"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini
Una postilla Per Salvatore Di Giacomo
Quaderni Internazionali di Poesia
fascicolo 8
anno 1947
pag. 117 e 118
( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )
Il De Robertis (nella Foce del 16 maggio 1912) notava nel primo Di Giacomo << una ineguaglianza spiacente nel verso e nelle immagini >>, un contrasto, due opposti momenti: da un lato un'eccessiva aderenza alla realtà, dall'altro un generico lirismo, due tendenze dialettali, dunque. Un primo superamento si avrebbe con O funneco verde, ossia con la vittoria di una compatta realtà sul lirismo intemperante; l'impasto definitivo, la sillabazione perfetta, avverrebbe poi nelle Canzone e Canzone nove, il capolavoro restando San Francisco. Ad ogni modo il De Robertis, pur insistendo eccessivamente su ragioni psicologiche (che ora, immaginiamo, rifiuterebbe) e pur accennando di sfuggita al motivo forse troppo caro alla critica digiacomiana, cioè a un'esalazione ideale, a una quintessenza melodica, ci mette implicitamente di fronte al Di Giacomo come di fronte a un poeta in lingua, riducendo quasi a nulla le inibizioni e le intimidazioni dell'abito critico dialettale. Ecco una prima prova a favore del Di Giacomo, dunque; resta però sempre da dimostrare in concreto, dopo l'enunciazione, la validità del secondo o del terzo Di Giacomo in confronto al primo. Il Flora (nell'introduzione alle Opere del Di Giacomo di Mondadori) cerca nel Nostro degli stadi ideali, non più cronologici (ad ogni modo: << il Di Giacomo sa invecchiare >>, dirà il Pancrazi), potendo così più
agevolmente giustificarli. In definitiva questi stadi o superamenti digiacomiani non sono altro che un duello indefinito tra lingua e dialetto, tra un napoletano-poesia e un napoletano-costume. << Dallo stadio che chiamammo veristico - scrive il Flora -il Di Giacomo passa al primo grado del suo canto nuovo, per un processo in cui il realismo è divenuto gioco e fiaba. Il canto si rifugia in un fatto metaforico, che sorge però sul vero e ne è soltanto una trascrizione analogica....>> Esattissimo. Indi più avanti a proposito di Nuttata 'e Natale: Qui Di Giacomo ha già toccato la sua musica nuova: la fantasia crea già un'estasi ch'è tutta vocale e lirica >>.
E ancora: << Nel poeta è la coscienza di quel suo gioco di toni e gradi ove la malizia vuol coprire una reale facilità di emozione, l'iperbole e l'ironia che abbiam detta allo stato puro.... vogliono rattenere una flagranza passionale e graduarne la confessione vocale. Così la musica non è scoperta nell'agevole superficie, ma attinta al suo luogo primevo donde sale per farsi il suo vero corpo e la sua vera ombra sonora >>. Si potrà così parlare di sillabe << dorate e scure >>, di << lirica nel sensa melodico e primordiale >> con tutte le infide suggestioni che se ne possono originare (la Grecia ecc.); ad ogni modo il Flora ha stabilito una volto per sempre il senso della melodicità diglacomiana, in altri critici sospettabile. Il Pancrazi, nella Rassegna d'Italia, dell'aprile '46, sposta l'attenzione lirica digiacomiana, dando il melodico come già acquisito: Questo vedere e isolare nell'occhio una delle tante cose del mondo in modo così esclusivo, solido, che intorno non c'è più altro (la vela bianca << nchiuvata >> sul mare, - la vela... << ca luce ncopp' 'o cielo d'oro >>: e il sentire ogni volta gli aspetti e le cose della natura come le sole che importano, le sole delle quali è fatto, non solo il mondo di fuori, ma delle quali, per i nostri pensieri e sentimenti, anche noi siamo fatti, questo è proprio il Di Giacomo: è la sua unità e compattezza poetica, o se piace meglio dire, il suo classicismo, << Esclusivo >>, << solido >>, << compattezza >>, << classicismo >>, parole inconciliabili col Di Gieccmo? Ma no, anzi perfettamente indicative. E noi aggiungeremmo altri esempi: la donna che compare << cchiù ghianca 'e n'ostia >>, la carezza sui capelli << addo 'a neve s'è fermata >> ecc. ecc. Ma poiché questi potrebbero essere improvvisi, verticali trasalimenti di una musica morbida, citiamo intere liriche, che hanno la compattezza miniata e nitida di certe Myricae: Nannina ( << Uocchie de suonno, nire, appassiunate >>), Comm'a nu mare ca cuieto pare, il secondo sonetto di 'O funneco, Irma, L'ombra... Accanto al noto Di Giacomo delle Ariette, alla sua felicissima monodia, sarebbe dunque riscontrabile un Di Giacomo più fermo e cristallino, la cui frase ha un giro discorsivo (non dialettalmente narrativo) in cui, come faceva il De Robertis, si potrebbe innestare un'istanza, una disamina psicologica; si veda del resto l'interpretazione di Anillo, animaluccio cantatore tanto del Flora che, più estesamente, del Pancrazi. Se dunque nell'ultimo stadio ideale del Di Giacomo, insieme a una musicalità greca convive un << verismo greco >> (quando greco corrisponda a puro, a lingua. pura), la lettura dell'intera opera digiacomiana ci offre la possibilità di una abbondantissima scelta fuori del dialetto, per la quale si possano fare tranquillamente col Flora le citazioni di Anacreonte, del Metastasio, del Cimarosa, dell'Impressionismo, delle ninfe di Armida, dei poeti provenzali e degli angeli-musici dell'Angelico.
A proposito dei due recenti volumi delle Opere di Salvatore Di Giacomo, in cui, a cura di F. Flora e di U. Vinciguerra, son comprese tutte le poesie, le novelle, le commedie, le cronache, con bibliografie e glossarii. I due volumi fanno parte della collana I classici moderni, edita dalla Casa Mondadori in Milano.
Pier Paolo Pasolini

Nessun commento:
Posta un commento