"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Morte sul Fiume
Dal romanzo "Ragazzi di vita"
di Pier Paolo Pasolini
L'Avanti
17 luglio 1955
pag, 3
( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )
Suonarono da lontano le sirene del mezzogiorno.
«Fàmise er bagno, va»
si disse a voce alta
«sinnò er principale, che lo possino ammazzallo, se imbriaca, e li sordi cor cazzo che li pijo. Ce mancherebbe, che oggi dovessi da restà senza na brecola!»
Così dicendo si buttò a caposotto nel fiume, senza badare a Mariuccio che s’era già consolato e gli gridava dietro:
«’O sai che Genesio traversa fiume pure lui?»
Genesio gli fece:
«E statte zitto»,
e anziché farsi il bagno, si immerse a pensare un po’ sulle ultime cose. Ma poi s’incuriosì a quello che faceva il Riccetto in mezzo al fiume, e se lo stette a guardare attento come Borgo Antico e Mariuccio. S’avvicinò all’orlo dell’acqua, e voltandosi appena verso i fratellini tutti assorbiti dall’esibizione del Riccetto, fece a voce bassa:
«Dopo se ne tornamo a casa, è mejo, sinnò mamma piagne».
Data in fretta questa disposizione, si poté mettere a guardare in pace il Riccetto, che in mezzo al fiume alzava una moina che non finiva mai. Sbatteva le braccia come spatoloni acciaccando l’acqua e alzando secchi di schiuma, andava sotto con la capoccia tirando su il sedere e le cianche come una papera, faceva il morto a galla con la pancia in fuori cantando a tutta callara. Poi, con un improvviso voltafaccia, rifece rotta verso il trampolino, ci si arrampicò sgocciolando, e, dandosi un sacco di arie davanti ai pischellini che lo guardavano con la bocca aperta, si rituffò con un voletto all’angelo.
«Che traversi fiume Genè?»
gli gridarono dietro Mariuccio e Borgo Antico, tutti emozionati. Ma quello non li sentiva nemmeno, non li poteva sentire, nuotando dietro al Riccetto, con la bocca tenuta ben chiusa e alta, e la testa storta da una parte, per non bere.
Passò il correntino che lo trascinò un pezzetto in giù insieme alla zozzeria per qualche metro, poi sempre con le mani che si muovevano svelte svelte sott’acqua e la testa storta, attraversò l’altra metà del fiume. Il Riccetto frattanto era già arrivato sull’altra sponda, sotto la stria bianca degli acidi della varecchina, e si era anche ributtato subito in acqua, riprendendo a nuotare, svelto com’era andato, verso di qua. C’arrivò in poche bracciate, facendo ogni tanto il morto con la pancia in su e riprendendo a cantare, salì in cima alla scesa sopra il trampolino, e, sempre cantando, cominciò a fare ginnastica per asciugarsi. Il sole bruciava, a picco, e lì intorno, sotto la fabbrica della varecchina, c’era un caldo che pareva che la stessa aria bruciasse, mentre lontano, dalla parte tanto dei campi che della strada era sceso il silenzio accecante del mezzogiorno.
*
Genesio invece se n’era rimasto solo sull’altra riva. S’era messo seduto come faceva lui sotto il torrentello della varecchina, sulla melma nera appastata di bianco. Lì sopra, alle sue spalle, come una frana dell’inferno, s’alzava la scarpata cespugliosa con il muraglione della fabbrica, da dove sporgevano verdi e marroni delle specie di cilindri, di serbatoi, tutto un mucchio di scatoloni di metallo, dove il sole riverberava quasi nero per la troppa luce.
Mariuccio e Borgo Antico guardavano il fratello accucciato laggiù come un beduino:
«Tu non rivenghi a Genè?»
gli gridò con la sua vocetta Mariuccio, che si teneva sempre stretti contro le costole i panni arrotolati di Genesio.
«Mo vengo!»
fece Genesio di laggiù, senza forzare la voce, standosene fermo con la faccia tra le ginocchia. Il Riccetto si vestiva adagio adagio, accomodandosi i pedalini, e osservando con attenzione che non fossero messi a rovescio.
gridò allegramente a Genesio, come fu quasi pronto«Mo vado a avvertì li carabbinieri che state qqua»
«e pure vostro padre!»
Andandosene era ripreso dall’ottimismo: ma per stavolta s’accontentò di fare verso i piccoletti che lo smicciavano dal basso sospettosi, il solito segno di minaccia col braccio. Ma mentre se n’andava però, così mezzo rivoltato all’indietro, gettò un’occhiata per caso verso i muraglioni della fabbrica, e là in alto, in una finestrella sperduta in mezzo ai grandi cilindri blindati dei serbatoi, allumò la figura della figlia del custode, che s’era messa di brutto a pulire i vetri.
«Bbonaaa!»
fece il Riccetto subito mezzo ingrifato. Fece qualche passo avanti, poi si pentì e ci riguardò, poi fece ancora qualche passo verso il ponte, e si pentì un’altra volta. Lei era sempre lassù, a strofinare i vetri che brillavano come liquefatti nell’aria.
