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martedì 1 aprile 2025

Inedito Pasolini, La mia eterna adolescenza è lieta malattia - Alcune pagine inedite di Pier Paolo Pasolini: gli anni di crisi e di fantasia in Friuli. - Corriere della sera del 30 marzo 1980

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Inedito Pasolini

La mia eterna adolescenza è lieta malattia

Corriere della sera del 30 marzo 1980

( © Questa trascrizione da cartaceo, anche un po faticosa, è stata curata da Bruno Esposito )

Alcune pagine inedite di Pier Paolo Pasolini:  
gli anni di crisi e di fantasia in Friuli.


In maggio tutte le sere andai a Rosano: furono momenti soavissimi. La chiesa spopolata, le rare candele, il pavimento che esalava fantasmi primaverili e il canto nudo delle  litanie che un po' alla volta mi stordiva. Appoggiati alla porta, o presso il fonte battesimale o diritti in pedi, intorno a me cantavano coloro per cui ero entrato in chiesa... nella notte ormai tiepida, corrotti dalla distanza giungevano concerti di trombe e fisarmoniche, erano Milio, Gigi, Rino, che tentavano i loro strumenti appoggiati chissà, a un salice, seduti contro un paracarro... 
La mia educazione non fu precisamente cattolica. Mio padre, ufficiale, era alquanto indifferente alla religione benchè ci conducesse a messa tutte le domeniche: egli non viveva e non vive di queste cose. Anch'egli come me (ma attraverso che diversi cammini!) ha ridotto la sua esistenza a se stessa. In lui coesistono, è vero, sovrastrutture, e ci crede: l'onore, la nazione, la pratica ecc... Mia madre, anch'essa è troppo nativa, ingenua. Naturalmente non può non credere: però la sua cultura, la sua fantasia le hanno fornito un'infinità di dubbi: senza che se ne rendesse conto la sua è diventata una 
religione naturale. Ma spirava un'aria cattolica nella mia casa; un'aria morale e spirituale, questo si. Ed elevatissima, non per nulla mio fratello è morto a neanche vent'anni offrendo la sua vita per un Ideale dl libertà. 

sabato 29 marzo 2025

Pasolini, In margine all’esistenzialismo - Libertà, 30 giugno 1946, pag.3

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




 Pasolini
In margine all’esistenzialismo

Libertà

30 giugno 1946

pag.3

(Trascrizione dal cartaceo curata da Bruno Esposito)


Mi sono chiesto più volte se sia possibile, o almeno ammissibile guardare a Leopardi come a un precursore dell'esistenzialismo.

Naturalmente in tal caso sarebbe necessario leggere sotto quella sua prosa perfetta, patinata d'antico, dimenticare un momento il suo linguaggio, che è la sintesi della nostra lingua tradizionale e un’apertura improvvisa verso commoventi modernità; così potremmo forse distaccare, con la gratuità di simili operazioni, quello che chiamiamo il contenuto, o, nel caso di Leopardi, il pessimismo.

È evidente che il pessimismo leopardiano è uno stato d’animo altamente intellettuale, privo di sentimentalismo, antiromantico. Ma dimentichiamo, ripeto, il modo con cui si esprime (quell’accoratezza, quella tenerezza virile, quell’ironia marmorea) e ci

Pasolini, Il Friuli autonomo - Quaderno romanzo, 3, giugno 1947

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini, Il Friuli autonomo 

Quaderno romanzo 3

giugno 1947

... pretz e valor

sai plora Guiana e Peitaus.

I. Retroscena poetico

Se i personaggi di questo ambiguo aneddoto che è l’autonomia friulana fossero in dimestichezza col Diavolo, non avrebbero timore di confessare certi loro argomenti convincentissimi, ma condannati ahimè, a un onesto silenzio. Intendiamo parlare di quegli interessi che impongono un’insincerità aprioristica, da cui il Diavolo è escluso, addirittura ignorato. Restando sul terreno pratico che tanto piace ai buoni insinceri, hanno forse, non diciamo un autentico, ma un probabile valore certi tabù delle discussioni pro e contro l'autonomia, quali «il focolare», «Zorutti», «le industrie pordenonesi» ecc. ecc.?

Pasolini, Sulle aspirazioni friulane - Libertà, 26 gennaio 1947

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini che guarda il suo autoritratto, fatto nel 1947

Pasolini, Sulle aspirazioni friulane

Libertà, domenica 26 gennaio 1947

pag.1

(Trascrizione dal cartaceo curata da Bruno Esposito)

Libertà, domenica 26 gennaio 1947
Nuovi argomenti agli autonomisti per sostenere tout court il loro programma sono suggeriti da Pietro Pascoli («Libertà» del 23 gennaio 1947). Accogliamo infatti con assoluta condiscendenza il suo invito a dibattere il problema «al di sopra di ogni sentimentalismo e di ogni tradizionalismo». (Ma anche al di sopra, allora, di ogni prevenzione di partito, perché in tal caso si tratterebbe di un nuovo «sentimentalismo», forse meno ridicolo, certo non meno illecito.) Su che piano dunque si deve trasferire la discussione? Su quello critico, diremmo. Ma i nostri richiami in questo senso sono caduti nel vuoto. E sì che in un articolo apparso su «Libertà» del 31 dicembre 1946 ero esplicito: niente storia «antiquaria» o «monumentale» (tradizionalismi, falso folclore ecc.), ma storia «critica», cioè coscienza. È il futuro insomma, che ci importa, non il passato. Non fatichiamo del resto a riconoscere nello scritto del Pascoli quelle che sono le autentiche istanze sue e del suo partito (una sincera avversione a ciò che sa di vernacolo e quindi di borghese — che noi condividiamo in pieno) e quelle che invece sono argomentazioni aprioristiche, non prive di ingenuità. Queste sono due: 

