniano si struttura attorno a una sequenza argomentativa in tre mosse: problematizzazione dell’atteggiamento riformista, radicalizzazione della critica al concetto di sviluppo e proposta strategica negativa-positiva.

Pasolini inizia interrogando la logica per cui si cercano soluzioni tecniche a problemi prodotti dallo stesso sviluppo: domande retoriche smascherano la contraddizione insita nell’idea che un sindaco comunista debba «risolvere» fenomeni derivanti dall’avanzata industriale. La messa in scena di figure istituzionali consente all’autore di evidenziare il fraintendimento politico: occuparsi delle conseguenze senza mettere in discussione le cause equivale a legittimare il sistema.

L’autore passa da una critica degli effetti a una critica radicata nei principi. Lo sviluppo non è definito come semplicemente errato, bensì come «maledetto» perché produce una società borghese come fine ultimo. Questa scelta lessicale introduce una dimensione morale e quasi escatologica: lo sviluppo non è neutralmente migliorabile, è fondata su assunti che vanno rifiutati integralmente.

Pasolini non limita la sua posizione a un rifiuto passivo. Dopo aver rigettato l’idea che lo sviluppo sia irreversibile, apre alla possibilità storica della recessione come occasione politica: la crisi può essere dispositivo per ricominciare con principi diversi. Qui si intravvede un’ipotesi di strategia per la sinistra: non collaborare alla modernizzazione tout court, ma saper leggere la crisi come opportunità per ricostruire gli obiettivi collettivi.

La retorica del brano alterna interrogazione polemica e affermazioni perentorie; l’effetto è quello di mobilitare il lettore verso una scelta politica netta.

La diagnosi pasoliniana produce almeno tre implicazioni rilevanti per la teoria politica contemporanea:

1. Il passaggio da progetto politico a gestione tecnica dei processi economici configura una perdita di capacità di orientamento normativo. Pasolini mette in guardia contro una sinistra che diventa mera amministrazione di risultati produttivi, rinunciando a interrogarsi sui fini.

2. Se lo sviluppo ridefinisce soggettività, gusti e alterità, ogni progetto politico che non affronti questa dimensione sarà destinato a fallire nel trasformare profondamente la società. Interventi economici tecnici non bastano se non accompagnati da una politica culturale che rigeneri pratiche e significati.

3. La valorizzazione della crisi come momento rifondativo implica concepire strategie politiche che sappiano trasformare rotture strutturali in occasioni per ridefinire priorità sociali, in particolare riguardo al lavoro, alla cura, allo spazio pubblico e ai limiti ecologici.

L’appunto pasoliniano è un modello di critica formale e sostanziale allo sviluppo capitalistico. La sua forza sta nella capacità di connettere giudizio morale, diagnosi culturale e proposta politica. Per la ricerca sociale contemporanea il testo invita a ripensare la relazione fra crescita economica, soggettivazione e democrazia: non bastano politiche di mitigazione, serve immaginare alternative che ridefiniscano i fini collettivi. 

Bruno Esposito


Curatore, Bruno Esposito

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