"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Accattone di Pasolini
(libro)
Prefazione di Carlo Levi
Ho visto Accattone, il film di Pier Paolo Pasolini, appena montato, ancora prima delle ultime rifiniture, degli ultimi tagli, di quel lavoro di minuta revisione che, eseguito di lì a poco dall’autore, lo ha portato a compiutezza. Ho avuto l’immediata certezza di trovarmi di fronte a un’opera singolare e importante, che pone dei problemi di linguaggio e di tecnica espressiva, e costringe a meditarli, che si può considerare e analizzare con gli stessi criteri di un libro o di un quadro, perché, ed è quello che più conta, è, con chiara evidenza, l’opera di un poeta.
Anzitutto colpisce la sua autenticità diretta, che non viene soltanto dalla scelta dei personaggi veri, e dal modo piano e naturale della narrazione, ma da una identificazione che non consente diaframmi estetizzanti. Avevo visto alcuni dei film così detti pasoliniani, cioè quelli che hanno utilizzato elementi dei suoi libri e del suo mondo e ai quali anche Pasolini ha dato un contributo come soggettista o sceneggiatore. Accattone non somiglia ad essi, non è pasoliniano. Perché quel mondo poetico (o, in se stesso, come materia, antipoetico) che è il contenuto della intuizione di Pasolini, non diventa qui mai esterno, ornamentale, né si devia in spettacolo o erotismo, ma si esprime in modo necessario, e trova un suo linguaggio.
Il linguaggio espressivo è il problema fondamentale di quest’opera. Il mondo di Accattone è un mondo precedente al linguaggio. Un sottoproletariato di uomini non ancora entrati nell’esistenza e nella coscienza. È il mondo delle borgate, accampato attorno alla città, in attesa eterna di entrarvi, respinto nel suo limbo dalle cose, dalla loro violenza ed offesa, e da se stesso, dalla sua estrema debolezza, prima e fuori dei drammi della libertà. La parola espressiva, che è libertà e coscienza, non esiste ancora in questo mondo. Di qui la necessità, nei libri di Pasolini, di creare una lingua, che non è veramente un dialetto, ma, in forme dialettali, un mondo di pre-espressione, limitato, qualunque sia la sua apparenza verbale, al grido, alla interiezione, alla manifestazione della pura vitalità, non ancora articolata e organizzata. Questo mondo di «rumore e furore» o, se si vuole, di «rabbia», non può possedere una lingua, ma solo le parole del rumore e del furore o della rabbia. Ma ha un aspetto, una apparenza, un discorso di gesti, di facce, di atteggiamenti, di stereotipie, di costumi, di magliette, di motociclette, di baracche e casupole, di fontanelle, di spiazzi, di polvere, di prati stenti; e il grigio del fango, della miseria, della malattia; e insieme una sua energia vitale, anarchica e desolata, non mai spenta nella destituzione, nell’uso strumentale del corpo; irrazionale e pura, a volte esplosiva. Questi aspetti sono evidenti all’occhio di chi guarda, sono l’espressione completa e diretta delle cose nel loro vivere e essere reali, nel loro pericolante crepuscolo, assai più delle parole, delle imprecazioni, del ragionamento, del dialogo. In questo senso si potrebbe forse sostenere che Pasolini abbia trovato nel film Accattone, ancor meglio che nei libri, la forma propria di quel mondo, che è più di cose e atti che di immagini verbali.
È un mondo squallido di destituzione, di afasia, e di estremità assoluta. Mentre nei libri di Pasolini esiste sempre un tentativo di liberazione esterno o ideologico (il partito, la malattia, ecc.), qui l’orizzonte della vicenda è chiuso, senza sviluppo o redenzione (i vaghi tentativi falliscono, Accattone non riesce – non lo può fisicamente – a lavorare, e neppure a rubare, che sarebbe già una specie di lavoro responsabile), e la liberazione non è che la morte, o il sogno premonitore della morte. Ma la liberazione, che non c’è nella vicenda dei personaggi, è interna all’opera: è una liberazione poetica, che si sente correre in tutto il film, che affiora più evidente in molti luoghi, nei visi, nei tetri paesaggi delle borgate, nella città come natura e foreste; e soprattutto in alcuni momenti intensissimi. Due volte scoppia, assurda e inattesa, una risata, che è il grido della vitalità pura nei momenti più neri di un mondo di solo bisogno: quando gli amici affamati e infidi cuociono gli spaghetti, e quando i tre ladri impossibili si siedono delusi e stanchi sul bordo del marciapiede, e uno, con la maglietta a righe, si leva una scarpa.
Per raggiungere questa intensità Pasolini si è servito di una tecnica diretta, asciutta, apparentemente ingenua, riprendendo (credo consapevolmente) alcuni dei modi di quella che fu l’avanguardia del grande periodo del cinematografo tra il ’30 e il ’35: modi poi (chissà perché) abbandonati e giudicati antiquati. Ora, riprendendoli, essi cambiano senso: non sono dell’avanguardia fuori tempo. Ecco, per esempio, il sogno, che è forse il capitolo più espressivo di tutta l’opera. Ha degli illustri precedenti, a partire da Charlot. Vi si giunge improvvisi, senza preparazione veristica. I napoletani, questa brutale violenza dal tremendo sorriso, muoiono nudi sotto le macerie dei muri crollati, e Accattone muore, seguendo il proprio funerale fino al cimitero domenicale. Accanto al cancello due bambini seminudi si stringono, macilenti e teneri, con l’evidenza di un’apparizione. Ma al di là del muro, oltre la fossa, si apre un paese di paradiso: il paradiso dei poveri, un paesaggio meridionale nudo e squallido, ampio, solitario e silenzioso. E, senza soluzione di continuità, la vicenda reale riprende, il vano seguirsi delle ore vuote, la vitalità senza appigli, e la morte violenta.
Così questo mondo si esprime nei suoi modi, con l’aspetto della sofferenza, col buio degli occhi, con la violenza di una vita muta, senza parola e senza sbocco, e col sogno.
Questi personaggi, e Accattone particolarmente, sono, miracolosamente, simpatici. Non avrebbero alcun motivo di esserlo: dovrebbero piuttosto essere odiosi, senza luce, fuori di ogni possibile convenzione o volontà di vita morale. Ma invece noi siamo con loro, e partecipiamo, e ci auguriamo che Accattone riesca ad essere un ladro, e abbiamo pietà dove non c’è nessuna pietà. Questa, penso, è una prova sicura. È il frutto e il segno di quell’amore intellettuale per cui Pasolini ha realizzato, con la più opaca delle materie, un’opera di poesia.
Carlo Levi

.jpg)

Grazie
RispondiElimina