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mercoledì 16 aprile 2025

Pasolini, Dittatura in fiaba - La libertà d’Italia del 9 marzo 1951

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini, Dittatura in fiaba

La libertà d’Italia del 9 marzo 1951


( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Pier Paolo Pasolini, nel marzo 1951, recensì “Favole della dittatura”, che rappresenta l’esordio letterario di Leonardo Sciascia.

Al link qui sotto, trovi uno scritto di Leonardo Sciascia, su questa recensione di Pier Paolo Pasolini, al suo libro:



martedì 14 novembre 2023

Pier Paolo Pasolini - Una sconfinata ammirazione per "Delitto e castigo" - Tempo" 4 gennaio 1974

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Una sconfinata ammirazione per "Delitto e castigo"
"Tempo" 4 gennaio 1974
Biblioteca nazionale centrale - Roma

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)





Un giovane uomo di ventitré anni - un bel ragazzo anche se così pallido e magro – è “traumatizzato” dall’amore della madre (e per ampliazione, della sorella). La situazione è, per noi, classica: si tratta di una passione infantile edipica. Egli è rimasto impietrito da quell’amore con tanta violenza provato e ricambiato, quasi come in una prova di laboratorio. Infatti le conseguenze sono quelle ben note: la sessuofobia, la freddezza sessuale e il sadismo. Egli sembra innamorarsi di una ragazza bruna, infelice, intelligente e malata. Che muore presto di tifo (si direbbe, come egli ha voluto). In questo amore non trova posto la sensualità. Egli prova altre attrazioni – che non divengono però mai sessuali – per due altre ragazze giovanissime: una adolescente ubriaca o drogata che se ne va per la strada (ed egli la protegge da un “pappagallo”, chiedendo l’aiuto – il che è sintomatico – di un poliziotto) e poi, per un attimo, verso un’altra giovinetta mendicante (che perciò fa pena: e la pena è umiliante, può essere umiliante fino al sadismo). A questa situazione sessuale inconscia (il rapporto edipico con la madre, esteso alla sorella) si aggiungono altri elementi “oggettivi” e in gran parte consci. Il nostro ragazzo, infatti, orfano di padre, studia nella capitale: è mantenuto agli studi per mezzo della misera pensione di sua madre, e sua sorella è costretta a impiegarsi come istitutrice. Ciò ha creato degli obblighi al ragazzo verso la famiglia. Terribili obblighi di gratitudine e di amore, che vengono ad aggiungersi, appunto, alla violenza amorosa infantile e alla inconsapevole repressione della madre su di lui. Una madre buona, sì, buona, anzi angelica; borghese, ma dotata di tutte le qualità migliori della borghesia provinciale: di quello speciale idealismo, cioè, che non può fare del proprio figlio che un essere adorato e unico.

Il nostro eroe è guidato dal suo inconscio, e si appresta, come in un incubo kafkiano, a giocare il ruolo che gli è assegnato; ad esso non può sottrarsi, come un automa, ma puoò, su esso, creare tuttavia delle giustificazioni pretestuose, dei (aberranti, come vedremo) fondamenti moralistici e teorici. Un giorno gli “viene un’idea” – proprio come se gli venisse dal di fuori, dall’alto – ed egli come in un incubo, appunto, si chiede come mai gli sia venuta una simile idea “non sua”: non può sapere infatti che gli viene dal basso. E così si appresta a elaborarla, a impossessarsene (attraverso la teorizzazione). 

Perchè l'assassino ha lasciato la porta aperta

Tale idea è di uccidere una vecchia usuraia, a cui ha dato in pegno degli oggetti (di famiglia). Resiste a lungo a tale “invito”, ma alla fine, dopo un lungo cerimoniale, cede. Egli ammazza così la madre. La madre che lo ossessiona con gli obblighi, che gli crea degli impegni, che lo umilia con la sua ansiosa comprensione, che lo mette di fronte alla propria impotenza: e che comunque, ancora prima, aveva suscitato in lui un amore che, per essere orrendamente colpevole, si era – come vuole il meccanismo – trasformato in odio. Ma non avevamo detto che alla figura della madre egli aveva annesso anche la figura della sorella? Sì, e infatti ecco che, appena uccisa la vecchia usuraia, entra in casa la buona e mite sorella di questa. La porta era stata lasciata aperta (quasi apposta, perché lei potesse entrare). Inoltre, il nostro assassino sapeva che egli avrebbe potuto uccidere la usuraia fra le sette e le sette e mezza circa, appunto perché la sorella era fuori. Egli giunge invece sui luogo dell’assassinio in ritardo (per colpa – siamo sempre alla diagnosi da manuale! – di un assopimento protrattosi più a lungo del previsto). Egli insomma è andato in casa dell’usuraia in ritardo apposta per dar tempo alla sorda di ritornare. E così ammazza anche lei. Non solo dunque egli sopprime nelle due vecchie, la propria madre e la propria sorella, ma sopprime in esse quella «realtà doppia» che l’amore per la donna è per lui: da una parte la realtà repressiva, feroce, angosciosa (l’usuraia) e dall’altra la realtà tenera, affettuosa, mite (la sorella dell’usuraia). 

Nella sua teoria – di carattere nietzschiano – il nostro ragazzo considera il delitto un “delitto gratuito”, fatto per dimostrare a se stesso, da una parte, di essere un uomo superiore (che non esita a delinquere pur di raggiungere il proprio scopo: arricchire per studiare, diventare uno scienziato, un filosofo, un benefattore dell’umanità), dall’altra, di essere addirittura un “superuomo”, al di là di ogni valore morale istituito. Insomma egli ondeggia fra il cinismo della Realpolitik e la grandezza dell’azione pura. In tutti i casi è chiaro che siamo ancora nel laboratorio: egli ha infatti bisogno semplicemente di superare il proprio “complesso di inferiorità” derivante da tutte le circostanze che abbiamo visto. 

Sennonché – com’era fatale – dopo la sua spaventosa impresa, egli sarà costretto a parlare di “fallimento”: e si ritroverà di fronte alla propria “inferiorità” (che però a lui si manifesta solo come incapacità a nascondere le tracce del delitto, e soprattutto, come incapacità a resistere agli impulsi della morale comune che richiede il rimorso e la confessione della colpa). 

