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martedì 29 luglio 2025

Pier Paolo Pasolini, L'isola di Arturo (di Elsa Morante) - Vie nuove, numero 50, 21 dicembre 1957, pag. 31

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
L'isola di Arturo
(di Elsa Morante)



Vie nuove

numero 50

21 dicembre 1957

pag. 31

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Pier Paolo Pasolini inizia con questa recensione a «L'isola di Arturo» di Elsa Morante la già annunciata rubrica di critica letteraria su «Vie Nuove». Pasolini non ha più bisogno di presentazione per i nostri lettori. Autore di saggi, romanzi e poesie, vincitore dell'ultimo premio Viareggio con «Le ceneri di Gramsci », Pasolini ha già collaborato in più di una occasione al nostro settimanale. La sua rubrica apparirà da ora in poi regolarmente nelle nostre pagine.


( in realtà, la rubrica si interromperà già al successivo intervento (Il Pasticciaccio di Gadda - Vie nuove,  18 gennaio 1958 ) ). 



Un critico che tre o quattro anni fa avesse cercato di prevedere lo svolgimento della narrativa italiana fino a oggi, e, per assurdo, fosse stato in possesso dei mezzi più sicuri, da quelli storiografici a quelli statistici, per farlo, non avrebbe potuto in nessun modo preventivare la comparsa del nuovo romanzo di Elsa Morante (al di fuori, naturalmente, della storia interna della scrittrice), L'isola di Arturo (Einaudi, 1957 , e Premio Strega di quest'anno). 

lunedì 5 maggio 2014

ll rapporto tra Pier Paolo Pasolini e Elsa Morante. La Regina Esigente e la Madre Consolatrice

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Il rapporto tra Pier Paolo Pasolini e Elsa Morante.
La Regina Esigente e la Madre Consolatrice
di Sandra Bardotti, http://www.mastereditoria.it/

***

La crisi ideologica che, negli anni Sessanta e Settanta, ha portato Pasolini fino alla sfiducia testimoniata dagli Scritti corsari e dalla Lettere luterane, oltre che dalla produzione poetica, narrativa, teatrale e cinematografica, fu una profonda crisi personale, che portò alla rottura con una grande personalità che si era legata a lui con un vincolo di affetto profondo e intimo, Elsa Morante. Non ha senso cercare di stabilire quale delle due sia maggiormente rilevante. Credo sia solo possibile affermare che furono concomitanti, che l’una coinvolse l’altra. Sicuramente il distacco dalla Morante fu un momento molto difficile per Pasolini, perché coinvolse e mise in crisi anche la visione di intellettuale e di uomo che egli aveva di se stesso.
Pasolini e la Morante si conobbero verso la metà degli anni Cinquanta, e la loro conoscenza fu mediata dalla figura di Alberto Moravia. L’ammirazione di Pasolini per la scrittrice si manifesta già nel 1953, quando egli ha la possibilità di leggere Lo scialle andaluso, apparso su‹‹Botteghe oscure››. È tra il 1953 e l’anno successivo, dunque, che si deve collocare l’incontro personale, testimoniato dall’epistolario pasoliniano. Subito tra i due scatta una reciproca stima, ma anche un dialogo produttivo che non risparmia critiche e biasimi; insomma, un rapporto di sincera amicizia. La frequentazione si fa assidua soprattutto durante gli anni Sessanta, e nel 1961 l’amicizia si era consolidata a tal punto che i tre organizzarono insieme un viaggio in India.
