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Biografia, lavori in corso - a breve anche il 1974 e il 1975

martedì 8 dicembre 2020

Pasolini - PORNO-TEO-KOLOSSAL - GOMORRA

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




'Porno Teo Kolossal': 

il film mancato di Pasolini con Eduardo

Trattamento di Pier Paolo Pasolini e Sergio Citti (1975)




GOMORRA

Questa nuova Città-Utopia si chiama Gomorra e corrisponde, in natura, a Milano.
Nunzio ed Epifanio smettono di cantare -- mentre gli altri, di là, sono perduti ancora nel loro sonno mortuario -- e cominciano a guardare curiosi fuori del finestrino.
È una città molto moderna, Gomorra (Milano, appunto): con le sconfinate distese di fabbriche bianche e asettiche, posate su verdi prati o incastrate tra vecchi quartieri di periferia, nella nebbiolina.
Ma gli occhi di Epifanio e Nunzio si spalancano soprattutto su alcune apparizioni curiose -- lasciate subito indietro dalla corsa del treno... Sotto la scarpata della ferrovia -- ammassati nei cortili di qualche scuola -- o nella piazzetta di qualche vecchio paese circondato dalle fabbriche -- ci sono interi reggimenti, si può dire, di giovani: tutti nudi. Se ne stanno fermi, nei loro cortili, nelle loro aule, nelle loro piazzette, come in attesa di qualcosa -- qualcosa di misterioso. Un mistero, però “civile”: o istituzionale o religioso, è chiaro.
Il treno ormai sta imboccando il terrapieno che lo porta alla stazione Centrale, e sta rallentando.
Epifanio e Nunzio fanno per svegliare i loro compagni di viaggio, quando, improvvisamente, uno scoppio -- un boato terribile -- e il treno sbanda, deraglia, si rovescia.
Rumore di ferraglie, frastuoni, grida di terrore, lamenti. Per fortuna il treno andava già piano: ed Epifanio e Nunzio si trovano, vivi, con le loro valigie in mezzo ai rottami, lungo il bordo della strada ferrata. Se ne stanno lì, storditi, nel fumo della bomba che è scoppiata sotto il locomotore; poi il fumo pian piano si dirada e compare, come un immenso spettro, la tettoia della Stazione della città di Gomorra.
Allora i due -- spaventati, frastornati -- si avviano a piedi verso la pensilina, verso l’uscita, insieme agli altri sparuti gruppi di viaggiatori. Anche Lot e le sue figlie assonnati e storditi vengono con loro.
Ma come i passeggeri arrivano sotto la pensilina della stazione di Gomorra -- dove ci sono poliziotti, militari, puttane -- ecco che succede qualcosa di assolutamente imprevedibile, anzi di inaudito.
Dei gruppi di giovanotti -- o meglio di teppisti -- che stavano lì a oziare -- si buttano, improvvisamente, brutalmente, addosso alle donne che arrivano dal treno, alzano loro le sottane, cominciano a palpare loro i seni, il sesso, il culo -- insomma ad impadronirsi dei loro corpi...
La stessa sorte tocca anche alle figlie di Lot, benché Lot cerchi isperatamente, da povero vecchio, di difenderle --ancora mezzo ubriaco e rincoglionito. Un gruppo di giovani si libera di lui con un calcio, si impossessa delle figlie gridando loro: “Su, voltatevi”, con la chiara intenzione di possederle -- come
si suol dire -- “alla pecorina”.
Le donne disperatamente si difendono, urlando che non possono voltarsi, che è un ordine di Dio.
Naturalmente, equivocando, i giovani non sentono ragione, e con la più brutale prepotenza, le obbligano a voltarsi.