In realtà il “fallimento” consiste in qualcos’altro. Consiste nel fatto che la liberazione dalla propria madre attraverso l’assassinio dell’usuraia “doppia” (buona e cattiva), è una liberazione simbolica. Nella realtà, eccola, la madre (con la sorella) che arriva in treno dalla profonda provincia. È una vera e propria resurrezione, la riapparizione di un fantasma. Il delitto è stato davvero “inutile”! La madre e la sorella portano innocenti con sé, non solo tutto l’orrendo fardello di amore infantile, ma, per di più, tutte le esigenze e gli obblighi di una vita da vivere, coi suoi problemi pratici e il suo spietato idealismo da non tradire.La sorte del nostro assassino è dunque ancora interamente da decidere e da vivere. Tutto è da ricominciare da capo. Ma, ormai, il nostro eroe non può più farlo. La sua è ormai una vita che scorre per inerzia, ed egli percorre dunque tutte le tappe obbligate che usa percorrere – quasi secondo delle perfette norme fissate una volta per sempre – un colpevole che finirà per costituirsi, confessare ed espiare. Ormai, quelle che contano sono le vite degli altri, che si sviluppano intorno alla sua. 

Una sfida moralistica al mondo

Durante la sua via crucis (non evangelica, perché egli, naturalmente, è ostacolato continuamente e fino in fondo dall’interpretazione “conscia” che egli dà ai fatti: la sua sfida moralistica al mondo e il suo fallito tentativo d’essere un uomo superiore) egli tuttavia su una vita, più che sulle altre, continua a influire, prima di diventare un “morto civile”. Si tratta della vita di una ragazza – un’adolescente come quelle intraviste e “rimosse” per la strada – in tutto e per tutto simile alla sorella dell’usuraia, e quindi alla madre “buona, mite, idealistica”. L’identificazione di questa ragazza con la sorella dell’usuraia e con la madre dell’infanzia è perfetta: anche letteralmente. Il sentimento del nostro eroe verso questa ragazza dovrebbe essere d’amore (e infatti lo è): ma si tratta di un amore privo di un elemento essenziale, cioè il sesso. Il quale si manifesta (ancora e irrimediabilmente!) attraverso il sadismo. Il giovane infatti confessa a lei, per sadismo, la propria colpa: e continua del resto a tormentarla in tutti i modi. Essa oltre tutto è costretta dalla miseria, benché quasi una bambina, a fare la puttana. E ciò scatena ancor più la sessuofobia e il puritanesimo del nostro eroe che ignora perfettamente di avere un sesso. Naturalmente. non appena egli si accorge di provare un sentimento di amore verso di lei, lo sente subito come odio. E per contro, l’amore ingenuo, immenso e incondizionato di lei per lui, ricomincia & oreal-gli quel sentimento quasi cosmico di insopportazione che gli aveva creato l'amore della madre. È inutile dire che egli, seviziando questa ragazzina. sevizie se stesso. Come già. ammazzando le due vecchie donne. aveva infierito su se stesso.

   Anche questo è da manuale. Non per niente poco prima di spaccare con la scure la povera, indifesa, tenera nuca della malvagia vecchia (la madre, invecchiando, diviene infantile), il nostro eroe aveva fatto un orribile sogno: dei giovinastri, nella sua cittadina di provincia, per dove egli camminava tenendo per mano il padre (!) ammazzano, seviziandola in modo atroce, una povera, magra cavallina (che egli alla fine, quando sarà finalmente morta, andrà a baciare disperatamente nel muso): ma il fatto rilevante è che, benché si tratti di una “cavallina”, egli, parlandone col padre e con gli astanti, appunto perché infante, la chiama “cavallino”. Dunque chi è stato torturato, seviziato, massacrato, ucciso: una cavallina o un cavallino?

   Dopo la confessione del suo delitto e la sua condanna ai lavori forzati, il nostro eroe è seguito, come da una cagna fedele, dalla puttana che egli non ammette di amare, oppure manifesta il suo amore verso di lei attraverso la crudeltà. Niente di nuovo è successo nel profondo della sua personalità. Egli è rimasto la stessa creatura cristallizzata, mostruosa, automatica – e, nel tempo stesso, il ragazzo buono e intelligente – che era prima del delitto. Niente si è sciolto in lui. I suoi compagni di pena odiano in lui questa fedeltà inderogabile al proprio essere, questo ascetismo della diversità ignota a se stessa. Finché la madre vera muore; muore di innocente dolore, tra deliri di bontà materna, che pur intuendo la verità non vuol ammetterla, ecc., ecc. Tale morte in principio non significa nulla. È una morte anagrafica. Eppure essa era indispensabile perché finalmente qualcosa si sciogliesse dentro il suo ostinato figlio. Ciò avviene di colpo e senza nessuna ragione. Assomiglia un po’ a quella che i cristiani chiamano “conversione” o i filosofi Zen “illuminazione”: cioè un mutamento radicale che si verifica in un momento qualunque o addirittura banale. Un dopopranzo, in una pausa di lavoro, sopra uno sterro, davanti a una grande pianura illuminata da un pallido e tiepido sole, dove, lontano, sono accampati dei nomadi, il nostro eroe sente di colpo di amare la ragazza che l’ha seguito: di amarla in modo completo, assoluto, così come non aveva potuto amare la madre da bambino.

   Era tanto semplice! Non solo Dostoevskij ha prefigurato Nietzsche e tutta la cultura nietzschiana, non solo ha prefigurato Kafka, cioè almeno metà della letteratura del Novecento (basta infatti togliere la descrizione del delitto iniziale, e lasciare tutto il resto così com’è: e Delitto e castigo diventa un enorme e convulso Processo) ma addirittura ha prefigurato, precorso, preteso Freud. A meno che egli non sapesse già tutto ciò che Freud avrebbe scoperto.
Questa mia non è che un’umile chiacchierata e un’analisi psicanalitica a braccio; ma potrei però dimostrare, in un saggio documentato, come in Delitto e castigo ci sia un numero impressionante di espressioni “esplicitamente” psicanalitiche. Ciò mi riempie di una sconfinata ammirazione, pari almeno a quella che sento per la impareggiabile “sceneggiatura” del romanzo.

