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martedì 9 dicembre 2025

Pier Paolo Pasolini, Festività e consumismo - Tempo, numero 1, 4 gennaio 1969, pag. 10

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pier Paolo Pasolini, Festività e consumismo

Tempo  numero 1
4 gennaio 1969
pag. 10

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )

Sono tre anni che faccio in modo di non essere in Italia per Natale. Lo faccio di proposito, con accanimento, disperato all'idea di non riuscirci; accettando magari di oberarmi di lavoro, di rinunciare a qualsiasi forma di vacanza, di interruzione, di sollievo.   
Non ho la forza di spiegare esaurientemente al lettore di "Tempo" il perché. Ciò implicherebbe il dare la violenza della novità a vecchi sentimenti. Ossia una prova "stilistica" superabile solo attraverso l'ispirazione poetica. Che non viene quando si vuole. Essa è un genere di realtà che appartiene al vecchio mondo, al mondo dei Natali religiosi: e risponde ancora alla sua vecchia definizione.
Mi rendo ben conto che anche quand'ero bambino io, le feste natalizie erano una cosa idiota: una sfida della Produzione a Dio. Tuttavia, allora, io ero ancora completamente immerso nel mondo "contadino", in qualche misterioso paese tra le Alpi e il mare, o in qualche piccola città di provincia (come Cremona, Scandiano). C'era un filo diretto con Gerusalemme. Il capitalismo non aveva ancora "coperto" del tutto il mondo contadino, da cui derivava il suo moralismo, del resto, e su cui fondava del resto, ancora, il suo ricatto: Dio, Patria, Famiglia. Tale ricatto era possibile perché corrispondeva, negativamente, come cinismo a una realtà: la realtà del mondo religioso sopravvivente.
Ora il nuovo capitalismo, non ha affatto bisogno di quel ricatto - se non ai suoi margini, o in isole sopravviventi, o nell'abitudine (che si va estinguendo). Per il nuovo capitalismo, che si creda in Dio, nella Patria o nella Famiglia, è indifferente. Esso ha infatti creato il suo nuovo mito autonomo: il Benessere. E il suo tipo umano non è l'uomo religioso o il galantuomo, ma il consumatore felice d'esser tale.

sabato 18 ottobre 2025

Pier Paolo Pasolini, Referto per Botteghe Oscure - «Il Popolo di Roma», 15 settembre 1951- ( Con commento al testo )

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Referto per Botteghe Oscure

«Il Popolo di Roma»

15 settembre 1951.

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )

( Con commento al testo o "Referto del Referto" )


Ad aprire l'ultimo numero di Botteghe Oscure » è Carlo Betocchi con sette timide e intense poesie della sua ultima maniera, di cui si attende un testo completo, necessario a definire questo poeta uscito dalle esperienze, eccezionali, di « Realtà vince il sogno » e « Altre poesie », ma soprattutto del prima: resistente a quasi due decenni di riletture, scritto in quella sua pagina diafana, e dura, al contrario, come avorio. L'ambiguità del suo primo periodo, cosi ricca di immagini già per loro natura prima ancora che tecnicamente « poetiche », è ancora la costante della poesia di Betocchi. Ma con contenuti meno evasivi, più diaristici: quasi un debito ch'egli dovesse pagare alle cose, agli eventi e alle persone allora irrigiditi o angelicati nell'atmosfera onirica della sua poesia, in voli, sdoppiamenti, dissolvenze che potrebbero far pensare anche a Chagall. Per es. in « All'uscita notturna dal cantiere » si sente nella durata a inno, nella spolpata, quasi asessuale trama linguistica - pensata, dalla mente in su - lo sforzo dell'intervento di una realtà ridotta a fossili mentali (le diurne rotate, il guardiano, il legname inchiodato: fotogrammi da film neorealistico o poesia engagée, in Betocchi depurati fino allo spasimo, fino alla secchezza di un ideale Leopardi melico). Uno sfondo di ideale atticità e anche dietro le grafiche sfuriate di Bartolini, con qualche bel frammento che ha la lucida scompostezza delle sue incisioni: è un cibo un po' salato, ma non va male, tra tante vivande troppo civili, la reazione alle quali e tanto parte della sua lingua, ribollente di una invetio un po' improvvisata, e approssimativa, ma non di rado disposta in acerbe figure poetiche.

Senza apparente sforzo, quasi senza apparente ragione, invece, il delizioso Penna, tra queste sue nove poesie, prensili come oggetti, prossime quanto è possibile al più alto modulo di purezza, ci da almeno (I'XIII e la IX) due piccoli capolavori. Cose di una saggezza e di una pazzia indimenticabili. Al suo confronto, poi, l'altra poesia qui raccolta pare incerta e meno necessaria. Di Velso Mucci avevamo letto cose più intime, difficili - specie in prosa - nel suo libriccino di « Costume »  di due o tre anni fa: di Fortini, e meno ancora di Balestra, comprendiamo poco - o forse vogliamo poco comprendere - la poetica: ma Fortini ha qualche pezzo rilevato, arso dalla forza della voce. Su temi più scontati scrive Luciana Frezza, ma non è niente affatto da trascurare: la sua non nuova inquietudine si qualifica nella chiarezza con cui prende forma su una pagina che riesce a dare, sia pur in misura minima, la gioia della lettura: mentre invece finiremo col trovarci imbarazzati di fronte a « L'avventura » di Elsa Morante, capriccio a pastiche, o fondiglio di un tema narrativo: ondeggiante tra un dubbio gusto e un gusto squisito. Ultimo dei poeti abbiamo lasciato Rinaldi, con queste due poesie, « Canto di maggio » e « Fantasia » che, se non fosse per un lieve sospetto di eccesso, di troppa tensione, si potrebbero subito dire assai belle: d'una perfezione tecnica estrema, curate e soppesate fino all'ultima sillaba, benchè anche troppo caste, tacite. Dall'irrequietudine alla pienezza del sentimento: una concomitanza - resa, con la logica delle analogie poetiche, assolutamente indissolubile - tra l'emozione del poeta e l'evento naturale.

