"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pasolini "Poesie a Casarsa"
il giardino dell’anima e il canto dell’infanzia perduta
La giovinezza tra nostalgia e innocenza.
La raccolta 'Poesie a Casarsa' viene pubblicata il 14 luglio 1942, nei mesi più drammatici della seconda guerra mondiale, in un’Italia percorsa da pesanti tensioni politiche, sociali e linguistiche. In questo periodo, il regime fascista non solo reprime ogni dissenso politico, ma cerca di uniformare la nazione attraverso una politica di italianizzazione culturale e una conseguente marginalizzazione delle lingue e dei dialetti regionali. Scegliere di esordire pubblicamente con un’opera in dialetto, in particolare in un friulano “periferico” di Casarsa della Delizia — paese natio della madre di Pasolini — è dunque un atto di resistenza non solo culturale, ma anche politica, come dichiarerà in seguito lo stesso poeta:
«Nel dialetto vedevo l’ultima sopravvivenza di ciò che ancora è puro e incontaminato».
Pasolini nasce a Bologna nel 1922, da padre di origine romagnola e madre di famiglia friulana. I numerosi spostamenti dovuti al lavoro del padre rendono Casarsa una sorta di rifugio stabile nella sua geografia affettiva e culturale, accentuando il ruolo mitico di questo piccolo paese:
«vecchio borgo... grigio e immerso nella più sorda penombra di pioggia, popolato a stento da antiquate figure di contadini e intronato dal suono senza tempo della campana».
L’identificazione del luogo materno come patria elettiva si lega profondamente a una dimensione memoriale, sensoriale e linguistica, dove l’oralità del friulano rappresenta l’eco di una civiltà arcaica, antecedente alla modernità e ai suoi valori omologanti.
Il giovane Pasolini si distingue da subito per un acuto interesse verso la letteratura, specialmente quella dei lirici europei come Pascoli, Rimbaud, Mallarmé, oltre a un’attrazione spiccata per l’estetismo novecentesco. Si laurea in lettere a Bologna con una tesi su Pascoli, acquisendo una formazione letteraria raffinata (incentrata su tematiche come la dimensione mitica, la versatilità linguistica e la funzione evocativa della parola poetica), elementi che confluiranno direttamente nella sua sperimentazione friulana. La scelta del friulano di Casarsa non nasce da una padronanza nativa: in casa Pasolini, infatti, si parla soprattutto italiano, talvolta veneto, lasciando il friulano a un uso popolare, comunitario, legato alle vacanze estive. Come affermerà anni dopo, «il friulano non lo sapevo. Lo ricordavo parola per parola mentre inventavo quelle prime poesie». Questo rapporto “curioso” e complesso con la lingua madre è fondativo: la scelta del friulano di Casarsa nasce più da una tensione estetica, sentimentale e ideologica, che da una vera appartenenza linguistica, allontanando Pasolini da ogni etnografia realistica per avvicinarlo invece a una dimensione di esperimento stilistico e di mito personale.
La maturazione poetica di Pasolini si svolge materialmente e idealmente a Casarsa. Qui, nei primi anni '40, il poeta frequenta la comunità contadina, impara direttamente dalla parlata degli abitanti e fonda, nel 1945, l'Academiuta di lenga furlana insieme a un gruppo di giovani amici e intellettuali locali. L’Academiuta si propone di dare statuto letterario e dignità poetica alla varietà friulana di Casarsa, in opposizione tanto alla koinè regionale quanto alla tradizione borghese della poesia dialettale rappresentata da Pietro Zorutti. Il manifesto della nuova accademia, pubblicato sullo “Stroligut di cà da l’aga” (1945), afferma:
«Nel nostro friulano noi troviamo una vivezza, e una nudità, e una cristianità che possono riscattarlo dalla sua sconfortante preistoria poetica».
Si individua nella lingua viva e nel dialetto della piccola patria il luogo ancora non contaminato e capace di ricevere una funzione alta e lirica, come già avvenuto per il provenzale dei poeti trobadorici e di altri movimenti regionali europei.
Nel periodo casarsese, la vita di Pasolini è segnata da intensi contrasti: la scoperta dell’omosessualità, l’attivismo politico e la traumatica morte del fratello Guido (partigiano ucciso durante l’eccidio di Porzûs), il rapporto simbiotico con la madre e la marginalità sociale che ricade su di lui, specie dopo le accuse del 1949 che lo costringono a lasciare il Friuli e trasferirsi a Roma.
