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Biografia, lavori in corso - a breve anche il 1974 e il 1975

giovedì 23 dicembre 2021

Pier Paolo Pasolini e i suoi rapporti con il Partito comunista italiano

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini e i suoi rapporti
con il Partito comunista italiano

I viaggi di Gulliver. Rai storia.


Pier Paolo Pasolini in Poeta delle ceneri

Come sono diventato marxista?
Ebbene… andavo tra fiorellini candidi e azzurrini di primavera,
quelli che nascono subito dopo le primule,
– e poco prima che le acacie si carichino di fiori,
odorosi come carne umana, che si decompone al calore sublime
della più bella stagione–
e scrivevo sulle rive di piccoli stagni
che laggiù, nel paese di mia madre, con uno di quei nomi
intraducibili si dicono “fonde”,
coi ragazzi figli dei contadini
che facevano il loro bagno innocente
(perché erano impassibili di fronte alla loro vita
mentre io li credevo consapevoli di ciò che erano)
scrivevo le poesie dell'Usignolo della Chiesa Cattolica;
questo avveniva nel '43:
nel '45 “fu tutt'un'altra cosa”.
Quei figli di contadini, divenuto un poco più grandi,
si erano messi un giorno un fazzoletto rosso al collo
ed erano marciati
verso il centro mandamentale, con le sue porte
e i suoi palazzetti veneziani.
Fu così che io seppi ch'erano braccianti,
e che dunque c'erano i padroni.
Fui dalla parte dei braccianti, e lessi Marx.
[…]

(Pier Paolo Pasolini, Poeta delle Ceneri in Bestemmia 
Poesie disperse II, Garzanti, Milano 1993)


1942. La collaborazione al "Setaccio"

Già quando aveva vent'anni, nel 1942, Pasolini collaborò alla redazione della rivista "Il Setaccio", nata nell'ambito della "Gil" dell'Università di Bologna (durante il regime fascista, l'associazione studentesca allora istituita nelle università), vi sono i primi segni di un antifascismo sia pure naïf e volto per il momento solamente agli aspetti culturali di una opposizione al potere costituito (se i "moderni" sostenitori di un'assurda appartenenza del poeta a una ideologia di destra non confidassero, per le loro asserzioni, fondamentalmente su una diffusa "ignoranza" dei più - com'è d'altronde costume di chi fa dell'inganno e dello stravolgimento della storia la propria bandiera-, probabilmente non avremmo mai letto certe loro dichiarazioni tanto lontane dalla verità).
I primi scritti di Pasolini che apparvero sul "Setaccio" furono una poesia in dialetto friulano e un articolo, I giovani, l'attesa, nel quale, partendo dalle proprie esperienze, Pasolini rivendicava quale diritto dei giovani poeti, uno dei quali lui era, la massima libertà di espressione. Vi era poi un ulteriore motivo di "trasgressione", costituito dall'uso di un dialetto, nei confronti di un regime che osteggiava proprio l'uso delle "lingue barbare" esclusivamente in favore di una "lingua nazionale": fin dal primo numero, infatti, Pasolini pubblicò poesie in friulano; la prima era intitolata Fantasie di mia madre:
    Fì, cumò l'è domènie,
    l'è dut un susurâ:
    ma il mè vis 'a l'è còme
    silènsi tal sigâ.Par lis fràs-cis lontànis
    'i sint Cenci ciantâ:
    quànt che ic 'a era vif
    – in tal dì dai afàns.
    Ah, nini, tal mè vis,
    'a s'ingrùmin i agns.
    (Figlio, oggi è domenica, / è tutto un sussurrare: / ma, il mio viso, è come / il silenzio nelle grida.Per le frasche lontane, / sento Cenci cantare: / quando egli era vivo / – nel giorno degli affanni. Ah, fanciullo, nel mio viso / si raggrumano gli anni.)
    (P.P. Pasolini, Bestemmia, Poesie disperse I, Garzanti, Milano 1993)
Il suo amico casarsese Cesare Bortotto, anch'egli collaboratore al "Setaccio", ha scritto di Pasolini: "Il suo antifascismo viscerale e culturale era una nota ricorrente nei suoi discorsi; a volte era il tono caricaturale e grottesco (riferito agli aspetti esteriori del gerarchismo fascista) comune a molta gioventù studentesca".
Dopo la deposizione di Mussolini e la caduta del fascismo, Pasolini scrive all'amico-poeta Luciano Serra: "L'Italia ha bisogno di rifarsi completamente, ab imo, e per questo ha bisogno, ma estremo, di noi, che nella spaventosa ineducazione di tutta la gioventù ex-fascista, siamo una minoranza discretamente preparata. E io, in questo, ti accuso […] perché, nella tua lettera, non un accenno di sapore politico, non un commento di dolore o di gioia per l'avvento della libertà. E pensare che per me, invece, anche per la mia singolare ed intimissima esperienza poetica, questi giorni sono di una portata immensa. La libertà è un nuovo orizzonte, che fantasticavo, desideravo sì, ma che ora, nella sua acerbissima attuazione, rivela aspetti così impensati e commoventi, che io mi sento come ridivenuto fanciullo. Ho sentito in me qualcosa di nuovo sorgere e affermarsi, con un'imprevista importanza: l'uomo politico che il fascismo aveva abusivamente soffocato, senza che io ne avessi la coscienza".