venerdì 17 ottobre 2025

La Nuova Stagione del Blog "Pier Paolo Pasolini, Le Pagine Corsare" - Transizione: "Un Nuovo Inizio", "la Stessa Radice "

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Transizione: 
"Un Nuovo Inizio", "la Stessa Radice "
 La Nuova Stagione del Blog  
"Pier Paolo Pasolini, Le Pagine Corsare"

"La memoria è il nostro solo paradiso

da cui nessuno può cacciarci"

(scriveva Proust) 

Tredici anni di Pagine Corsare (Eretico e Corsaro)

un progetto che ti attraversa, più che attraversarlo. 

Tredici anni in cui “Le Pagine Corsare” (Eretico e Corsaro) è diventato un luogo, una comunità e una traccia resistente di memoria pasoliniana, tanto sul blog quanto sulle pagine e gruppi Facebook. Tredici anni a dar voce a Pier Paolo Pasolini: a pubblicarne parole, versi, interviste, polemiche, opinioni, gesti e immagini. Un lavoro di cura, più che di commento; un atto di servizio, più che una libera confessione. Ma ora, dopo questa lunga stagione, è giusto arrivato il momento di dare un corso diverso a questo lavoro.

Non c’è un annuncio solenne, né la pretesa di una svolta traumatica. C’è però la volontà, oggi, di scrivere un nuovo inizio, di affiancare alla voce di Pasolini, anche una personale analisi critica del suo pensiero e della sua opera. Non per sostituirla, ma per avvicinarmi ancora di più a ciò che mi muove. Sento l’esigenza di passare dal ruolo di curatore – colui che cerca, ordina, ricostruisce e seleziona la voce di un altro – a quello di autore che riflette, espone, indaga, si espone. È un passaggio naturale, un po’ necessario, un po’ rischioso: si tratta di assumere la responsabilità della propria voce, proprio mentre si rende omaggio a una voce tanto ingombrante quanto imprescindibile.

Quando anni fa ho mi sono dedicato a questo lavoro, non mi ponevo come autore, ma come un ponte. Mi trovavo quasi nella posizione dell’editor o del curatore editoriale: una figura in penombra, attenta a non imprimere troppo la propria impronta, ma impegnata nel garantire che il testo – in questo caso la parola pasoliniana – potesse risuonare chiara e pulita per chiunque si avvicinasse.

mercoledì 15 ottobre 2025

Lettere Luterane: Analisi “di una società reclusa nel penitenziario del consumismo” - Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Lettere Luterane


Analisi “di una società reclusa nel penitenziario del consumismo” 


Per comprendere a fondo Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini è indispensabile immergersi nel clima dell’Italia degli anni Settanta, un periodo di profonde contraddizioni e cambiamenti radicali. Il 1975, anno in cui Pasolini scrive questi testi, è segnato da una crisi economica senza precedenti, con l’inflazione che sfiora il 20% e il tasso di disoccupazione in aumento. A ciò si aggiunge una crisi politica e morale molto sentita: lo Stato è debole, la corruzione dilaga, e il terrorismo inizia la sua macabra ascesa. La Democrazia Cristiana (DC), partito egemone dal dopoguerra, inizia a mostrare crepe profonde, perdendo consenso nelle elezioni amministrative, mentre il Partito Comunista Italiano (PCI), guidato da Enrico Berlinguer, avanza con la strategia del “compromesso storico”.

martedì 14 ottobre 2025

Pasolini a Scicli, La loro coscienza è già nel domani ( Ho discusso per un giorno con i giovani di Scicli) - Vie nuove, numero 22, 30 maggio 1959

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini a Scicli
La loro coscienza è già nel domani
( Ho discusso per un giorno con i giovani di Scicli)

Vie nuove

numero 22

30 maggio 1959 

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Vedi anche:

Pasolini a  Scicli, dove le parole sono pietre - il dibattito


Piombati da Roma a Catania, da Catania a Scicli, attraverso cento e più chilometri di Sicilia verde, deserta, araba, greca, gesuitica, coperta di fiori e di pietre, con mucchi di città incolori, raggrumate, senza periferia, come le città dei quadri, sui fronti delle colline, nelle vallate - un gruppo di gente era ad aspettarci nella piazzetta giallognola di Scicli.

