"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Una disperata vitalità
(da Poesia in forma di rosa, 1964)
(Stesura, in «cursus» di linguaggio «gergale»
corrente, dell'antefatto: Fiumicino, il vecchio
castello e una prima idea vera della morte.)
Come in un film di Godard: solo
in una macchina che corre per le autostrade
del Neo-capitalismo latino – di ritorno dall’aeroporto –
[là è rimasto Moravia, puro fra le sue valige]
solo, «pilotando la sua Alfa Romeo»
in un sole irriferibile in rime
non elegiache, perché celestiale
il più bel sole dell’anno –
come in un film di Godard:
sotto quel sole che si svenava immobile
unico,
il canale del porto di Fiumicino
una barca a motore che rientrava inosservata
i marinai napoletani coperti di cenci di lana
un incidente stradale, con poca folla intorno…
come in un film di Godard – riscoperta
del romanticismo in sede
di neocapitalistico cinismo, e crudeltà –
al volante
per la strada di Fiumicino,
ed ecco il castello (che dolce
mistero, per lo sceneggiatore francese,
nel turbato sole senza fine, secolare,
questo bestione papalino, coi suoi merli,
sulle siepi e i filari della brutta campagna
dei contadini servi)…
sono come un gatto bruciato vivo,
pestato dal copertone di un autotreno,
impiccato da ragazzi a un fico,
ma ancora almeno con sei
delle sue sette vite,
come un serpe ridotto a poltiglia di sangue
un’anguilla mezza mangiata
le guance cave sotto gli occhi abbattuti,
i capelli orrendamente diradati sul cranio
le braccia dimagrite come quelle di un bambino
un gatto che non crepa, Belmondo
che «al volante della sua Alfa Romeo»
nella logica del montaggio narcisistico
si stacca dal tempo, e v’inserisce
Se stesso:
in immagini che nulla hanno a che fare
con la noia delle ore in fila…
col lento risplendere a morte del pomeriggio…
La morte non è
nel non poter comunicare
ma nel non poter più essere compresi.
E questo bestione papalino, non privo
di grazia – il ricordo
delle rustiche concessioni padronali,
innocenti in fondo, com’erano innocenti
le rassegnazioni dei servi –
nel sole che fu,
nei secoli,
per migliaia di meriggi,
qui, il solo ospite,
questo bestione papalino, merlato
accucciato tra pioppeti di maremma,
campi di cocomeri, argini,
questo bestione papalino blindato
da contrafforti del dolce color arancio
di Roma, screpolati
come costruzioni di etruschi o romani,
sta per non poter più essere compreso.
II
(Senza dissolvenza, a stacco netto, mi rappresento
m un atto — privo di precedenti storici — di
«Industria culturale».)
lo volontariamente martirizzato... e,
lei di fronte, sul divano:
campo e controcampo, a rapidi flash,
«Lei — so che pensa, guardandomi,
in più domestica-italica M.F.
sempre alla Godard — lei, specie di Tennessee!»,
il cobra col golfino di lana
(col cobra subordinato
che screma in silenzio magnesio).
Poi forte: «Mi dice che cosa sta scrivendo?»
«Versi, versi, scrivo! versi!
(maledetta cretina,
versi che lei non capisce priva com'è
di cognizioni metriche! Versi!)
versi NON PIU' IN TERZINE!
Capisce?
Questo è quello che importa: non più in terzine!
Sono tornato tout court al magma !
Il Neo capitalismo ha vinto, sono
sul marciapiede
come poeta ah [singhiozzo]
e come cittadino [altro singhiozzo.»
E il cobro con il biro:
«Il titolo della Sua opera? «Non so. „
[Egli parla ora come intimidito, rivestendo
la parte che il colloquio, accettato, gli impone di
fare; come Sta poco
a stingere
la sua grinta
in un muso di mammarolo condannato a morte]
— forse... "La Persecuzione"
o... "Una nuova preistoria" (o Preistoria)
[E qui si inalbera, riacquista
la dignità dell'odio civile]
"Monologo sugli Ebrei".
[Casca
il discorso come la debolezza arsi
dell'ottonario scombinato: magmatico ! ]
«E di che parla?»
«Beh, della mia... della Sua, morte.
Non è nel non comunicare, [la morte]
ma nel non essere compresi..
(Se lo sapesse, il cobra
ch'è una fiacca pensata
fatta tomando da Fiumicino!)