Come le tre donne, sono “voltate” verso Sud, ecco che, di colpo, restano immobili; impietrite come statue, in quella loro positura ridicola o indecente. Un giovanotto le tocca curioso con il dito, e poi si lecca il dito con la lingua. “Sono di sale”... sentenzia, con una bestemmia.
Su questa visione, Nunzio ed Epifanio escono dalla stazione, scendono le scalinate e arrivano sotto le grandi tettoie del piazzale antistante.
Qui c’è il caos: una coda indescrivibile di gente sta aspettando il taxi (come avviene del resto in realtà): soltanto qui tutto è portato, s’intende, all’esasperazione della metafora, quindi esasperata violenza, esasperata prepotenza, esasperata ferocia. Anche in quest’occasione i giovani, ammassati nella coda che aspetta il taxi, toccano le donne. Le toccano di dietro, davanti, mettono loro le mani sotto le sottane. Evidentemente -- come dalla cappa di piombo del suo cielo -- Gomorra è dominata da un furibondo e pazzesco amore per la carne femminile.
Mentre Eduardo e Nunzio stanno, scombussolati, anzi, sconvolti, ad aspettare il taxi per andare nel centro della Città -- in mezzo al cui cielo si è fermata la Cometa -- si avvicina a loro un ometto che non sembra affatto un “milanese”.
Facendo infatti l’occhietto con la arcaica aria della “borsa nera” si rivolge ad Eduardo dicendo che egli ha della “roba buona”, se vuole dare un’occhiata... Eduardo crede che si tratti delle solite sigarette; ma non è così, e non si tratta neppure di altra merce da mercato nero o di contrabbando...
L‘ometto li porta, con ostentata aria clandestina, dietro una colonna: e qui gli mostra una scatola piena di pistole e bombe. A questo punto, all’esclamazione napoletana di Eduardo, l’ometto smette di colpo di parlare il finto milanese con cui ha parlato fino ad ora e, illuminandosi, rivela la sua verace razza napoletana. Nuova agnizione, quindi, nuovo commosso incontro tra Epifanio e questo nuovo napoletano: agnizione e commozione a cui seguono, al solito, confidenze, proteste di amore, di aiuto, di alleanze...
Il venditore di armi spiega intanto a Eduardo come, per carità, a Gomorra non ci si può avventurare se non si è armati, perché quello che succede lì è indescrivibile.
Lui si è adattato, ma, per carità, non facciano capire che è napoletano. (E lancia intanto intorno occhiate di terrore, di clandestinità e di congiura). A questo punto, naturalmente, si offre di portare lui stesso i due a un buon albergo dove alloggiare. In quattro e quattr’otto, sempre con l’aria, appunto, del vecchio napoletano che si arrangia, procura un taxi abusivo. I tre montano, e il taxi parte verso il centro di Gomorra.
Come son dentro al taxi, tuttavia, per prima cosa, il napoletano si rivolge ad Epifanio e facendo un significativo segno con le mani: con i due indici che si uniscono ripetutamente fra di loro, con l’aria interrogativa, egli fa capire ad Epifanio che vorrebbe sapere se per caso -- non si sa mai -- tra lui e Nunzio ci fosse un rapporto, come dire…
Di questo naturalmente Epifanio si scandalizza, ride e dice: -- Nu ne parlammo proprio. Ciò tranquillizza subito il loro nuovo amico [11], che spiega subito le ragioni della sua indiscrezione: la cosa più tremenda che possa succedere a Gomorra è quella di essere ‘ricchioni ‘: quella di amarsi tra uomini. È una cosa che gli abitanti di Gomorra non tollerano in nessun modo, come del resto, non tollerano nessuna diversità, nessuna minoranza, nessuna eccezione.