1) il puntare sull’abolizione della Provincia, che non è meno demagogico del puntare sulla sua conservazione (l’accusa di demagogia è del Pascoli stesso contro chi, nel comizio udinese di domenica, cercava di avere dalla sua parte Pordenone e Gorizia); 

2) il mettere arbitrariamente e precocemente il Friuli fra Trieste e Venezia.

venerdì 28 marzo 2025

Pasolini, Cos’è dunque il Friuli - Libertà, 6 novembre 1946

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Libertà del 2 novembre 1946




Il 2 novembre 1946 Umberto Zanfagnini, sulla prima pagina di "Libertà", pubblica un articolo intitolato "Sull'autonomia regionale friulana". In questo articolo, Zanfagnini, esprime dubbi sul progetto  autonomistico friulano, sottolineando che, a suo avviso, tale progetto andava ad intaccare l'unità nazionale, in un territorio situato in una zona molto delicata dei confini italiani.


Di seguito la risposta di Pier Paolo Pasolini: 




Pasolini, Cos’è dunque il Friuli

Libertà, 6 novembre 1946

pag. 3

(Trascrizione dal cartaceo curata da Bruno Esposito)



Libertà del 6 novembre 1946
I dirigenti dei Partiti di Pordenone vivono in una città (se così si può chiamare) che non ha una tradizione friulana; la storia ci fornisce un’esauriente testimonianza di questo, e, se dovessimo premettere almeno uno, o il più importante, degli argomenti di questo scritto, diremmo che la non-friulanità di Pordenone è rappresentata lapalissianamente dalla sua lingua. Pordenone è un’isola linguistica quasi nel cuore del Friuli, e questo non è un mero caso, un trascurabile caso: è semplicemente il risultato di una storia diversa, e quindi di una civiltà (nel senso di mentalità) diversa. Ora ecco la domanda che ci è sorta spontaneamente in seguito al noto Ordine del giorno di quei partiti: Può Pordenone parlare in nome della Riva Destra? È una domanda a cui avevamo già preparato la risposta da anni, da tutto il tempo cioè in cui ci sentiamo Friulani, ed è: No. Ma non vorremmo irritare quelli che ormai sono i nostri avversari con una precipitata presa di posizione: adiamo le posizioni categoriche o fideistiche e al contrario amiamo la civile e tranquilla discussione.

sabato 4 giugno 2022

Pier Paolo Pasolini, Lettera dal Friuli - La Fiera letteraria, 29 agosto 1946

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

La Fiera letteraria - 29 agosto 1946


Pier Paolo Pasolini
Lettera dal Friuli

La Fiera letteraria
29 agosto 1946

 È difficile nel resto d’Italia sentir ricordare il Friuli. Credo che l’unico istante di rinomanza letteraria di questa regione risalga ai tempi del Carducci, quando questi si fece leggere e rileggere da un suo studente friulano una poesia, Plovisine, dello Zorutti. Non ne valeva la pena. Ma da allora è d’obbligo coltivare questo poeta udinese che insieme ai noiosi cimeli e a una scorta imponente di aneddoti, ci fa eredi di tutta una tradizione vernacola... Gli stranieri si lasciano

venerdì 20 maggio 2022

Pasolini, Poesia d'oggi - La Panàrie, maggio-dicembre 1949,

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Poesia d'oggi

La Panàrie
Maggio‑Dicembre 1949


Quando nel 1943 la mia famiglia venne a stabilirsi definitivamente in Friuli, nella vecchia casa materna di Casarsa, io del Friuli non sapevo praticamente nulla e non conoscevo nessuno se non i miei compagni d'infanzia.

Avevo però con me un libretto di versi, stampato da pochi mesi dalla «Libreria Antiquaria» a Bologna, e quel libretto era scritto in friulano: un curioso friulano che una appassionata lettura del Pirona, previe s'intende le mie predilezioni un po' estetizzanti per la lingua letterariamente assoluta dei provenzali e le delizie di una poesia popolare quale poteva essere quella dei Canti del popolo greco del Tommaseo, assolutezza e abbandono che insieme si prestavano a essere due componenti di un medesimo gusto letterario molto contemporaneo - aveva trasformato da casarsese in una specie di koinè un po' troppo raffinata da una parte un po' troppo candida dall'altra. Non si tratta ora di chiarire quale fosse (ed è ancora) la mia vocazione letteraria nei suoi rapporti con

mercoledì 31 marzo 2021

Pier Paolo Pasolini, Avrîl 1944 da "Stoligut di ca da l'aga" - DIALETTO, LINGUA E STILE -

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





1941 - Il friulano come “lingua pura di poesia”.

1942 - Pubblicazione a Bologna delle “Poesie a Casarsa”.

1943 - Iscrizione di Pasolini alla Società Filologica Friulana. 