Pier Paolo Pasolini
Una sconfinata ammirazione per "Delitto e castigo" 
Ritaglio di "Tempo" 4 gennaio 1974
Biblioteca nazionale centrale - Roma



Curatore, Bruno Esposito

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lunedì 28 dicembre 2020

Leonardo Sciascia - Il Salò di Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 
Il rapporto di stima e di amicizia tra Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini risale ai primi anni Cinquanta, quando l’uno e l’altro erano parimenti ignoti al grande pubblico. Il poeta friulano recensì su una rivista romana “La libertà” il primo libro del maestro di Racalmuto, le Favole della dittatura.
“Dieci anni fa queste favolette sarebbero servite unicamente a mandare al confino il loro autore. Quanti italiani sarebbero stati in grado di capirle? Adesso, con un fondo di amarezza tutta scontata, Sciascia condanna, nel ricordo, quei tempi di abiezione, e proprio con un gusto della forma chiusa, fissa, quasi ermetica, insomma: che a quei tempi era proprio uno dei rari modi di passiva resistenza”.
P.P.Pasolini 

 … da quel momento siamo stati amici. Ci scrivevamo assiduamente e ogni tanto ci incontravamo, nei dieci anni che seguirono, e specialmente nel periodo in cui lui lavorava all'antologia della poesia dialettale italiana. Poi la nostra corrispondenza si diradò, i nostri incontri divennero rari e casuali (l'ultimo nell'atrio dell'albergo Jolly, qui a Palermo: quando lui era venuto a cercare attori per Le mille e una notte). Ma io mi sentivo sempre un suo amico; e credo che anche lui nei miei riguardi.
C'era però come un'ombra tra noi, ed era l'ombra di un malinteso. Credo che mi ritenesse alquanto -come dire? - razzista nei riguardi dell'omosessualità. E forse era vero, e forse è vero: ma non al punto da non stare dalla parte di Gide contro Claudel, dalla parte di Pier Paolo Pasolini contro gli ipocriti i corrotti e i cretini che gliene facevano accusa. E il fatto di non essere mai riuscito a dirglielo mi è ora di pena, di rimorso. Io ero — e lo dico senza vantarmene, dolorosamente - la sola persona in Italia con cui lui potesse veramente parlare. Negli ultimi anni abbiamo pensato le stesse cose, detto le stesse cose, sofferto e pagato per le stesse cose. Eppure non siamo riusciti a parlarci, a dialogare. Non posso che mettere il torto dalla mia parte, la ragione dalla sua.
E voglio ancora dire una cosa, al di là dell'angoscioso fatto personale: la sua morte - quali che siano i motivi per cui è stato ucciso, quali che siano i sordidi e torbidi particolari che verranno fuori — io la vedo come una tragica testimonianza di verità, di quella verità che egli ha concitatamente dibattuto scrivendo, nell'ultimo numero del «Mondo», una lettera a Italo Calvino.

Da Nero su nero, Einaudi, 1980


*****
 

Leonardo Sciascia
Il Salò di Pasolini

 

[...] Ho visto una volta, per cinque minuti, un film pornografico. A differenza di Catone nell’epigramma di Marziale (tradotto da Concetto Marchesi: “Tu conoscevi il dolce rito della giocosa Flora /e l’allegria della festa e la libertà della gente / E allora perché sei venuto al teatro, o severo Catone? / O sei venuto solo per questo: per uscirne?”), non sapevo quali sarebbero state le mie reazioni di fronte a un simile spettacolo. Presumevo anzi mi sarebbe piaciuto, piacendomi la letteratura erotica e libertina. Mi sono invece trovato davanti a dei corpi umani ridotti a pura e triste meccanica e ho fatto l’immediata constatazione che di pornografico, in un film pornografico, ci sono soltanto gli spettatori. Se fossi rimasto oltre, mi sarei molto annoiato e un po’ vergognato.

Giorni addietro, a Roma, vedendo l’ultimo film di Pasolini mi sono trovato in una condizione del tutto diversa. Questo per dire subito che se sono arrivato a sperare che questo film lo vedano in pochi, ci sono arrivato da ben altra parte. Mentre le immagini scorrevano sullo schermo, non mi sono sentito pornografo ma vittima. Vittima del dovere di vederlo, vittima dell’attenzione con cui ho sempre seguito Pasolini, vittima - perché non dirlo? - del mio cristiano amore per lui, di un amore che forse sfiora il concetto - cristiano e cattolico - della reversibilità. Ho sofferto maledettamente, durante la proiezione. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a non chiudere gli occhi, davanti a certe scene: e nel buio diciamo fisico che si faceva in me, precario conforto a quell’altro, morale e intellettuale, che dilagava dallo schermo, disperatamente e come annaspando, cercavo nella memoria immagini d’amore. Poi venne, da una delle vittime, da una di quelle che anche nelle didascalie iniziali, coi loro nomi anagrafici, sono definite vittime - venne l’invocazione- chiave, l’invocazione che spiegò il senso del film e l’impressione che produceva in me: “Dio, perché ci hai abbandonati?”. Lo stesso grido di Cristo nel Vangelo di Marco: “Eloi, Eloi, lama sabactani?”. A questo punto, a spezzare provvidenzialmente l’effetto del film, mi affiorò il ricordo di una battuta di Jean Paulhan quando testimoniando a favore di Jean-Jacques Pauvert, imputato per la ristampa delle opere di Sade che veniva facedo, alla domanda del giudice: “Dunque lei non crede che le opere di Sade siano pericolose?”, aveva risposto: “Pericolosissime: conosco una ragazza che dopo averle lette si è fatta monaca”. Questa battuta, meno paradossale di quanto sarà parsa al giudice (nella migliore delle ipotesi: che è possibile l’abbia intesa a carico invece che a discarico di Pauvert), veniva a porre la questione del film di Pasolini in rapporto alla censura, e il problema stesso della censura, nei termini più esatti e più giusti. Il film di Pasolini è senza dubbio importante: importante come conclusione della sua autobiografia, importante per chi come me sente il bisogno di ricostruire la sua vita, di spiegarsela, di capirla con umiltà e insieme con pietà; di capire la sua scelta, di capire il suo “suicidio”. Ma a che serve, per la generalità degli spettatori; a che serve per le masse che lo consumeranno? Lasciando da parte i pochissimi che a vederlo possono sentirsi insorgere delle latenti perversioni o trovare una forma di appagamento a quelle coscienti, i più non ne avranno che nausea e dolore: e o sentiranno l’impulso di ripagare con la violenza tanta violenza (magari sfasciando il cinema) o sentiranno tanta disperazione e dannazione da trovarsi ad invocare Dio come nel film la vittima, come la ragazza di cui dice Paulhan che si è fatta monaca dopo aver letto Sade. Ora, decisamente, tanto per stare alla battuta di Paulhan, è appunto questo che non vogliamo: che le ragazze si facciano monache.

Facendo il film che ha fatto, Pasolini ci ha avvertito di questo pericolo. E anche morendo come è morto: di una morte in cui gli elementi “libertari” sono sovrastati e annichiliti dagli elementi “cattolici”. Ma noi dobbiamo difendercene. E non dico noi per questa società, questo Stato, tutto quello che Vittorini chiamerebbe morte e putredine - che hanno se mai non il diritto di difendersi ma il dovere di dissolversi; ma noi che ormai sappiamo quello che siamo e quello che vogliamo: anche se stretti tra le delusioni storiche nuove e le tentazioni metafisiche vecchie.
 