Sono quasi tutte liriche, la cui composizione
di tempo e luogo
consiste, strano!, in una corsa in automobile.
meditazioni dai sessanta ai centoventi all'ora...
con veloci panoramiche, e carrellate
a seguire o a precedere
su significativi monumenti, o gruppi
di persone, spronanti
a un oggettivo amore... di cittadino
(o utente della strada)...»
III
Coloro che non ci appartengono più!
Trascinati da un nuovo soffio della storia
ad altre vite, con le loro innocenti gioventù !
Ricordo che fu... per un amore
che m'invadeva gli occhi castani e gli onesti calzoni,
la casa e la campagna, il sole del mattino e il sole
della sera... nei sabati buoni
del Friuli, nelle... Domeniche... Ah! , non posso
neanche pronunciare questa parola delle passioni
vergini, della mia morte (lista in un fosso
secco formicolante di primule,
tra filari tramortiti dall'oro, a ridosso
di casolari scuri contro un azzurro sublime).
Ricordo che in quell'arnore mostruoso
giungevo a gridare di dolore
le domeniche quando dovrà splendere
«sopra i figli dei figli, il sole!»
Piangevo, nel lettuccio di Casarsa,
nella camera che sapeva di orina e bucato
in quelle domeniche che splendevano a morte...
acrime incredibili! Non solo
per quello che perdevo, in quel momento
di struggente immobilità dello splendore,
ma per quello che avrei perso! Quando
nuove gioventù — che non potevo neanche pensare,
cosi uguali a quelle che ora si vestivano
di calzettoni bianchi e di giubbetti inglesi,
col fiore all'occhiello — o di stoffe
scure, per nozze, trattate con figliale gentilezza,
— avrebbero popolato la Casarsa delle vite future,
immutata, coi suoi sassi, e il suo sole
che la copriva di moribonda acqua d'oro...
Per un impeto epilettico di dolore
omicida, protestavo
come un condannato all'ergastolo, chiudendomi
in camera,
senza che del resto nessuno lo sapesse,
a urlare, con la bocca
tappata dalle coperte annerite
per le bruciature del ferro da stiro,
le care coperte di famiglia,
su cui covavo i fiori della mia gioventù.
E un dopopranzo, o una sera, urlando
Sono corso,
per le strade della domenica, dopo la partita,
al cimitero vecchio, là dietro la ferrovia,
a compiere, e a ripetere, fino al sangue
l'atto più dolce della vita,
io solo, sopra il mucchietto di terra
di due o tre tombe
di soldati italiani o tedeschi
senza nome sulle di assi
— sepolti lì dal tempo dell'altra guerra.
E la notte, tra le secche lacrime i corpi
sanguinanti di quei poveri ignoti
vestiti di panni grigioverdi
vennero in grappolo sopra il mio letto
dove dormivo nudo e svuotato,
a sporcarmi di sangue, fino all'aurora.
Avevo vent'anni, neanche — diciotto,
diciannove... era già passato un secolo
dacché ero vivo, una intera vita
consumata al dolore dell'idea
che non avrei mai potuto dare il mio amore
se non alla mia mano, o all'erba dei fossi,
o magari al terriccio di una tomba incustodita...
Vent'anni, e, con la sua storia umana, e il suo ciclo
di poesia, era conclusa una vita.
IV
(Ripresa dell'intervista, e confuse spiegazioni
sulla funzione del marxismo, ecc.)
(Ah, non è che una visita al mondo, la Inia!)
Ma ritorniamo alla realtà.
[Lei è qui, con la faccia visibilmente preoccupata ma alleggerita dalla buona educazione, che aspetta, nell'inquadratura «grigia», secondo la buona regola del classicismo francese. Un Léger.]
«Secondo lei allora — fa, reticente,
mordicchiando il biro — qual'è
la funzione del marxista?» E si accinge a notare.
«Con... delicatezza da batteriologo... direi [balbetto,
preso da impeti di morte]
spostare masse da eserciti napoleonici, staliniani..
con miliardi di annessi...
in modo che...
la massa che si dice conservatrice
[del Passato] lo perda:
la massa rivoluzionaria, lo acquisti
riedificandolo nell'atto di vincerlo..
È per l'Istinto di Conservazione
che sono comunista!
Uno spostamento
da cui dipende vita e morte: nei secoli dei secoli.
Farlo pian piano, come quando
un capitano del genio svita
la sicura di una bomba inesplosa, e,
per un attimo, può restare al mondo
(coi suoi moderni caseggiati, intorno al sole)
o esserne cancellato per sempre:
una sproporzione inconcepibile
tra i due corni!
