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lunedì 17 novembre 2025

Pasolini "Poesie a Casarsa": il giardino dell’anima e il canto dell’infanzia perduta - La giovinezza tra nostalgia e innocenza.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Le immagini: Biblioteca comunale Archiginnasio Bologna

Pasolini "Poesie a Casarsa"


il giardino dell’anima e il canto dell’infanzia perduta


La giovinezza tra nostalgia e innocenza. 


La raccolta 'Poesie a Casarsa' viene pubblicata il 14 luglio 1942, nei mesi più drammatici della seconda guerra mondiale, in un’Italia percorsa da pesanti tensioni politiche, sociali e linguistiche. In questo periodo, il regime fascista non solo reprime ogni dissenso politico, ma cerca di uniformare la nazione attraverso una politica di italianizzazione culturale e una conseguente marginalizzazione delle lingue e dei dialetti regionali. Scegliere di esordire pubblicamente con un’opera in dialetto, in particolare in un friulano “periferico” di Casarsa della Delizia — paese natio della madre di Pasolini — è dunque un atto di resistenza non solo culturale, ma anche politica, come dichiarerà in seguito lo stesso poeta: 

«Nel dialetto vedevo l’ultima sopravvivenza di ciò che ancora è puro e incontaminato».

Pasolini nasce a Bologna nel 1922, da padre di origine romagnola e madre di famiglia friulana. I numerosi spostamenti dovuti al lavoro del padre rendono Casarsa una sorta di rifugio stabile nella sua geografia affettiva e culturale, accentuando il ruolo mitico di questo piccolo paese: 

«vecchio borgo... grigio e immerso nella più sorda penombra di pioggia, popolato a stento da antiquate figure di contadini e intronato dal suono senza tempo della campana». 

L’identificazione del luogo materno come patria elettiva si lega profondamente a una dimensione memoriale, sensoriale e linguistica, dove l’oralità del friulano rappresenta l’eco di una civiltà arcaica, antecedente alla modernità e ai suoi valori omologanti.

lunedì 15 febbraio 2021

Lettera di Pasolini, scritta a Casarsa il 21 settembre 1942, che accompagnava l'invio di Poesie a Casarsa a Francesco Arcangeli

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Lettera di Pasolini, scritta a Casarsa il 21 settembre 1942, 
che accompagnava l'invio di Poesie a Casarsa 
a Francesco Arcangeli

(Un ringraziamento particolare a Maria Vittoria Chiarelli, per la trascrizione) 


L'Archiginnasio ( ARCHIWEB) conserva una lettera di Pasolini, scritta a Casarsa il 21 settembre 1942, che accompagnava l'invio di una copia di Poesie a Casarsa a Francesco Arcangeli:

"Insieme a questa lettera vi arriverà anche un libretto, «Poesie a Casarsa», che è il mio primo libretto di poesia".

La lettera è stata pubblicata in Dario Trento, Francesco Arcangeli e Pier Paolo Pasolini tra arte e letteratura nelle riviste bolognesi degli anni Quaranta, «Arte a Bologna», 2 (1992), p. 170.BCABo,Fondo speciale Angelo, Gaetano, Bianca e Francesco Arcangeli, Francesco Arcangeli.

Casarsa, 21 settembre '42

Egregio professore,
( ARCHIWEB)

vi invio, per il prossimo numero di Architrave, questo "Per un vecchio scritto di C. Betocchi", cosa breve e non del tutto approfondita, data la mia serena apatia in grembo al mio paese e ai miei miti.
Colgo l'occasione per dirvi che il prof. Longhi,  non  ha accettato di darmi la tesi di laurea sulla "Gioconda ignuda", però,  ed è meglio per me, me l'ha data sulla pittura contemporanea italiana. Non appena arriverò a Bologna comincerò a lavorare intorno seriamente.
Ho letto con interesse la vostra "Biennale dei respiri" ; e in generale,  condivido le vostre opinioni : forse, mi sarei più ingenuamente sciolto nell'epilogo di Bartolini, e sarei tantomeno severo contro Messina. Ed anche verso Birolli sarei stato meno freddo; in realtà questo pittore ha costituito per me uno dei "respiri" più profondi e liberatori.  Non so se vi ricordate l'orribile sala in cui i cinque quadri di Birolli erano confinati!
Non mi pare che nelle ampie superfici del ritratto di Quasimodo vi sia il pericolo del cartellonesco, che sono superfici lavorate mano a mano lucidamente e con chiari propositi: non voglio dire con questo che Birolli in questi suoi quadri tocchi  l'arte, ma certo la sua è una delle pitture più sofferte, o per lo meno, intelligenti, dell'esposizione.
Non ho presente se avete citato la visita nello studio di V. Guidi : non vi pare che lo meritasse? È uno fra i cinque o sei quadri della Biennale che il visitatore 'realizzasse' subito dentro di sé,  come direbbe il Berenson.
Ad ogni modo spero di avere occasione di parlare di pittura più a lungo con voi, a Bologna.
( ARCHIWEB)