Subito i giovani si sono fatti intorno a me, parlando: eravamo - io, cioè, c'ero, da un minuto - nell'ultimo angolo della Sicilia, ancora un po' di campagna, carrubi, mandorli, villette estive di baroni, poi il mare, il mare africano. Non capivo, perciò, addirittura, alla lettera, quello che mi stavano dicendo quei giovani, intorno, assiepandosi, ridendo, in un italiano stretto e accavallato, con le dentali invertite, le modulazioni di siciliano paesano, sconosciuto e aletterario, umile, parlato da secoli, diventato assoluto solo lì. Non afferravo parole e fisionomie: ma intanto capivo tutto. Un po' della ...metodologia stilistica - magari in accezione yossleriana - la potrò pure adottare anche con i parlanti! Il «clic» era scattato. Tutta la giornata di Scicli doveva essere una verifica. Quei giovani parlavano, deversando come la bottiglia dantesca, di «Officina», di «Paragone», di «Tempo presente», del dibattito sul realismo del «Contemporaneo»: per quello che mi riguardava, sapevano tutto; ricordavano perfino un articolo uscito sulla Fiera letteraria due anni fa, che toccava un piccolo particolare del mio lavoro; scherzavano sulla faccenda del «Circolo della Caccia»:

Pasolini a Scicli, dove le parole sono pietre - il dibattito - Vie nuove, numero 22, 30 maggio 1959

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pasolini a  Scicli
dove le parole sono pietre

il dibattito

Vie nuove

numero 22

30 maggio 1959 

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Vedi anche:

Pasolini a Scicli, La loro coscienza è già nel domani ( Ho discusso per un giorno con i giovani di Scicli)


Bartolomeo Amenta

(studente membro del direttivo del circolo « V. Brancati »)

Ho il piacere di presentare il gruppo di scrittori, di artisti e di giornalisti che son venuti a Scicli per visitare le grotte di Formello e per prendere visione di uno degli aspetti più crudi e gravi della vita siciliana, che rappresenta una macchia nera non solo per la nostra città, non solo per la Sicilia, ma per l'Italia intera. Essi con la loro opera faranno in modo di portare questo problema al livello nazionale, di farlo conoscere, e farlo sentire come questione attorno alla quale vale la pena di muovere le forze di tutti coloro che sono interessati ad un avvenire di civiltà dell'Italia. E' stata preparata dal nostro circolo culturale «Vitaliano Brancati», composto di giovani di varia parte politica, una conferenza del pittore e scrittore Carlo Levi, che tutti conoscete. L'iniziativa è stata presa di accordo con i dirigenti del Comune di Scicli. Colgo intanto l'occasione per ringraziare tutti i componenti la comitiva: Carlo Levi, lo scrittore, Renato Guttuso, Pier Paolo Pasolini, lo storico Paolo Alatri, Maria Antonietta Macciocchi, direttrice di Vie Nuove, la quale si scusa di non essere presente al dibattito essendosi dovuta recare a Ragusa, e Antonello Trombadori, direttore de Il Contemporaneo. Voglio anche ringraziarli a nome del Circolo Brancati, di essere venuti fino a Scicli e di onorarci con la loro presenza. Cedo la parola a Guttuso, per la presentazione dell'oratore che introdurrà la conversazione.

domenica 12 ottobre 2025

Pier Paolo Pasolini, “Ho abiurato la Trilogia della vita” - La crisi antropologica dell’Italia contemporanea

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 Pier Paolo Pasolini
“Ho abiurato la Trilogia della vita”

-
La crisi antropologica dell’Italia contemporanea


Il 15 giugno 1975, Pier Paolo Pasolini scrive un testo destinato a imprimere una svolta radicale non solo nella propria poetica, ma nel dibattito culturale italiano: l’«Abiura dalla Trilogia della vita». Pubblicato postumo sul «Corriere della Sera» il 9 novembre 1975, pochi giorni dopo la sua tragica uccisione, questo scritto scandisce una crisi personale e collettiva, attraverso la quale l’intellettuale non solo riflette sulle ragioni politiche, estetiche e ideologiche dei suoi ultimi film, ma dichiara il proprio rifiuto di una stagione e di un’intera visione della realtà. Al centro della riflessione pasoliniana si staglia una critica virulenta alla mutazione antropologica e culturale dell’Italia degli anni Settanta: la strumentalizzazione del potere, la trasformazione dei corpi e della sessualità, la falsificazione dei valori progressisti, la crisi della gioventù e un doloroso concetto di adattamento alla degradazione. Questi temi, densi e profetici, trovano il loro tragico compimento nel film 'Salò o le 120 giornate di Sodoma', che diventa manifesto visivo di una sconfitta antropologica e di una denuncia feroce al nuovo potere. Questo saggio intende portare alla luce le tensioni, le aporie, e la drammatica lucidità del pensiero pasoliniano in quella fase finale e cruciale, collocando il testo nell’orizzonte storico e culturalmente stratificato dell’Italia del 1975 e analizzando le sue ripercussioni filosofiche, letterarie e cinematografiche.

