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martedì 15 dicembre 2020

Intervista a Pier Paolo Pasolini - Il futuro è già finito - «Panorama», 8 marzo 1973

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro






Intervista. Il futuro è già finito
Intervista di Massimo Conti


 

M.C. - La storia, allora ‘va avanti a forza di esagerazioni’?

P. - Certo. Di esagerazioni, di scandali, di tensioni.

M.C. - Lei dunque diceva che ci sono molti punti di contatto fra nazifascismo e gauchismo. Vuol spiegarci meglio questo concetto?

P. - Lo spiego esistenzialmente: oggi il fascista non ha bisogno di mentire fino in fondo, per ritrovarsi con i gauchisti. Basta che menta su alcuni punto. Per tutto il resto (l’atteggiamento, i miti che ha in testa, il linguaggio) l’identificazione non è difficile. Fascismo e gauchismo sono fondati sugli stessi principi filosofici (non, badi bene, ideologici e politici!). Si tratta di principi filosofici di carattere irrazionale-pragmatico.

M.C. - Che vuol dire?

P. - Che postulano obiettivi rigorosi, totali, assoluti, e, nel tempo stesso, danno il primato all’azione nei confronti del pensiero. La contropartita dell’irrazionalità è il mito dell’organizzazione. I nostri giovani mistici della politica sono anche formidabili organizzatori. Basta pensare alle loro manifestazioni di piazza, negli anni scorsi. Non si era mai visto nulla di simile, in passato. Il dato rivelatore dell’irrazionalismo sostanziale dei giovani è il verbalismo.

M.C. - E quali sono le caratteristiche del verbalismo?

P. - Le caratteristiche del verbalismo dei giovani sono un’assoluta scorrevolezza d’eloquio, una assoluta capacità di appianare qualsiasi difficoltà di pensiero. Qualsiasi concetto, anche il più complicato, si trasforma immediatamente, nei loro interventi, orali o scritti, in parole che lo semplificano, l’agevolano, lo rendono parlabile. Il lessico è tutto preso dalla sociologia.

P. - L’altra caratteristica del verbalismo è la stereotipia. Tutti i giovani usano le stesse frasi, come se dicessero a memoria un testo.

M.C. - Capelli lunghi e verbalismo. C’è un rapporto diretto tra i due fenomeni?

P. - I capelli lunghi sono un linguaggio inarticolato e ontologico, attraverso cui i giovani si esprimono nel modo più irrazionale possibile: cioè attraverso il silenzio. Il verbalismo non è che l’altra faccia del silenzio. Esso infatti scarica sulle parole il valore che dovrebbero avere le idee o i fatti o la ragione: in tal senso è l’equivalente del silenzio dei capelli. Nominalismo e dogmatismo si danno la mano.

M.C. - Lei, Pasolini, insiste molto sull’irrazionalismo dei giovani. Ma che c’è dietro?

P. - Uno stato di incertezza esistenziale, profondamente radicato, che sfiora un tragico senso di impotenza. Nel momento che i giovani depongono il loro invadente, violento e, in fondo, repressivo linguaggio, e li si coglie di sorpresa, appaiono estremamente smarriti. Non ho mai visto giovani così bisognosi del padre come i giovani di questa generazione. Quando non si sorvegliano, il loro sguardo si volge intorno mendicando aiuto.

M.C. - L’incertezza è il dato dei nevrotici. Allora i giovani…

P. - È quello che stavo per dire. Fino a dieci anni fa la nevrosi era riscontrata in individui, giovani o anziani, nell’enorme maggioranza appartenente alla borghesia. Adesso, invece, praticamente la nevrosi è dipinta nel viso di tutti. Non c’è viso di giovane che non ne mostri i segni deprimenti.

P. - E non soltanto i giovani borghesi. No. Questi pallori e queste precoci rughe che sono segni di complessi, di impotenza, di snobismi inespressi, di angosce arrivistiche senza meta, di sentimento categorico del dovere, si vedono anche nei proletari e nei sottoproletari. In uno studente, col padre avvocato o banchiera, questa nevrotica ribellione contro i padri (manifestata anche attraverso i capelli lunghi) aveva, almeno alle origini, ripeto, una forma di razionalità e di pensiero. Ma vada al Quarticciolo e si spieghi perché i ragazzi prendano quegli atteggiamenti, portino i capelli lunghi, si mascherino anch’essi e si travestano. Non è possibile che quei ragazzi siano in polemica con i loro padri, che fanno i muratori, i manovali, gli spazzini. Evidentemente la molla del fenomeno qui è l’imitazione. Una forma infima di bovarismo, che sta dilagando nelle periferie e nel mondo operaio.

