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Biografia, lavori in corso - a breve anche il 1974 e il 1975

domenica 30 gennaio 2022

Alfredo Bini e Pier Paolo Pasolini - Una collaborazione finita senza rancori

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Una collaborazione finita senza rancori

Alfredo Bini Hotel Pasolini - Un’autobiografia

Dietro le quinte del cinema italiano -

 A cura di Simone Isola e Giuseppe Simonelli 

Il Saggiatore


     In molti mi hanno chiesto i reali motivi della fine della collaborazione tra me e Pasolini, come se dietro questa separazione professionale ci fosse un segreto inconfessabile. La mia non è reticenza: non ci fu un vero e proprio motivo, tutto qui. Il rapporto andò incontro a un normale, e credo inevitabile, logoramento. Qualche volta ho avuto la sensazione, una sensazione curiosa, che ormai tutto fosse inutile – metodi di valutazione che non collimavano, idee non più comuni, discorsi diversi – e che rimanesse un’unica possibilità: ricominciare da capo. Da zero. Come se si giocasse alla roulette e ci si ostinasse a puntare con accanimento le fiches a un tavolo cui manca il croupier. Stavamo lì attenti, seduti per non perdere il posto, e non ci accorgevamo che il gioco era finito. Continuava, è vero, ma da un’altra parte… Forse, la goccia che fece traboccare il vaso fu la nostra partecipazione alla Mostra del cinema di Venezia del 1967, per Edipo re. Durante i giorni della presentazione di Uccellacci e uccellini a Cannes, Pasolini aveva elaborato l’idea di Teorema. A me il progetto non interessava e non ero disposto a produrre il film. Per Edipo re, un suo vecchio pallino, ero assolutamente pronto, anche perché c’era chiaramente la possibilità di realizzare riprese all’estero, e dunque di avviare rapporti di coproduzione o collaborazione con cinematografie in crescita. Alla fine Pasolini accettò, anche se mi fece presente che prima o poi avrebbe realizzato Teorema.

     Avviammo un’attività stampa notevole, sollevammo un gran chiasso facendo circolare i nomi più improbabili: El Cordobés, il celebre torero spagnolo, per il ruolo di Edipo, Orson Welles per quello di Tiresia, Ava Gardner, e così via. Insomma, come al solito agitavamo le acque. Pasolini intanto aveva girato per De Laurentiis un episodio del film Le streghe, con Silvana Mangano e Totò. Mi sentivo un po’ a disagio, a dire il vero. Pasolini però mi disse subito che la Mangano era perfetta per Giocasta, e andammo avanti.

     Nella scelta dei luoghi per le riprese ci orientammo sul Marocco, dove feci un viaggio proprio per definire gli accordi per la produzione del film. Vennero scelte alcune zone di Ouarzazate e di Zagora, dove ci sono antichissimi villaggi. E riuscii a coinvolgere per la prima volta una società marocchina, la Somafis. A Rabat venni ricevuto da Omar Ghannam, direttore della cinematografia marocchina, con il quale si svolsero promettenti colloqui per promuovere e facilitare al massimo gli scambi culturali e i rapporti di produzione cinematografica con l’Italia. L’idea era quella di creare una piattaforma commerciale per le vendite dei film italiani su tutto il continente africano. Non se ne fece nulla.

     Il film venne girato a colori, Pasolini volle due macchine da presa a sua disposizione. Silvana Mangano era straordinaria, aveva una forza drammatica intensa e al tempo stesso discreta. Franco Citti non era da meno: appoggiai subito l’idea di affidargli il ruolo di Edipo, un Edipo rozzo, violento, forte. Quando vidi le riprese girate sugli altipiani in Marocco rimasi davvero soddisfatto. Le uniche riprese in Italia furono fatte in Lunigiana, combattendo non poco con la curiosità della popolazione locale: Pasolini ormai era una star. Come il film precedente, anche Edipo re fu montato e rimontato più volte in moviola. Quattordici, sedici ore al giorno, con Pier Paolo aggrottato, irritabile, ora smanioso di farcela, un attimo dopo di piantare tutto e andarsene. Ne è valsa la pena: per quanto mi riguarda, Edipo re è l’opera più riuscita di Pasolini.