L’Italia del 1975 è un paese in profonda trasformazione, attraversato da tensioni sociali, economiche e politiche che segnano la fine del “miracolo economico” e l’avvento di una modernità contraddittoria. Gli anni Settanta sono spesso etichettati come “Anni di Piombo”, segnati da terrorismo di destra e di sinistra, violenza politica e instabilità governativa. Tuttavia, ridurre il decennio a un perimetro di conflittualità sarebbe fuorviante: la stagione è altresì quella di grandi conquiste sociali e riforme civili (la legge sul divorzio nel 1970, la riforma del diritto di famiglia nel 1975, i primi movimenti femministi, l’approvazione della legge Basaglia, la discussione sull’aborto e il dibattito sulla riforma della scuola).
La fine del sistema produttivo agricolo e la massiccia industrializzazione, già avviata nel dopoguerra, avevano ormai trasformato il tessuto sociale italiano: masse di ex-contadini e sottoproletariato urbano erano stati risucchiati dalla metropoli industriale, abbandonando modi di vita millenari. Il cosiddetto “boom economico” degli anni Cinquanta e Sessanta aveva portato a nuove forme di consumo, stili di vita, massificazione dei modelli culturali, uniformazione linguistica e la definitiva consacrazione della televisione come medium dominante.

venerdì 10 ottobre 2025

Bestia da stile di Pier Paolo Pasolini: analisi critica di un’opera totale e autobiografica.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Bestia da stile
di Pier Paolo Pasolini:
analisi critica
di un’opera totale
e autobiografica. 

"Bestia da stile" rappresenta senza dubbio uno degli apici della produzione drammatica di Pier Paolo Pasolini e costituisce un oggetto di studio privilegiato per comprendere non solo l’evoluzione artistica del poeta e intellettuale, ma anche il senso del dissidio ideologico e civile che attraversa la cultura europea del secondo Novecento. Scritto e riscritto nell’arco di quasi un decennio, dal 1965 al 1974, "Bestia da stile" è una tragedia che mette in scena il dramma di Jan, alter ego dell’autore, simbolo universale della crisi dell’intellettuale, ed evoca suggestioni storiche e filosofiche che dal nazifascismo alla Primavera di Praga riflettono sul destino della modernità e sulla speranza della rivoluzione.

Pasolini stesso ne rivendica la natura spiccatamente autobiografica, ma, come nota la critica più attenta, sarebbe riduttivo considerare quest’opera solo in chiave di confessione personale: "Bestia da stile" si configura piuttosto come un "esperimento di teatro totale", in grado di modulare la forma drammatica secondo vettori molteplici – tra mito e attualità, tra soggettività e populismo, tra memoria storica e urgenza etico-politica. 

Per comprendere pienamente "Bestia da stile", occorre inquadrare il clima storico, culturale e personale in cui Pasolini si dedica alla sua scrittura. Siamo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, momento di profondi sconvolgimenti politici, sociali e morali in Italia e in Europa. Il teatro stesso, dopo le rivoluzioni formali di Pirandello, la sospensione della quarta parete nelle avanguardie, le lacerazioni del Living Theatre e di Grotowski, il nichilismo del Teatro dell’assurdo con Beckett e Ionesco, aveva profondamente messo in discussione le proprie coordinate. Pasolini risponde proprio a questa crisi generalizzata della rappresentazione con una precisa proposta alternativa: il "teatro di parola", di matrice greca, orientato a una funzione pedagogica e politica, che rifiuta tanto il teatro borghese quanto quello anti-borghese contemporaneo.

giovedì 9 ottobre 2025

Pasolini la performance "Intellettuale" (una “radiografia dello spirito”) - Fabio Mauri alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, 31 maggio 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
la performance "Intellettuale"
(una “radiografia dello spirito”)

Fabio Mauri

Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna

31 maggio 1975

(Le Immagini sono di Antonio Masotti )

Negli anni Settanta, Mauri è protagonista e teorico dell’“arte del comportamento”, movimento che in Italia assume tratti specifici rispetto alla performance internazionale. Le sue azioni – tra cui “Che cos’è il fascismo” (1971), “Ebrea” (1971), “Ideologia e Natura” (1973), “Oscuramento” (1975) – vanno lette come atti di interrogazione radicale sulla storia, sulla società, sui meccanismi di responsabilità individuale e collettiva. Lontano dal narcisismo dell’artista-performer, Mauri preferisce orchestrare la scena dall’esterno, usando altri individui come interpreti, accentuando il ruolo del “regista” o del “testimone”.

La sua collaborazione con Pasolini, e la comune partecipazione a riviste d’avanguardia come “Il Setaccio”, testimoniano un sodalizio intellettuale che trova nella performance “Intellettuale” uno dei suoi punti più alti e paradigmatici.

mercoledì 8 ottobre 2025

Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari - Con commento

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Scritti Corsari

Nota introduttiva dell'autore

(Pier Paolo Pasolini)


   "La ricostruzione di questo libro è affidata al lettore. E' lui che deve rimettere insieme i frammenti di un'opera dispersa e incompleta. E' lui che deve ricongiungere passi lontani che però si integrano. E' lui che deve organizzare i momenti contraddittori ricercandone la sostanziale unitarietà. E' lui che deve eliminare le eventuali incoerenze (ossia ricerche o ipotesi abbandonate). E' lui che deve sostituire le ripetizioni con le eventuali varianti (o altrimenti accepire le ripetizioni come delle appassionate anafore).

   Ci sono davanti a lui due «serie» di scritti, le cui date, incolonnate, più o meno corrispondono: una «serie» di scritti primi, e una più umile «serie» di scritti integrativi, corroboranti, documentari. L'occhio deve evidentemente correre dall'una all'altra «serie». Mai mi è capitato nei miei libri, più che in questo di scritti giornalistici, di pretendere dal lettore un così necessario fervore filologico. Il fervore meno diffuso del momento.