Devo ora chiedervi un favore : cioè di spedirmi, qui, quei fogli protocollo contenenti un mio scritto intitolato "lamento e meditazione", che avevo consegnato per Architrave: è  una cosa che ho gettato giù rapidamente e più rapidamente l'ho consegnata ( dato che il giorno dopo dovevo partire ). Ora non so che volere abbia, se sia irrimediabilmente uno sfogo, o se, corretta e sfrondata, possa divenire passabile.
Insieme a questa lettera vi arriverà anche un libretto, "Poesia a Casarsa", che è il mio primo libretto di poesia.
Ho voluto cominciare modestissimamente, e con poche  possibilità di essere compreso anche nel senso più banale della parola. È un libro di difficile lettura, e spero che avrete la pazienza, voi e vostro fratello, di leggerlo, tenendo conto che io attribuisco validità anche al testo italiano.

                                                                           Vi saluto cordialmente
                                                                               Pier Paolo Pasolini
                                                           Casarsa ( Udine )

( ARCHIWEB)



Curatore, Bruno Esposito

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Pasolini, Poesie a Casarsa - Lettera a Francesco Arcangeli e copia volume con dedica.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


(Antonio Russi, Poesie a Casarsa di Pier Paolo Pasolini,             
«Primato», a. IV, n. 13, 1° luglio 1943, p. 239.
BCABo, collocazione 19/271.
Dopo aver rifiutato la recensione di Gianfranco Contini,
poi pubblicata sul «Corriere del Ticino», la rivista fondata
e diretta da Giuseppe Bottai pubblica una recensione
di Poesie a Casarsa nel luglio del 1943.)
 


Il 21 settembre 1942, P.P.Pasolini a Francesco Arcangeli:
"Insieme a questa lettera vi arriverà anche un libretto,
«Poesie a Casarsa», che è il mio primo libretto di poesia".


Copia autentica del volume di Poesie a Casarsa inviato da Pasolini a Francesco Arcangeli (con dedica)(per ingrandire clicca sull'immagine). Il volume fa parte del fondo Arcangeli, ed è una delle 75 copie fuori commercio che Pasolini fece stampare per distribuirle ad amici e..., ha una dedica di Pier Paolo Pasolini "Ai prof. Francesco e Gaetano Arcangeli". L'Archiginnasio di Bologna conserva anche la lettera di Pasolini, scritta a Casarsa il 21 settembre 1942, che accompagnava l'invio di Poesie a Casarsa a Francesco Arcangeli.





(L'Archiginnasio di Bologna conserva una lettera di Pasolini, scritta a Casarsa il 21 settembre 1942, che accompagnava l'invio di una copia di Poesie a Casarsa a Francesco Arcangeli: "Insieme a questa lettera vi arriverà anche un libretto, «Poesie a Casarsa», che è il mio primo libretto di poesia". La lettera è stata pubblicata in Dario Trento, Francesco Arcangeli e Pier Paolo Pasolini tra arte e letteratura nelle riviste bolognesi degli anni Quaranta, «Arte a Bologna», 2 (1992), p. 170.
BCABo,Fondo speciale Angelo, Gaetano, Bianca e Francesco Arcangeli, Francesco Arcangeli, Corrispondenza ricevuta. Archivio)



Fonte:
http://badigit.comune.bologna.it/mostre/pasolini42/casarsa.htm

 

Curatore, Bruno Esposito

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lunedì 8 febbraio 2021

Pier Paolo Pasolini - Poesie a Casarsa

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Poesie a Casarsa


Casarsa della Delizia, che dà il titolo al volume, è il paese d’origine della madre Susanna Colussi. Qui la famiglia Pasolini trascorre le vacanze estive, per poi stabilirvisi durante la guerra(1943).