M.C. - Del resto, l’umanità tende a diventare omogenea. Viene livellata dal nostro modo di vita, dal progresso…

P. - Ecco, arriviamo al punto. Il Quarticciolo, come tutto il mondo periferico, aveva in passato una propria cultura. La gente aveva dei propri principi, un suo modo di percepire il bene e il male, una sua moralità. Esprimevano quindi un loro modello umano. Quando un ragazzo di periferia andava al centro di Roma, era socialmente un modello che si opponeva al modello espresso dal centro borghese della città. Era orgoglioso di essere tale, adottava il proprio atteggiamento ‘malandrino’, da dritto, da bullo di borgata, e con questo si sentiva molto forte, si considerava innocentemente autorizzato a giudicare gli studenti degli ‘stronzi’.

P. - I ‘ragazzi di vita’ di cui ho parlato nei miei romanzi erano chiaramente un prodotto della cultura sottoproletaria romana. Ora invece fra centro e periferia, per via del progresso (auto, motoretta e televisione, che hanno ridotto o annullato le distanze) è caduta ogni barriera. E queste culture periferiche sono scomparse.

M.C. - Ed è una perdita grave?

P. - Eh sì, perché ogni cultura originaria, e particolare, è autentica. Insieme a tale cultura, i ‘ragazzi di vita’ hanno perduto tutto; la loro sicurezza, il loro linguaggio. I ragazzi di Roma non hanno più un gergo; non hanno più le loro belle invenzioni linguistiche; non sono più spiritosi. Dicono sempre delle cose ovvie, banali; parlano in modo disadorno, spoglio, grigio.

M.C. - I giovani, dunque, sono irrazionali, perché incerti, incerti perché nevrotici, nevrotici perché dissociati, culturalmente repressi. Abbiamo forse toccato il fondo del problema?

P. - Il fondo della questione è, appunto, la distruzione sistematica di tutte le culture diverse dalla cultura borghese. Se chiudo gli occhi, e penso alla storia della borghesia, vedo che tale storia si configura in un disegno coerente. Come in una tragedia greca. C’è un Nous, una Mente che crea, trasforma e distrugge le forme di vita a seconda dei propri bisogni.

M.C. - Una Mente borghese, dunque. Ma che significa per lei borghese?

P. - Non vorrei apparire qui in veste di filosofo. Sono uno scrittore che ha delle fantasie, che inventa schemi di favole. Quando parlo di Mente borghese, mi riferisco a un tipo di civiltà materialistica che oramai sta dando la sua impronta a tutto il mondo. Il mio discorso, poco ortodossamente classista, riguarda l’intera umanità.

M.C. - Anche l’umanità del mondo comunista?

P. - Anche. Io sono uno di quelli che accusano la Russia di essere uno Stato piccolo borghese.

M.C. - E la Cina?

P. - Anche la Cina. Benché essa sia l’unico Paese che per un momento, durante la rivoluzione culturale, ha preso coscienza di quel disegno della Mente volto, nel caso della Cina, a trasformare i contadini in piccolo borghesi. Ma la rivoluzione culturale è finita.

P. - Dicevo, dunque, che la Mente compie una serie di operazioni su scala mondiale che tendono ad assorbire tutte le culture ‘altre’, che sono poi le culture popolari, nel grande flusso della cultura borghese. Ciò serve a farle rientrare economicamente nel giro della produzione e del consumo. Luckàs dice che la borghesia deve rinnovarsi continuamente e condurre una continua critica su se stessa. La Mente borghese, quindi, è sempre ala ricerca di opposizioni e di ricambi. Anzi, se li crea continuamente.

M.C. - Un esempio?

P. - Hitler. La borghesia ha creato questo tipo di eroe sterminatore perché, a un certo punto aveva bisogno di espiare le colpe di destra attraverso una rivolta di estrema destra. Espiazione da cui, poi, infatti, è nata una borghesia più moderna, antifascista. E che, naturalmente, ha portato avanti i valori borghesi. Il nazismo è stato insomma una rabbia borghese rivolta contro la borghesia.

P. - Di questi esempi di rinnovamento anche violento dei valori dentro l’entropia – rinnovamento voluto dalla Mente borghese – se ne danno molti. A un certo punto della nostra storia poi è cominciata l’applicazione della scienza su vasta scala. Sono cambiati, per conseguenza, i mezzi di produzione. È nato un rapporto diverso tra produzione e consumo. Si sono sviluppate le tecniche dell’informazione. Si tratta stavolta non di un rinnovamento, ma di una vera e propria rivoluzione economica che sta scuotendo il mondo alle radici. Allora la Mente borghese della nostra favola ha dovuto creare all’interno del sistema non più una rivolta, ma un processo rivoluzionario.