Di questa esperienza rimangono le testimonianze di Pasolini (L’odore dell’India) e di Moravia (Un’idea dell’India), così diverse tra loro, che documentano due approcci assai distanti al paese visitato. Indicativo è che Pasolini si presenti più solidale con le idee di carità che Elsa mostra di avere, rispetto al maggiore realismo scettico dell’amico Moravia. “La fraternità si cementa in una comune appartenenza alla razza di coloro che hanno ‹‹come ideale della vita, quello di svuotare con un ditale il mare›› [i]” [ii].
Anche se il realismo dei primi romanzi romani pasoliniani sembra così diverso dall’indagine psicologica con cui sono indagati i personaggi delle borgate romane nei romanzi della Morante, un filo sottile lega i due scrittori. È l’amore per i ragazzini, per una società sottoproletaria che appare ancora incosciente dei cambiamenti messi in atto dal nuovo Potere consumistico, che attraversa i loro romanzi. Il discorso potrebbe essere più chiaro se analizzassimo il significato che il concetto di “barbarie” viene ad assumere nell’opera di entrambi, ma non è questo il luogo per affrontare un parallelo che pure si rivelerebbe interessantissimo; per chi volesse approfondire l’argomento preferiamo rimandare al bel saggio di Massimo Fusillo [iii]. Basterebbe la testimonianza dell’incipit de Il pianto della scavatrice: “Solo l’amare, solo il conoscere / conta” [iv], che omaggia il morantiano “Solo chi ama conosce” [v] (Alibi), per capire la comunione di visione e le corrispondenze che si venivano a creare tra i due poeti. Si tratta di un’adulazione reciproca, di un omaggiarsi a doppio senso, di rispecchiamenti continui dell’altro nella propria opera. Per celebrare l’amica, Pasolini le dedica anche il volume La religione del mio tempo, uscito nel 1961.
Pasolini deve essersi presentato alla Morante, fin dai primi momenti della loro amicizia, come un nuovo Rimbaud. Del resto, egli è uno dei pochi autori del nostro Novecento che abbia ripetuto un’esperienza così rivoluzionaria come fu quella di Rimbaud un secolo prima. La sua genialità, la sua precocità colpirono immediatamente una donna così sensibile e attenta al mondo letterario. Poi ci fu la comunanza di motivi, temi, intenti: Pasolini le appariva come colui che avrebbe potuto, come Rimbaud, accusare con violenza inaudita il mondo del nuovo capitalismo, dare una scossa a tutta la società borghese che stava procedendo al genocidio del mondo sottoproletario, svelare con la forza della sua parola l’inganno che si celava dietro l’apparente benessere. Già in Poesia in forma di rosa, però, Elsa scorgerà una radice narcisistica e una vena di populismo che non apprezzerà. Così, dopo aver letto Poesia in forma di rosa, nel 1964, scrive e invia all’amico un testo “scherzoso”, Madrigale in forma di gatto, un calligramma in cui lo accusa di ipocrisia, di finto amore, di malafede ideologica:

La rosa è la forma delle beatitudini.
Beata l’angoscia in forma di rosa.
Beato il disordine e la libidine sanguinosa
la passione di sé invereconda gli eccessi di velocità e le orge funebri
il nero rifiuto dello sposalizio le bandiere dell’oltranza le corazze dell’ignoranza
i vari equivoci dell’egoismo le mascherate degli stracci
le carità pretestuose le immondizie deificate
i pregiudizi di casta l’alibi storicistico
le complicità attuali, l’adorazione ai padri farisei,
la paura della castrazione
il candido tradimento il pianto vantone
la corda sentimentale e la spada della ragione
beate le secrezioni i visceri della letteratura l’oratorio
la mistificazione
quando finalmente s’aprono in forma di rosa!
Il ragazzo che si intende protagonista del mondo
(protagonista anche se bandito, anzi di più perché bandito…)
starà sempre beato al centro della rosa.
E lui beato ignorerà gli altri peccatori al bando della rosa
e al bando di se stessi
non protagonisti del mondo
non leggenda di se stessi
soli senza nessun addio. Agonie senza nessun pianto
e nessuna rosa
Il gatto che non crepa [vi]

Non sono accuse da poco. Sostanzialmente Elsa accusa Pasolini proprio di falso amore verso il sottoproletariato, di narcisismo e protagonismo. A ciò si aggiungerà uno screzio ancora più grande: quando l’Arco Film si rifiuta di pagare due attori amici di Elsa che avevano partecipato al Vangelo secondo Matteo, e Pasolini non fa niente contro la casa di produzione cinematografica, scriverà all’amico: "É chiaro che aspettarsi un simile rispetto da parte di quegli immondi stronzi dell’Arco Film era utopistico, per non dire cretino, giacché loro non rispettano che la merda (cioè proprio quelle poche miserabili lire che tu dici). Almeno avrei voluto che tu, con la tua autorità, gli facessi almeno mettere il muso nella merda loro, almeno per un momento, e che si vergognassero almeno (loro stessi per la loro parte in quanto persone) della loro merda ecc. ecc. […] E tu sai benissimo che il pagare di tua tasca (o io di mia tasca) qui non significa niente […]. Perciò anche se tu fossi miliardario (e purtroppo non lo sei) non potrei accettare i tuoi soldi […]. L’ombra che tu dici sulla nostra amicizia lo sai benissimo non è il debito tuo, che fra l’altro non esiste; ma ‹‹l’adorazione ai Padri Farisei›› come ti avevo già scritto nella poesia. Ma non è vero che questa è la prima volta che c’è quest’ombra". [vii]
Elsa, dunque, gli rimprovera una complicità con i padroni, l’incapacità di opporsi alla forza capitalistica; accusa durissima per un poeta civile che tutto voleva mostrare di essere tranne che un borghese omologato e consumista come gli altri. L’immagine che Elsa si era costruita di Pier Paolo continuerà a sgretolarsi col tempo. Intanto, siamo arrivati alla metà degli anni Sessanta e, nonostante queste polemiche tra i due, si può affermare che è il periodo di maggiore vicinanza ideologica. Entrambi sono in disarmonia con il mondo, ma mentre Pasolini sembra spinto a scrivere e produrre sempre di più come se si trattasse di una competizione contro la società del Potere, Elsa se ne sta da parte facendosi scudo con il suo ammaliante umorismo. Mentre Pasolini accusa e respinge quella società che continuamente lo esclude, Elsa ama chi la odia e non chiede niente in cambio, come amano le madri. Mentre Pasolini cerca di rinnegare la sua appartenenza piccolo-borghese con lo strumento della rimozione, Elsa usa quello della parodia innamorata.
Dopo il 1969 i contrasti subiscono una chiusura comunicativa e cessano di essere dispute produttive e stimolanti per entrambi. La Morante si sente sostanzialmente delusa. Pasolini non si è rivelato essere quell’uomo che lei aveva dipinto, quel geniale Rimbaud forte della sua maledizione. Pasolini era diventato insopportabile nella sua angoscia di sentirsi sempre messo sotto accusa. Si sentiva escluso e condannato anche quando non lo era, e avvertiva il bisogno di difendersi continuamente. Si ripiegava sempre più su se stesso, e aveva abiurato per sempre quella vena poetica così pura delle poesie friulane e delle Ceneri. Alla Morante sembrava che egli perdesse tempo inutilmente. D’altra parte, lui si sentiva chiuso nel rimorso di non essere stato all’altezza di quella figura che lei aveva creato di lui. Si sentiva sopravvalutato da Elsa, e ciò gli provocava il vergognoso rimorso di non essere riuscito a soddisfare le sue aspettative.
Nel 1971, dopo l’uscita di Trasumanar e organizzar, Elsa scriverà una lettera per cercare di sottrarsi al ruolo di “Regina Esigente” che Pasolini le aveva attribuito:

"Si sa che ogni spiegazione è inutile.
Tanto l’altro spiega la nostra spiegazione
con la sua spiegazione. E così l’equivoco
gira in eterno. Ma questo è bene in fondo
come in fondo tutto è bene […].
A ogni modo (anche se NON «a scanso di equivoci»)
io qui m’affanno a comunicarti
quello che tu vuoi negare: insomma che
non rimprovero NIENTE A NESSUNO
e tanto meno a te. […]
[…] Io rimprovero solo ME, per una cosa
e anche me, per quella sola (ti avverto
che se credi d’averla indovinata ti sbagli).
È la sola cosa che non c’è nel tuo libro
che pure è un libro disperato.
Disperato ma beato
perché quella cosa non c’è
(e se credi d’indovinarla ti sbagli).
Il tuo libro è disperato-beato perché sì.
Dentro c’è Pier Paolo
e Ninetto e Maria e pure Elsa
(benché solo l’Elsa che tu vuoi conoscere
e cioè dico la pura la
inconcussa. Oh Dio
essa è concussa e invece impura
ecc. ecc.
Ma tu beato vuoi che gli appartenenti
a Pier Paolo
siano come Pier Paolo li vuole
e hai ragione. BADA! HAI RAGIONE!!
? Forse il solo modo di farli esistere (gli altri)
È questo: il tuo).
A ogni modo, nel tuo libro c’è Pier Paolo
e basta [viii]