Il 14 luglio del 1942 Pasolini pubblica, a spese proprie, presso la Libreria Antiquaria Mario Landi di Bologna la raccolta Poesie a Casarsa: quattordici componimenti scritti nel dialetto materno e dedicati al padre nel frontespizio, che verrà pubblicato ne "La meglio gioventù" nel 1954.  Le 14 poesie sono trascritte a piè di pagina in un italiano prosaico. Il tutto con una struttura dialogica. Il personaggio principale nascosto del volume è Narciso, sosia dell’autore, che s’incarna in diverse figure (bambino, figlio e ragazzo), a cui si rivolge. In questo modo dialoga con se stesso, la madre, Cristo, il destino e il paesaggio (armonico) piovoso friulano con i suoi campi, canali, focolari, fontane, gelsi, rondini e campane.

Il volume piacque a Gianfranco Contini, che promise di recensirlo

"avevo esattamente vent'anni; (...) Chi potrà mai descrivere la mia gioia? Ho saltato e ballato per i portici di Bologna; e quanto alla soddisfazione mondana cui si può aspirare scrivendo versi, quella di quel giorno di Bologna è stata esaustiva: ormai posso benissimo farne per sempre a meno."
(Pier Paolo Pasolini, in Poesie, Garzanti, Milano, 1 ed. 1970, p.8).

L’opera fu recensita da Gianfranco Contini nel saggio Al limite della poesia dialettale, uscito sul «Corriere del Ticino» il 24 aprile del 1943, perchè i responsabili di "Primato", una rivista letteraria dell’epoca, la censurarono, trattandosi di un commento a una raccolta di poesie dialettali.
Il commento di Contini, diceva tra l’altro:

"L’odore era quello irrefutabile della poesia, in una specie inconsueta" e parlando di contenuti, faceva riferimento " a quel centro di ascesi sul proprio corpo che fa l'equilibrio del libretto".

Pasolini si avvicina alla lingua friulana, a quella varietà casarsese ascoltando i suoi compagni di gioco, i suoi vicini di casa, e rimane subito suggestionato dalla «ruvida musicalità del friulano» (1)
.
“In una mattina dell'estate del 1941 io stavo sul poggiolo esterno di legno della casa di mia madre. Il sole dolce e forte del Friuli batteva su tutto quel caro materiale rustico... su quel poggiolo o stavo disegnando (...), oppure scrivendo versi. Quando risuonò la parola ROSADA.
Era Livio, un ragazzo dei vicini oltre la strada, i Socolari, a parlare. Un ragazzo alto, d'ossa grosse... proprio un contadino di quelle parti... ma gentile e timido come lo sono certi figli di famiglie ricche, pieno di delicatezza. Poiché i contadini, si sa, lo dice Lenin, sono dei piccoli-borghesi, tuttavia Livio parlava certo di cose piccole ed innocenti. La parola ROSADA non era che una punta espressiva della sua vivacità orale. Certamente quella parola, in tutti i secoli del suo uso nel Friuli che si stende al di qua del Tagliamento non era mai stata scritta. Era stata sempre e solamente un suono. Qualunque cosa quella mattina io stessi facendo, dipingendo o scrivendo, certo mi interruppi subito. (...) E scrissi subito dei versi, in quella parlata friulana della destra del Tagliamento, che fino a quel momento era stata solo un insieme di suoni: cominciai per prima cosa col rendere grafica la parola ROSADA”. (2)

Pasolini sente che quella parola, Rosada, è un legame forte che ha con quella terra e comincia così a comporre i primi versi in friulano. Con lui, il casarsese diventa poesia: 

«una poesia che viene dall'anima di un popolo e della sua parlata». (3) 

Una poesia che riproduce i suoni di quei luoghi attraverso 

«una lingua più vicina al mondo» 
4), «anteriore e infinitamente più pura», (5) 

il casarsese, che 

«riporta Pasolini alla madre e alla terra con viscerale insistenza».(6)

Bruno E.






Casarsa



Dedica.

Fontana di aga dal me país.
A no è aga pí fres-cia che tal me país.
Fontana di rustic amòur.



Casarsa
Dedica. Fontana d'acqua del mio paese. 
Non c'è acqua più fresca che nel mio paese. 
Fontana di rustico amore.








Dansa di Narcís
Jo i soj na viola e un aunàr,
il scur e il pàlit ta la ciar.

I olmi cu'l me vuli legri
l'aunàr dal me stomi amàr
e dai me ris ch'a lusin pegris
in tal soreli dal seàl.

Jo i soj na viola e un aunàr,
il neri e il rosa ta la ciar.