Di Leonardo Sciascia
(Rinascita, n. 49, 12 dicembre 1975)
 


  

Curatore, Bruno Esposito

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martedì 22 dicembre 2020

Pier Paolo Pasolini - IL PENSIERO PERVERSO (1971)

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



IL PENSIERO PERVERSO (1971)
SATURA, IL PENSIERO PERVERSO, LA BELTA’   

di Pier Paolo Pasolini,
(«Nuovi Argomenti», gennaio-marzo 1971)
 

Quel maledetto timore degli altri! Quel maledetto bisogno di possedere qualche crisma, sorprendente e insieme atteso dagli altri!
Ottieri ha destinato il suo libro di versi agli altri: mentre doveva essere un libro non destinato a nessuno, avrebbe fatto certo un capolavoro: ha fatto tuttavia un libro bellissimo, lo dico esplicitamente e subito, un libro bellissimo. Ma questo è poco rispetto alla scienza o conoscenza che Ottieri possiede su quel qualcosa che è la sua vita. Scienza in cui rientra il sapere che è proprio la forza di non essere vili che manca: e che è proprio da ciò che nasce questo libro. Il primo colpo di sterzo (per usare la terminologia di "difesa" tipica dell’autore) che Ottieri compie rispetto alla propria verità, è lo scherzarci sopra. Ciò gli consente di distaccarsi da sé e di prendere le debite distanze dal proprio essere.
Da ciò l’armamentario lessicale di difesa, appunto. Il momento più delicato della confessione è "corretto" da un richiamo alla complicità col lettore, utente anche lui delle allocuzioni rassicuranti del linguaggio quotidiano, oggi per eccellenza tecnicizzante. Il timido sorriso che affiora negli occhi del professore quando cita "tecnicismi" di altri campi, quelli più comuni: o che almeno comuni appaiono agli altri, mentre per lui sono comunque specialistici e quindi da citare tra virgolette. Tutto il libro di Ottieri è scritto con quell’angoscioso sorriso che cola dagli occhi.
Il secondo colpo di sterzo è l’adozione del lessico di una tecnica speciale, proprio riguardante il suo caso, cioè il lessico psicoanalitico. Il terzo colpo di sterzo è l’adozione di un certo sentimento letterario del "pastiche", che si aggiunge alla scoperta della tecnica della poesia, dello scrivere in versi.
Il quarto colpo di sterzo è la dichiarazione di neutralità nei rapporti fra il proprio male e il proprio lettore: neutralità che si manifesta come arbitrarietà. Invadendo motu proprio un campo finora non suo, quello della poesia in versi. Ottieri vi si aggira con l’aria libera e disponibile di chi non ha ancora alcuna tessera o patente in tasca, cercando accoglienza e perdono- ma con leggerezza e con preventivata rassegnazione in caso di rifiuto. Ottieri ha fatto oggetto della propria poesia qualcosa che per definizione può essere forse descritto, ma certo non espresso. Non credo che nemmeno al suo psicoanalista questo libro potrebbe essere particolarmente utile: esso cioè non aggiungerebbe nulla a quanto del paziente si può sapere: ciò che è fenomeno rimane fenomeno, ciò che è sintomo rimane sintomo. La scienza ha fatto un catalogo, uno schedario e un sistema di tale fenomenologia: il cui mistero resta ontologico e continua a spiegarsi solo se riferito alla fenomenologia della salute. La poesia, a meno a dedurlo dal libro di Ottieri, può fare la stessa cosa: può esprimere meglio della scienza, da una parte, e naturalmente peggio, dall’altra, gli stessi fatti, lasciandoli alla loro sostanziale inesprimibilità. Come ogni contemplazione, però anche quella della poesia è piacevole: Ottieri ha dato alla sua poesia lo stesso grado di piacevolezza che ha la scienza quando contempla. Anche il fatto stesso che sia l’interessato, cioè la vittima, a contemplare il proprio male, non fa altro che aggiungere piacere al piacere. Se Ottieri per caso- consciamente, com’è probabile, o forse inconsciamente- si era proposto di non fare pietà, c’è riuscito. Anzi, si è reso oggetto di un interesse estremamente piacevole.
Naturalmente, tale piacere della contemplazione deve averlo provato anche lui, mentre scriveva del proprio male: perciò l’ironia di cui parlavo prima, se è prima di tutto una difesa, finisce coll’identificarsi con un’altra specie di ironia, che chiamerei primaria e che è la caratteristica non velleitaria del grande spirito borghese, che è razionalistico, e quindi ottimista e felice. L’angoscioso libro di Ottieri è un libro allegro; più allegro della stessa "Satura" di Montale. Perché l’ironia "sporca" della borghesia, ossia quella esercitata unicamente sugli altri, nel libro di Ottieri è del tutto assente.
Essa è esercitata unicamente sull’autor: e non ha importanza se egli ha prima di tutto assente: e non ha importanza se egli ha prima di tutto esercitato su di sé per anestetizzarsi e rendersi presentabile in società: perché, in conclusione, tale fine è andato perduto di vista, e ne è rimasta solo l’ironia buona e innocente – quella appunto delle grandi opere della classicità borghese. Il piccolo ambiente che determina socialmente il momento "perverso" del male di Ottieri (male nato in un ambiente ancora più piccolo e provinciale, reso però cosmico dallo stato infantile), è quello tipico che determina, anzi, vuole e pretende tale ironia: ma alla fine, nel caso di Ottieri, questa "captatio benevolentiae" finisce piuttosto coll’essere un atto d’accusa contro la complicità ambientale. Proprio nel momento in cui Ottieri tende le mani disperatamente dal suo letto per invocare l’attenzione o la stima o la benedizione dei potenti (di qualsiasi specie), egli resta più solo, con quel terribile sorriso che non gli si spegne negli occhi.
Inoltre, piano piano, la scienza – quella scienza della propria vita di intellettuale costretto da una grave nevrosi dell’ozio – il letto, la poltrona, la tapparella da cui filtra la luce, il garage, il weekend – si impone proprio in quanto scienza. Piano piano il libro acquista l’autorità di un’opera di morale, empirica fin che si vuole, ma sempre obiettiva ed "esatta". Ogni atto o oggetto nominato è "reale": proprio come quando uno scienziato vero dà un esempio e si riferisce a un caso. Anzi, ancora di più.
Ogni verso o ogni periodo del libro potrebbe essere una massima, che si riferisce alla cultura da cui nasce, insostituibile come la dichiarazione di un testimone. È vero che tutto quello che Ottieri dice, attraverso la sua scienza morale, ci è in gran parte noto: tuttavia ci interessa come scolari che nella propria materia imparano qualcosa da qualcuno che ne sa più di loro. È l’esperienza. Un’esperienza specializzata che ha trovato il modo di esprimersi brillantemente e con ispirata proprietà: e quindi attraverso nessi continuamente nuovi, piacevolmente sorprendenti. La chiarezza è appunto quella di uno scrittore morale di massime: ma ciò non esclude l’improvvisazione più folle, anche se sempre corretta da quello speciale spirito ludico che il conversare mondano. Chi parla è sempre un competente.
Ed è strano come la buona educazione borghese, che impedisce la generosità dell’errore, l’inopportunità del chiamare le cose col loro nome (a meno di non nominarle tra virgolette) la voglia di aggredire frontalmente il dolore, la tentazione di far sapere la propria malattia mortale e degradante per evitare pettegolezzi – è strano che tale buona educazione abbia potuto coincidere con l’oggettività della poesia, e il suo allontanamento dalla materia assomigli o si identifichi con quello della grazia da cui Ottieri si sente negletto.