Alla luce di queste notizie, Epifanio e Nunzio guardano dal finestrino, piuttosto impressionati, la città che passa davanti ai loro occhi [12]. Ecco che intravedono appena, a tutta velocità, le prime enigmatiche scene... Anche qui --come già a Sodoma -- Epifanio vede ma non crede ai suoi occhi.
Forse non ha nemmeno visto... Le prime immagini di quella che è la città di Gomorra, sono più o meno le seguenti: un assalto ad una banca, con un morto in una pozza di sangue davanti alla porta; un comizio di giovani estremisti con cariche della polizia (e lì altri feriti, altri morti); una fila di macchine bruciate da un gruppo di piromani (che sfasciano a colpi di crik le macchine che non riescono a bruciare): e così via.
Tutto questo è scandito da apparizioni continue di donne, mezze nude -- e lo sono in un modo indecente -- che mostrano tutto quello che possono mostrare, comportandosi come “alleate”, anzi, “camerate” dei maschi. Si ha dunque anche una serie di continui rapporti violentissimi quasi bestiali, tra maschi e femmine che si svolgono ora dentro un portone, ora dietro un cespuglio, ora vicino a un monumento ai caduti, e così via.
Con questa serie di immagini della Città, vista attraverso gli occhi di Eduardo, giungiamo al Centro, nei pressi della Piazza del Duomo. E anche qui abbiamo delle spiegazioni [13] -- molto rozze, molto popolari -- da parte di Gennaro, intorno alla qualità di vita della città di Gomorra: spiegazioni chiarite e commentate dalla “verve” filosofica di Epifanio. Gomorra -- nella nostra storia -- è la tipica città italiana (o forse europea, se non addirittura mondiale) degli anni ‘75- 76; con la violenza di una generazione che ha perduto completamente i suoi antichi valori, che vive una falsa tolleranza (per cui in realtà viene tollerata soltanto la libertà della maggioranza, e non certo quella delle minoranze) ecc. ecc. [14]. Il giorno seguente -- si affretta ad annunciare Gennaro -- evidentemente è questo il pensiero dominante del momento -- ci sarà una grande festa, la grande Festa annuale della Città... [15] Epifanio intuisce subito tutto, e da vecchio napoletano tollerante, ne è costernato. Arrivano all’albergo: dove ci sono subito le solite -- comiche -- difficoltà (perché naturalmente anche all’albergo gli impiegati -- fanatici eterosessuali -- sono insospettiti dalla coppia di un vecchio e un giovanotto). Superate -- comicamente -- tutte le difficoltà, i due finalmente entrano, sfiniti, nella loro stanza.
Epifanio non gliela fa più, a causa di tutte le fatiche di quella giornata, e il suo servo (per la seconda volta brilla nei suoi occhi un lampo di affetto e di gentilezza) lo aiuta a coricarsi. Anche stavolta, negli istanti che precedono il sonno di Eduardo -- si sente l’atmosfera eccitata della città, l’atmosfera tipica della vigilia di una festa: di quella festa annunciata con tanta strana apprensione dall’amico Gennaro.
Sono canti, suoni, risa e urli lontani. Epifanio dolcemente si addormenta e comincia a ronfare.
Anche questa volta comincia “il racconto del sonno di Epifanio”. Ma il filo che ci conduce al luogo dove tale racconto si svolge non è una dolce, vecchia musica come “ Johnny Guitar” o “Luna Rossa”, o “Sono carcerato e mamma more”, ma è la cretina, aggressiva, assordante canzone di un urlatore.