E i vuardi la viola ch'a lus
greva e dolisiosa tal clar
da la me siera di vilút
sot da l'ombrena di un moràr.

Jo i soj na viola e un aunàr,
il sec e il mòrbit ta la ciar

La viola a intorgolèa il so lun
 tínar tai flancs durs da l'aunàr
e a si spièglin ta l'azúr fun
 da l'aga dal me còur avàr.

 Jo i soj na viola e un aunàr,
il frèit e il clípit ta la ciar.



Danza di Narciso

o sono una viola e un ontano, lo scuro e il pallido nella carne. 
Spio col mio occhio allegro l'ontano del mio petto amaro 
e dei miei ricci che splendono pigri nel sole della riva.  
Io sono una viola e un ontano, il nero e il rosa nella carne.
E guardo la viola che splende greve e tenera nel chiaro 
della mia cera di velluto sotto l'ombra di un gelso.
Io sono una viola e un ontano, il secco e il morbido nella carne. 
La viola contorce il suo lume 
sui fianchi duri dell'ontano, e si specchiano nell'azzurro fumo 
dell'acqua del mio cuore avaro.
Io sono una viola e un ontano, il freddo e il tiepido nella carne.




Tornant al país
   
Fantassuta, se i fatu
sblanciada dongia il fòuc,
coma una plantuta
svampida tal tramònt,
"Jo i impiji vecius stecs
e il fun al svuala scur
disínt che tal me mond
il vivi al è sigúr".
Ma a chel fòuc ch'al nulís
a mi mancia il rispír,
e i vorès essi il vint
ch'al mòur tal país.







Tornando al paese

Giovinetta, cosa fai sbiancata presso il fuoco, come una pianticina 
che sfuma nel tramonto? "Io accendo vecchi sterpi, e il fumo vola 
oscuro, a dire che nel mio mondo il vivere è sicuro". Ma a quel fuoco 
che profuma mi manca il respiro, e vorrei essere il vento che muore 
nel paese.






Il dí da la me muàrt

Ta na sitàt, Trièst o Udin,
ju par un viàl di tèjs,
di vierta, quan' ch'a múdin
il colòur li fuèjs,
i colarài muàrt
sot il soreli ch'al art
biondu e alt
e i sierarài li sèjs,
lassànlu lusi, il sèil.

Sot di un tèj clípid di vert
i colarài tal neri
da la me muàrt ch'a dispièrt
i tèjs e il soreli.
I bièj zuvinús
a coraràn ta chè lus
ch'i ài pena pierdút,
svualànt fòur da li scuelis
cui ris tal sorneli.

Jo i sarài 'ciamò zòvin
cu na blusa clara
e i dols ciavièj ch'a plòvin
tal pòlvar amàr.
Sarài 'ciamò cialt
e un frut curínt pal sfalt
clípit dal viàl
mi pojarà na man
tal grin di cristàl.


Il giorno della mia morte

In una città, Trieste o Udine,  per un viale di tigli, quando di
primavera le foglie mutano colore, io cadrò morto sotto il sole che 
arde, biondo e alto, e chiuderò le ciglia lasciando il cielo al suo 
splendore.     
Sotto un tiglio tiepido di verde, cadrò nel nero della mia morte che 
disperde i tigli e il sole. I bei giovinetti correranno in quella 
luce che ho appena perduto, volando fuori dalle scuole, coi ricci 
sulla fronte.     
Io sarò ancora giovane, con una camicia chiara, e coi dolci capelli 
che piovono sull'amara polvere. Sarò ancora caldo, e un fanciullo 
correndo per l'asfalto tiepido del viale, mi poserà una mano sul 
grembo di cristallo.




Ciant da li ciampanis
     
Co la sera a si pièrt ta li fontanis
il me país al è colòur smarít.
     
Jo i soi lontàn, recuardi li so ranis,
la luna, il trist tintinulà dai gris.
    
A bat Rosari, pai pras al si scunís:
jo i soj muàrt al ciant da li ciampanis.
     
Forèst, al me dols svualà par il plan,
no ciapà pòura: jo i soj un spirt di amòur
     
che al so país al torna di lontàn.




Canto delle campane

Quando la sera si perde nelle fontane, 
il mio paese è di colore smarrito.
Io sono lontano, ricordo le sue rane, 
la luna, il triste tremolare dei grilli.
Suona Rosario, e si sfiata per i prati: 
io sono morto al canto delle campane.
Straniero, al mio dolce volo per il piano, 
non aver paura: io sono uno spirito d'amore,
che al suo paese torna di lontano.