Curatore, Bruno Esposito

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Gianfranco Contini, Al limite della poesia dialettale - Recensione a Poesie a Casarsa di P.P.Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


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AL  LIMITE  DELLA  POESIA DIALETTALE 
Lugano, sabato 24 aprile 1943
Gianfranco Contini
Corriere del Ticino, anno IV, numero 9

(Un ringraziamento speciale a Maria Vittoria Chiarelli, per la trascrizione)


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Sembrerebbe un autore dialettale, a prima vista, questo Pier Paolo Pasolini,  per queste sue friulane  Poesie a Casarsa ( Bologna, Libreria Antiquaria Mario Landi ), un librettino di neppur cinquanta pagine, compresa la non bella traduzione letterale che di quelle pagine occupa la metà inferiore. E tuttavia, se si ha indulgenza al gusto degli estremi e alla sensibilità del limite, in questo fascicoletto si scorgerà la prima accessione della letteratura <<dialettale>> all'aura della poesia d'oggi, e pertanto una modificazione in profondità di quell'attributo. Si pensi infatti ai più moderni fra i rimatori in vernacolo, il triestino Giotti, il genovese Firpo - e non dimentichiamo, fra i veneti, Giacomo Ca' Zorzi, alias Noventa: il loro mondo continua a essere più o meno impressionistico-nostalgico, ma d'una malinconia già raccolta nell'aprioristica figura della saggezza; la loro metrica, più o meno tradizionale; e infatti il loro dialetto persiste in una posizione ancillare rispetto alla lingua, della quale è una variazione appena più descrittiva e cromatica.

Come asserire, allora, una loro piena contemporaneità? se anzi giungono, per definizione, con alcuni minuti o un quarto d'ora di ritardo? Con Pasolini le cose vanno in tutt'altro modo; e basti senz'altro raffigurarsi innanzi il suo mondo poetico, per rendersi conto dello scandalo ch'esso introduce negli annali della letteratura dialettale,  posto sempre che questa categoria abbia ragion d'essere. Chiamiamola pure narcissismo, per intenderci rapidamente,  questa posizione violentemente soggettiva; come diremo narcissistico l'angelo biondo che ossessiona l'immaginazione di Campana. Rimpianto narcissistico, però, qui: d'uno che leva un pianto perpetuo sulla morte di sé donzèl, di sé lontàn frut peciadôr, solo vivo nelle fonti e acque del paese ormai altrettanto remoto; attuale come spirito, proprio come soffio d'aria, e attento al varco dove passano i morti, madre morta, fanciulli morti; e che associa queste continue esequie ai crepuscoli e alle intemperie di quella terra leggendariamente serale e pluviale. Tali sentimenti non si possono evidentemente sistemare in un sottoprodotto dell'alta lingua letteraria,  fosse pure privatamente amabile come la già espressione di quel ragazzo e di quella provinciale felicità: occorre una dignità  di lingua , una sorta di equivalenza. E non sarà  per niente un caso che il <<dialetto>> adottato sia precisamente uno di quelli che, per la loro struttura fonetica e specialmente morfologica differenziatissima,  hanno fatto pensare i glottologi a un'unità linguistica distinta dall'italiano.
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Qui occorrerebbe un lungo discorso: ma eccone almeno qualche termine più essenziale, per non allontanarci da questo libro che dopotutto interessa in sé, e non mica come pretesto a digressioni ingegnose. Un'unità linguistica quale veniva tracciata da quegli altissimi naturalisti della glottologia va sempre intesa come unità potenziale. È già indizio d'una relativa autonomia culturale e giuridica, ma d'un'indipendente preistoria piuttosto che d'una storia; quella passiva preistoria cioè natura, solo una coscienza letteraria potrebbe mutarla in storia.  Ciò non è accaduto né per le varietà  retoromanze né per il sardo, che pure fu la prima lingua amministrativa regolarmente costituita in una regione d'Italia, fin dal mille; né per il friulano, che pure sembrò averne larghe possibilità attorno alla curia trecentesca di Cividale.  E la coscienza letteraria, va aggiunto, è qualcosa di molto più profondo dei divertimenti,  anche acuti e federati, dei letterati,  se il provenzale moderno non è sboccato in nulla più che un aneddoto marginale del francese, curioso, e ciò vuol già dire moderatamente vitale. Resta che una varietà fortemente differenziata, come nel caso di Pasolini  friulano ( che ha addirittura un altro modo di formare il plurale, con s ), può momentaneamente diventare <<quasi una lingua>>: la sua natura passa all'atto. Non ci si usi il torto di attribuirci una qualunque fede nelle qualità <<naturali>> d'una lingua. È anzi storia che il milanese di un Porta o il romanesco di un Belli, per citare autori di grandezza non dubbia sul più alto piano nazionale, non nascono senza qualche relazione di polemica o comunque di continuità con la lingua letteraria; non sono espressioni di temperamenti dall'inizio esplicitamente lirici. È  storia l'improbabilità culturale dell'uso autonomo d'un dialetto viciniore, della sua applicazione a necessità liriche immediate. L'esperienza di Pasolini si svolge invece sopra un tendenzialmente pari livello linguistico. E gli facciamo il massimo degli onori in nostro potere se non gli attribuiamo la lettura ( ideale , s'intende ), non diciamo dello Zorutti, ma neppure del Colloredo, meno ameno di quel che si creda ( per quanto pretesto al D'Annunzio d'un elogio della <<sua parlatura nativa, concisa e aguzza, acerba e venusta>> ), e nemmeno delle villotte ( della villotta, celebra sempre il D'annunzio, in tono per hai-kai, << breve come il dardo e come il fiore, breve come il bacio e come il morso, come il singhiozzo e come il sorriso >> ), non insomma dei testi di fiancheggiamento linguistico , anche se eventualmente popolare; bensì delle ( troppo esigue ) tracce del trovadorismo cividalese, dove quei bravi anonimi intendono porsi all'altezza dei giullari di Provenza, dei notai meridionali, del Minnesang austrobavarese. Parità, giovi ripetere, di condizioni: volgare illustre.
  ARCHIWEB
Questa descrizione ideale dell'operazione di Pasolini non ci vieta affatto di riconoscere, quando torniamo a scrutare la carne di Poesie a Casarsa, la presenza, anche qui, di elementi linguistici descrittivi e cromatici; se egli stesso, congedandosi dal volume, attira l'attenzione su vocaboli che in senso larghissimo diremmo onomatopeici - una sorta di nomenclatura dell'azione o del modo di essere, quali sono i conclamati tesori di ogni dialetto: Pasolini insiste sull'intraducibilità, tipico carattere dialettale,  mentre non s'è fatto che sottolineare l'interna traducibilità della lingua.  Altro che sfumature sottratte alla parlata corrente!  Pasolini è in quella sua lingua conclusa , sistematica,  quasi marmorea, che s'affranca senza lotta dai ritmi canonici delle abitudini paesane; e gli consente un descrittivismo semmai di linea e non di colore ( Il nìni muàrt , L'ingannata ) fino al pregevole quasi-parnassianismo di Per il "David" di Manzù. È la vera nobiltà di una lingua minore, come il rumeno o il catalano, nella chiarezza di contorno ( forse eccessiva per una grande lingua ) e nella sua stessa apparenza fonica, senza compromessi e sbavature grammaticali, di questa strofetta: << Tu sôs, David, còme il tòru in di d'Avrîl, - che ta lis mans d'un fi c'al rît,  - al va dóls a la muàrt >>. Questo è l'incanto minimo di Pasolini,  e non vuol dire che noi intendiamo seguirlo fino all'estremo opposto,  fino agli sforzi simbolici del poemetto La domenica uliva e alla violenza fatta al mondo dei morti per strapparne figure sensibili. Pioggia, una <<voce>> pascoliana ( ma che è,  conforme al narcissismo descritto,  del figlio, non della madre! ); e alla fine la <<ciâr, - ciâr di frutìn>> del figlio; tutto riconduce al mondo tracciato più  su, e precisamente a quel centro di ascesi dell'uomo sul proprio corpo che fa l'equilibrio del libretto.