Il motivo centrale che attraversa la raccolta è il mito della “meglio gioventù”, l’adolescenza incantata e tragica che rappresenta per Pasolini la condizione ideale di esistenza, l'innocenza. La realtà friulana viene trasfigurata in una sorta di eden perduto dove i giovani, i bambini, i fanciulli incarnano una vitalità aspra, una purezza selvaggia destinata tuttavia a scomparire con la fine del tempo mitico e l’arrivo della modernità. Pasolini costruisce attraverso le sue liriche friulane una vera e propria epopea del corpo e della natura: il paesaggio, gli animali e i giovani diventano simboli di un’umanità arcaica, inscritta in un tempo ciclico e rituale. La morte, l’autunno, la sera e il motivo del lutto costellano i testi, che spesso celebrano la fine di una stagione e l’incombere di una perdita irrimediabile, come nel celebre poemetto “Il nìni muàrt”. Il paesaggio di Casarsa è protagonista assoluto: l’acqua delle fontane, le campane, il colore trascolorante della campagna, il ciclo delle stagioni, la pioggia e il fango, la sera che avvolge il villaggio – tutti elementi registrati con una precisione evocativa che ricorda la lezione pascoliana, ma ‘abbassati’ a una dimensione intima che li trasforma in simboli di un mondo interiore. La memoria si svela come sentimento centrale e dialettico, tra rimpianto e struggimento attivo (“Amo troppo il presente, lo amo con una violenza uguale al ricordo, alla memoria”). Lungi dall’essere mera elegia nostalgica, la ‘memoria’ in Pasolini è tensione conoscitiva, tentativo di rifondare ontologicamente e affettivamente il rapporto tra il soggetto e il suo mondo originario. Nonostante la distanza ideologica dalla Chiesa istituzionale, in queste prime poesie è fortissimo il senso di una religiosità arcana e popolare: la liturgia campestre, i riti domestici, la presenza della madre e della comunità vengono rievocate con un senso del sacro profondo e immanente. Il peccato, la colpa, il dolore della carne sono affrontati nella lingua dei padri, dislocando le tensioni dell’identità su un piano quasi sacrale.
Un altro asse tematico è il contrasto tra desiderio e colpa, tra vitalità del corpo ed eros, e il senso di colpa personale, sociale e religioso: la dimensione omoerotica, pur velata dal pudore idiomatico, attraversa molti testi, come filigrana di un “esilio esistenziale” che solo la lingua poetica può provvisoriamente placare. Questa tensione tra innocenza e colpa (reale o presunta) si risolve, almeno temporaneamente, nell’atto della scrittura, che nella raccolta assume quasi una funzione salvifica e catartica.
Uno degli aspetti stilistici più discussi e significativi della raccolta è l’uso personale, quasi ‘inventato’, del friulano casarsese. La lingua delle Poesie a Casarsa non corrisponde a una precisa varietà “reale” parlata, ma è piuttosto il risultato di una contaminazione tra dialetto locale (il friulano occidentale della riva destra del Tagliamento), la koinè letteraria friulana centrale, influssi lessicali veneti e il bisogno di una “lingua poetica assoluta”, distante sia dal friulano nativo sia dal popolare.
All’inizio degli anni ’40 la conoscenza che ha Pasolini del casarsese è approssimativa: i dolci suoni del friulano vengono riportati in poesia ma privi di una reale corrispondenza col vero friulano di Casarsa. In Poesie a Casarsa si incontrano elementi differenti e provenienti da diverse varietà di friulano (soprattutto dal friulano standard centro-orientale), nonché dall’italiano, che si fondono con la base casarsese. Il risultato è un “idioletto poetico” che aspira a una funzione simbolica spinta, di codice interiore, quasi mistico e musicale, che dà nuovo statuto al dialetto. La stessa presenza di italiano (nei titoli originali, nelle didascalie, talvolta nella sintassi) conferisce al testo una dimensione di transizione, una zona franca in cui si eludono le rigide gerarchie tra lingua colta e dialetto “basso”.