*1. Cfr. ROBERTA CORTELLA, Percorsi romanzi nell'opera di Pier Paolo Pasolini, Edizioni concordia Sette, Pordenone 1998, p. 23.
*2. Cfr. P. P. PASOLINI, Empirismo eretico, Garzanti, Milano 1972, p. 62.)
*3. ROBERTA CORTELLA, Percorsi romanzi nell'opera di Pier Paolo Pasolini, cit., p. 24.
*4. Cfr. Passione e ideologia, P. P. PASOLINI, Garzanti, Milano 1960, p. 133.
*5. Cfr. ibid, p. 133.
*6. ROBERTA CORTELLA, Percorsi romanzi nell'opera di Pier Paolo Pasolini, cit., p. 25.





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martedì 22 dicembre 2020

Gianfranco Contini, Al limite della poesia dialettale - Recensione a Poesie a Casarsa di P.P.Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


  ARCHIWEB


AL  LIMITE  DELLA  POESIA DIALETTALE 
Lugano, sabato 24 aprile 1943
Gianfranco Contini
Corriere del Ticino, anno IV, numero 9

(Un ringraziamento speciale a Maria Vittoria Chiarelli, per la trascrizione)


  ARCHIWEB
Sembrerebbe un autore dialettale, a prima vista, questo Pier Paolo Pasolini,  per queste sue friulane  Poesie a Casarsa ( Bologna, Libreria Antiquaria Mario Landi ), un librettino di neppur cinquanta pagine, compresa la non bella traduzione letterale che di quelle pagine occupa la metà inferiore. E tuttavia, se si ha indulgenza al gusto degli estremi e alla sensibilità del limite, in questo fascicoletto si scorgerà la prima accessione della letteratura <<dialettale>> all'aura della poesia d'oggi, e pertanto una modificazione in profondità di quell'attributo. Si pensi infatti ai più moderni fra i rimatori in vernacolo, il triestino Giotti, il genovese Firpo - e non dimentichiamo, fra i veneti, Giacomo Ca' Zorzi, alias Noventa: il loro mondo continua a essere più o meno impressionistico-nostalgico, ma d'una malinconia già raccolta nell'aprioristica figura della saggezza; la loro metrica, più o meno tradizionale; e infatti il loro dialetto persiste in una posizione ancillare rispetto alla lingua, della quale è una variazione appena più descrittiva e cromatica.