  ARCHIWEB
Non solo, dunque, << il timp  di mè  donzèl >> ( Altàir ), ma il corpo,  anzi, perché importa veramente la lettera, il  <<cuàrp>>, questa tenebrosa cosa portata sotto la chiara, evidenziante luce d'una lingua nuova.  Nelle Litanis dal bièl fi ( bièl fi, cioè un'altra accezione del solito sé oggetto d'amore; e qui è il peccatore infantile che ritorna,  innanzi non per nulla a uno specchio ): << 'I ciàli  il me cuàrp - di quànt ch'ieri frut >>, a contatto delle crepuscolari domeniche trascorse. Infatti, come a una rima a distanza a quel frut del tempo perduto, nella poesia a Dilio: << Tu jódis,  nìni,  tai nùstris cuàrps - la frès-cie rosàde - dal timp pierdût >>. E si aggiunga la << ciâr <<lutáde>> del David,  e il <<fantasùt>> di Pioggia sui confini, sul cui volto si mutano le stagioni: << tal tò  vis di róse e mêl - dut verdút 'a nàs il mèis >>, << tal tò  vis di sanc e fièl - dut sblanciàt 'a mûr il mèis >>.
Quanto a una traduzione qualunque di queste citazioni , ci rifiutiamo di fornirla: essa non è riuscita neppure all'autore; e poi rischieremmo di farle intendere come documenti psicologici,  mentre quello stesso che è in loro di sentimento dominante funziona rigorosamente entro l'equivalenza linguistica. D'altra parte si conceda una certa durata di digestione a questo friulano, che non è cibo di tutti i giorni; lasciate qualche margine allo stupore che uno <<stato d'animo>> à la page si sia rifugiato tra quegli s finali, quelle palatali,  quei dittonghi.

Gianfranco Contini




La fonte di tutto il materiale:  ARCHIWEB




Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

lunedì 14 dicembre 2020

Prefazione di Pier Paolo Pasolini, alla prima raccolta di poesie di Vera Gherarducci

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Prefazione dettata per la prima raccolta di versi di Vera Gherarducci, 
Il Giorno Unico, editore Guanda.
Il Dramma
ANNO 46 - NUMERO 1
GENNAIO 1970

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)


Ci vuol poco a capire che le poesie di Vera Gherarducci sono vere poesie. Appena ne ho lette alcune - o meglio appena ho letto i primi versi della prima poesia - ho deciso subito di pubblicare la Gherarducci su uno dei primi numeri della nuova serie di « Nuovi Argomenti », senza avere il minimo dubbio.

L’occhiata tipografica a una poesia della Gherarducci non convince, stia bene attento a questo il lettore : l’occhio sembra non desiderare leggere versi disposti in quel modo : perché si tratta di un modo apparentemente vecchio, datato; tutti i mille poeti e poetesse della provincia italiana dispongono i versi sulla pagina in quel modo : credo si tratti dell’adozione in massa della metrica deli’Ungaretti di moda negli anni Quaranta (i primi) e della successiva codificazione, che ha sostituito in qualche modo quella dannunziana. Forse è in quel fondo che la Gherarducci ha cominciato, e non si è più curata di cambiare. Infatti disponendo i versi così, essa ha trovato il modo di renderli assolutamente aderenti a una sua ideale voce orale : ideale perché assolutamente intonata al proprio sentimento. E qui c’è una contraddizione la cui soluzione costituisce l’originalità e la bellezza delle poesie della Gherarducci. Le sue poesie costituiscono, infatti, un diario: anziché titoli hanno date «vere», quelle che si pongono di solito, ambiziosamente, in calce ai versi, quasi a suggerire i dati di una evoluzione poetica. Al contrario, nella Gherarducci, la data è tutto: è talmente tutto che non significa più una data: è il tabù e il totem del tempo : una benedizione e una maledizione del Dio misterioso del calendario piccolo borghese. Non si capirà mai infatti, neanche a libro concluso, se queste date sono una glorificazione del tempo come luogo, alla fine, della dissoluzione in se stesso, o un esorcismo contro il suo perpetuo essere se stesso.