1944 - Pubblicazione dei due “Stroligut di ca da l’aga”, datati “Avril” e “Avost”, nella tipografia Primon di San Vito al Tagliamento.

venerdì 26 febbraio 2021

Pier Paolo Pasolini, I Turcs tal Friûl - Caso o anticipazione profetica?

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini, I Turcs tal Friûl
Caso o anticipazione profetica?


Luna, infinit il lun da la to sfera al brila tal seren dai vècius muàrs. Ma nu i sin vifs cun cuàrps di zovinús cujèrs di oru antíc e imbarlumíc […]. Luna, sclarís la ciera dai Furlàns co a clamin da li stalis: Jesus, Jesus! […]. Luna, sfavila fuàrt sora dal ciàf dai fantassús ch’a prèin tal sagràt. I vin che idea di copaju dúcius […] Luna, sclarís la ciera dai Furlàns co a cridin tal ledàn: Soi muàrt, soi muàrt.


Pasolini, I Turcs tal Friúl, pp. 68-69.



Nel settembre del 1943 Pasolini è costretto ad arruolarsi ma dopo l’8 settembre, rifiuta di consegnare le armi ai tedeschi e riesce a fuggire e a raggiungere Casarsa della Delizia, località dove la famiglia aveva trovato rifugio nel 1942. Pasolini nella primavera del 1944 scrive un breve testo teatrale, "I Turcs tal Friûl", che risulterà profetico, rispetto a ciò che da li a breve dovrà accadere.

Casarsa è colpita dai bombardamenti e i fascisti fanno rastrellamenti per l'arruolamento forzato nell'esercito della Repubblica di Salò, il fratello più giovane di Pasolini, Guido, entra nella Resistenza ( Brigata partigiana Osoppo con il nome di battaglia di Ermes ) mentre Pasolini decide di restare con la madre Susanna e insieme si trasferiscono a Versutta dove cominciano a fare gratuitamente scuola ai bambini del paese. Pasolini rifiuta di entrare nella resistenza mentre il fratello Guido, decide di combattere con le armi e nel 1945, il 7 febbraio, viene assassinato per mano di partigiani comunisti al servizio di Tito.

I protagonisti di I Turcs tal Friûl sono due fratelli che reagiscono in modo diverso alla disperata paura di morire: Pauli ( Pier Paolo ), che decide di non combattere e di seguire la strada indicata dai vecchi della comunità, la rassegnazione, si rifugia nella preghiera e nel lavoro

giovedì 10 dicembre 2020

Pasolini, Piccola Antologia Friulana - La fiera letteraria 1947

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



(Trascrizione curata da Bruno Esposito)

«Alle nostre fantasie letterarie è 
[...] necessaria una tradizione non unicamente orale. 
E questa non potrà essere la tradizione friulana, che, 
se ha qualche discreto poeta, è poi tutta vernacola 
[...]. La nostra vera tradizione, dunque, andremo a 
cercarla là dove la storia sconsolante del Friuli 
l’ha disseccata, cioè il Trecento 
[...]. Infine, la tradizione che naturalmente dovremo 
proseguire si trova nell’odierna letteratura 
francese ed italiana, che pare giunta a un punto 
di estrema consumazione di quelle lingue».
(Stroligut N. 1 - agosto 1945)


Piccola Antologia Friulana


Fiera letteraria 1947
Davanti a questa « Piccola antologia friulana veniamo a trovarci in una posizione veramente curiosa. Diciamo subito ad ogni modo che ci sarà necessario senz'altro rinunciare a ogni richiesto criterio di oggettività, per le tre seguenti ragioni : primo, in questa antologia figuriamo anche noi, con tre liriche, secondo siamo amici del D'Aronco, e legati a lui nella battaglia per l'autonomia friulana, terzo non andiamo affatto d'accordo con l' Autore (ed egli lo sa) in cose di poesia e non condividiamo il gusto che l'ha guidato nella scelta di questi friulani. Dimenticate le prime due ragioni dobbiamo pronunciarci: il lettore non « appassionato » di poesia dialettale (una passione, per intenderci, avvicinabile alla filatelia), il quale per caso abbia avuto o avrà tra le mani questa raccolta. sappia che sarebbe anche possibile imbattersi in una poesia friulana molto diversa da quella che è qui presentata. A piena difesa di D'Aronco sta il fatto che egli si rivolge a un pubblico vario e presumibilmente medio: questa concessione ci dispensi dal sentirci inopportuni. Ciò non toglie ad ogni modo che le poesie qui presentate dello Zorutti siano di una povertà desolante (ahimè, quei versi : 
<<Al è un gran s'ciafoiâz: / 'e mi colin i brâz>>, 
oppure 
<<La nestr'anime aflite/ dai dolôrs de la vite>>, 
dove è chiarissimo come la puerilità del moralismo zoruttiano sia connessa a una sua sostanziale incapacità tecnica). Da queste righe facile intuire come tutto un nostro discorso si impernierebbe sulla stroncatura dello Zorutti e sulla valorizzazione di certi motivi 
<<inediti del Colloredo o di altri minori. Intorno al Novecento molto ci sarebbe ancora dire: l'assenza più notevole è quella di Argeo, il miglior poeta friulano degli ultimi decenni (sappia il lettore non "appassionato" che ciò che diciamo è scandaloso)>>.
 Tuttavia, dal punto di vista in cui il D'Aronco si è messo  questo volumetto di leggera e piacevole lettura è senz'altro raccomandabile.
P.P.Pasolini
(Trascrizione curata da B. Esposito)