   Naturalmente, il lettore è rimandato anche altrove che alle «serie» di scritti contenuti nel libro. Per esempio, ai testi degli interlocutori con cui polemizzo o a cui con tanta ostinazione replico o rispondo. Inoltre, all'opera che il lettore deve ricostruire, mancano del tutto dei materiali, che sono peraltro fondamentali. Mi riferisco soprattutto a un gruppo di poesie italo-friulane. Circa nel periodo che comprende, nella prima «serie», l'articolo sul discorso dei «blue-jeans» Jesus (17-5-1973) e quello sul mutamento antropologico degli italiani (10-6-1974), e, nella «serie» parallela, la recensione a Un po' di febbre di Sandro Penna (10-6-1973), e quella a Io faccio il poeta di Ignazio Buttitta (11-1-1974) - è uscito sul «Paese sera» (5-1-1974) - seguendo una nuova mia tradizione appunto italo-friulana, inaugurata sulla «Stampa» (16-12-1973) - un certo gruppo di testi poetici che costituiscono un nesso essenziale non solo tra le due «serie» ma anche all'interno della stessa «serie» prima, cioè del discorso più attualistico di questo libro. Non potevo raccogliere qui quei versi, che non sono «corsari» (o lo sono molto di più). Dunque il lettore è rimandato ad essi, sia nelle sedi già citate, sia nella nuova sede in cui hanno trovato collocazione definitiva, ossia La nuova gioventù"

 

(Einaudi Editore, 1975)


Commento

(O breve saggio)

  Scritti corsari è una raccolta di interventi (a cura dello stesso autore) su politica, società e cultura – apparsi tra il 1973 e il 1975 in quotidiani e riviste (Corriere della Sera, Tempo, Dramma, Paese Sera, Il Mondo, Epoca ecc..) – insieme a recensioni, interviste e lettere già pubblicate in altri periodici e libri (con qualche inedito). La raccolta, revisionata e data a Garzandi, dal suo autore, nel maggio del 1975, fu finita di stampare il 6 novembre 1975, più di un mese dalla morte di Pasolini.

Le principali edizioni (in ordine cronologico):

• 1975: Prima edizione Garzanti, maggio-novembre

• 1976: Seconda edizione Garzanti

• 1988: Con introduzione di Piero Ottone

• 1997-2014: Collana “Gli Elefanti. Saggi” Garzanti

• 2001: Prefazione di Alfonso Berardinelli

• 2007: Collana “Nuova Biblioteca”, Garzanti

• 2008: Collana “Novecento”, Garzanti

• 2015: Prefazione di Paolo Di Stefano, allegato a «Corriere della Sera»

• 2015: Collana Elefanti bestseller, Garzanti

   Gli Scritti corsari rappresentano un esempio eccellente dello stile pasoliniano maturo. Dal punto di vista linguistico, gli articoli presentano uno stile spesso nominale, basato su affermazioni dirette, paratassi e ricorso a figure ossimoriche per accentuare il tono polemico e apocalittico. La scrittura di Pasolini si muove tra una “prosa livida, inquisitoria, chiara, mai manieristica” e una retorica della reiterazione che funge da grido d’allarme, da “scandalo” espressivo.

   Il volume, si presenta come una raccolta eterogenea di testi – articoli, lettere aperte, recensioni, interviste – attraversati però da una singolare unità di tono e di intenti, che Pasolini stesso definisce “libro che il lettore deve ricostruire”. La non linearità degli scritti, nati dall’occasione ma fortemente coesi dalla visione pasoliniana, obbliga l’interprete a ricomporre i frantumi di una riflessione sempre in tensione tra presente e futuro, tra denuncia e profezia.

   La raccolta si struttura come un viaggio attraverso i nodi cruciali della società italiana: dal fenomeno giovanile dei capelli lunghi all’analisi della pubblicità, dall’aborto e la sessualità alle rivoluzioni sociali e culturali, dall’omologazione linguistica all’impatto della televisione, dalla crisi della Chiesa alla mutazione antropologica dell’Italia.

lunedì 6 ottobre 2025

Pasolini ricomincia - Lorenzo Mondo intervista Pier Paolo Pasolini - "La Stampa", 10 gennaio 1975 - numero 8, pagina 3

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini ricomincia
Lorenzo Mondo intervista Pier Paolo Pasolini

"La Stampa"

10 gennaio 1975

numero 8

pagina 3

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Pier Paolo Pasolini ha appena rivisto il suo primo film, Accattone, in una sala torinese stipata di gente. Spiega che l'effetto è stato, per lui, traumatizzante, come davanti a un film dimezzato. In Accattone, che è del 1961, risulta oggi appannato lo stile comico a vantaggio di quello tragico: perchè il dialetto romanesco in cui si esprimono i personaggi, la sua inventività, non esistono più. sono scomparsi insieme con il sottoproletariato delle borgate. Era un mondo degradato e atroce, ma conservava un suo codice di vita e di lingua al quale nulla si è sostituito. Oggi i ragazzi delle borgate vanno in moto e guardano la televisione, ma non sanno più parlare, sogghignano appena. E' il problema di tutto il mondo contadino, almeno nel Centro-Sud. Sicché nel film, quello che a suo tempo apparve come denuncia si muta ora in interrogativo storico. 

venerdì 3 ottobre 2025

Pier Paolo Pasolini, Paura della morte - Vie nuove, numero 18, 3 maggio 1962, pag. 65 ( con Commento )

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Paura della morte

Vie nuove

numero 18

3 maggio 1962 

pag. 65

( con Commento )


( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Caro Pasolini, ho letto la sua risposta a «Della mitologia». È una risposta che sa troppo del pensiero del professor Donini. Io, per quanto è caduto sotto la mia esperienza, ritengo che la forza della Chiesa, oltre ad essere economica, si basa sullo sfruttamento del dolore. 