L'adesione al Partito comunista italiano

Al Nord Italia, dopo l'8 settembre 1943, vi erano ancora i tedeschi e proseguiva la lotta di Resistenza. Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo, si era unito ai partigiani, nella zona del Friuli al confine con la Slovenia, e aveva aderito al Partito d'Azione.
Guido morirà il 12 febbraio 1945, ucciso da partigiani garibaldini passati sotto il comando di partigiani sloveni, che intendevano annettersi i territori friulani. La notizia della sua morte arriverà a Pier Paolo Pasolini solo nel maggio del '45.
In Pasolini - nella sua situazione di intellettuale che si sta formando su Gramsci, e soprattutto per la sua "vicinanza" al mondo contadino che conosceva così bene- matura l'idea di aderire al Partito comunista italiano. Non costituisce per lui motivo di ripensamento il ricordo della morte del fratello poiché è convinto che tale morte sia stata un evento eccezionale: e d'altronde il comunismo gli appare l'unico "in grado di fornire una nuova cultura 'vera', una cultura che sia moralità e interpretazione intera dell'esistenza".
Si iscriverà al Pci nel 1948; diventerà segretario della sezione comunista di San Giovanni. E in quello stesso anno sarà anche insegnante alla scuola media di Valvasone.
L'estate del 1949 trascorre "tra una bruttezza estrema (padre paranoico, madre straziante, vita stenta in una scuola, vita di gente stupida e perfida, odio politico e congiura del silenzio) e un'estrema felicità" - come lo stesso Pasolini scrive.
È un periodo nel quale il poeta riceve, pur senza dargli alcun peso, vaghe minacce e ricatti provenienti dall'ambiente politico della Democrazia cristiana. Narra tra l'altro il cugino, Nico Naldini, nel suo Pasolini, una vita: "Nota bene che già tre mesi prima dell'accaduto, un prelato molto importante di Udine aveva fatto dire a Pier Paolo che se non avesse smesso la sua attività politica, avrebbe fatto di tutto per rovinarlo, intenzioni poi confermateci da un deputato democristiano mio amico.[…] Non potete immaginare la propaganda che si è fatta in Friuli e il dolore di tutti noi".
L'"accaduto", in breve, è questo: nell'ottobre di quell'anno, Pasolini viene denunciato per corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico (nel dicembre del 1950 verrà assolto). Il 28 ottobre i giornali pubblicano la notizia (su indicazioni della Dc di Udine) e il giorno dopo l'"Unità" esce con un trafiletto inviato dalla Federazione del Pci di Udine, che nel frattempo ha decretato l'espulsione di Pasolini dal partito: "Prendiamo spunto dai fatti che hanno determinato un grave provvedimento disciplinare a carico del poeta Pasolini per denunciare ancora una volta le deleterie influenze di certe correnti ideologiche e filosofiche dei vari Gide, Sartre, di altrettanto decadenti poeti e letterati, che si vogliono atteggiare a progressisti, ma che in realtà raccolgono i più deleteri aspetti della degenerazione borghese".
Pasolini scrive tra l'altro alla Federazione di Udine: "Malgrado voi, resto e resterò comunista, nel senso più autentico di questa parola".

Nel gennaio successivo Pasolini partirà con la madre per Roma e nella capitale, dapprima con fatica e sacrificio, riuscirà a lavorare, iniziando con un modesto incarico di insegnante in una scuola privata, e man mano ad affermarsi come scrittore e regista.