Successivamente riprende l'argomento anche su "Quaderno romanzo,3"

Dissensi per un sommario di letteratura friulana

Bel servizio davvero facciamo al nostro amico D'Aronco, intitolando tout court «Dissensi ecc.» questa rapida notizia sul suo Breve sommario storico della letteratura ladina del Friuli (Edizioni del «Momento», Udine) ! Del resto l'ultimo a stupirsene sarà lo stesso D' Aronco, che già conosce a meraviglia le nostre riserve sulla sua interpretazione dei Friulani: riserve espresse t:ton solo con sommarie ironie orali, ma affidate ormai allo scritto, sia su «Libertà», a varie riprese, che sulla <<Fiera letteraria>>, e a proposito, appunto, della Piccola antologia friulana curata dallo stesso D' Aronco per Gastaldi. Naturalmente il punto morto della questione - il piano su cui non riusciremo mai a incontrarci - resta sempre quel buon diavolo dello Zorutti; e non ci si accusi di essere inopportuni se ritorniamo sulla questione, e con intenti esplicitamente e sempre polemici, visto che nessun appassionato dello Zorutti si decide ancora a prendere la penna in mano per difenderlo dalle nostre deplorevoli accuse ! E vero che dei friulani è nota una loro settentrionale freddezza, tuttavia ci nasce il sospetto che nel nostro caso si tratti piuttosto di insufficienza di argomenti: e come spiegare in altro modo la resa degli zoruttiani di fronte alle nostre ripetute insinuazioni? Ma, poiché la questione deve essere sistemata una buona volta, si dovrà pure discuterne, se, come vogliamo dimostrare, ci troviamo a vivere in una piccola patria, vale a dire entro i limiti di una civiltà. Il succo del discorso di D' Aronco sullo Zorutti consiste forse nella valorizzazione di una presumibile mediocritas zoruttiana. Ma noi ci chiediamo se per avventura questa mediocritas, da Orazio in poi, non sia stata altro che una posa o quantomeno un pretesto di alcuni poeti che abbiano voluto consentirsi la più composita delle eleganze, cioè la semplicità. In tal caso accetteremmo senz'altro uno Zorutti mediocre (psicologicamente: gaiezza venata di malinconia ecc.), salvo a parlare. Per lui di una mediocrità niente affatto cosciente, o aurea, ma naturale-ereditaria, se proprio si voglia insistere sul valore rappresentativo dello Zorutti come tipo friulano. Ma, ahimè, è anche sulla friulanità dello Zorutti che abbiamo dei dubbi: ci sembra invero che il piccolo borghese di Udine non sia affatto il friulano o che per lo meno non sia tutto il friulano; sospetto convalidato in modo perentorio
dall'unica misura. valida di cui siamo in possesso per giudicare lo Zorutti: il suo modo poetico, il quale consiste appunto in un pastiche arcadico-romantico, cioè in un sostanziale italianesimo. Gl'italianismi particolari, poi, sia mentali che lessicali e sintattici, sono reperibili a decine nella produzione idillico-sentimentale del Nostro. Non si salverebbero dunque che i suoi testi burleschi e macaronici? Ebbene, si salvino, purché non invadano il campo della Poesia, mantenendosi dentro i limiti che una storia del costume friulano potrebbe concedere loro.
Stranamente gratuita ci suona dunque una frase del D' Aronco che dice: 
«Eppure i suoi versi ... contengono della poesia». 
Da dove piove questa poesia in corsivo?
Quale invidiabile dono il D'Aronco si consente di fare allo Zorutti, così, senz'altra deducibile autorizzazione?
Messo in dubbio il valore dell'interpretazione (che è poi quella ufficiale) del D' Aronco sullo Zorutti, è tutto il «gusto» di questo sommario che noi, in sede critica, condanneremmo, se non ci si presentasse chiaramente come un opuscolo informativo, ad usum delphini, d'altra parte molto utilizzabile per la nota bibliografica, di cui l'Autore, con la sua solita preziosa e appassionata puntualità, l'ha corredato.

P.P.Pasolini
Quaderno romanzo", 3 , giugno 1947
(Oggi in Saggi sulla letteratura e sull'arte, Walter Sitti)





Curatore, Bruno Esposito

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mercoledì 16 ottobre 2019

Pier Paolo Pasolini Il Friuli - 1953 - video

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pier Paolo Pasolini
Il Friuli
di Pier Paolo Pasolini
Il teatro


Postumo, 
testo radiofonico trasmesso dalla Rai 1'8 aprile 1953 
*
Il testo di Il Friuli,  è leggibile anche in 
Saggi sulla letteratura e sull’arte  (Tomo I) - 
I Meridiani a cura di W. Siti e S. De Laude - 
Mondadori, Milano 1999, pp. 458-471.   