Abbandonato Epifanio al suo sonno cieco, ricerchiamo la fonte di tale musica -- finché arriviamo ad una grande arena all’aperto. Qui, davanti alla platea bestialmente eccitata, viene proiettato -- su uno schermo panoramico, enorme, da cinerama -- un film che normalmente si proietta in sedici millimetri su piccolissimi schermi: cioè un film pornografico. Esso è di produzione volgarissima, probabilmente tedesca, e rappresenta, in ogni suo dettaglio, un coito, durante il quale i due partners fanno di tutto per essere il più possibile volgari, osceni, offensivi.
C’è una lunga inquadratura consistente in uno zoom che pare entrare, lentamente -- attraverso le cosce schifosamente allargate -- dentro il sesso della donna, in dettaglio: il sesso reso enorme dallo schermo-gigante.
Ora, tra gli spettatori della platea c’è un uomo di media età, con l’aspetto di un operaio, e un ragazzino bellissimo, che sembrerebbe invece uno studente.
L ‘operaio guarda lo studentello, lo studentello sente su di se lo sguardo dell’operaio, e lo ricambia.
Ed ecco che, all’incrociarsi di quegli sguardi, succede qualcosa di analogo a quello che era successo nella sala da ballo della città di Sodoma: cioè, senza nessuna ragione, e fulmineamente, in questo mondo dove trionfa l’amore eterosessuale, qualcosa di misterioso -- qualcosa di evidentemente voluto da Dio -- spinge quest’uomo e questo ragazzo a provare un sentimento di amore l’uno per l’altro. Col sudore freddo sulla fronte e spaventato da quello che sta facendo -- e contro cui non può fare nulla come contro una forza invincibile -- l’uomo si avvicina al ragazzino, si mette a sedere accanto a lui, comincia a toccarlo col ginocchio sul ginocchio... Il ragazzino in principio è atterrito, però anche lui, affascinato irresistibilmente da questo nuovo rapporto che nasce (forse il ragazzino è davvero molto giovane, un adolescente non ancora entrato del tutto nel mondo della violenza sessuale dei più adulti, della loro ossessione per il sesso femminile: non per niente infatti è andato li, da solo, a vedere un film pornografico): fatto sta, insomma, che anch’egli è subito trascinato nella “colpa”. L’uomo lo tocca -- dopo mille, atterrite incertezze -- sulla coscia, poi pian piano, ormai deciso a perdersi, comincia a toccargli il membro; poi prende la mano del ragazzo e la porta sul proprio... Insomma i due scoprono a vicenda, i loro sessi “uguali” (così come il ragazzino e la ragazzina di Sodoma avevano scoperto i due sessi diversi).
Presi dalla voglia improvvisa, misteriosa, terribile -- i due decidono ingenuamente di andare nel cesso del cinema. Vanno, chiudono la porta alle loro spalle e si gettano l’uno nelle braccia dell’altro per cominciare il loro amore... Ma anch’essi vengono scoperti [16], come il ragazzetto e la ragazzetta della città di Sodoma.
La maschera del cinema che li aveva notati, subito insospettita, era andata a chiamare altre maschere e quindi la polizia.
Ed ecco, che, spaventosi, arrivano, i poliziotti, abbattono la porta e colgono i due in flagrante. Quello che succede nell’arena è indescrivibile. L ‘uomo e il ragazzo vengono trascinati fuori con una brutalità bestiale. La gente che non ha capito bene di che si tratta, lo intuisce all’ultimo momento (se lo avesse intuito prima li avrebbe evidentemente linciati sul posto) e mentre i due vengono trascinati fuori, fanno appena in tempo a sputare loro addosso, gridandogli i più atroci insulti. I due vengono in tutta fretta caricati sulla macchina della polizia, che li porta verso il terrificante tribunale, dove verranno giudicati. 




