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lunedì 17 febbraio 2014

Una vita violenta - Recensione di Ilaria Bonfanti

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


 
 
ritratti di cinema - brunorinaldi
 

Una vita violenta - Recensione di Ilaria Bonfanti
 

Recensire un mostro sacro come Pier Paolo Pasolini non è di certo un’impresa facile, ma è sicuramente un’emozione che consiglio a chiunque ami la letteratura.
Confesso che la sensazione di trovarmi di fronte ad un gran libro mi è stata chiara da subito, dal momento in cui mi sono piacevolmente scontrata con la prefazione di Erri De Luca e ne ho avuto la conferma, quando, dopo poco, mi sono imbattuta nella dedica dell’autore:

A Carlo Bo e Giuseppe Ungaretti, miei testimoni nel processo contro Ragazzi di vita”.
 
Devo ammettere che questi nomi illustri mi hanno fatto quasi paura; in poche pagine ho avuto a che fare con dei personaggi, i cui nomi già da soli hanno una risonanza invidiabile, provate ad immaginare il peso che possono avere tutti insieme.
Questo spavento misto ad eccitazione però, per forza di cose, ha fatto si che la mia voglia di cominciare a leggere questo romanzo aumentasse ancora di più.
Per descrivere questo libro, il termine “letturami è sembrato riduttivo fin dall’inizio, la definirei piuttosto come un’ esperienza di completa immersione nella vita di questi ragazzi di borgata, abituati dalla prima infanzia a convivere con desolazione e violenza, a farli propri cercando di sopravvivere alla guerra contro la miseria.
Siamo negli anni 50, in una Roma post bellica impegnata a risollevarsi, incapace di far fronte ai bisogni dei più poveri. Le vite di questi giovani vengono descritte nelle loro realtà di baracche e sporcizia, nel loro squallore. Catapecchie dove genitori e figli vivono in condizioni igieniche indecenti, dove la fame fa da padrona insieme alla miseria; prostituzione, rapine e prevaricazione diventano termini comuni con i quali rapportarsi giorno dopo giorno.
 
Nel villaggio di baracche era già accesa qualche luce che si rifletteva nel fango. Gli altri ragazzini stavano giocando alla porta di casa, mentre dentro, in quelle stanzette dove vivevano in dieci o undici, si sentiva tutto uno strillare di donne che litigavano e di creature che facevano la pignarella.”
 
Famiglie senza valori, aspirazioni puerili e una spaventosa abitudine alla violenza sono i cardini portanti nella narrazione pasoliniana che è però priva di ogni giudizio.
La magia di Pasolini, per quanto mi riguarda, sta proprio in questo, nel fotografare in maniera magistrale una città, una generazione e una classe sociale senza che in questo vi sia la benchè minima avvisaglia di condanne morali.
La presenza di Pasolini è evidente, è come se lui fosse in mezzo a quei ragazzi durante le partite a calcio, nei bar e nei circoli politici. Seduto accanto a Irene al cinema e sul lettino dell’ospedale insieme a Tommaso in fin di vita, lo scrittore è nel loro dialetto, nelle loro case e per le strade che dal centro portano in periferia.
Scrive Erri De Luca nella prefazione:

“..ma lui, Pasolini, dieci anni prima come aveva fatto da solo a stare in mezzo, molto in mezzo a quel popolo seminterrato vivo tra gli argini dei fossi dell’Aniene? Come aveva fatto, da solo e straniero che era, e da intellettuale che era, a mischiarsi cosi stretto e forte, a contagiarsi l’anima fino a trasformare il suo friulano nel romanesco borgataro brutale, canzonatorio e attaccabrighe?”
 
Non so dirvi come ma sicuramente posso confermare che ci sia riuscito in pieno. Il lettore non è un semplice spettatore ma entra a far parte delle storie, è un testimone come ci ribadisce De Luca nella prefazione: scende in piazza, partecipa alle rivolte ed è pronto a descrivere questa “vita violenta” come se l’avesse toccata con le sue mani.
 
Ilaria Bonfanti
bonfanti@raccontopostmoderno.com

Fonte:
http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/una-vita-violenta-recensione-pasolini/


@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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