(immagine dal sito PAGINE CORSARE - Pasolini.net ) 



NARRATORE

Pasolini - Academiuta
Chi parte da Venezia, dopo un viaggio di due ore (se prende l’accelerato, magari quello del sabato sera, pieno di studenti e di operai) giunge al limite del Veneto e, per dissolvenza, entra nel Friuli. Il paesaggio non sembra mutare, ma se il viaggiatore è sottile, qualcosa annusa nell’aria. E’ cessata sulla Livenza la campagna dipinta da Palma e il Vecchio e da Cima. Le montagne si sono scostate, a nord, con vene di ghiaioni e nero di boschi appena percettibile contro il gran velame; e il primo Friuli è tutto pianura e cielo. Poi si infittiscono le rogge, le file dei gelsi, i boschetti di sambichi, le saggine, lungo le prodaie. I casolari si fanno meno rosei, sui cortili spazzati come per una festa, coi fienili tra le cui colonne il fieno si gonfia duro e immoto. Ma è specialmente l’odore - che fiotta dentro lo scompartimento svuotato - a essere diverso. Odore di terra romanza, di area marginale. Sulla dolcezza dell’Italia moderna c’è come il rigido, fresco riflesso di un’Italia alpestre del sapore neoplatino ancora stupendamente recente.


Pasolin - Diarii
Il vecchio poetico accelerato tocca così SACILE, con la sua misteriosa Livenza; e subito dopo Pordenone, bruno tra i verdi tenerelli del Noncello, e poi la Medusa, e poi Casarsa, e il Tagliamento. Incrociandosi con questo torrente gigantesco la ferrovia, che corrisponde poi alla linea delle Risorgive, taglia il Friuli in quattro settori. Qui, dove ora l’accelerato si ferma tra malinconiche falegnamerie a CODROIPO, è la prima occasione (e laggiù contro il cristallo dei monti non si rileva la macchia verde dell’ottocentesca Osoppo?) per restaurare nell’immaginazione un paesaggio friulano antico, o antiquato, estraneo comunque alla violenta vivezza con cui ora si para davanti agli occhi. Son questi infatti i luoghi del conte ERMES DI COLLOREDO. E vediamolo subito, questo squarcio di paese, attraverso la sua prosa strapaesana e barocca. E’ un pezzo de la “SECCAGINE” scritto nel L675 o giù di lì.

VOCE CONTE ERMES

Pasolini - Poesie a Casarsa
(NON LETTO MA RECITATO)

“Lu vert dal ciamp, speranze dal recolt al sfadiàt vilàn puarte mestizie...

Il verde del campo, speranza del raccolto, all’affaticato villano porta tristezza, il grano per malato d’ittierizia tanto è giallo, malgrado il concime. Mal nutrito di tristo fieno, risparmiato dal freddo, secco e sfinito il bove torna dal gregge, e una torbida bevanda accresce anzichè ristorare la sua sete. Il Feltrino sbattendo gli zoccoli di legno conduce il gregge mezzo morto piangendo al prato ma subito stomacato dall’arso alimento non mangia, si distende e sta senza far nulla. Il pesce nella mia peschiera è appiattito sotto l’indurito suo liquido elemento: il ghiaccio forma una lastra al monumento e lì sotto tutto è morto e frantumato. Come l’uomo, se è ferito mortalmente, il suo sangue si ritira tutto nel cuore, così il rigagnolo che scaturiva fuori si è raccolto sotto la crosta della terra. L’orgoglioso e terribile Tagliamento che torbido porta via monte e piano, si fa oggi se soffia tramontana d’acqua no, ma di fumo un gran torrente”.

NARRATORE 1




Certo che il Colloredo vede queste distese di magre campagne sotto la specie del latifondo, e i villani appaiono nella sua poesia con le facce astute e bitorzolute dei devoti delle pale d’altare; però quelli ch’erano per lui i dati essenziali di questo paesaggio, lo restano anche per noi.


NARRATORE 2


Lasciata alle spalle l’enorme piattaforma di Campoformido, siamo giunti a Udine; trasferendoci dalla campagna alla città, dal popolo alla borghesia. E Pietro Zorutti (1792-1867) è appunto un poeta piccolo-borghese che vede il paesaggio con lo spirito della scampagnata domenicale: il Romanticismo giunto in provincia in seno agli Asburgo, si è fatto sano. E per tutta la vita il buon Zorutti empie i suoi calendari, che ancora deliziano con loro presupposto di salute morale e di allegria paesana i lettori che qui non mancano, e cercano soprattutto nella poesia una modesta sublimazione del buon senso. Ma quale sforzo d’immaginazione occorre per vedere tra i versi di SIOR PIERI una “veduta” della sua Udine romantica e risorgimentale: ne compare solo qualche indefinita inquadratura di quella periferia non industriale che noi non riusciamo più a concepire.

NARRATORE 1


Ma ci soddisferà la malinconia un po’ invernale di quel grosso paese-capoluogo che è Udine, la cui dignità municipale campeggia nei nobili bianchi e grigi di Piazza Vittorio: luogo dicare memorie per chi ha combattuto nella grande Guerra. E lo testimonia l’impeto originario con cui viene riprodotto il Friulibellico, quello del ‘17, nelle pagine di “Kobilek” di un Soffici già irrobustito dal suo ritorno agli ordini umani, ma ancora felicemente vociano; e le pagine sulla ritirata dei Betocchi, fino ai versi “grigioverdi” di Giorgio Caproni, dedicati però a un’Udine su cui già incombe l’orrenda ombra del Litorale adriatico:

 Udine come ritorna
per te col grigioverde
e il sole Dove si perde 

la mia memoria, torna 

dell’erba la brace verde 
al Castello - l’esangue 
pietra che ora al tuo sangue 
più leggero somiglia...