Uno spostamento
da fare piano piano, tirando il collo,
chinandosi, raggricciandosi sul ventre,
mordendosi le labbra o stringendo gli occhi
come un giocatore di bocce
che, dimenandosi, cerca di dominare
il corso del suo tiro, di rettificarlo
verso una soluzione
che imposterà la vita nei secoli.»
V
La vita nei secoli...
A questo alludeva
dunque — ieri sera...
rattrappito nel breve segmento del suo gemito —
quel treno lontano...
Quel treno che gemeva
sconsolato, come stupito di esistere,
(e, insieme, rassegnato — perché ogni atto
della vita è un segmento già segnato in una linea
che è la vita stessa, chiara solo nel sogno)
gemeva quel treno, e l'atto del gemere
- impensabilmente lontano, oltre le Appie
e i Centocelle del mondo —
si univa a un altro atto: unione casuale,
mostruosa, cevellotica
e tanto privata
che solo oltre la linea dei miei occhi
magari chiusi, è possibile averne conoscenza...
Atto d'amore, il mio. Ma perso nella miseria
di un corpo concesso per miracolo,
nella fatica del nascondersi, nell'ansare
lungo una cupa strada ferrata, nel pestare il fango
in una campagna coltivata da giganti...
La vita nei secoli.
come una stella cadente
oltre il cielo dei giganteschi ruderi,
oltre le proprietà dei Caetani o dei Torlonia,
oltre le Tuscolane e le Capannelle del mondo —
quel gemito meccanico diceva:
la vita nei secoli...
E i miei sensi erano lì ad ascoltarlo.
Accarezzavo una testa arruffata e polverosa,
del color biondo che bisogna avere nella vita,
del disegno che vuole il destino,
e un di corpo cavallino agile e tenero
con la ruvida tela dei vestiti che sanno di madre:
compivo un atto d'amore,
ma i miei sensi stavano ad ascoltare:
la vita nei secoli
Poi la testa bionda del destino disparve
da un pertugio,
nel pertugio fu il cielo bianco della notte,
finché, contro quel lembo di cielo, apparve
un'altra pettinatura, un'altra nuca,
nera, forse, o castana: e io
nella grotta perduta nel cuore dei possessi
dei Caetani o i Torlonia
tra i ruderi costruiti da giganti seicenteschi
in giorni immensi di carnevale, io
ero coi sensi ad ascoltare...
la vita nei secoli..
Più volte nel pertugio contro il biancore
della notte che si perdeva
Oltre le Casiline del mondo,
spari e riapparve la testa del destino,
con la dolcezza ora della madre meridionale
ora del padre alcolizzato, sempre la stessa
testolina arruffata e polverosa, o già
composta nella vanità di una giovinezza
e io,
ero coi sensi ad ascoltare
la voce di un altro amore
- la vita nei secoli -
che si alzava purissima nel cielo.
VI
(Una vittoria fascista)
Mi guarda con pena.
«E... allora lei... — [sorriso mondano, goloso,
con coscienza della golosità e cattivante
ostentazione — occhi e denti fiammanti
di un leggero titubante disprezzo infantile
verso di sé] — allora lei, è molto infelice!»
«Eh (devo ammetterlo)
sono in uno stato di confusione, signorina.
Rileggendo il mio libro dattiloscritto
di poesia (questo, di cui parliamo)
ho avuto la visione... oh, magari fosse
solo di un caos di contraddizioni — le rassicuranti
contraddizioni... No, è la visione
di un'anima confusa...
Ogni falso sentimento
produce la sicurezza assoluta di averlo.
Il mio falso sentimento era quello...
della salute. Strano! dicendolo a lei
— incomprensiva per definizione,
con quel viso di bambola senza labbra —
verifico ora con chiarezza clinica
il fatto
di non aver mai avuto, io, alcuna chiarezza.
È vero che alle volte può bastare,
per essere sani (e chiari)
credere di esserlo... Tuttavia
(scriva, scriva ! ) la mia confusione
attuale è la conseguenza
di una vittoria fascista.
(nuovi, incontrollati, fedeli
impeti di morte]
Ona piccola, secondaria vittoria.
Facile, poi. Io ero solo:
con le mie ossa, una timida madre
spaventata, e la mia volontà.
L'obbiettivo era umiliare un umiliato.
