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sabato 5 luglio 2025

Pier Paolo Pasolini, Una disperata vitalità - da Poesia in forma di rosa, 1964

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Una disperata vitalità

(da Poesia in forma di rosa, 1964)


(Stesura, in «cursus» di linguaggio «gergale» 

corrente, dell'antefatto: Fiumicino, il vecchio 

castello e una prima idea vera della morte.) 


I

Come in un film di Godard: solo

in una macchina che corre per le autostrade

del Neo-capitalismo latino – di ritorno dall’aeroporto –

[là è rimasto Moravia, puro fra le sue valige]

solo, «pilotando la sua Alfa Romeo»

in un sole irriferibile in rime

non elegiache, perché celestiale

il più bel sole dell’anno –

come in un film di Godard:

sotto quel sole che si svenava immobile

unico,

il canale del porto di Fiumicino

una barca a motore che rientrava inosservata

i marinai napoletani coperti di cenci di lana

un incidente stradale, con poca folla intorno…

come in un film di Godard – riscoperta

del romanticismo in sede

di neocapitalistico cinismo, e crudeltà –

al volante

per la strada di Fiumicino,

ed ecco il castello (che dolce

mistero, per lo sceneggiatore francese,

nel turbato sole senza fine, secolare,

questo bestione papalino, coi suoi merli,

sulle siepi e i filari della brutta campagna

dei contadini servi)…

sono come un gatto bruciato vivo,

pestato dal copertone di un autotreno,

impiccato da ragazzi a un fico,

ma ancora almeno con sei

delle sue sette vite,

come un serpe ridotto a poltiglia di sangue

un’anguilla mezza mangiata

le guance cave sotto gli occhi abbattuti,

i capelli orrendamente diradati sul cranio

le braccia dimagrite come quelle di un bambino

un gatto che non crepa, Belmondo

che «al volante della sua Alfa Romeo»

nella logica del montaggio narcisistico

si stacca dal tempo, e v’inserisce

Se stesso:

in immagini che nulla hanno a che fare

con la noia delle ore in fila…

col lento risplendere a morte del pomeriggio…

La morte non è

nel non poter comunicare

ma nel non poter più essere compresi.

E questo bestione papalino, non privo

di grazia – il ricordo

delle rustiche concessioni padronali,

innocenti in fondo, com’erano innocenti

le rassegnazioni dei servi –

nel sole che fu,

nei secoli,

per migliaia di meriggi,

qui, il solo ospite,

questo bestione papalino, merlato

accucciato tra pioppeti di maremma,

campi di cocomeri, argini,

questo bestione papalino blindato

da contrafforti del dolce color arancio

di Roma, screpolati

come costruzioni di etruschi o romani,

sta per non poter più essere compreso.


II


(Senza dissolvenza, a stacco netto, mi rappresento 

m un atto — privo di precedenti storici — di 

«Industria culturale».) 

lo volontariamente martirizzato... e, 

lei di fronte, sul divano: 

campo e controcampo, a rapidi flash, 

«Lei — so che pensa, guardandomi, 

in più domestica-italica M.F. 

sempre alla Godard — lei, specie di Tennessee!», 

il cobra col golfino di lana 

(col cobra subordinato

che screma in silenzio magnesio). 

Poi forte: «Mi dice che cosa sta scrivendo?» 

«Versi, versi, scrivo! versi! 

(maledetta cretina, 

versi che lei non capisce priva com'è 

di cognizioni metriche! Versi!) 

versi NON PIU' IN TERZINE! 

Capisce? 

Questo è quello che importa: non più in terzine! 

Sono tornato tout court al magma ! 

Il Neo capitalismo ha vinto, sono 

sul marciapiede 

come poeta ah [singhiozzo] 

e come cittadino [altro singhiozzo.» 

E il cobro con il biro: 

«Il titolo della Sua opera? «Non so. „ 

[Egli parla ora come intimidito, rivestendo 

la parte che il colloquio, accettato, gli impone di 

fare; come Sta poco 

a stingere 

la sua grinta 

in un muso di mammarolo condannato a morte] 

— forse... "La Persecuzione" 

o... "Una nuova preistoria" (o Preistoria) 

[E qui si inalbera, riacquista 

la dignità dell'odio civile] 

"Monologo sugli Ebrei". 

[Casca 

il discorso come la debolezza arsi 

dell'ottonario scombinato: magmatico ! ] 

«E di che parla?» 

«Beh, della mia... della Sua, morte. 

Non è nel non comunicare, [la morte] 

ma nel non essere compresi.. 

(Se lo sapesse, il cobra 

ch'è una fiacca pensata 

fatta tomando da Fiumicino!) 