NARRATORE 2


Da Udine su verso Nord non dopo aver dimenticato di guardare l’orizzonte collinoso di Tricesimo e Tarcento, che i friulani hanno il non ingiustificato debole di considerare di bellezza toscana. Ma è da queste parti che si compone il raccolto e nobile paesaggio dei racconti della contemporanea dello ZORUTTI, ma di lui assai più alta, la contessa CATERINA PERCOTO.

NARRATORE 1


E’ un paesaggio che recupera il mistero romantico ma sempre impiantandosi su una salute popolana. Andiamo a Nord: la nobile tristezza rercotiana si fa sempre più intenta, desolata man mano che il treno di Vienna ci porta dentro le gelide Prealpi e le Alpi. Scompare la dolcezza italica e si para ai finestrini appannati l’Italia alpina. Il paesaggio è qui pura natura: non fa che violentare i sensi coi massicci muraglioni di monti contorti nel cielo e negri di boschi. Finchè nella calma valle di Tarvisio, presso il confine australe, qualcosa si rianima, ha accenti familiari, affettuosi: è questa una colonia di friulani venuti su dalla Bassa, dalla Carnia a lavorare nelle miniere di Cave del Prèsil, a fare quasi FAR WEST o ROCKY MONTAINS. Ma, alle loro voci, i monti ingobbiti e eccelsi si animano; hanno una vita non più geologica ma friulana e quindi umana.



NARRATORE 2


Ma se, partiti da Udine, verso Nord, anzichè proseguire, sino al confine, dove col Friuli cessa l’Italia, fossimo scesi alla Stazione per la Carnia, e avessimo aspettato il trenino che si interna verso quelle terre, fin da quaggiù visibilmente grige di povertà, nella loro solitudine odorante di ciclamini scottanti dal sole?

O che tra faggi e abeti erma si u campismeraldini la fredda ombra si stampi al sole del mattin puro e leggero, o che foscheggi immobile nel giorno morente su le sparse ville intorno a la chiesa che prega o al cimitero 


che tace, o noci de la Carnia, addio! Erra tra i nostri rami il pensier mio sognando l’ombre d’un tempo che fu...

NARRATORE 2


Ah, non è per nulla che in questi versi carducciani si conclama la gloria comunale; qui il tempo si è fermato, come la lingua, a una sua frase arcaica: e che sapore purissimo di dignità. E ciò che a noi appare desolato, solenne, semplice, non poteva non essere amato dal Carducci, anche se a lui portato da un estro magnanimo, ma insieme libresco. Del resto, questo paesaggio carniello che a lui deve la sua celebrità, e la sua immagine ufficiale, acquistava anche in lui toni assai più domestici e realistici; e allora s’intende che ci riferiamo al Carducci delle lettere, al grande Carducci delle lettere, quello così moderno e gioioso e libero, che il De Robertis, squisitamente ama. Leggiamone una, di queste lettere, scritta il 7 agosto 1885 alla moglie; il Carducci ci racconta con abbandono quasi di ragazzo di una gita fatta nella valle di Incaroio: “un viaggio di 30 miglia, tutto a piedi, e per quali vie!”

VOCE DI CARDUCCI


La gita aveva toccato prima Paluzza, poi aveva puntato sul Treppo; dopo Treppo, il Durone, con una salita tremenda, e la discesa peggio che la salita, giù per balzi che erano poi torrenti secchi; tra sassi, sotto il sole: arrivammo a Paularo verso mezzogiorno. Risolvei e affermai di non voler andare più avanti; di rimanere la notte lì. Cominciai a bere acqua con vino bianco...” “Il vino fu abbondante, del barolo squisito, e per di più un risotto con due pollastri regalati dal parroco. Sì che il viaggio baldanzosamente riprese. Con quel barolo in corpo fui il primo a dire di ripigliare il viaggio. Per un pezzo, strada bellissima, regione incantevole, fiumi, torrenti, boschi di abeti e di larici, rupi, cascate, villaggi sparsi quà e là, ma col buio, incominciò il brutto. Bisognava far via per un sentiero, che orlava, per dir così, un precipizio verde e orribilmente bello, ma pericolosissimo, a pendio sul Chiarsò, fiume che rumoreggiava in fondo. Ed era buio. E il sentiero andava a zig-zag, e c’erano gradinate selvagge di macigni che erano una bellezza. Io andavo avanti a tentoni reggendomi ad una pertica che due giovani, uno innanzi e uno dietro a me, tenevamo per mano. E durò un’ora. Un altro faceva lume bruciando dei giornali”.



NARRATORE 1


Dicevamo in principio che la ferrovia, incrociandosi col Tagliamento, divide il Friuli in quattro settori: ma l’ascoltatore avrà osservato che siamo restati costantemente ai finestrini che davano a settentrione, verso la montagna. E se invece ci fossimo trovati nel corridoio? Oh, certo, il paese lì vicino, sotto la verde scarpata, non sarebbe apparso molto diverso. Da quando intorno al Scile d’odore linguistico si fa quello ladino, e le cose si tramutano in poetici nomi dai plurali sigmatici - le foglie in fueis le rogge in rois, le sorgenti in resultivis - lo stesso umile e alto, silenzio contadino, con l’intimo odore asprodolce, pasquale, accompagna il viaggiatore. solo che in fondo, invece dell’ombra della montagna, l’orizzonte si sprofonda in un biancore che pare risucchiarlo nel vuoto. E’ il vecchio, smunto Adriatico. E’ il Sud, Venezia, l’altra storia, la vita non comunale ma nazionale....