Bene, essendo datate nel titolo, queste poesie si definiscono come pagine di diario: ed ecco il sentimento di quel giorno, di quell’ora.-, con tutta la sua presumibile violenza, o angoscia o fatalismo o tutto ciò che volete, ma comunque molto definito e particolaristico. Intonare la voce a questo sentimento significa generalmente portarla al massimo dell’espressività : alle « punte espressive » (anche nel senso della massima depressione, come certi crepuscolari cui la Gherarducci un po’ assomiglia). Invece la voce della Gherarducci si intona a un sentimento che non richiede alcuna drammatica frequenza di alti e bassi, di punte in su o in giù.

Che richiede invece una sorta di monotonia giaculatoria c insieme ragionata, ragionante, logica parlata, quotidiana. Spesso infatti la Gherarducci usa allocuzioni, modi di dire, aggettivazioni usate dalle élites colte, nelle cose dove la gente « privilegiata » ha anche buon gusto, in un suo gergo usato con misura.

Questo significa che il sentimento di quel dato giorno, di quella data ora, è sempre lo stesso : e la Gherarducci vi intona la voce ogni volta allo stesso modo. Il suo diario non è che una iterazione, linguisticamente; e, psicologicamente, non è che un cerimoniale nevrotico che riproduce sempre allo stesso modo i suoi sintomi. La Gherarducci insomma tiene il diario di un giorno solo che ritorna sempre uguale da un primo 25 novembre a un ultimo 14 settembre. In questo giorno unico accadono tutti gli avvenimenti della vita di una donna sposata con dei figli piccoli che crescono, con tutto il suo background borghese facilmente immaginabile. In questo giorno, anche, ritorna sempre lo stesso sentimento di questa vita : il suo rapporto di intimità e di estraneità con essa. L’abisso nevrotico e la confidenza normale : l’atroce isolamento di una donna e la saggezza di una signora borghese che sa essere moglie, madre e padrona di casa con effettivo affetto.

È in una specie primaria di sincerità - che sembra non conoscere difficoltà - che va ricercata la soluzione di una dissociazione generalmente insanabile tra vita privata ed eterno, che in realtà sono un fenomeno assurdamente unico.

È diffìcile insomma cogliere un filo reale nella propria vita. La Gherarducci l’ha colto. Ciò le è costato la rinuncia a tutti gli altri fili della vita. La sua semplicità sintattica e metrica è assoluta. Essa dà il sentimento del suo Giorno Unico, in tutta la sua ambiguità e il suo terrore mescolato alla normalità, con una chiarezza disarmante e un realismo quasi brutale. È incredibile, ogni poesia che si legge in questo libro sembra la migliore, quella da citare; ma poi la seguente funziona ancora meglio; è sempre della stessa poesia che si tratta, come di una cosa che non sazia mai. E ciò che rende ognuna di queste poesie la più bella è il fatto che in esse non c’è mai, in nessun modo, nulla di irreale.
Pier Paolo Pasolini




Curatore, Bruno Esposito

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Il "fango" di Pasolini - Recensione di Carlo Bo - "Una vita violenta".

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Il "fango" di Pasolini
Recensione di Carlo Bo 
"Una vita violenta".
LA STAMPA 
Anno 93 Num. 162 
Giovedì 9 Luglio 1959 

Il giovane Pier Paolo Pasolini è uno scrittore famoso, non c'è bisogno di presentarlo. In qualche modo la sua attività di narratore, di poeta e di saggista, appartiene alla cronaca. Quello che fa, viene subito commentato e interpretato, insomma, costituisce una piccola misura di confronto. Ha i suoi ammiratori, i suoi fans e, naturalmente, i suoi bravi nemici. E' appena al suo secondo romanzo ed ecco che Una vita violenta (edizione Garzanti) rappresenta già un fatto, un piccolo avvenimento letterario. 

   Immagino che molti lettori avranno già letto il libro e si saranno quindi fatta la loro buona opinione. Meglio così, tanto più che il libro si presta a un discorso di carattere generale sui confini della letteratura. Uno scrittore deve dire tutto oppure deve rispettare dei limiti? Non è la prima volta che Pasolini si sente fare domande del genere: quando cinque anni fa pubblicò Ragazzi di vita, la questione finì addirittura in Tribunale e, per conto mio, non ebbi paura di testimoniare in suo favore.

   Ci sono delle ragioni artistiche che vanno risolte senza polemica, senza irritazione di scandalo, beninteso quando sia palese la volontà di far luce sulle cose e non già quella vergognosa di sfruttare la miseria della vita per invitare al vizio e alla degradazione morale. 

   Il nuovo romanzo segna un piccolo punto all'attivo: l'ambiente è ancora lo stesso, gli uomini di Pasolini stanno sempre per affogare nello stesso lago di « fanga »; ma c'è un filo di speranza, c'è una luce che tocca il cuore di questi incredibili disgraziati. Diciamo subito che non tutto ci persuade di questa indiretta e minuscola conversione all'umano, ma valga l'intenzione dello scrittore di restituire a questa sottoumanità il segno del riscatto: non c'è riscatto, c'è però la sensazione che un giorno verrà anche per i diseredati una specie di piccola resurrezione, o soltanto ci sarà la possibilità di riprendere il cammino in comune, di non sentirsi più soltanto bestie, animali, e animali privi di qualsiasi forma di pietà. 

   Perché questa è la condizione umana dei personaggi pasoliniani, di cui noi siamo i primi e diretti responsabili, quando il lettore è attanagliato dal disgusto e sente crescere dentro l'insofferenza per lo spettacolo di assoluta miseria che gli viene offerto, quando è soffocato dallo schifo, non deve limitarsi a condannare, a rifiutare: è opportuno che prima di tutto faccia un piccolo esame di coscienza. C'è una comunione dei santi anche in questo senso, e chi ha avuto dalla vita premi, luci, soccorsi, non può fermarsi alla condanna, al desiderio di chiudere gli occhi. Questa sottoumanità che si è data convegno con la guerra alla periferia di Roma è, sì, un risultato di una situazione straordinaria, ma è un po' anche una nostra colpa: certe macchie non si allargano a tal punto se la coscienza della comunità non lo consente. 