Sono quasi tutte liriche, la cui composizione 

di tempo e luogo 

consiste, strano!, in una corsa in automobile. 

meditazioni dai sessanta ai centoventi all'ora... 

con veloci panoramiche, e carrellate 

a seguire o a precedere 

su significativi monumenti, o gruppi 

di persone, spronanti 

a un oggettivo amore... di cittadino 

(o utente della strada)...» 



«Ah, ah — [è la cobra con la biro che ride]

chi è che non comprende?»

«Goro che non ci appartengono più.»


III


Coloro che non ci appartengono più! 

Trascinati da un nuovo soffio della storia 

ad altre vite, con le loro innocenti gioventù ! 

Ricordo che fu... per un amore 

che m'invadeva gli occhi castani e gli onesti calzoni, 

la casa e la campagna, il sole del mattino e il sole 

della sera... nei sabati buoni 

del Friuli, nelle... Domeniche... Ah! , non posso 

neanche pronunciare questa parola delle passioni 

vergini, della mia morte (lista in un fosso 

secco formicolante di primule, 

tra filari tramortiti dall'oro, a ridosso 

di casolari scuri contro un azzurro sublime). 

Ricordo che in quell'arnore mostruoso 

giungevo a gridare di dolore 

le domeniche quando dovrà splendere 

«sopra i figli dei figli, il sole!» 

Piangevo, nel lettuccio di Casarsa, 

nella camera che sapeva di orina e bucato 

in quelle domeniche che splendevano a morte... 

acrime incredibili! Non solo 

per quello che perdevo, in quel momento 

di struggente immobilità dello splendore, 

ma per quello che avrei perso! Quando 

nuove gioventù — che non potevo neanche pensare, 

cosi uguali a quelle che ora si vestivano 

di calzettoni bianchi e di giubbetti inglesi, 

col fiore all'occhiello — o di stoffe 

scure, per nozze, trattate con figliale gentilezza, 

— avrebbero popolato la Casarsa delle vite future, 

immutata, coi suoi sassi, e il suo sole 

che la copriva di moribonda acqua d'oro... 

Per un impeto epilettico di dolore 

omicida, protestavo 

come un condannato all'ergastolo, chiudendomi 

in camera, 

senza che del resto nessuno lo sapesse, 

a urlare, con la bocca 

tappata dalle coperte annerite 

per le bruciature del ferro da stiro, 

le care coperte di famiglia, 

su cui covavo i fiori della mia gioventù. 

E un dopopranzo, o una sera, urlando 

Sono corso, 

per le strade della domenica, dopo la partita, 

al cimitero vecchio, là dietro la ferrovia, 

a compiere, e a ripetere, fino al sangue 

l'atto più dolce della vita, 

io solo, sopra il mucchietto di terra 

di due o tre tombe 

di soldati italiani o tedeschi

senza nome sulle di assi 

— sepolti lì dal tempo dell'altra guerra. 

E la notte, tra le secche lacrime i corpi 

sanguinanti di quei poveri ignoti 

vestiti di panni grigioverdi 

vennero in grappolo sopra il mio letto 

dove dormivo nudo e svuotato, 

a sporcarmi di sangue, fino all'aurora. 

Avevo vent'anni, neanche — diciotto, 

diciannove... era già passato un secolo 

dacché ero vivo, una intera vita 

consumata al dolore dell'idea 

che non avrei mai potuto dare il mio amore 

se non alla mia mano, o all'erba dei fossi, 

o magari al terriccio di una tomba incustodita... 

Vent'anni, e, con la sua storia umana, e il suo ciclo 

di poesia, era conclusa una vita. 


IV


(Ripresa dell'intervista, e confuse spiegazioni 

sulla funzione del marxismo, ecc.) 


(Ah, non è che una visita al mondo, la Inia!) 


Ma ritorniamo alla realtà. 


[Lei è qui, con la faccia visibilmente preoccupata ma alleggerita dalla buona educazione, che aspetta, nell'inquadratura «grigia», secondo la buona regola del classicismo francese. Un Léger.] 


«Secondo lei allora — fa, reticente, 

mordicchiando il biro — qual'è 

la funzione del marxista?» E si accinge a notare. 

«Con... delicatezza da batteriologo... direi [balbetto, 

preso da impeti di morte] 

spostare masse da eserciti napoleonici, staliniani.. 

con miliardi di annessi... 

in modo che... 

la massa che si dice conservatrice

[del Passato] lo perda: 

la massa rivoluzionaria, lo acquisti 

riedificandolo nell'atto di vincerlo.. 

È per l'Istinto di Conservazione 

che sono comunista! 

Uno spostamento 

da cui dipende vita e morte: nei secoli dei secoli.

Farlo pian piano, come quando 

un capitano del genio svita 

la sicura di una bomba inesplosa, e, 

per un attimo, può restare al mondo 

(coi suoi moderni caseggiati, intorno al sole) 

o esserne cancellato per sempre: 

una sproporzione inconcepibile 

tra i due corni! 