NARRATORE 1


Ma allora, se avessimo voluto sentire meglio questi luoghi, non ci sarebbe convenuto prendere l’altro treno, ugualmente poetico, e appassionante, quello che da Venezia porta a Trieste? Saremmo così passati proprio nel cuore della Bassa Friulana, per Portogruaro, Latisana.... rasente Teglio, Coroovado, la fonte di Venchiaredo: per i luoghi di Nievo, insomma. Che sono, quanto a equivalenza poetica, i più alti del paesaggio friulano: dal castello di Fratta, inciso, fluente zeppo, ferito da un tratteggio meticoloso e violento di bulino alle larghe vedute lagunari, cariche di spumosa e spianata malinconia. Il Nievo non poteva esistere che qui, in questo Friuli non troppo Friuli, volto alla nazione attraverso le grandi campagne illegiadrite dalla chiara civiltà adriatica. Piuttosto che dalle assai note “Confessioni” preferiamo trascegliere da “Il conte pecoraio”: è una visione prealpina della notte dell’Epifania.



VOCE


Anche le colline di Torlano si erano vestite di bianco, come costumano le giovinette nel furor dell’estate, e su esse incombevano canute le montagne, e solcate di profonde rughe la fronte, come madri severe. Tuttavia la notte sopraggiungeva a burlare sia le une che le altre; nell’ombra della quale esse si smarrivano a poco a poco, prendendo una sola sembianza; un solo colore di buio. Già le stelle folleggiavano per il cielo nel silenzio della luna, e si scoloriva ad occidente l’ultimo barlume del crepuscolo, quando cominciò sopra un dosso a destarsi una fiamma, cui rispose da un poggio il rosseggiare di un’altra, e una terza s’avviò sulla costa, e una quarta e una quinta divamparono via via di greppo in greppo, finchè non fu vetta di colle o ripiano di montagna, sul quale non ardesse un bel fuoco: proprio come nei quadri del mistero della Pentecoste dove non c’è Apostolo cui non sorvoli sul capo la divina fiammella.



NARRATORE 2


Ma il paesaggio friulana del novecento, almeno fino all’inizio dell’ultima guerra, è soprattutto pescoliano: intendiamo dire di quel particolare pascolianesimo che è dei poeti dialettali.

NARRATORE 1


Ercole Carletti, sta a rappresentare con la sua canuta, inquieta figura quello che potrebbe essere il tipo della civiltà di lassù, un tipo che sulla passione italiana inoculi un moralismo, diremmo, centro europeo. Leggiamo, tradotto questo paesaggio veduto in sogno, da “L’insiùm”.

DICITORE


“Ai fat, Nusse, stegnòt un bièl insiùm... “Ho fatto, Nuccia, stanotte un bel sogno. Mi sembrava, dove?... Laggiù, lontano, lontano che si stava insieme: e sull’orlo di un fiume si camminava tenendoci come bambini per mano. Si andava via tenendoci per mano, perduti, soli: la primavera luccicava e odorava: l’acqua passava facendo specchio ai pioppi, ai cespugli fioriti, ai salici della riva. Sotto voce provavamo qualche canto: “montagnette”, oppure “tu stella” oppure ancora “non posso dimenticarti”; e intanto ci dava il tempo, col battere, il nostro cuore: col battere doppio! E da per tutto, che quiete, che sereno! E le scarpette rigate di rose, sul verde novello... Sopra una boschina delle allodole estrose gorgheggiavano..”



NARRATORE 2


In Ergeo, in Carletti e specialmente in Biagio Marisi, è un germe, ma puramente in germe, che bisogna presupporre tutta un’altra educazione e un altro mondo, la più recente interpretazione del paesaggio friulano, quella della scuola poetica casarsese. Che geograficamente è assai più vicina ai luoghi del Nievo. E’ lì, la patria dei felibri friulani, la terra delle prodezze infantili, dove le perpendicolari del Tagliamento e delle risorgive si incontrano, a metà strada tra i monti e il mare. E’ una pianura difficile a capirsi: di una bellezza così pura da farsi quasi astratta, intellettuale. I teneri boschi cedui lungo le rogge, filamentosi e rossi come il rubino, in inverno, caldi e sontuosi, d’estate, zeppi d’uccelli e quieti come piccoli santuari.... Le file purissime di gelsi che rimpiccioliscono verso i pianelli opposti, verso altre rogge, penetrando con lucida prospettiva dentro la pianura pedemontana, sempre spalancata contro un cielo nettissimo.

NARRATORE 1


I Boschetti rugginosi, casolari, dai muri di sassi neri e inazzurrati dal solfato, riquadri di pareti gialle di fienili, strade di terra battuta bianca, in dolce curva, come in una tela del più puro Corot. E poi i paesi, i primi paesi della Bassa e i primi dell’Alta; allegri aperti e un po’ plebei, quelli, plumbei aristocratici, già corsi da un secco odore alpestre questi. La loro vita finisce con l’or di notte e ricomincia, prima che nasca il sole, col mattutino. E’ una mattina prestissimo, ancora quasi buio, mentre rintoccano le prime campane: “Sento campane d’oro”, di Domenico Naldini: “Cento campane d’oro sono nell’aria, a mescolarsi con l’alba. Nel vetro agghiacciante il cielo era un fiore d’incenso. San Giovanni, Orcenico, Calvasone, cento campane d’oro sono nell’aria”.