Dissolvenza.

Ci ritroviamo nella camera d’albergo di Eduardo, che dà sulla Piazza del Duomo.
Eduardo dorme ancora, sfinito dalle avventure del giorno prima, e Ninetto -- come per un suo misterioso calcolo --accende la televisione. Si sentono subito le voci degli “speakers” che annunciano la trasmissione per diretta della Grande Festa della giornata, la Festa dell’Iniziazione. Al boato di quelle voci odiose Eduardo si sveglia di soprassalto, e i suoi occhi si fissano meccanicamente sul video.
Come visto da Eduardo esterrefatto [17] -- vediamo nel teleschermo apparire il Capo del Governo della Città, un uomo “serio”, moralistico, profondamente antipatico, che a un intervistatore, illustra in che cosa consiste la grande Festa dell’ Iniziazione di Gomorra.
Finita la breve intervista ufficiale e ideologica, ecco che -- commentate dalle voci oggettive, metalliche degli annunciatori -- vediamo più o meno le seguenti sequenze “in diretta”: dalle caserme, dalle scuole, dalle piazzette dei paesi, dai magazzini in cui erano stati tenuti chiusi, evidentemente da alcuni giorni (proprio come si usa fare nei cosiddetti “tre giorni” del servizio di leva), centinaia, migliaia di giovani nudi, vengono liberati e scatenati nella città.
Li avevamo visti il giorno prima, ammassati in silenzio: adesso li vediamo ancora per qualche istante nei loro cortili, nelle loro aule, nelle loro aie, in silenzio.
Ma ecco che, appunto, a un certo misterioso ordine come nei riti -- si aprono di colpo i portoni e i giovani nudi cominciano a dilagare fuori nella città, come mandrie di animali, come orde di barbari, nudi. Assistiamo ad una specie di invasione di Gomorra da parte di questi giovani diciottenni; i quali rappresentano evidentemente una scena mitica, una scena simbolica. Essi son coloro che -- in un rito di iniziazione che li libera -- prendono i loro posti nella città, impossessandosene. Tutto questo avviene attraverso la più spaventosa, la più cieca delle violenze. Anche se ciò è incompatibile, nella nostra logica, con una trasmissione televisiva... È la logica della favola, della nostra favola, infatti, che giustifica, anzi pretende quella violenza.
Gomorra è l’Utopia della Città della Violenza [18].
I giovani nudi dilagano nelle strade -- invadono le piazze -- a caso. Trovano delle donne -- le violentano -- le stuprano lì dove si trovano -- in mezzo alla strada -- dentro le loro stesse case -- davanti agli occhi dei loro figli.
Poi escono -- rapinano i negozi di armi – assaltano le banche -- si impadroniscono dei soldi -- entrano nei supermarket -- li saccheggiano -- li devastano. Escono -- ma non sono più nudi -- si sono vestiti secondo l’ultima moda -- e la loro baraonda nella città continua in questo nuovo costume.
La sequenza è molto complessa e abbraccia tutto quello che i giovani della nuova generazione usano fare; è il simbolo e la sintesi delle loro giornate “vere”.
Angoscia, cecità, malvagità, nevrosi, presunzione, prepotenza, conformismo, odio: di tutto ciò è fatto il “raptus” che li trascina a devastare la città e a impossessarsene. E non importa se lo sguardo che li osserva è lo sguardo di Eduardo, uno sguardo “comico”. Resta la loro terribile realtà. Quando questo esercito di giovani è giunto al massimo della sua violenza barbarica -- non priva però di una certa moderna raffinatezza consumistica -- l’annunciatore della televisione (dentro il cui schermo saremo entrati e lì avremo visto tutto “oggettivamente”) annuncia che la festa si concluderà con l’esecuzione capitale di due persone che hanno infranto la regola di Gomorra; che si sono, cioè, macchiati della spaventosa, innominabile colpa del rapporto omosessuale.
Tale esecuzione capitale si svolgerà nella Piazza del Duomo. A questo annuncio Eduardo e Ninetto voltano le spalle alla televisione e corrono a schiacciare i nasi contro i vetri delle finestre.
D’ora in poi tutto quello che avviene è, in parte, raccontato “come visto” da Eduardo e Ninetto dalla finestrella del loro albergo, e, in parte, raccontato “oggettivamente”, sempre attraverso la televisione; così che i punti di vista sono due e la visione è, insieme, “divisa” e “totale”.
La Piazza di Milano vista nel suo insieme da Eduardo e da Ninetto -- e vista nei suoi dettagli nello schermo della televisione -- si riempie, subito rigurgitando delle masnade ululanti dei giovinastri, dei teppisti, degli estremisti (che non si capisce, come nella realtà, se siano fascisti o comunisti): insomma tutto quello di peggio che sono i giovani dell’ultima generazione. Seguiti dalle donne da loro stuprate, ma diventate subito loro complici -- dalle folle degli anziani che adulano i giovani e si mettono al loro livello -- affluiscono trionfalmente, da padroni, nella Piazza. Che è subito completamente gremita di una folla orribile, ripugnante, in fondo barbarica -- ripeto -- a causa della rozzezza “culturale” del neocapitalismo. E comincia l’esecuzione capitale.