Uno spostamento 

da fare piano piano, tirando il collo, 

chinandosi, raggricciandosi sul ventre, 

mordendosi le labbra o stringendo gli occhi

come un giocatore di bocce

che, dimenandosi, cerca di dominare 

il corso del suo tiro, di rettificarlo 

verso una soluzione 

che imposterà la vita nei secoli.»



La vita nei secoli... 

A questo alludeva 

dunque — ieri sera... 

rattrappito nel breve segmento del suo gemito — 

quel treno lontano... 

Quel treno che gemeva 

sconsolato, come stupito di esistere, 

(e, insieme, rassegnato — perché ogni atto 

della vita è un segmento già segnato in una linea 

che è la vita stessa, chiara solo nel sogno) 

gemeva quel treno, e l'atto del gemere 

- impensabilmente lontano, oltre le Appie 

e i Centocelle del mondo — 

si univa a un altro atto: unione casuale, 

mostruosa, cevellotica 

e tanto privata 

che solo oltre la linea dei miei occhi

magari chiusi, è possibile averne conoscenza... 

Atto d'amore, il mio. Ma perso nella miseria 

di un corpo concesso per miracolo, 

nella fatica del nascondersi, nell'ansare 

lungo una cupa strada ferrata, nel pestare il fango 

in una campagna coltivata da giganti... 

La vita nei secoli. 

come una stella cadente

 oltre il cielo dei giganteschi ruderi, 

oltre le proprietà dei Caetani o dei Torlonia, 

oltre le Tuscolane e le Capannelle del mondo — 

quel gemito meccanico diceva: 

la vita nei secoli... 

E i miei sensi erano lì ad ascoltarlo. 

Accarezzavo una testa arruffata e polverosa,

del color biondo che bisogna avere nella vita, 

del disegno che vuole il destino, 

e un di corpo cavallino agile e tenero 

con la ruvida tela dei vestiti che sanno di madre: 

compivo un atto d'amore, 

ma i miei sensi stavano ad ascoltare: 

la vita nei secoli 

Poi la testa bionda del destino disparve 

da un pertugio,

nel pertugio fu il cielo bianco della notte, 

finché, contro quel lembo di cielo, apparve 

un'altra pettinatura, un'altra nuca, 

nera, forse, o castana: e io 

nella grotta perduta nel cuore dei possessi 

dei Caetani o i Torlonia 

tra i ruderi costruiti da giganti seicenteschi 

in giorni immensi di carnevale, io 

ero coi sensi ad ascoltare... 

la vita nei secoli.. 

Più volte nel pertugio contro il biancore 

della notte che si perdeva 

Oltre le Casiline del mondo, 

spari e riapparve la testa del destino, 

con la dolcezza ora della madre meridionale 

ora del padre alcolizzato, sempre la stessa 

testolina arruffata e polverosa, o già 

composta nella vanità di una giovinezza 

e io, 

ero coi sensi ad ascoltare 

la voce di un altro amore 

- la vita nei secoli - 

che si alzava purissima nel cielo. 


VI


(Una vittoria fascista) 


Mi guarda con pena. 

«E... allora lei... — [sorriso mondano, goloso, 

con coscienza della golosità e cattivante 

ostentazione — occhi e denti fiammanti 

di un leggero titubante disprezzo infantile 

verso di sé] — allora lei, è molto infelice!» 

«Eh (devo ammetterlo) 

sono in uno stato di confusione, signorina. 

Rileggendo il mio libro dattiloscritto 

di poesia (questo, di cui parliamo) 

ho avuto la visione... oh, magari fosse 

solo di un caos di contraddizioni — le rassicuranti 

contraddizioni... No, è la visione 

di un'anima confusa... 

Ogni falso sentimento 

produce la sicurezza assoluta di averlo. 

Il mio falso sentimento era quello... 

della salute. Strano! dicendolo a lei 

— incomprensiva per definizione, 

con quel viso di bambola senza labbra — 

verifico ora con chiarezza clinica 

il fatto 

di non aver mai avuto, io, alcuna chiarezza. 

È vero che alle volte può bastare, 

per essere sani (e chiari) 

credere di esserlo... Tuttavia 

(scriva, scriva ! ) la mia confusione 

attuale è la conseguenza 

di una vittoria fascista. 

(nuovi, incontrollati, fedeli 

impeti di morte] 

Ona piccola, secondaria vittoria. 

Facile, poi. Io ero solo: 

con le mie ossa, una timida madre 

spaventata, e la mia volontà. 

L'obbiettivo era umiliare un umiliato. 