Infatti, il marxismo può eliminare le ingiustizie sociali, ma non la vecchiaia, le malattie, la morte. Di ciò approfitta la Chiesa. L’uomo ha bisogno di morfina e la prende dove la trova. 

Saggia politica non è (almeno fino a quando i segreti dell’universo non saranno completamente scoperti) «frenare» l’azione di una Chiesa, ma favorire la pluralità dei culti. Così, il monopolio del dolore non sarà esclusivo di una sola corrente religiosa. 

Saluti. 

Lucio Lupi

Caro amico, lei ha condensato in poche righe quello che io, nella mia risposta cui lei si riferisce, avrei voluto analizzare occupando un intero numero, dicevo, di «Vie nuove» o dell’«Osservatore romano»…

Tuttavia la sua nota, pur essendo molto giusta, non è del tutto giusta. Lo sfruttamento del dolore, come lei dice, è uno degli elementi ideologici della Chiesa in quanto strumento del potere, feudale o capitalistico che sia. Questa è addirittura una banalità… Si potrebbe dire che, oltre al dolore, vengono sfruttate l’ignoranza, il conformismo, la paura, la miseria ecc. ecc. Quando un uomo si accorge di questo (il che avviene o dal suo interno, per una libertà acquisita con le proprie forze, magari proprio attraverso gli strumenti culturali della Chiesa…; oppure, oggettivamente, attraverso la lotta di classe), non ha più bisogno della religione: non ha più bisogno nemmeno di una pluralità di religioni. È vero che in ogni «intimità» umana, in ogni dolore, in ogni angoscia, c’è qualcosa di religioso: ma si può trattare benissimo di una religiosità totalmente privata, individuale, laica.

martedì 30 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini, “Il PCI ai giovani” - Analisi e commento di Bruno Esposito

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
“Il PCI ai giovani”

Analisi e commento

Il 1968 rappresenta un crocevia fondamentale nella storia sociale, politica e culturale d’Italia e d’Europa. A livello mondiale, il cosiddetto “Sessantotto” ha visto il sorgere di vasti movimenti di contestazione, antimperialisti e anti-autoritari, con protagonisti soprattutto studenti e, in molti casi, anche operai e altre categorie marginalizzate, in una carica di radicale messa in discussione dei sistemi e dei valori dominanti. L’Italia stessa, dopo un ventennio di crescita economica (“miracolo economico italiano”), vide affacciarsi sulla scena pubblica una generazione cresciuta nella relativa sicurezza economica, ma frustrata dal persistere di rigidità autoritarie, diseguaglianze sociali, mancanza di mobilità e di rappresentanza nei luoghi del sapere e del lavoro.

Nel gennaio 1966 si registrò l’occupazione della facoltà di Sociologia a Trento: la prima occupazione universitaria in Italia. Alla fine del 1967 e nel corso del 1968 le occupazioni e i sit-in si moltiplicarono nelle università e nei licei, investendo tutte le principali città (da Milano a Torino, Pisa, Roma). La società, sebbene attraversata da nuovo benessere e aspirazioni modernizzatrici, rimaneva marcatamente gerarchica: la scuola e l’università riproducevano classi di potere, e il sessismo, l’autoritarismo e il conservatorismo sedevano come norme implicite nelle istituzioni. Il dissenso non si manifestò solo rispetto alla scuola: il movimento operaio, specialmente durante il cosiddetto “autunno caldo” del 1969, si saldò talvolta a rivendicazioni di studenti, donne, migranti, dando luogo a un discorso complesso sul lavoro, i diritti civili, la riforma dei costumi e la libertà individuale.

La specificità italiana includeva una frattura generazionale acutissima, acuita dal fatto che il ceto universitario era ancora largamente dominato dalla borghesia urbana. In questo clima, il movimento di protesta contestò non solo le autorità universitarie, ma anche i partiti di sinistra ritenuti ormai integrati e incapaci di proporre una reale alternativa rivoluzionaria. In particolare, il Partito Comunista Italiano (PCI) subì sia contestazioni frontali sia richieste di rinnovamento interno, come dimostra anche il celebre caso de “Il manifesto” nel partito.

Un episodio centrale fu la cosiddetta “battaglia di Valle Giulia” a Roma il 1° marzo 1968, in cui studenti e forze dell’ordine si scontrarono violentemente davanti alla facoltà di Architettura. Mai le forze dell’ordine erano state contrastate con tanta efficacia proprio sul piano della violenza fisica. Questo episodio avrebbe inciso profondamente non solo sulla cronaca politica, ma anche sull’immaginario collettivo, divenendo pietra di paragone per la radicalità e i limiti della rivolta giovanile.

In piazza quel giorno, insieme agli studenti di sinistra, c'erano militanti di Alleanza Nazionale, guidati da Stefano delle Chiaie.