DICITORE

Sent ciampania di oru a son pa’ l’aria,
a insembrassi cu l’alba.
Tal veri inglassaà il sèil
al era un flòur di insèns.
San Zuàn, Dursinìns, Valvasòn,
Sent ciampania di oru a son pa’ l’aria.

NARRATORE 1


O ecco una mattinata di domenica, a Navaròna, sui primi gioghi delle Prealpi, nei versi di Novella Cantarutti: “Gusto d’esser viva”: “Gusto d’esser viva nel giorno che sbatte le ali. La nebbiolina si dissolve sbiancata a filo dei prati. Gusto d’esser viva sulla strada che conduce a Messa, sotto gli alberi, fra le ombre bagnate dalla luce”.

DICITORE


Gust da essi viva 
ta la dì 
Ch’a discrosa 
li’ ali’ 
La caliga ‘ 
a si distrùt 
sblanciada 
avuà dai praz. 
Gust da essi viva 
pa la strada 
ch’ a mena a Messa, 
sot i lens, 
pa li ombreni’ 
bagnadì di lusòur.

NARRATORE 1


O, dell’estensore di questo scritto, una sera che cade intorno a Casarsa: “Il fanciullo morto”; “Sera luminosa, sul fosso cresce l’acqua, una donna incinta cammina per il campo. Io ti ricordo, Narciso, tu avevi il colore della sera, quando le campane suonano a morto”.

DICITORE

Sera Imbarlumida, tal fossàl 
a cres l’aga, na femina plena 
a ciamina pal ciamp. 

Jo i ti recuardi, Narcis, ti vevis il colòur 
de la sera, quand li ciampanis 
e sunin di muàrt.


NARRATORE 2


Ma non è per ipocrisia, se concludiamo queste rapide proiezioni del paesaggio friulano attraverso le sue fasi letterarie, con delle vedute popolari. E, intanto, diciamo subito, che non si tratta di equivalenti in poesia di un’arte popolare da iconografia o da ex voto. La cosa è molto più poetica. Si tratta della più alta, perfetta traduzione in termini linguistici dei dati del paesaggio: ma in modo indiretto, per una assoluta convivenza e coesistenza del popolo che canta con il paese in cui canta. E diamo atto della “salute”, della “lavoriosità”, della “religiosità”, che sono gli attributi riferiti per convenzione lassù, nelle riunioni e nei simposi regionalistici, al popolo: tuttavia quelle che ci importano sono una salute e una religiosità ben più interiori e poetiche: sconfinanti, dentro, con doti popolari sconosciute al folclore o alla demopsicologia. Benchè, di geografico, o meglio, tipografico, non ci siano che dei nomi, dove meglio che in questa villotta si può sentire il sapore nudo e povero e solare della Carnia in un giorno di sagra? “Sulle roccie di Collina, sui monti di Rigolato, ho trovato la mia ragazza con rastrello attorcigliato.... Oh che buona l’acqua fresca di Ludaria e Rigolato: voglio prenderne un bottaccino e portarlo a Cividale”.

DICITORE



Su li cretia di Culino 
su lis monz di Rigulat 
ài ciatàt la me muroso 
cul- ris-cel intortolàt. 
Joi: che buino l’ago fres-cio 
di Ludario e Rigulàt:
‘ i voi toli una butacio
e puartalo a Cividàt.

O la tenerezza della notte in un borgo raccolto sotto i monti con le ultime voci sgolate tra gli orti, in questa villotta antichissima, raccolta a Gemona? “Io ti amavo da piccolina, quando avevi un sette otto anni, e adesso che ne hai sedici, ti amo più che mai. Ma sei sola, o benedetta, se sola a far l’amor? Ah, no, no, che non sono sola, c’è la mamma, e con il lume”.

DICITORE


E jo i ti amavi di picinine 
quan che tu aevis un siet vot àins. 
E ma cumò che tu ‘no às sèdis 
io ‘ o ti ami plui che mai. 

Ma sestu sole, o benedete, 
ma sestu sole a fa l’amòr? 
E po no, no ch’i non soi sole, 
a jè la mame e cullusòr.

NARRATORE 1


O la desolata luminaria dell’alba che si stampa, d’or, sui pendii e i villaggi raggelati in questa che è una delle villotte che più risuonano nelle osterie domenicali? “Sulla più alta cima si alza buonora il sole, ma questa non è l’ora di abbandonar l’amore”.

DICITORE

Su la plui alte cime 
al jeve il soreli a buin’ ore: 
ma cheste no jè l’ore 
di bandonà l’amòr.

A centinaia si contano questi brevi canti: il momento in cui la fisionomia umana fa poeticamente parte del paesaggio. In cui le ragazze splendidamente bianche della Bassa, o le “puemis” dalle guancie di ciliegia della Carnia; i giovanotti mori - alpini ancora inerbi che scrivono sui muri dei casolari o della chiesa “Alpìn jò, mame” o “Viva il ‘33, la clase inemorata” o i giovani “montagnari” con gli allegri calzoni di velluto, rivivono in una vita completa, nel cui sentimento profondo, musicale, essi sono una cosa sola coi monti o i campi dove vivono. Natura geografica tradotta in natura umana, il FRIULI più perfetto è nei canti del popolo friulano.










Curatore, Bruno Esposito

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