Nel 1956 vi è una forte crisi ideologica e politica che coinvolge tutto il movimento comunista, determinata dal "rapporto Kruscev" al XX Congresso del Partito comunista sovietico.
Le critiche a Stalin e al suo sistema di potere che sono espresse dal "rapporto" avranno effetti psicologici enormi e imporranno nuove prospettive e strategie ai comunisti in tutto il mondo. Per contrasto, fecero inoltre seguito, quasi subito, i fatti di Ungheria e di Polonia.
Pasolini, ragionando in particolare sulla sua attività letteraria dopo tali avvenimenti, scriverà: "Era un'epoca della mia vita in cui io, come scrittore, non potevo non tenere costantemente presente quella prospettiva e quindi questa non poteva non far parte immanente e continua della mia ispirazione. Non c'è dubbio che dopo il XX Congresso del Pcus io mi sono sentito sempre meno dubbioso, sempre più sicuro, sereno e deciso sul piano ideologico".

In Una polemica in versi, uno dei poemetti che compongono Le ceneri di Gramsci, Pasolini rivolge un duro attacco al Pci e al suo crescente burocratismo:
    "L'ora è confusa, e noi come perduti
    la viviamo…", mi mormoravi, amaro,
    disilluso di ciò che hai avuto per dieci anni dentro, così chiaro
    che tra mondo e mente quasi era un idillio:
    e ha la tua stanchezza –un po' volgare –
    una smorfia di vecchio figlio
    di immigrati meridionali
    affamati e vili dietro il cipiglio
    di poveri arrivati, d'ingenui dottrinari.
    Hai voluto che la tua vita fosse
    una lotta. Ed eccola ora sui binari
    morti, ecco cascare le rosse
    bandiere, senza vento.
    […]
    Poi il canto, che s'era levato
    gioioso, disperato, cessa, e il vecchio
    lascia cadere la bandiera, e lento,
    con le lacrime agli occhi,
    si ricalca in capo il suo berretto.
    Su questa baraonda della Villa, il buio
    che sommerge la disperata allegria,
    è, forse, più l'ombra del dubbio
    che la precoce notte. È la nostalgia
    dei vecchi tempi, la paura, pur bandita,
    dell'errore, che spira tanta malinconia
    – non l'aria d'autunno, o una sopita
    pioggia – sulla sfiorita festa.
    Ma in questa malinconia è la vita.

    (P.P. Pasolini, Una polemica in versi, da Le ceneri di Gramsci, Einaudi, Torino 1981)

Le polemiche continuano

Italo Calvino, scrivendo a "Il contemporaneo", si dichiara "contro" Ragazzi di vita "per ragioni di poetica" che ritiene "sbagliata e senza sviluppi" e definisce comunque Pasolini "poeta e critico: uno dei più forti della nuova generazione e del campo della sinistra".
Altrettante polemiche vi saranno su Una vita violenta, del quale Pasolini aveva detto: "La mia intenzione era di scrivere un romanzo socialista".
Sulla rivista del Pci, "Rinascita", il senatore Mario Montagnana, cognato di Togliatti, indirizzerà una lettera al direttore: "Pasolini riserva le volgarità e le oscenità, le parolacce al mondo della povera gente. […] Si ha la sensazione che Pasolini non ami la povera gente, disprezzi in genere gli abitanti delle borgate romane e, ancor più, disprezzi (non trovo altra parola) il nostro partito […] Non è forse abbastanza per farti indignare?".
Nel numero successivo di "Rinascita", la risposta giunse da un altro esponente comunista, Edoardo D'Onofrio: "Io credo che uno dei motivi che spinge alcuni nostri compagni a non valutare giustamente il romanzo Una vita violenta di Pasolini dipenda in gran parte dal fatto che essi non conoscono l'importanza politica e sociale della presenza a Roma di un numeroso sottoproletariato […] Pasolini non nasconde la verità per carità di partito; dice le cose così come furono; né pretende che un momento dello sviluppo del partito nelle borgate sia lo sviluppo stesso o il risultato dello sviluppo".
Pasolini fu poi nuovamente attaccato da parte comunista quando, nel dicembre 1961, pubblicò sull'"Avanti!" 