Pie Paolo Pasolini, La paura di essere mangiati - Tempo, numero 36, 3 settembre 1968, pag. 68

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Eretico e Corsaro


Pie Paolo Pasolini
La paura di essere mangiati

Tempo

numero 36

3 settembre 1968, 

pag. 68

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )

     

 Al lettore medio, cioè di cultura media - o che perlomeno abbia scarse nozioni di psicanalisi - sembrerà molto strana la seguente affermazione: noi siamo ancora determinati nel nostro destino, dalla paura di essere "mangiati". Ancora più strana sembrerà quest'altra affermazione: quando la paura di essere mangiati è eccessiva o ossessiva allora significa che noi "desideriamo" essere mangiati (si sa, per esempio, che la tanatofobia è in realtà ansia di autodistruzione; e non per niente anche nel parlare comune si dà per scontato che chi dice con troppa insistenza di odiare, in realtà ama, e magari viceversa).

 A nessuno di noi che viva con curiosità questi anni, è sfuggito che è diventato ossessivo l'uso della parola "sistema" e della sua negazione (il "dissenso", la "contestazione"): è una situazione tipica delle società molto avanzate. E infatti le suddette parole hanno molto più senso in America o in Germania che in Italia (dove si ha ancora purtroppo, una contestazione all'italiana: dato che anche il sistema è all'italiana).

lunedì 29 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini, al Setaccio - di Bruno Esposito

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Pier Paolo Pasolini

al Setaccio

di Bruno Esposito

La breve vita della rivista «Il Setaccio», pubblicata a Bologna tra il novembre 1942 e il maggio 1943, rappresenta un passaggio decisivo nel percorso formativo di Pier Paolo Pasolini, offrendo uno spaccato prezioso dell’Italia intellettuale in uno dei suoi momenti più complessi. Nonostante la sua uscita limitata a soli sette numeri, «Il Setaccio» ha lasciato un’impronta significativa sul giovane Pasolini e, indirettamente, sulla cultura italiana, fungendo da crocevia tra aspirazioni artistiche, pressioni ideologiche e tentativi di emancipazione generazionale.

Nata nel pieno della Seconda guerra mondiale, «Il Setaccio» riflette il clima di tensione, restrizione e controllo che caratterizzava la vita culturale italiana dei primi anni Quaranta. Nel 1942 il regime fascista, ormai logorato dalle difficoltà militari, intensifica la propria azione di propaganda e regimentazione delle istituzioni culturali, affidando alle organizzazioni della Gioventù Italiana del Littorio (GIL) la missione di plasmare e organizzare la gioventù sotto la propria egida. La GIL, fondata nel 1937 assorbendo l’Opera Nazionale Balilla (ONB), si avvale di periodici, circoli e biblioteche – come la grande Biblioteca Popolare di Bologna, diretta da Giovanni Falzone – per estendere la propria influenza in ambito letterario, artistico e associativo.

Pier Paolo Pasolini, L’epoca dell’alienazione - Vie Nuove, numero 19, 10 maggio 1962, pag. 35

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Vie Nuove, il settimanale diretto all’epoca da Maria Antonietta Macciocchi, rappresentava allora uno dei principali organi di discussione e divulgazione culturale vicini al Partito Comunista Italiano.
Dal giugno 1960 al settembre 1965, Pasolini vi tenne una rubrica di “dialoghi con il lettore” che rappresenta una delle esperienze più originali di interazione tra intellettuale e pubblico dell’epoca.
Ne L’epoca dell’alienazione, pubblicato nel n. 19 del 10 maggio 1962, Pasolini apre con una confessione tanto lucida quanto amara: 
«Io patisco ciò che di peggio può patire uno scrittore. La mistificazione della mia opera: una mistificazione totale, completa, irrimediabile. Una vera e propria operazione industriale. Tutto quanto io dico e scrivo subisce, attraverso l’interpretazione calcolata della stampa ‘libera’, una metamorfosi implacabile: discredito, denigrazione e diffamazione, che, un po’ alla volta, finiscono di essere dei puri e semplici strumenti teppistici, e diventano una realtà, che trasforma sociologicamente il mio stile.»

domenica 28 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini, Calderon - di Bruno Esposito

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Immagine: Laura Betti e Luca Ronconi - Calderon (1992/93) - Teatro Stabile Torino


Pier Paolo Pasolini
Calderon

di Bruno Esposito


L’opera teatrale 'Calderón' di Pier Paolo Pasolini, composta nel 1966 e pubblicata nel 1973, è unanimemente considerata il vertice della drammaturgia pasoliniana e una delle prove più mature e complesse del teatro italiano del secondo Novecento. Ispirandosi a 'La vida es sueño' di Pedro Calderón de la Barca, Pasolini trasferisce i motivi e la struttura di quel classico del Siglo de Oro spagnolo nella Spagna franchista del 1967, operando una potente riscrittura che impasta temi metateatrali, storici e politici, con la carica espressiva lirica e autobiografica che caratterizza tutta l’opera pasoliniana.

'Calderón' non è soltanto una trasposizione moderna di un grande classico: è soprattutto una riflessione radicale sulla crisi dell’identità, il potere, la repressione, l’impossibilità della fuga individuale e collettiva di fronte all’omologazione e all’autoritarismo. L’opera si distingue per la struttura meta-narrativa e per l’uso di molteplici livelli di realtà e sogno, in cui la protagonista, Rosaura, attraversa e incarna di volta in volta classi sociali e storie diverse, in un escalation di risvegli che si rivelano solo ulteriori illusioni.