Come asserire, allora, una loro piena contemporaneità? se anzi giungono, per definizione, con alcuni minuti o un quarto d'ora di ritardo? Con Pasolini le cose vanno in tutt'altro modo; e basti senz'altro raffigurarsi innanzi il suo mondo poetico, per rendersi conto dello scandalo ch'esso introduce negli annali della letteratura dialettale,  posto sempre che questa categoria abbia ragion d'essere. Chiamiamola pure narcissismo, per intenderci rapidamente,  questa posizione violentemente soggettiva; come diremo narcissistico l'angelo biondo che ossessiona l'immaginazione di Campana. Rimpianto narcissistico, però, qui: d'uno che leva un pianto perpetuo sulla morte di sé donzèl, di sé lontàn frut peciadôr, solo vivo nelle fonti e acque del paese ormai altrettanto remoto; attuale come spirito, proprio come soffio d'aria, e attento al varco dove passano i morti, madre morta, fanciulli morti; e che associa queste continue esequie ai crepuscoli e alle intemperie di quella terra leggendariamente serale e pluviale. Tali sentimenti non si possono evidentemente sistemare in un sottoprodotto dell'alta lingua letteraria,  fosse pure privatamente amabile come la già espressione di quel ragazzo e di quella provinciale felicità: occorre una dignità  di lingua , una sorta di equivalenza. E non sarà  per niente un caso che il <<dialetto>> adottato sia precisamente uno di quelli che, per la loro struttura fonetica e specialmente morfologica differenziatissima,  hanno fatto pensare i glottologi a un'unità linguistica distinta dall'italiano.
  ARCHIWEB
Qui occorrerebbe un lungo discorso: ma eccone almeno qualche termine più essenziale, per non allontanarci da questo libro che dopotutto interessa in sé, e non mica come pretesto a digressioni ingegnose. Un'unità linguistica quale veniva tracciata da quegli altissimi naturalisti della glottologia va sempre intesa come unità potenziale. È già indizio d'una relativa autonomia culturale e giuridica, ma d'un'indipendente preistoria piuttosto che d'una storia; quella passiva preistoria cioè natura, solo una coscienza letteraria potrebbe mutarla in storia.  Ciò non è accaduto né per le varietà  retoromanze né per il sardo, che pure fu la prima lingua amministrativa regolarmente costituita in una regione d'Italia, fin dal mille; né per il friulano, che pure sembrò averne larghe possibilità attorno alla curia trecentesca di Cividale.  E la coscienza letteraria, va aggiunto, è qualcosa di molto più profondo dei divertimenti,  anche acuti e federati, dei letterati,  se il provenzale moderno non è sboccato in nulla più che un aneddoto marginale del francese, curioso, e ciò vuol già dire moderatamente vitale. Resta che una varietà fortemente differenziata, come nel caso di Pasolini  friulano ( che ha addirittura un altro modo di formare il plurale, con s ), può momentaneamente diventare <<quasi una lingua>>: la sua natura passa all'atto. Non ci si usi il torto di attribuirci una qualunque fede nelle qualità <<naturali>> d'una lingua. È anzi storia che il milanese di un Porta o il romanesco di un Belli, per citare autori di grandezza non dubbia sul più alto piano nazionale, non nascono senza qualche relazione di polemica o comunque di continuità con la lingua letteraria; non sono espressioni di temperamenti dall'inizio esplicitamente lirici. È  storia l'improbabilità culturale dell'uso autonomo d'un dialetto viciniore, della sua applicazione a necessità liriche immediate. L'esperienza di Pasolini si svolge invece sopra un tendenzialmente pari livello linguistico. E gli facciamo il massimo degli onori in nostro potere se non gli attribuiamo la lettura ( ideale , s'intende ), non diciamo dello Zorutti, ma neppure del Colloredo, meno ameno di quel che si creda ( per quanto pretesto al D'Annunzio d'un elogio della <<sua parlatura nativa, concisa e aguzza, acerba e venusta>> ), e nemmeno delle villotte ( della villotta, celebra sempre il D'annunzio, in tono per hai-kai, << breve come il dardo e come il fiore, breve come il bacio e come il morso, come il singhiozzo e come il sorriso >> ), non insomma dei testi di fiancheggiamento linguistico , anche se eventualmente popolare; bensì delle ( troppo esigue ) tracce del trovadorismo cividalese, dove quei bravi anonimi intendono porsi all'altezza dei giullari di Provenza, dei notai meridionali, del Minnesang austrobavarese. Parità, giovi ripetere, di condizioni: volgare illustre.
  ARCHIWEB
Questa descrizione ideale dell'operazione di Pasolini non ci vieta affatto di riconoscere, quando torniamo a scrutare la carne di Poesie a Casarsa, la presenza, anche qui, di elementi linguistici descrittivi e cromatici; se egli stesso, congedandosi dal volume, attira l'attenzione su vocaboli che in senso larghissimo diremmo onomatopeici - una sorta di nomenclatura dell'azione o del modo di essere, quali sono i conclamati tesori di ogni dialetto: Pasolini insiste sull'intraducibilità, tipico carattere dialettale,  mentre non s'è fatto che sottolineare l'interna traducibilità della lingua.  Altro che sfumature sottratte alla parlata corrente!  Pasolini è in quella sua lingua conclusa , sistematica,  quasi marmorea, che s'affranca senza lotta dai ritmi canonici delle abitudini paesane; e gli consente un descrittivismo semmai di linea e non di colore ( Il nìni muàrt , L'ingannata ) fino al pregevole quasi-parnassianismo di Per il "David" di Manzù. È la vera nobiltà di una lingua minore, come il rumeno o il catalano, nella chiarezza di contorno ( forse eccessiva per una grande lingua ) e nella sua stessa apparenza fonica, senza compromessi e sbavature grammaticali, di questa strofetta: << Tu sôs, David, còme il tòru in di d'Avrîl, - che ta lis mans d'un fi c'al rît,  - al va dóls a la muàrt >>. Questo è l'incanto minimo di Pasolini,  e non vuol dire che noi intendiamo seguirlo fino all'estremo opposto,  fino agli sforzi simbolici del poemetto La domenica uliva e alla violenza fatta al mondo dei morti per strapparne figure sensibili. Pioggia, una <<voce>> pascoliana ( ma che è,  conforme al narcissismo descritto,  del figlio, non della madre! ); e alla fine la <<ciâr, - ciâr di frutìn>> del figlio; tutto riconduce al mondo tracciato più  su, e precisamente a quel centro di ascesi dell'uomo sul proprio corpo che fa l'equilibrio del libretto.