la poesia Nenni:
    […]
    Dal quarantotto siamo all'opposizione:
    dodici anni di una vita: da Lei
    tutta dedicata a questa lotta – da me,
    in gran parte, seppure in privato
    […]
    Se non possiamo realizzare tutto, non sarà
    giusto accontentarsi a realizzare poco?
    La lotta senza vittoria inaridisce. (Una lettera, di solito, ha uno scopo.
    Questa che io Le scrivo non ne ha.
    Chiude con tre interrogativi ed una clausola.
    Ma se fosse qui confermata la necessità
    di qualche ambiguità della Sua lotta,
    la sua complicazione ed il suo rischio,
    sarei contento di avergliela scritta.
    Senza ombre la vittoria non dà luce.)
    1960
La poesia venne inviata all'"Avanti!" con una "lettera" accompagnatoria in cui il poeta diceva tra l'altro:
    "[…] ho scritto questi versi proprio un anno fa in questi giorni. Li ho sempre tenuti, come si dice, nel cassetto, perché me ne vergognavo […] Avevo paura che questa 'lettera a Nenni' suonasse come una rinuncia a certe mie posizioni estreme, le uniche in cui posso vivere. E infatti, alla base dell'ispirazione di quei versi, c'era un profondo scoraggiamento […] L'importante è che lo scoraggiamento duri lo spazio di una poesia…"

1960. I morti di Reggio Emilia

Il periodo giugno-luglio 1960 è segnato da una grave crisi politica che scuote l'Italia: Fernando Tambroni, democristiano, forma un governo monocolore sostenuto dal Msi. È l'"anticamera" di un colpo di stato di destra nel nostro paese.
Il 28 giugno '60 si tiene a Genova una imponente manifestazione popolare antifascista; il 30 un nuovo corteo cittadino viene affrontato dalla polizia, e negli incidenti rimangono feriti 83 manifestanti. La proposta antifascista si diffonde in altre città e il governo Tambroni sceglie la linea dura per fronteggiare e reprimere il dilagare delle manifestazioni di piazza.
Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti; ma i fatti più gravi accadono a Reggio Emilia: nel corso di una delle manifestazioni seguite ai fatti di Roma la polizia uccide cinque manifestanti comunisti: Ovidio Franchi, Lauro Farioli, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli.
La Cgil proclama, da sola, uno sciopero generale. La tensione sociopolitica nata a Genova e dilagata nel paese porterà alle dimissioni di Tambroni il 19 luglio 1960.

Le vicende private e giudiziarie di Pasolini si intrecciano in questi anni inscindibilmente con quelle politiche. Seppure non iscritto al Pci Pasolini, quale simpatizzante e dichiaratamente elettore di quel partito, è un letterato scomodo per il Pci a causa della sua omosessualità. Così scrive una nota dell'agenzia Fert il 14 luglio 1960: "La Fert apprende che l'on. Togliatti ha rivolto ai dirigenti dei settori culturali e stampa del partito l'invito ad andare cauti con il considerare Pasolini un fiancheggiatore del partito e nel prenderne le difese. L'iniziativa di Togliatti che riscontra molte contrarietà, parte da due considerazioni. Togliatti non ritiene, a suo giudizio personale, Pasolini un grande scrittore, ed anzi il suo giudizio in proposito è piuttosto duro. Infine, egli giudica una cattiva propaganda per il PCI, specialmente per la base, il considerare Pasolini un comunista, dopo che l'attenzione del pubblico, più che sui romanzi dello scrittore, è polarizzata su talune scabrose situazioni in cui egli si è venuto a trovare fino a provocare l'intervento del magistrato (...) I difensori del reprobo in seno al Pci sono tuttavia parecchi, e sembra che i deputati Alicata e Ingrao siano del parere di conservare Pasolini al Pci".
    La croce uncinata
    Da molte notti, ogni notte,
    passo sotto questo tempio, tardi,
    nel silenzio dell'aria
    del Tevere, tra rovine scomposte.
    Non c'è più intorno nessuno, allo scirocco
    che spira e cade, fioco tra le pietre:
    forse ancora una donna, laggiù, e dietro
    il bar di Ponte Garibaldi, due tre poveri
    ladri, in cerca di dormire, chissà dove.
    Ma qui, nessuno: passo veloce,
    rotto da una notte tutta ansia e amore:
    non ho più niente nel cuore
    e non ho più sguardo negli occhi.
    Eppure, quest'immagine, col passare delle notti,
    si fa sempre più grande, più vicina:
    ecco lo spigolo, liberty, contro la turchina
    distesa del Tevere: ed ecco i poliziotti
    che piantonano il tempio, tozzi e assorti.
    Li vedo appena, coi loro cappotti
    grigiastri, contro un albero secco,
    contro i bui scorci del ghetto:
    e colgo una breve luce, negli occhi
    umiliati dal loro goffo sonno di giovinotti:
    una accecata stanchezza che vede nemici
    in ognuno, un veleno di dolori antichi,
    un odio di servi: restano indietro,
    soli come lo scirocco che vortica tra le pietre.
    Una vergogna, triste come la notte
    che regna su Roma, regna sul mondo.
    Il cuore non vi resiste: risponde
    con una lacrima, che subito ringhiotte.
    Troppe lacrime, ancora non piante, lottano,
    oltre questi umilianti quindici anni,
    dentro le nostre dimentiche anime:
    il dolore è ormai troppo simile al rancore,
    neanche la sua purezza ci consola.
    Troppe lacrime: a coloro che verranno
    al mondo, per molto tempo ancora
    questa vergogna farà arido il cuore.
    [Aprile 1960]