Protagonista assoluto è il confronto tra sogno e realtà, tra individuo e potere, tra il desiderio di evasione e la costrizione della storia. L’ambientazione nella Spagna franchista, e la scenografia che richiama il quadro 'Las Meninas' di Velázquez, sono strumenti potenti per riflettere in parallelo anche sulla società italiana ed europea degli anni Sessanta e Settanta.


mercoledì 24 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini, Saluto e augurio, un testamento didattico - La nuova gioventù, Einaudi, 17 maggio 1975

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Pier Paolo Pasolini
Saluto e augurio

La nuova gioventù
Einaudi
17 maggio 1975"


Saluto e augurio conclude la raccolta "La nuova gioventù" (1975), pubblicata pochi mesi prima della morte di Pasolini, ed è posizionata come testo di commiato, vero testamento poetico e civile. La raccolta fu pensata come rielaborazione e attualizzazione della sua primissima stagione: la Mejô jovuêt (La meglio gioventù, 1954), esordio poetico in dialetto friulano, luogo delle sue radici affettive e linguistiche.

Il titolo riecheggia la canzone alpina “La meglio gioventù che va sot’tera”, evocando insieme la perdita, la sconfitta e la memoria della gioventù sacrificata prima dalla guerra e ora dal neocapitalismo e dall’omologazione sociale.
Saluto e augurio si presenta come una dichiarata “ultima poesia in friulano”, indirizzata, paradossalmente, non ai compagni, ai giovani di sinistra, ma a un “fascista giovane”, scelto come interlocutore del suo discorso testamentario. Il testo si apre con una forte dichiarazione autobiografica ed epigonica: “È quasi sicuro che questa è la mia ultima poesia in friulano; e voglio parlare a un fascista, prima che io, o lui, siamo troppo lontani”.

L’interlocutore è descritto minuziosamente: un giovane borghese di città, alto, con gli occhiali, vestito grigio, capelli corti, appassionato di studi classici, rifiutato dagli studenti contestatori di sinistra. È lui il destinatario di una serie di precetti sulla tradizione, la difesa della memoria contadina, il valore della ritualità e della preghiera, ma anche sull’amore per i poveri, l’esclusione sociale, la resistenza della diversità.

Il discorso è organizzato come una sorta di decalogo, una raccolta di precetti e ammonimenti rivolti a chi, pur avversario irriducibile, rappresenta comunque la gioventù futura.

La tecnica retorica impiegata da Pasolini è quella del discorso-socratico: il poeta si pone come Socrate rivolto a Fedro. La scelta di Fedro, il giovane colto ma ingenuo del dialogo platonico, intensifica la dimensione pedagogica e testamentaria. “Vieni qua, vieni qua, Fedro. Ascolta. Voglio farti un discorso che sembra un testamento…”.

La struttura del dialogo è, però, profondamente problematica: il poeta dichiara di non coltivare illusioni sulla sincerità o la libertà dell’interlocutore, “ma anche se sei morto, io ti parlerò”. Il discorso è così carico di consapevolezza della difficoltà, della quasi impossibilità del dialogo, ma la necessità di consegnare una lezione alle generazioni future, anche a chi non può o non vuole ascoltare, prevale sulla rassegnazione.

I precetti di Pasolini sono orientati dalla nostalgia di una comunità rurale e sacra: “Difendi i paletti di gelso, di ontano, in nome degli Dei, greci o cinesi. Muori d’amore per le vigne. Per i fichi negli orti… La confidenza col sole e con la pioggia, lo sai, è sapienza sacra. Difendi, conserva, prega!”.

Il poeta chiede al giovane di rimanere “nel sonno”, di non svegliarsi alla modernità (“che la tua camicia non sia nera, e neanche bruna. Taci! Che sia una camicia grigia, la camicia del sonno”), identificando la modernità come un processo di perdita e alienazione. Il grigio richiama la neutralità, ma anche uno stato intermedio tra morte e vita, tra sonno e veglia — la condizione necessaria per custodire la memoria.

Nel passaggio dalla campagna alla città, il discorso si trasforma: non basta più la sola devozione, occorre “la Chiesa”, ma che sia moderna, e soprattutto “occorrono i poveri”. La diversità, la resistenza popolare e dialettale, la volontà di restare esclusi dalla parola unificatrice (il “dialetto inventato ogni mattina per non farsi capire”), diventano valori universali.

Alla nuova gioventù viene chiesto di amare la marginalità, la diversità irriducibile di coloro che resistono alla scomparsa nella massa, difendendo i confini e la propria “allegria non spartita”.

Il bilancio finale del poeta è quello di chi si libera del peso del sapere per affidarlo alle nuove generazioni: “Prenditi tu questo peso, ragazzo che mi odi: portalo tu. Risplende nel cuore. E io camminerò leggero, andando avanti, scegliendo per sempre la vita, la gioventù”.

La trasmissione del sapere, il dono della rosa (come già in altre opere pasoliniane), la lezione di Socrate vecchio che affida la conoscenza a un allievo potenzialmente ostile, rappresentano l’ultimo gesto pedagogico, ma anche il compito doloroso di chi deve “stare al gioco a cui non è mai stato”, cioè accettare la legge imprevedibile del presente.

B.E.

Di seguito la poesia in friulano e la traduzione fatta da Pasolini, in italiano.