Lo sperimentalismo di Pasolini risente notevolmente della “rivoluzione” pascoliana, sia nella scelta del dialetto come strumento lirico, sia nelle tecniche di evocazione della realtà tramite il suono, l’insistenza sulla concretezza degli oggetti quotidiani, la sinestesia tra eco sensoriale, memoria e paesaggio. A questa matrice pascoliana si aggiunge una forte influenza simbolista, evidente nell’ossessione per la musicalità, la purezza del “segno”, la tensione ermetica e la ricerca di mitologie personali (Narciso, la madre, la sorella, il paesaggio mitico). Molte immagini sembrano rimandare anche agli ermetici italiani e alla poesia europea novecentesca: la parola è scarna, elusiva, introversa, spesso ellittica. Si avverte inoltre l’eco delle avanguardie provenzali e catalane, assimilate dallo studio di autori come Peire Vidal, Lorca e Machado. I componimenti sono generalmente brevi, costruiti su strofe agili, in prevalenza terzine endecasillabiche o quartine di settenari, con un’intonazione musicale che deriva tanto dalla tradizione, quanto dallo spirito di innovazione individuale. La raccolta si chiude con un dialogo di struttura medievale (“La domenica uliva”), a testimonianza della volontà di saldare arcaico e moderno, reale e fantastico. La scelta del verso, del ritmo e della struttura è sempre finalizzata a creare un effetto di evocazione, di straniamento, e, insieme, di immersione sensoriale (onomatopee, allitterazioni, suoni liquidi e vocalici vengono privilegiati nelle descrizioni di pioggia, sera, campagna). Il lessico scelto da Pasolini è estremamente selettivo e musicale, spesso di difficile accessibilità per chi non conosce la parlata friulana. Il dialetto viene nobilitato a strumento di poesia alta, rompendo la tradizionale subalternità del dialetto rispetto alla lingua nazionale e colta. Come sentenzia la critica coeva (Contini): “per la prima volta [il dialetto friulano] si impone, oltre i confini regionali, come strumento pieno e moderno”.
La scelta del friulano non è mero regionalismo o verismo: diventa il simbolo di una ricerca metafisica di autenticità, un tentativo di ritrovare “la lingua della poesia” stessa, intesa come pura, arcaica, non corrotta. Il friulano occidentalizzato di Casarsa assurge per Pasolini a «lingua pura per poesia», codificata come ormai libera dalle mediazioni storiche ed estetiche«, non corrotta dalla coscienza poetica». Per Pasolini la lingua della madre (“il dialetto materno”) non è solo un codice comunicativo, ma è la sostanza stessa del mito della memoria: il luogo in cui si depositano le tracce di una terra arcaica, restia alle modernizzazioni uniformanti e all’omologazione nazionale imposta dal regime fascista. L’uso del friulano è atto di libertà espressiva e dissenso, capace di restituire dignità a una cultura e a un popolo marginalizzati dalla storia ufficiale.
Nel contesto storico degli anni ’40, valorizzare il dialetto in poesia aveva anche un valore di opposizione al potere fascista: mentre il regime reprimere le lingue particolaristiche a favore di un’Italia monoliticamente italiana, il giovane intellettuale “scarica” la tensione ideologica e la sua posizione di outsider in una lingua “esclusa” e “reietta”, trasformandola in una nuova lingua letteraria. Non va trascurato l’aspetto di “violenza linguistica” insito nella raccolta: la lingua delle prime Poesie a Casarsa è una elaborazione personale, una “koinè poetica” che attinge dalla parlata locale, dalla letteratura dialettale, dalla lessicografia (es. il Vocabolario di Jacopo Pirona), e in parte anche dalla propria urgenza creativa. Nel processo di revisione che condurrà alla pubblicazione di La meglio gioventù, Pasolini corregge molti ibridismi e “imperfezioni”, segno di un apprendistato linguistico vissuto tutto dentro la lingua e la tradizione dei padri, ma anche oltre questi limiti. La fondazione dell’Academiuta nel 1945 rappresenta il coronamento del laboratorio linguistico-creativo che Pasolini aveva avviato con le Poesie a Casarsa. Attraverso la rivista “Stroligut”, l’Accademia diventa il luogo della maturazione ideologica e poetica di un’intera generazione di giovani intellettuali friulani, nel segno della “melodia infinita” e della tensione lirica che solo la lingua friulana sembra poter garantire.
Un esame linguistico-filologico delle Poesie a Casarsa mostra come il friulano usato dal giovane Pasolini sia inizialmente “ibridato”, distante tanto dalla parlata viva quanto dalla letteratura popolare friulana. Nel tempo, e ancora più nella riscrittura confluita in La meglio gioventù, Pasolini affina sensibilmente la padronanza delle strutture fonetiche, morfologiche e lessicali del casarsese orientale. Per Pasolini la lingua della poesia non è mai semplice registrazione del reale, ma continua reinvenzione, "violenza creativa", tesa all’istituzione di una lingua poetica altra, di statuto superiore e inclassificabile. La scelta di Pasolini inaugura una nuova epoca nella poesia dialettale italiana e viene riconosciuta subito da Gianfranco Contini come un “caso letterario” di importanza nazionale: “per la prima volta il dialetto accede all’aura della poesia moderna”, segnando la rottura con la tradizione vernacolare e borghese e aprendo la strada a una stagione neodialettale nel secondo Novecento.