LE RADICI DEL LUGLIO

Sotto questa poesia, ho voluto apporre, ben chiara e circostanziata, la data– aprile 1960 –: cosa che di solito non faccio mai: anche perché le mie poesie restano in laboratorio tanto tempo, che in realtà finiscono con l'essere scritte e riscritte varie volte, e la loro data di solito abbraccia un'annata o due di lavoro. […] In questo caso la data l'ho messa bene in vista solo per dare alla poesia una giustificazione politica: volevo cioè ricordare al lettore che aprile non è luglio, che la formazione del governo Tambroni non è la cacciata del governo Tambroni, e che la spocchia dei neofascisti non è la sconfitta dei neofascisti. L'indignazione politica contenuta in questi versi può sembrare un poco pessimista e dolorosa: ma lo credo! Niente, in quel momento in cui li ho scritti – lo scorso aprile – autorizzava ad avere una specifica: la speranza di un sollievo immediato almeno dalla vergogna del "revival" fascista. Se riscrivessi ora sullo stesso argomento non potrei non tenere conto, certamente, del significato di questa estate politica: del fatto cioè che quella mia indignazione, che io credevo ristretta a pochi memori, è invece condivisa da una grande maggioranza di italiani, tra cui soprattutto, i giovani: quelli di Genova, quelli di Reggio, quelli di Roma, quelli di Palermo. Ciò non significa che mi abbandonerei a un facile ottimismo: questo mai. Né credo potrei mai cancellare in me l'impressione che quello che hanno fatto i fascisti e i nazisti nel mondo è stato così disumano, da presentarsi come una piaga di non facile guarigione nel corpo dell'intera umanità. […]”

[Pasolini in “Vie Nuove”, Roma, 29 ottobre 1960]


La collaborazione con "Vie Nuove"