M.C. - Che specie di rivoluzione?

P. - La contestazione giovanile, con tutti i suoi simboli. Che cosa voleva, in fondo, la borghesia? Voleva spazzare via tutto ciò che ostacolava i nuovi rapporti di produzione-consumo, cioè le impalcature e gli istituti della tradizione: la cultura, l’arte, il mondo artigianale, il mondo agricolo dei piccoli possidenti, la Chiesa stessa. Tutte cose di cui non aveva più bisogno. Ora la borghesia estetizzante, tradizionalistica e religiosa, non poteva compiere quest’opera da sola. Ha creato così una generazione di giovani contestatori. E i giovani hanno fatto quello che la mente comandava.

P. - Ma la contestazione ha minacciato, a un certo punto, l’esistenza stessa degli stati borghesi: in Francia, in Germania, in Italia…
Sì, ci sono state effettivamente delle violenze, nella contestazione, che erano davvero pericolose per la borghesia. Ma la Mente è troppo intelligente. Sa che, a un certo punto, bisogna anche rischiare.

M.C. - Quando lei scrisse una poesia contro i ragazzi dell’ultra sinistra che bastonavano i poliziotti sulle piazze di Italia, l’accusarono di essere contro i giovani. L’accusa si è ripetuta quando, di recente, ha scritto un articolo sulla degenerazione del linguaggio dei capelli. Anche tutto ciò che lei ci ha detto in quest’intervista ha un gusto polemico. Possiamo concludere che lei non crede ai giovani. 

P. - Non credo neanche ai vecchi. Il mio giudizio è negativo su tutta l’umanità, giovani e vecchi. Sentimentalmente bisogna avere comprensione, e sia pure fraterna pietà, per i giovani. Questa loro fondamentale sofferenza e incertezza nevrotica li rende vittime; attraverso la tragedia, li nobilita, e l’ansia ridà loro quell’innocenza che hanno perduto con l’allegria.

M.C. - Da che cosa deriva questo abissale pessimismo?

P. - Non amo il nuovo tipo di civiltà borghese, in cui mi tocca vivere, non amo l’applicazione della scienza, questo serrato, inesorabile, ciclo di produzione e consumo, non amo l’uomo trasformato in consumatore. Come non amo la scomparsa della cultura, dell’arte, dell’artigianato, del contadino, della religione… Quando i contadini erano soli nei campi e alzavano la frasca di ulivo per scongiurare il temporale, rappresentavano una forma autentica, reale, della vita umana. Era cultura, anche se sotto forma di un’oscura, rustica, religiosità.

M.C. - Si dice che la ribellione giovanile abbia anche una componente religiosa, mistica, addirittura. Lei è d’accordo su questo giudizio?

P. - Nei secoli passati gli asceti rifiutavano il mondo come regno del Diavolo. Ai nostri tempi gli ascetici capelloni che vagano nelle Americhe rifiutano il mondo come dominio della Produzione e del consumo. Anche il loro è un rifiuto mistico.

M.C. - E anche la ricerca religiosa dei capelloni, degli ‘hippie’ degli ‘yippie’ e degli ‘zippie’ americani rientrava nel disegno della Mente?

P. - Forse quella no. Perché se quella ricerca religiosa fosse arrivata alle estreme conseguenze, sarebbe stata la fine della civiltà borghese. Essa è perciò deviata immediatamente. Così i principi più rigorosi, culturali in senso profondo, ascetici, del movimento giovanile sono diventati moda, droga, India, sottocultura. La ricerca mistico-religiosa è parsa subito pericolosa alla Mente. Più ancora dei disordini nei campus americani.

M.C. - Perché più pericolosa? 

P. - Perché essa sì sarebbe stata una rivolta totale. Avrebbe colpito alle radici la civiltà razionalistica e materialistica che comprende, come ho spiegato, anche il mondo comunista.

M.C. - Di lei hanno anche detto che ha tendenze mistico religiose. È vero?

P. - Una ricerca mistico-religiosa non l’ho mai vissuta. Ho fatto, al contrario, una ricerca razionale. Appunto perché tendevo a forme religiose, cominciai a considerarle un pericolo. Tutto ciò che si ha in eccesso costituisce sempre un pericolo.

M.C. - Arriviamo alle conclusioni. I giovani non hanno contribuito a lenire il suo pessimismo di fondo sul conto dell’umanità. Non c’è proprio possibilità di salvezza?

P. - Ci sarà, ma non mi interessa. Perché dal momento in cui uno dice che c’è possibilità di salvezza, mette a tacere la propria coscienza.



Intervista di Massimo Conti, «Panorama», 8 marzo 1973.


Curatore, Bruno Esposito




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