Il modello pascoliano è essenziale: dalla scrittura meticolosa delle piccole cose, all’importanza del paesaggio, dalla predilezione per il dialetto alla concezione della poesia come memoria e restituzione del reale attraverso il filtro della sensibilità infantile. «Pascoli, per la poesia dell’Italia rurale, offre una identità precisa e un’autocoscienza che le permette di emergere accanto alla letteratura tradizionale». Unitamente a Pascoli, Pasolini assimila dalla poesia europea contemporanea il gusto simbolista (Mallarmé, Verlaine), la tensione verso la lingua assoluta, la frammentazione e la ambivalenza moderna (Rimbaud, Lorca, Machado), nonché la dimensione musicale e impressionista degli ermetici italiani (Ungaretti in primis). L’operazione pasoliniana si configura anche come rottura con la storia della poesia dialettale friulana, ancorata al modello di Pietro Zorutti e a una funzione sentimentale e vernacolare, che Pasolini considera ormai obsoleta. Il dialetto viene quindi riattivato come lingua della differenza e della modernità letteraria, non più semplice espressione del folklore regionale, bensì strumento di “melodia infinita” e di lacerazione esistenziale.
La raccolta rappresenta l’esordio assoluto di Pasolini e l’inizio di una parabola poetica che manterrà sempre come cifra il conflitto tra “dentro” e “fuori”, tra purezza e corruzione, tra realtà e mito personale. Tutte le fasi della sua produzione successive (dal ciclo friulano de La meglio gioventù, ai poemetti della maturità come Le ceneri di Gramsci, fino all’ultimo ciclo di La nuova gioventù) conserveranno il nucleo tematico e formale emerso a Casarsa:
La dialettica tra radici e spaesamento, centro e periferia, identità e alterità.La tensione tra linguaggio poetico assoluto e linguaggio popolare reale.La nostalgia di un’innocenza perduta e l’irrompere della storia nella vita personale e civile.
“Poesie a Casarsa” può dunque essere letta come la matrice segreta di tutta la produzione pasoliniana. La sua importanza va oltre la sperimentazione linguistica: rappresenta l’inizio di una “missione poetica” che vuole farsi non solo arte, ma anche testimonianza e impegno etico.
Evoluzione poetica di Pasolini: periodizzazione
Periodo friulano (1942-1954): dal dialetto come mito alla lingua come memoria
• Poesie a Casarsa inaugura la stagione mitica, antropologica, lirica della produzione pasoliniana. Il dialetto è lingua di innocenza e mito.
• La meglio gioventù amplia la raccolta originaria integrando nuove sezioni (“Suite furlana”, “El testament Coràn”, “Romancero”), accentuando la riflessione sulla storia, sulla condizione contadina, sull’impegno civile.
Periodo della crisi, della città e della storia (1954-1961)
• L’Usignolo della Chiesa Cattolica segna il passaggio alla lingua italiana, ma mantiene la tensione religiosa, morale, esistenziale che si leggeva già nella stagione friulana.
• Le ceneri di Gramsci e La religione del mio tempo esprimono l’incontro/scontro tra l’utopia della purezza e la realtà del sottoproletariato romano: la lingua poetica si fa più piana, discorsiva, in versi lunghi e spesso narrativi, ma resta fortemente musicale e confessionale.
Il mito del terzo mondo e la fine della poesia civile (anni Sessanta e Settanta)
• Poesia in forma di rosa, Trasumanar e organizzar, La nuova gioventù rappresentano la proiezione delle tematiche originarie verso il mito del terzo mondo, la crisi del soggetto e della civiltà italiana, il ritorno ciclico alla lingua friulana come residuo di autenticità ormai definitivamente perduta.
La meglio gioventù (1954)
Questa raccolta raccoglie gran parte delle Poesie a Casarsa e le nuove liriche friulane scritte fino al 1953, accompagnate da traduzione italiana e introdotte da una nuova attenzione filologica. Rispetto alle prove dell’esordio:
• La lingua si fa più precisa, più vicina al vero casarsese.
• Il tono lirico si accompagna a un maggiore impegno narrativo e civile: il ciclo del lavoro contadino, la guerra, la miseria, la Resistenza.