Dal fondo della piazza vengono fatti passare, in mezzo alla folla che li insulta, li copre di sputi, gli piscia addosso --le due vittime atterrite, prese da un panico di bestia portata al macello.
L‘operaio e lo studentino passano attraverso le ali di folla urlante, e vengono portati nel mezzo della piazza dove è lasciato un riquadro vuoto per il supplizio.
Qui vengono spogliati nudi, torturati -- costretti a subire tutto quello di più atroce che è possibile immaginare. Finche viene l’ora della morte.
II ragazzo viene sepolto vivo davanti al Duomo, dal cui selciato alcuni blocchi di marmo erano stati scalzati. Viene spinto urlante, dentro la buca e ricoperto di blocchi. A questo punto scende un elicottero sopra lo spiazzo dentro cui è sepolto vivo l’adolescente -- e l’uomo nudo viene legato al carrello. L’ elicottero subito si alza. E appena si è alzato in volo -- sospeso a pochi metri di altezza -- uno dei carnefici spara un colpo di pistola che fora la gola dell’operaio.
L ‘elicottero si alza ancora, sopra la folla (volando passa quasi sotto il naso di Eduardo che guarda disperato dalla finestra del suo albergo) mentre dalla gola squarciata della vittima cola il sangue sulla folla sottostante.
La folla, urlando e insultando, accoglie nei palmi delle mani il sangue, lo lecca, se ne sporca gli abiti, se ne lorda il viso, in una sorta di atroce scena di cannibalismo rituale.
Eduardo (le cui reazioni, tra comiche e drammatiche, non stiamo qui a descrivere) si copre gli occhi, e, con gesto naturale, alza la testa al cielo come a chiedere pietà.
Si toglie le mani dagli occhi e vede che, nel mezzo del cielo di Gomorra, la Cometa comincia lentamente a muoversi. Segno che Eduardo deve andare via immediatamente da quella città, e seguirla.
Si ripete così la stessa scena che era avvenuta qualche giorno prima a Sodoma; Epifanio e il suo servo Nunzio riempiono i fagotti di pedalini, di mutande: Epifanio arranfa il suo “fagotto misterioso” e i due corrono giù, in strada, seguendo la Cometa.
A dare il via alla distruzione di Gomorra -- come già a Sodoma -- è un terribile fulmine a ciel sereno.
E la distruzione ha subito inizio: a cancellare per sempre Gomorra dalla faccia della terra. Non è però il fuoco che la distrugge. È la peste. Una peste che si abbatte di colpo sulla città, contagia di colpo tutti, porta di colpo sofferenze indescrivibili, semina di colpo la morte.
Alle spalle di Ninetto ed Eduardo che si allontanano, verso porta Ticinese, la peste dilaga. Tutti i cittadini sono colti da sintomi spaventosi: chi vomita; chi, preso da una diarrea interminabile, defeca nelle strade, morendo sulla propria merda; chi muore sul proprio vomito, pustole orrende invadono i corpi -- cadono gli occhi marci dalle occhiaie -- cadono i capelli irti -- tutti gli abitanti di Gomorra diventano spettri purulenti, che pian piano si decompongono e muoiono uno sull’altro, ammucchiandosi in cataste immense [19]. Tutto questo, ripeto, alle spalle di Eduardo e Ninetto che si allontanano a passo veloce dalla città, quasi che alle loro spalle si spalancasse lo spazio magico entro cui avviene, come in un quadro surrealista, la vendetta divina [20].
Ed eccoci di nuovo dentro un treno che corre attraverso la campagna, nella trasparente malinconia del crepuscolo. In cielo la Cometa scintilla, puntando verso il nord, verso le nitide sagome delle Alpi.
Ninetto ed Eduardo sono dentro uno scompartimento, e qui si ha la solita canzone napoletana che fa da intermezzo al nostro lungo viaggio.
Ricordare -- durante questa pausa -- che mai per un solo istante, durante tutta la storia, davanti alla serie degli avvenimenti straordinari che sono capitati, Eduardo ha dimenticato quello che la Cometa significa per lui: cioè la speranza di una nuova vita -- il segnale di una parola rivelatrice e redentrice.
Egli ha tenuto sempre vivo in se questo pensiero, e non ha perso occasione per ripeterlo, per ripeterselo [21].
Forse questa “entracte” -- mentre Ninetto canta la sua canzone -- è uno dei momenti in cui più forte viene fuori in Eduardo il sentimento di Speranza “detto” dalla Cometa, che lo sta trascinando sempre più lontano...

Fonte:
http://anello-mancante.blogspot.it/2013/11/5-porno-teo-kolossal-il-film-mancato-di.html#!/2013/11/5-porno-teo-kolossal-il-film-mancato-di.html



Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

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