     Credevo fosse l’occasione per ottenere finalmente un riconoscimento ufficiale dalla Mostra del cinema di Venezia in programma a settembre. Pasolini, però, provava imbarazzo a presentare Edipo re in concorso, a causa dell’amicizia che lo legava da anni al presidente di giuria nominato per quell’edizione, ovvero Alberto Moravia. Era così imbarazzato che quando s’incontravano il film li divideva come una staccionata: finivano col parlare poco e di tutt’altro. Temevo inoltre che i numerosi riconoscimenti assegnati ai film italiani negli ultimi anni rendessero più difficile l’assegnazione di un premio a Edipo re, secondo un ragionamento di questo genere: «gli italiani hanno vinto per quattro anni consecutivi, è tempo di passare ad altri». Non voleva dire un cazzo. I film in concorso erano presentati come film d’autore, ed era l’autore, non il paese, che si doveva premiare.

     Ad agosto il direttore della Mostra Chiarini mi consigliò di chiedere a Pasolini una lettera nella quale il regista, dopo essersi detto «estremamente onorato» dell’invito alla Mostra del cinema di Venezia, aggiungesse che siccome era «contro i premi», e poiché non voleva mettere in imbarazzo i molti amici in giuria, desiderava presentare il suo film fuori concorso. In questo modo la giuria avrebbe avuto mani libere, risparmiando a noi una brutta figura. Dopo essermi consultato con Pasolini respinsi l’offerta, dissi a Chiarini che ci saremmo presentati in concorso e non resi pubblica quella conversazione, pensando che fosse più che altro un’esibizione di potere. Mi sbagliavo. Ricordo ancora la sala gremita all’inverosimile, con Giorgio Bassani, Alberto Bevilaqua, Giuseppe Berto, Gillo Pontecorvo e Luigi Zampa; era presente persino il presidente del Consiglio Aldo Moro, seduto accanto a Pasolini. E invece la giuria assegnò il Leone d’oro a Belle de jour di Luis Buñuel. Chiarini, purtroppo, non era un megalomane. E a quel punto non potevo pensare che una giuria che ignorava del tutto Pasolini fosse completamente in buona fede. Feci il diavolo a quattro, convocai una conferenza stampa, raccontai come erano andate le cose. Furono dichiarazioni forti che apparvero su tutti i giornali. Io non ero portato per quel genere di trattative, ma raccontarle alla stampa fu un gesto folle. Le polemiche veneziane sul mancato riconoscimento del Leone d’oro a Edipo re mi crearono molti avversari: mi inimicai in un colpo solo Moravia, Chiarini e una parte del mondo intellettuale che aveva difeso sino ad allora Pasolini – e indirettamente anche me – dagli strali della censura e dagli attacchi politici. Da allora avrei trovato sbarrate le porte dei grandi festival. Moravia dichiarò che ero uscito Fu allora che con Pasolini giunse un po’ di stanchezza. Per quanto mi riguarda, avevo perso passione e interesse per i progetti che mi proponeva. Da un punto di vista imprenditoriale forse ho sbagliato. Lui andava benissimo, ma sentivo un odore di morte. Non credo però che Porcile, Teorema e i film successivi siano dei passi in avanti nella sua poetica. I suoi interessi si andavano orientando sul conflitto tra natura e società, corredandolo di nuovi miti, con spunti lontani dai miei interessi. E poi c’era un discorso economico che non era facile sostenere: cominciarono a offrirgli cachet consistenti, cinquanta milioni a film. I budget aumentavano, non era semplice sostenerli per una società artigianale come la Arco Film. Tante voci furono messe in giro ad arte per fomentare i nostri dissidi. In realtà continuammo anche dopo Edipo re a ragionare su nuovi progetti. Avevamo l’idea di accantonare il cinema per due anni e fare una serie di dodici delle più belle opere di teatro di tutti i tempi. Ne parlammo con la Rai che sembrava disponibile, incontrammo qualche funzionario, ma alla fine non se ne fece nulla, e negli ultimi anni ci incontrammo di meno. L’ultima volta, lo sentii pochi mesi prima della sua scomparsa: volevo proporgli la regia dell’Inferno. Mi disse che non gli interessava e che voleva realizzare un film con Eduardo. Chiudemmo la telefonata col proposito di risentirci.



Curatore, Bruno Esposito

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