Devo dirle che ci sono riusciti,
e senza neanche molta fatica. Forse
se avessero saputo che era così semplice
si sarebbero scomodati di meno, e in meno!
(Ahi, parlo, vede, con un plurale generico: Essi!
con l'amore ammiccante del matto verso il proprio male.)
I risultati di questa vittoria, poi,
anch'essi, contano ben poco: una firma
autorevole in meno negli appelli di pace.
Beh, a parte objecti, non è molto.
A parte objecti... Ma lasciamo stare:
ho descritto fin troppo,
e mai oralmente,
i miei dolori di verme pestato
che erige la sua testina e si dibatte
con ingenuità ripugnante, ecc.
Una vittoria fascista!
Scriva, scriva: sappiano (essi!) che lo so:
con la coscienza di un uccello ferito
che mitemente morendo non perdona.»
VII
Non perdona!
C'era un'anima, tra quelle che ancora
dovevano scendere nella vita
— tante, e tutte uguali, povere anime —
un'anima, in cui nella luce degli occhi castani,
nel modesto ciuffo pettinato da un'idea materna
della bellezza maschile,
ardeva il desiderio di morire.
La vide subito, colui
che non perdona.
La prese, la chiamò vicino a sé,
e, come un artigiano,
lassù nei mondi che precedono la vita,
le impose le mani sul capo
e pronunciò la maledizione.
Era un'anima candida e pulita,
come un ragazzetto alla prima comunione,
saggio della saggezza dei suoi dieci anni,
di bianco, di una stoffa
scelta dall'idea materna della grazia maschile,
con negli occhi tiepidi il desiderio di morire.
Ah, la vide subito, colui
che non perdona.
Vide l'infinita capacità di obbedire
e l'infinita capacità di ribellarsi:
la chiamò a sé, e operò su lei
- che lo guardava fiduciosa
come un agnello guarda il suo giusto carnefice —
la consacrazione a rovescio, mentre
nel suo sguardo cadeva
la luce, e saliva un'ombra di pietà.
«Tu scenderai nel mondo,
e sarai candido e gentile, equilibrato e fedele,
avrai un'infinita capacità di obbedire
e un'infinita capacità di ribellarti.
Sarai puro.
Perciò ti maledico.»
Vedo ancora il suo sguardo
pieno di pietà — e del leggero orrore
che si prova per colui che la incute,
—lo sguardo con cui si segue
chi va, senza saperlo, a morire,
e, per una necessità che domina chi sa e chi non sa,
non gli si dice nulla —
vedo ancora il suo sguardo,
mentre mi allontanavo
- dall'Eternità — verso la mia culla.
VIII
(Conclusione funerea: con tavola sinottica — ad
uso della facitrice del «pezzo» — della mia
carriera di poeta, e uno sguardo profetico al
mare dei futuri millenni.)
«Venni al mondo al tempo
dell'Analogica.
Operai
in quel campo, da apprendista.
poi ci fu la Resistenza
e io
lottai con le armi della poesia.
Restaurai la Logica, e fui
un poeta civile.
Ora è il tempo
della Psicagogica.
Posso scrivere solo profetando
nel rapimento della Musica
per eccesso di seme o di pietà.»
*
Se ora I 'Analogica sopravvive
e la Logica è passata di moda
(e io con lei:
non ho più richiesta di poeia),
la Psicagogica
c'è
(ad onta della Demagogia
sempre più padrona
della situazione).
È così
che io posso scrivere Temi e Treni
e anche Profezie;
da poeta civile, ah sì, sempre!»
*
«Quanto al futuro, ascolti:
i suoi figli fascisti
veleggeranno
verso i mondi della Nuova Preistoria.
lo me ne starò là,
qual è colui che suo dannaggio sogna
sulle rive del mare
in cui ricomincia la vita.
Solo,, o quasi, sul vecchio litorale
tra ruderi di antiche civiltà,
Ravenna
Ostia, o Bombay — è uguale —
con Dei che si scrostano, problemi vecchi
— quale la lotta di classe —
che
si dissolvono...
Come un partigiano
morto prima del maggio del'45,
comincerò piano piano a decompormi,
nella luce straziante di quel mare,
poeta e cittadino dimenticato.»
IX
(Clausola)
«Dio mio, ma allora cos'ha
lei all'attivo?
Io? — [un balbettio, nefando
non ho preso l'optalidon, mi trema la voce
di ragazzo malato] —
Io? Una disperata vitalità.»
Pier Paolo Pasolini
Tratta da "Poesia in fora di rosa
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