Maria Antonietta Macciocchi, direttrice di "Vie Nuove", propose a Pasolini una collaborazione con la rivista, cosa che avvenne a partire dal maggio 1960; dice del poeta: "Pasolini era l'intellettuale più dolce, più delicato, più disponibile che avessi conosciuto. Era più facile 'dirigere' lui che il redattore più qualificato con la tessera del Pci. Oltre la rubrica personale, scriveva gli articoli che gli chiedevo sui soggetti più disparati […]".
La Macciocchi scrive a Pasolini il 4 agosto: "Le invio il disco di 'Vie Nuove' sui fatti di Reggio Emilia, e la lettera di un lettore che si riferisce ad esso […] Io ebbi a Reggio Emilia questo nastro da un commesso di un negozio di tessuti, che si era portato là il registratore per registrare il comizio; e, invece, finì con il registrare l'agghiacciante sparatoria che lei udrà, non una guerra, ma una fredda carneficina". Pasolini rispose al lettore, nella rubrica su "Vie Nuove":
    "I critici stilistici dicono che ogni opera ha la sua "integrazione figurale": ossia ogni opera, nell'atto di essere scritta o letta, brano per brano, pagina per pagina, parola per parola, si integra in una sua totalità immanente ad essa, in una sua ideale conclusione che le dà continuamente senso e unità. Così – per questo disco – è atroce dirlo – la integrazione figurale, che gli dà quasi una dignità estetica, è la morte dei giovani lavoratori di Reggio, è la calcolata brutalità della polizia […] Quello che colpisce soprattutto […] è la freddezza organizzata e quasi meccanica con cui la polizia ha sparato: i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente le possa arrestare, come un gioco, quasi con la voluttà distratta di un divertimento […]
Pasolini instaura con i lettori di "Vie Nuove", per lo più comunisti, un discorso molto ampio che abbraccia tutte le problematiche dei primi anni sessanta. Sulle pagine di "Vie Nuove" si inserisce la polemica con Salinari, considerato la voce ufficiale del Pci in ambito letterario. Con estrema semplicità Pasolini svolge sulle pagine del giornale il proprio marxismo, e quella "contraddizione" tra l'essere con Gramsci o nelle "buie viscere" che segna un momento fondamentale della sua poetica. Così Pasolini in un articolo del 3 maggio 1962 intitolato "Cultura contro nevrosi":
    "Essere marxisti, oggi, in un paese borghese, significa essere ancora in parte borghesi. Fin che i marxisti non si renderanno conto di questo, non potranno mai essere del tutto sinceri con se stessi. La loro infanzia, la loro formazione, le loro condizioni di vita, il loro rapporti con la società, sono ancora oggettivamente borghesi. La loro 'esistenza' è borghese, anche se la loro 'coscienza' è marxista"
L'accettazione del marxismo va di pari passo alla puntuale indicazione dei fattori di crisi del movimento marxista, che è soprattutto crisi dei partiti di ispirazione marxista (da un articolo su "Vie Nuove" del 15 luglio 1965 intitolato "Due crisi"):
    "Quello del capitalismo è un violento sviluppo, che, come dicevo in altre lettere precedenti, si presenta addirittura, al limite, come 'rivoluzione interna', che viene a modificare addirittura certe strutture del capitalismo classico: c'è per esempio nei paesi capitalistici molto evoluti un superamento delle strutture familiari e confessionali.. La crisi del marxismo è proprio dovuta a questo sviluppo in qualche modo rivoluzionario del neo-capitalismo. [....]
    Il bersaglio contro cui il marxismo ha sparato, metaforicamente e realmente, in tutti questi decenni, sta cambiando, pone delle alternative in certo modo impreviste. Di qui la crisi dei partiti marxisti. Di qui la necessità di prenderne coscienza, fin che il marxismo resta la vera grande alternativa dell'umanità".
Il marxismo di Pasolini non è, come del resto l'intera sua produzione, esente da critiche che Alberto Asor Rosa così articola nel suo saggio Scrittori e popolo, il populismo nella letteratura italiana contemporanea edito da Einaudi:
"Il marxismo di Pasolini è, ad esempio, quanto di più curioso ed artefatto si sia potuto incontrare in questo campo, negli anni ancora molto a noi vicini del progressismo letterario. D'altra parte non c'è dubbio che lo scrittore abbia preteso ad una qualificazione ideologica di questo genere, se, concludendo le risposte ad una intervista del 1959 - lo stesso anno di Una vita violenta - lo scrittore quasi divertito afferma: "[...] io credo soltanto nel romanzo 'storico' e 'nazionale', nel senso di 'oggettivo' e 'tipico'. Non vedo come possano esisterne d'altro genere, dato che 'destini e vicende puramente individuali e fuori dal tempo storico' per me non esistono: che marxista sarei?": dove terminologia di tipo gramsciano e riferimenti di tipo lukacsiano si confondono insieme in un facile e sorprendentemente futile coacervo. La stessa disinvoltura è reperibile del resto in quei luoghi in cui Pasolini passa a delineare il contenuto di un esperimento letterario collegato a questa sua recente ma appassionata fede socialista. Si constata allora che il marxismo è per lui tutto ciò che non è possibile definire come irrazionale o decadente: "[...] del 'realismo socialista' come formula ancora ideale, da precisarsi nella teoria, da realizzarsi - penso che sia l'unica possibile ipotesi di lavoro. Per una ragione molto semplice: il socialismo è l'unico metodo di sonoscenza [sic] che consenta di porsi in un rapporto oggettivo e razionale col mondo". La verità è che, di tutte le possibili varianti marxiste, Pasolini ha colto, magari attraverso la mediazione degli interpreti ufficiali comunisti, unicamente il tema gramsciano del nazional-popolare, che è infatti il solo a contare qualcosa nella sua opera narrativa".