   A questa parte di denuncia, che il Pasolini cerca di tenere nei confini della restituzione artistica, corrisponde purtroppo un'altra parte di eccesso, di ossessione, che supera la possibilità del nostro giudizio artistico. Se è vero che il testo passato alla stampe non è integrale e deve mutilazioni e correzioni all'autocensura, è chiaro che noi giudichiamo in condizioni sfavorevoli. Potrebbe darsi, cioè, che nella visione generale questo eterno tenere il pedale sul nero, sul fango della vita, acquistasse un valore, una giustificazione: oggi invece, non sempre l'equilibrio sembra rispettato e ci sono degli episodi che nulla aggiungono alla verità delle cose, al contrario restituiscono lo sforzo o, addirittura, la fredda compiacenza dell'operatore. Pasolini affonda il bisturi nella polpa della nostra vergogna, senza lasciar trapelare un momento di dubbio, di incertezza: qui la descrizione del male, per essere valida, non ha da essere completa, basta una sapiente allusione. Il Manzoni ha insegnato come in una frase si possa raccontare una vita di delitti e di colpe. In Pasolini invece, l'eccesso, la minuzia, la passione scientifica della ' realtà, non aggiungono nulla alla storia che racconta: un bubbone, per quanto descritto, per quanto analizzato, non annulla il male, non ci porta avanti nella conoscenza della verità. Perché questo dovrebbe essere lo scopo di ogni scrittore e quindi anche di Pasolini: interpretare, capire, far capire, e non soltanto presentare le cose allo stato minimo delle cognizioni umane. 

   La storia è semplice: è la storia di un giovane sfollato, Tommaso Puzzilli, che dalla tempesta della guerra è stato sbattuto alle baracche che circondano Roma, insieme al padre scopino e al resto della famiglia. La miseria, la fame, e la morte, accompagnano i suoi primi passi nella vita e ogni sorta di vizi. Pasolini intende raccontarci non già la storia del riscatto di Tommaso, quanto la storia delle possibilità che ha avuto in questo senso. Il risultato è negativo, la morte interromperà la difficile resurrezione e l'ultima parola dello scrittore: «addio Tommaso », ha valore di simbolo. Che cosa poteva fare del resto un ragazzo nelle sue condizioni? L'unica evasione era il vizio e qui lo scrittore dimostra di possedere una sicura scienza del cuore umano, dal momento che non ci presenta un fantoccio : il suo Tommaso percorre la strada del riscatto con difficoltà, con fatica, per cadute, e sono proprio le cadute a farci vedere che Pasolini non ha abboccato alla trappola del romanzo a tesi, e ciò, nonostante certe sospette cadenze sentimentali. 

   Ma torniamo a Tommaso, lo vediamo imbrancato in una squadra di piccoli delinquenti, nostalgici del fascismo in politica, assaltatori di distributori di benzina e tripudianti nelle osterie, nella vita. Il primo tentativo di ripresa è rappresentato da Irene, una ragazza del popolo: è un po' il sogno della tranquillità borghese che Tommaso fa confluire nel fascio dei suoi affetti e delle sue voglie. Malavita, disordine, e la prima colpa grossa: Tommaso finisce in prigione. Quando esce, la famiglia si è trasferita in una casa dell'Ina. E' un momento di luce. Al registro dell'amore, all'immagine di Irene, corrisponde quello del lavoro: si sente che la vera preoccupazione del giovane è quella di trarsi fuori dal mare, di fango. Ma ecco intervenire la terza nota insostituibile di quella vita: la malattia. Tommaso, tisico, viene ricoverato al Forlanini. Qui Pasolini si è servito della cronaca ed ha impostato un grosso affresco sullo sciopero del Sanatorio: Tommaso, che era passato per la fiamma missina e aveva vagheggiato l'opportunità di iscriversi al partito dominante (al punto di far visita a un prete) adesso è affascinato dal « pannaccio rosso », in cui vedrà alla fine « brilluccicare un po' di speranza ». Ma neppure questa ultima chimera lo salva dalla catena della miseria e del vizio: questo, per me — lo ripeto — è il punto più autentico del libro, anche se lo scrittore fa di tutto per portare lo sgomento a un grado di dolore bruciante. La morte chiuderà quella vita violenta, ma la morte nel letto di casa, e qui ritroviamo la fisionomia autentica di Pasolini, di questo scrittore che pensa di restare col suo cuore di poeta a contemplare il fiore che sboccia ai margini della palude. Questa forse è l'obbiezione più grave che si possa muovere alla sua morale: il nostro cuore è libero di fare queste scelte e nell'ordine di tempo che vuole? Qual è la strada vera che allaccia e spiega lo spazio che vive fra il male e il bene? Lo scrittore deve limitarsi a registrare la scena della vita, o deve trovare un centro, fare intravedere un'unità? 

   Qui siamo di fronte a un curioso equivoco (dove beninteso non entra la perizia dell'artista) che probabilmente è legato a una ragione sociale: non è un mondo organizzato, quello che Pasolini vuole restituire, è un mondo senza argini, dove gli uomini sono ridotti alla essenzialità biologica: il loro problema non è quello di esistere, ma di sopravvivere. Per forza di cose è un mondo chiuso, bloccato, senza soluzioni: di qui il meccanismo delle ripetizioni, del linguaggio che lo scrittore fotografa in maniera faticosa al lampo del dialetto, di qui quell'aria di ossessione che .soffoca. Probabilmente Pasolini ha dato in questo senso tutto quello che poteva dare, direi che la sua triste epopea del miserabile (.quell'uomo che in letteratura ha il suo albero genealogico, da Vallès a Rictus, da Valcra a Baroja, da Celine a Pallet) si chiude a questo punto. E, del resto, chissà che anche in quel mondo di ombre, di larve, non ci siano materie diverse, storie più definite, insomma qualcosa che non ci costringa sempre a vergognarci di noi. Pasolini lo sa dal suo Tommaso Puzzilli che butta la vita per salvare una povera donna.
Carlo Bo



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Pasolini in epigrafe al romanzo "Una vita violenta" (Milano, Garzanti, 1959), pone una dedica: “A Carlo Bo e Giuseppe Ungaretti, miei testimoni nel processo contro «Ragazzi vita»”.

Nel 1955, durante il processo per oscenità contro Ragazzi di vita. Fu grazie alle testimonianze di Carlo Bo e di Giuseppe Ungaretti, che il processo terminò con una sentenza di assoluzione con formula piena.

Di seguito le tre dediche di Pier Paolo Pasolini a Carlo Bo:



Le tre immagini sono tratte da http://bibliotecafondazionebo.blogspot.it/




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