Devo dirle che ci sono riusciti, 

e senza neanche molta fatica. Forse 

se avessero saputo che era così semplice 

si sarebbero scomodati di meno, e in meno! 

(Ahi, parlo, vede, con un plurale generico: Essi! 

con l'amore ammiccante del matto verso il proprio male.) 

I risultati di questa vittoria, poi, 

anch'essi, contano ben poco: una firma 

autorevole in meno negli appelli di pace. 

Beh, a parte objecti, non è molto. 

A parte objecti... Ma lasciamo stare: 

ho descritto fin troppo,

e mai oralmente, 

i miei dolori di verme pestato 

che erige la sua testina e si dibatte 

con ingenuità ripugnante, ecc. 

Una vittoria fascista! 

Scriva, scriva: sappiano (essi!) che lo so: 

con la coscienza di un uccello ferito 

che mitemente morendo non perdona.» 


VII


Non perdona! 

C'era un'anima, tra quelle che ancora 

dovevano scendere nella vita 

— tante, e tutte uguali, povere anime — 

un'anima, in cui nella luce degli occhi castani, 

nel modesto ciuffo pettinato da un'idea materna 

della bellezza maschile, 

ardeva il desiderio di morire. 

La vide subito, colui 

che non perdona.

La prese, la chiamò vicino a sé, 

e, come un artigiano, 

lassù nei mondi che precedono la vita, 

le impose le mani sul capo 

e pronunciò la maledizione. 

Era un'anima candida e pulita, 

come un ragazzetto alla prima comunione, 

saggio della saggezza dei suoi dieci anni, 

di bianco, di una stoffa 

scelta dall'idea materna della grazia maschile, 

con negli occhi tiepidi il desiderio di morire. 

Ah, la vide subito, colui 

che non perdona. 

Vide l'infinita capacità di obbedire 

e l'infinita capacità di ribellarsi: 

la chiamò a sé, e operò su lei 

- che lo guardava fiduciosa 

come un agnello guarda il suo giusto carnefice — 

la consacrazione a rovescio, mentre 

nel suo sguardo cadeva 

la luce, e saliva un'ombra di pietà. 

«Tu scenderai nel mondo, 

e sarai candido e gentile, equilibrato e fedele, 

avrai un'infinita capacità di obbedire 

e un'infinita capacità di ribellarti. 

Sarai puro. 

Perciò ti maledico.» 

Vedo ancora il suo sguardo 

pieno di pietà — e del leggero orrore 

che si prova per colui che la incute, 

—lo sguardo con cui si segue 

chi va, senza saperlo, a morire, 

e, per una necessità che domina chi sa e chi non sa, 

non gli si dice nulla — 

vedo ancora il suo sguardo, 

mentre mi allontanavo 

- dall'Eternità — verso la mia culla.


VIII 


(Conclusione funerea: con tavola sinottica — ad 

uso della facitrice del «pezzo» — della mia 

carriera di poeta, e uno sguardo profetico al 

mare dei futuri millenni.) 

«Venni al mondo al tempo 

dell'Analogica. 

Operai 

in quel campo, da apprendista. 

poi ci fu la Resistenza

e io 

lottai con le armi della poesia.

Restaurai la Logica, e fui 

un poeta civile. 

Ora è il tempo 

della Psicagogica. 

Posso scrivere solo profetando 

nel rapimento della Musica 

per eccesso di seme o di pietà.» 

*

Se ora I 'Analogica sopravvive

e la Logica è passata di moda

(e io con lei: 

non ho più richiesta di poeia), 

la Psicagogica 

c'è

(ad onta della Demagogia 

sempre più padrona 

della situazione). 

È così 

che io posso scrivere Temi e Treni 

e anche Profezie; 

da poeta civile, ah sì, sempre!» 

*

«Quanto al futuro, ascolti: 

i suoi figli fascisti 

veleggeranno 

verso i mondi della Nuova Preistoria. 

lo me ne starò là, 

qual è colui che suo dannaggio sogna 

sulle rive del mare 

in cui ricomincia la vita. 

Solo,, o quasi, sul vecchio litorale 

tra ruderi di antiche civiltà, 

Ravenna 

Ostia, o Bombay — è uguale — 

con Dei che si scrostano, problemi vecchi 

— quale la lotta di classe — 

che

si dissolvono... 

Come un partigiano 

morto prima del maggio del'45, 

comincerò piano piano a decompormi, 

nella luce straziante di quel mare, 

poeta e cittadino dimenticato.» 


IX


(Clausola) 


«Dio mio, ma allora cos'ha 

lei all'attivo? 

Io? — [un balbettio, nefando 

non ho preso l'optalidon, mi trema la voce

di ragazzo malato] — 

Io? Una disperata vitalità.» 

Pier Paolo Pasolini


Tratta da "Poesia in fora di rosa

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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