*
«A Genè, nun rivenghi de qua-a?»
continuava intanto a gridare con voce accorata Mariuccio. Genesio a quei richiami se ne stava zitto; poi tutt’a un botto si gettò in acqua, nuotò fino al correntino, ma però tornò subito indietro e si risiedette ammusolito sotto la scarpata e il muraglione.
«Nun torni a Genè?»
ripeté Mariuccio, deluso da com’erano andate le cose.
disse di laggiù Genesio«Rimano de qqua ancora un pochetto»
«se sta tanto bbene de qqua!»
«Daje, traversa!»
insistette Mariuccio con le corde del collo che gli si gonfiavano per lo sforzo che faceva a gridare. Pure Borgo Antico si mise a chiamarlo, e Fido abbaiava saltando di qua e di là, ma col muso sempre rivolto all’altra sponda, come se chiamasse pure lui.
Genesio allora s’alzò all’impiedi, si stirò un pochetto, come non usava fare mai, e poi gridò:
«Conto fino a trenta e me butto».
Stette fermo, in silenzio, a contare, poi guardò fisso l’acqua con gli occhi che gli ardevano sotto l’onda nera ancora tutta ben pettinata; infine si buttò dentro con una panciata. Arrivò nuotando alla svelta fin quasi al centro, proprio nel punto sotto la fabbrica, dove il fiume faceva la curva svoltando verso il ponte della Tiburtina. Ma lì la corrente era forte, e spingeva indietro, verso la sponda della fabbrica: nell’andata Genesio era riuscito facilmente a sorpassare il correntino, ma adesso al ritorno era un’altra cosa. Come nuotava lui alla cagnolina, gli serviva a stare a galla, non a avanzare. La corrente, tenendolo sempre nel mezzo, cominciò a spostarlo in giù verso il ponte.
«Daje, a Genè»
gli gridavano i fratellini da sotto il trampolino, che non capivano perché Genesio non venisse in avanti
«daje che se n’annamo!»
Ma lui non riusciva a attraversare quella striscia che filava tutta piena di schiume, di segatura e d’olio bruciato, come una corrente dentro la corrente gialla del fiume. Ci restava nel mezzo, e anziché accostarsi alla riva, veniva trascinato sempre più giù verso il ponte. Borgo Antico e Mariuccio col cane scapitollarono giù dalla gobba del trampolino, e cominciarono a correre svelti, a quattro zampe quando non potevano con due, cadendo e rialzandosi, lungo il fango nero della riva, andando dietro a Genesio che veniva portato sempre più velocemente verso il ponte. Così il Riccetto, mentre stava a fare il dritto con la ragazza che però continuava confusa come un’ombra a strofinare le lastre, se li vide passare tutti e tre sotto i piedi, i due piccoli che ruzzolavano gridando tra gli sterpi, spaventati, e Genesio in mezzo al fiume, che non cessava di muovere le braccine svelto svelto nuotando a cane, senza venire avanti di un centimetro. Il Riccetto s’alzò, fece qualche passo ignudo come stava giù verso l’acqua, in mezzo ai pungiglioni e lì si fermò a guardare quello che stava succedendo sotto i suoi occhi. Genesio ormai non ce la faceva più, povero ragazzino, sbatteva in disordine le braccia, ma sempre senza chiedere aiuto. Ogni tanto affondava sotto il pelo della corrente e poi risortiva un poco più giù; finalmente quand’era già quasi vicino al ponte, dove l’acqua bassa si rompeva e schiumeggiava sugli scogli, andò sotto per l’ultima volta, senza un grido, e si vide solo ancora per un poco affiorare la sua testina nera.
Il Riccetto, con le mani che gli tremavano, s’infilò in fretta i calzoni, che teneva sotto il braccio, senza più guardare verso la finestrella della fabbrica; stette un po’ lì fermo, senza sapere che fare.
«Tajamo, è mejo»
disse pallido tra sé il Riccetto, incamminandosi in fretta lungo il sentiero, verso la Tiburtina; andava anzi quasi di corsa, per arrivare sul ponte prima dei due ragazzini.
«Io je vojo bbene ar Riccetto, sa’!»
pensava. S’arrampicò scivolando, e aggrappandosi ai monconi dei cespugli su per lo scoscendimento coperto di polvere e di sterpi bruciati, fu in cima, e senza guardarsi indietro, imboccò ponte. Poté tagliare inosservato, perché, sia nella campagna che si stendeva intorno abbandonata, verso i mucchi di casette bianche di Pietralata e Monte Sacro, sia per la Tiburtina, in quel momento, non c’era nessuno; non passava neppure una macchina o uno dei vecchi autobus della zona; in quel gran silenzio si sentiva solo qualche carro armato, sperduto, dietro i campi sportivi di Ponte Mammolo, che arava col suo rombo l’orizzonte.
Pier Paolo Pasolini






Nessun commento:
Posta un commento