  ARCHIWEB
Non solo, dunque, << il timp  di mè  donzèl >> ( Altàir ), ma il corpo,  anzi, perché importa veramente la lettera, il  <<cuàrp>>, questa tenebrosa cosa portata sotto la chiara, evidenziante luce d'una lingua nuova.  Nelle Litanis dal bièl fi ( bièl fi, cioè un'altra accezione del solito sé oggetto d'amore; e qui è il peccatore infantile che ritorna,  innanzi non per nulla a uno specchio ): << 'I ciàli  il me cuàrp - di quànt ch'ieri frut >>, a contatto delle crepuscolari domeniche trascorse. Infatti, come a una rima a distanza a quel frut del tempo perduto, nella poesia a Dilio: << Tu jódis,  nìni,  tai nùstris cuàrps - la frès-cie rosàde - dal timp pierdût >>. E si aggiunga la << ciâr <<lutáde>> del David,  e il <<fantasùt>> di Pioggia sui confini, sul cui volto si mutano le stagioni: << tal tò  vis di róse e mêl - dut verdút 'a nàs il mèis >>, << tal tò  vis di sanc e fièl - dut sblanciàt 'a mûr il mèis >>.
Quanto a una traduzione qualunque di queste citazioni , ci rifiutiamo di fornirla: essa non è riuscita neppure all'autore; e poi rischieremmo di farle intendere come documenti psicologici,  mentre quello stesso che è in loro di sentimento dominante funziona rigorosamente entro l'equivalenza linguistica. D'altra parte si conceda una certa durata di digestione a questo friulano, che non è cibo di tutti i giorni; lasciate qualche margine allo stupore che uno <<stato d'animo>> à la page si sia rifugiato tra quegli s finali, quelle palatali,  quei dittonghi.

Gianfranco Contini




La fonte di tutto il materiale:  ARCHIWEB




Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

mercoledì 1 aprile 2020

Pasolini, La domenica uliva.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Fontana di aga dal me país.
A no è aga pí fres-cia che tal me país.
Fontana di rustic amòur.
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Fontana d'acqua del mio paese.
Non c'è acqua più fresca che nel mio paese.
Fontana di rustico amore

La domenica uliva



Nel luglio del 1942 Pasolini dà alle stampe la sua prima raccolta di versi: Poesie a Casarsa, 14 poesie in friulano, con traduzione in italiano, dedicate al padre, prigioniero degli Alleati in Kenia.

Le Poesie a Casarsa rappresentano un primo segno di opposizione al potere fascista e il conseguente tentativo di valorizzare il dialetto, in una società che osteggia l’uso delle lingue barbare poiché proprie delle masse rurali e in cui anche la sinistra predilige l’uso della lingua italiana. “Il fascismo - ha scritto Pasolini - non tollerava i dialetti, segni dell’irrazionale unità di questo paese dove sono nato, inammissibili e spudorate realtà nel cuore dei nazionalisti

(in P.P. Pasolini, Poeta delle ceneri, 
a cura di E. Siciliano, in “Nuovi Argomenti”; 
Roma, luglio 1980).

venerdì 15 luglio 2016

Poesie a Casarsa, con dedica originale e lettera di Pasolini.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Poesie a Casarsa. 14 luglio 1942

Pochi mesi dopo aver pubblicato i suoi primi articoli sulle riviste della GIL e del GUF di Bologna, e mentre prosegue la fase preparatoria de «Il Setaccio», nel luglio del 1942 Pasolini dà alle stampe la sua prima raccolta di versi: Poesie a Casarsa, 14 poesie in friulano, con traduzione in italiano, dedicate al padre, prigioniero degli Alleati in Kenia.


Pier Paolo Pasolini, Poesie a Casarsa, Bologna, Libreria Antiquaria Mario Landi, 1942. BCABo, collocazione Arcangeli B. 456. L'esemplare del fondo Arcangeli, che fa parte delle 75 copie fuori commercio destinate a possibili recensori, ha una dedica autografa di Pier Paolo Pasolini "Ai prof. Francesco e Gaetano Arcangeli". Pochi mesi dopo aver pubblicato i suoi primi articoli sulle riviste della GIL e del GUF di Bologna, e mentre prosegue la fase preparatoria de «Il Setaccio», nel luglio del 1942 Pasolini dà alle stampe la sua prima raccolta di versi: Poesie a Casarsa, 14 poesie in friulano, con traduzione in italiano, dedicate al padre, prigioniero degli Alleati in Kenia.