"Tradizione e marxismo. Sì, insisto: solo il marxismo salva la tradizione. Oh, ma capiscimi bene! Per tradizione intendo la grande tradizione: la storia degli stili. Per amare questa tradizione occorre un grande amore per la vita. La borghesia non ama la vita: la possiede. E' ciò implica cinismo, volgarità, mancanza reale di rispetto per una tradizione intesa come tradizione di privilegio e come blasone. Il marxismo, nel fatto stesso di essere critico e rivoluzionario, implica amore per la vita, e, con questo, la revisione rigenerante, energica, amorosa della storia dell'uomo, del suo passato.

[Articolo su "Vie Nuove" del 22 novembre 1962 intitolato "Risposta ad un insoddisfatto"]


L'idea di una nuova preistoria

Nel 1963, quasi contemporaneamente alla lavorazione de La ricotta gli viene proposto l'allestimento di un film-montaggio sugli avvenimenti dell'ultimo decennio, La rabbia, tratto da sequenze di cinegiornali. Parlando di quest'ultimo film, Pasolini afferma che con esso intendeva dire "una cosa un po' confusa in me, un'idea irrazionale ancora, non ben definita, non determinata […] È l'idea di una nuova preistoria. E cioè i miei sottoproletari vivono ancora nell'antica preistoria, mentre il mondo borghese, il mondo della tecnologia, il mondo neocapitalistico va verso una nuova preistoria. […] Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando l'industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione, allora la nostra storia sarà finita".
Con i suoi ultimi lavori, e in particolare con le poesie che formeranno la raccolta Trasumanar e organizzar Pasolini compie il "primo goffo tentativo individualistico e in parte anarcoide" di lottare contro quella che continua a definire "la nuova preistoria". Commenta il cugino Nico Naldini: "Di fronte all'accelerazione artificiale della nuova società industriale che vuol distruggere il passato per instaurare solo il presente, oppone la nostalgia del sacro, degli antichi valori, il rimpianto del passato, accettato anche come sentimento conservatore".
È in questa chiave che va anche letto il crescente interesse di Pasolini per il Terzo Mondo, nel quale ritrova ritmi di vita "umani", e un rispetto delle tradizioni "ripetute indefinitamente".


Adesione / opposizione al Pci

I rapporti di Pasolini con il Partito comunista italiano sono sempre stati "incerti", ostili in alcuni momenti
"Io mi sono sempre opposto al PCI con dedizione, aspettandomi una risposta alle mie obiezioni. Così da procedere dialetticamente! Questa risposta non è mai venuta: una polemica fraterna è stata scambiata per una polemica blasfema".
In un'intervista a Enzo Biagi, che gli chiedeva quali fossero le obiezioni da rivolgere ai comunisti, Pasolini rispose:
"Le ho sempre fatte: un eccesso di burocrazia, e l'avere permesso, all'interno del partito, atteggiamenti che sono borghesi: un certo perbenismo, un certo moralismo. Però continuo a votare per loro".
oppure di incondizionato appoggio, soprattutto nei momenti in cui le sue dichiarazioni si incrociavano con imminenti elezioni. In uno dei suoi ultimi "messaggi" in questo senso Pasolini dice:
"Il mio atteggiamento è di adesione al Pci, perché voto comunista da quando ero ragazzo, dal tempo dei partigiani, sono stato dalla loro parte, benché non iscritto, sono un indipendente di sinistra e la mia posizione adesso è una posizione abbastanza personale, devo dire, perché non sono decisamente nel Partito comunista, benché lo appoggi nei momenti, insomma, di lotta, di emergenza sia sempre con loro. Non sono nemmeno con gli estremisti, benché invece con alcuni estremisti vada molto d'accordo, ma non potrei dirmi un estremista, non sono un extraparlamentare, per me il parlamento, insomma, è sacrosanto […]"

L'ultima intervista

Il 1° novembre 1975, alle quattro del pomeriggio, a casa sua, Pasolini rilasciò a Furio Colombo quella che sarebbe stata la sua ultima intervista, in cui, rispondendo alle domande del giornalista, riassumeva le sue argomentazioni su una serie di temi che l'avevano coinvolto e appassionato per tutta la vita.
"Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l'arena dell'avere a tutti i costi […] L'educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere."
"Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere il padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto, nessuno li aveva colonizzati."
"Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra in Borsa uso quella. Altrimenti una spranga."
"Non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l'una contro l'altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l'orario ferroviario dell'anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano lì, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c'è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità."

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