• La memoria personale si fa memoria storica collettiva: “El testament Coràn” ad esempio narra la storia di un giovane partigiano, rinnovando la tensione tra epica e lirica già intravista nelle “Poesie a Casarsa”.
• Ciò che resta, come nervatura dominante, è ancora il mito della giovinezza e la consapevolezza della caducità dell’innocenza.
L’Usignolo della Chiesa Cattolica (1958)
In questa raccolta, Pasolini abbandona il dialetto (pur restando a livello tematico nel Friuli dei “campi”, “rose”, “albe”) e sperimenta la lingua italiana come luogo di confessionalità, tensione religiosa, dramma della carne e della colpa:
• La dimensione autobiografica prevale su quella corale.
• Il paesaggio naturale e la memoria sono filtrati attraverso una spiritualità inquieta, in uno stile che alterna la prosa poetica alla lirica pura.
• Si avverte la transizione verso un realismo poetico più evidente, che culminerà nei poemetti romani e nell’impegno civile esplicito.
Le ceneri di Gramsci (1957)
I poemetti di questa raccolta, in italiano, rappresentano uno dei culmini della poesia pasoliniana:
• Il modello stilistico principale è la terzina dantesca/pascoliana, usata in modo innovativo ed epico.
• Vi è l’ingresso della tematica storica, politica e dell’impegno intellettuale e civile; la lingua si fa più saggistica, razionale, pur mantenendo la musicalità pascoliana.
• Il mito della gioventù e dell’innocenza si trasforma nel dramma del presente: la realtà delle borgate romane è vista con nostalgia e durezza insieme, e lo sguardo si fa dolorosamente intellettuale e critico.
Pasolini dichiara il suo dissidio: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere con te e contro te; con te nel cuore, in luce, contro te nelle buie viscere…”; l’anima friulana antica e il mondo dei poveri restano l’oggetto di una passione perduta e irrecuperabile.
Le Poesie a Casarsa sono oggetto di numerosi studi filologici, linguistici, critici. Tra i più significativi:
• Gianfranco Contini: recensisce immediatamente all’uscita la raccolta, segnalandone la forza innovativa, la qualità di “lingua inventata” e lo statuto di prima vera poesia dialettale moderna.
• Franco Brevini e Cesare Segre: sottolineano il ruolo di Pasolini nella rivitalizzazione della scrittura dialettale e il valore semiotico del suo “friulano assoluto”.
• Saggi riuniti nel Centro Studi di Casarsa: esaminano la maturazione poetico-linguistica e l’impatto della stagione friulana sullo sviluppo dell’opera pasoliniana complessiva.
• Le tesi universitarie recenti si concentrano sulla dimensione di “idioletto poetico”, sulla funzione antropologica del dialetto e sulla relazione tra memoria, spazio e identità.
La lettera di dedizione a Gianfranco Contini nella versione emendata de La meglio gioventù attesta il debito intellettuale e critico che lega Pasolini a questa figura, e il riconoscimento della funzione della raccolta come “atto fondativo” per la lirica dialettale contemporanea.
La prima edizione di Poesie a Casarsa: Bologna, Libreria Antiquaria Mario Landi, 14 luglio 1942; 300 copie numerate, stampate a spese dell’autore.
'Poesie a Casarsa' rappresenta non solo il punto di partenza della produzione pasoliniana, ma un laboratorio di sperimentazione linguistica, ideologica, politica e sentimentale che ancora oggi offre modelli di riflessione sull’identità, sulla lingua, sulla funzione della poesia. Il Friuli di Pasolini non è mai una semplice geografia: è l’emblema di ogni patria perduta, di ogni ricerca della purezza impossibile nell’età della modernità e della corruzione. Il dialetto, con la sua natura “inventata”, apre la strada ad altri esperimenti neodialettali e al recupero delle radici popolari nella letteratura nazionale. La forza della raccolta sta nella sua ambivalenza: luogo del ricordo e della perdita, della creatività e del lutto, della ribellione e della nostalgia. In essa la poesia prende statuto come lingua irrecuperabile, lingua assoluta, luogo sacro e profano di un’Italia arcaica che – grazie a Pasolini – si riscatta come mito universale.
Un approfondimento ulteriore è raccomandato sulle riscritture friulane della maturità, nella raccolta La nuova gioventù, dove il mito friulano subisce la frattura della modernità e l’ironia corrosiva della disillusione pasoliniana, e sul rapporto con la poesia dialettale italiana postunitaria, che trova proprio in Pasolini la figura di massimo rinnovamento e insieme di crisi più radicale.
Bruno Esposito










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