Leggi Poesie a Casarsa QUI: 
Poesie a Casarsa


Il libro viene pubblicato a spese dell’autore da Mario Landi, libraio bolognese con sede in piazza San Domenico n. 5, in 300 copie numerate e in 75 copie fuori commercio, stampate presso l'Anonima Arti Grafiche di Bologna il 14 luglio 1942. Landi pubblica anche i libretti di poesie degli altri amici di Pasolini che avevano in comune il sogno di fondare la rivista «Eredi»: Francesco Leonetti (Sopra una perduta estate), Roberto Roversi (Poesie) e Luciano Serra (Canto di memorie). 

La Biblioteca dell'Archiginnasio possiede tre esemplari di Poesie a Casarsa, di cui uno donato da Mario Landi nel 1946, mentre gli altri due esemplari fanno parte delle biblioteche di Luciano Anceschi e di Angelo, Gaetano, Bianca e Francesco Arcangeli, pervenute in dono rispettivamente nel 1996 e nel 2007.
L'esemplare del fondo Arcangeli, che fa parte delle 75 copie fuori commercio, ha una dedica di Pier Paolo Pasolini "Ai prof. Francesco e Gaetano Arcangeli". L'Archiginnasio conserva anche la lettera di Pasolini, scritta a Casarsa il 21 settembre 1942, che accompagnava l'invio di Poesie a Casarsa a Francesco Arcangeli:

"Insieme a questa lettera vi arriverà anche un libretto, «Poesie a Casarsa», che è il mio primo libretto di poesia." 



L'Archiginnasio conserva una lettera di Pasolini, scritta a Casarsa il 21 settembre 1942, che accompagnava l'invio di una copia di Poesie a Casarsa a Francesco Arcangeli: "Insieme a questa lettera vi arriverà anche un libretto, «Poesie a Casarsa», che è il mio primo libretto di poesia". La lettera è stata pubblicata in Dario Trento, Francesco Arcangeli e Pier Paolo Pasolini tra arte e letteratura nelle riviste bolognesi degli anni Quaranta, «Arte a Bologna», 2 (1992), p. 170. 

BCABo,Fondo speciale Angelo, Gaetano, Bianca e Francesco Arcangeli, Francesco Arcangeli, Corrispondenza ricevuta. Archivio.  


La recensione di Contini, che viveva a Domodossola e insegnava a Friburgo, non fu però pubblicata da «Primato», la rivista fondata e diretta da Giuseppe Bottai e Giorgio Vecchietti, ma comparve il 24 aprile del 1943 sulla pagina letteraria del «Corriere del Ticino», con il titolo Al limite della poesia dialettale. Il giudizio positivo di Contini su Poesie a Casarsa ebbe un'importanza fondamentale per la futura attività del giovane Pasolini.



Gianfranco Contini,Al limite della poesia dialettale, «Corriere del Ticino», a. IV, n. 9, 24 aprile 1943. Il giudizio positivo di Contini su Poesie a Casarsa ebbe un'importanza fondamentale per la futura attività del giovane Pasolini. La recensione di Contini non fu accettata da «Primato», la rivista di Giuseppe Bottai, e fu quindi pubblicata su La pagina letteraria del «Corriere del Ticino». 

Si ringrazia la Biblioteca Cantonale di Lugano, che ha fornito la copia digitale dell'articolo.


Altre recensioni, di cui Pasolini scrive nelle lettere agli amici (cfr. ad esempio la lettera a Franco Farolfi del 4 giugno 1943), vengono pubblicate su «Ce fastu? Bollettino della Società Filologica Friulana» del 31 dicembre 1942, n.6 (Ercole Carletti, Pier Paolo Pasolini, Poesie a Casarsa, p. 225-226), su «La ruota» nel gennaio 1943 (Alfonso Gatto, nella rubrica Clessidra, p. 29-30), dove ci si augura una immediata ristampa per consentirne una maggiore diffusione, e finalmente su «Primato» del 1° luglio 1943 (Antonio Russi, Poesie a Casarsa di Pier Paolo Pasolini, p. 239).

Leggi la recensione di Ercole Carletti QUI: 

Leggi la recensione di Alfonso Gatto QUI: 

Leggi la recensione di Antonio Russi QUI: 




La fonte di tutto il materiale:  ARCHIWEB

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