La Morante testimonia dunque l’impossibilità di un dialogo con Pasolini, perché quest’ultimo non riesce più ad ascoltare gli altri e a instaurare un confronto. Nelle sue poesie c’è solo lui, solo il suo narcisismo, e non c’è posto per gli altri. Al massimo vi si sente l’eco di altre persone a lui care e vicine, ma la loro immagine risulta sempre filtrata e deformata dalla presenza di un Ego assoluto e totalizzante, padrone incontrastato della scena. Così Elsa gli rivela anche di non essere la pura e inconcussa che egli credeva, né tantomeno colei che crede di avere l’autorità di rimproverare qualcuno.
Poi, nel 1971 Ninetto decide di sposarsi. È questo l’anno della crisi definitiva con la Morante. Pasolini si sente abbandonato, tradito dall’amico, e lo accusa di aver voluto seguire la propria natura allontanandosi da un “dovere” che aveva nei suoi confronti. Ad agosto scrive a Volponi: "Dopo quasi nove anni Ninetto non c’è più. Ho perso il senso della vita. Penso soltanto a morire o a cose simili. Tutto mi è crollato intorno: Ninetto con la sua ragazza, disposto a tutto, anche a tornare a fare il falegname (senza battere ciglio) pur di stare con lei; e io incapace di accettare questa orrenda realtà, che non solo mi rovina il presente, ma getta una luce di dolore anche in tutti questi anni che io ho creduto di gioia, almeno per la presenza lieta, inalterabile di lui. Ti prego, non parlarne con persona al mondo. Non voglio che si parli di questa cosa. Tu e Elsa siete i soli (con Nico) che lo sanno. Può darsi che io riesca a vivere ancora". [ix] Elsa sta dalla parte di Ninetto, sostiene il suo diritto a innamorarsi di una donna, e dice a Pasolini che amare vuol dire desiderare il bene di chi si ama, senza chiedere niente in cambio. Chi gli aveva finora dato sostegno e garantito forza vitale se ne va, lasciandolo solo. Egli non sopporta di restare solo con la propria diversità. Così, proietta sulla Morante il fantasma della “Madre Consolatrice”. Sa che la verità della Morante, della Madre, è superiore, ma proprio come un bambino non vuole accettarla.
Il ritratto che Pasolini ci offre di Elsa in Petrolio dimostra come l’amica sia stata un centro focale fino agli ultimi anni, e quanto la sofferenza provocata dal suo abbandono abbia inciso anche nelle scelte formali della sua ultima produzione. Viene detto subito di lei che aveva “il viso di giovane gatta” [x], e anche i caratteri psicologici le appartengono inequivocabilmente (“padrona del proprio pensare, per quanto il suo fondo potesse essere passionale, viscerale e tempestoso” [xi]). Tutta impegnata nella sua opera di carità nei confronti di un ragazzino alquanto bruttino, ma che a lei doveva sembrare bellissimo, non sta ad ascoltare l’amico. Lei non sta mai a sentirlo, per tutta la durata della loro amicizia; questo è quello che Pasolini, da figlio, le rimprovera. Lui ha un segreto di incalcolabile valore storico che vorrebbe donarle, perché è stata lei stessa a porsi nel mondo come una che non ha nulla da perdere. Ma lei rifiuta lo scambio, rifiuta di prendersi questo peso. Pasolini le rimprovera anche di non essersi mai schierata al suo fianco nelle battaglie sostenute contro le istituzioni e la politica, di essere sempre stata passiva.
Credo sia possibile che il recupero dell’opera di Rimbaud nell’ultimo Pasolini, di cui ho già parlato nel saggio Una lunga stagione in inferno: Rimbaud nell'opera di Pasolini, edito in "Studi pasoliniani" (n. 3, 2009), sia dovuto alla volontà del figlio-Pasolini di dimostrare alla madre-Elsa che l’immagine che lei aveva sempre dipinto di lui era vera. Come un bambino che voglia dimostrare alla madre il suo amore. La nega, la accusa, ma nello stesso tempo le ubbidisce. Tutto come nel più comune dei rapporti madre-figlio. Questa è la motivazione che abbiamo intravisto nel recupero di Rimbaud da parte di Pasolini, perché non è da sottovalutare l’importanza della figura della Morante in tutta la vita di Pasolini. È lei la donna più importante della sua vita, dopo la madre; e ai suoi pensieri, accuse o lodi, dedicherà sempre un’attenzione particolare.
Ne Lo scialle andaluso si racconta di un bambino che desidera diventare santo, e ci rinuncia per amore della madre. I due vivono una vita mediocre, con lei “convinta che lui sia destinato a qualcosa di grande” [xii]. Sembra che già in questo racconto giovanile lei sia stata capace di prefigurare quell’amicizia che nacque e si sviluppò con Pasolini alcuni anni dopo. Forse sentiva che sarebbe arrivato un “figlio” che avrebbe incrociato il suo cammino, che l’avrebbe riempita di gioie e di dispiaceri, che avrebbe tentato di intervenire nel mondo con la sua parola e di scongiurare l’ecatombe borghese come lei non era riuscita a fare. Forse era proprio lei che cercava questo nuovo Rimbaud, e lo aveva espresso già in questo racconto. Pasolini all’inizio fu in grado di assolvere questo compito, ma poi si rivelò troppo preso da sé e dalle sue angosce.
Si tratta solo di uno spunto di lettura, che rivela ancora una volta quanto sia divertente fare critica letteraria.

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[i] P.P. Pasolini, L’odore dell’India; in P.P. Pasolini, Romanzi e racconti , a cura di W. Siti e S. De Laude, Meridiani Mondadori, Milano 1998, vol. I (1946-1961), pag. 1233.
[ii] W. Siti, Elsa Morante nell’opera di Pier Paolo Pasolini, in Vent’anni dopo La Storia. Omaggio a Elsa Morante, a cura di C. D’Angeli e G. Magrini, Studi Novecenteschi, Giardini Editori e Stampatori in Pisa, pag. 134.
[iii] M. Fusillo, ‹‹Credo nelle chiacchere dei barbari››. Il tema della barbarie in Elsa Morante e in Pier Paolo Pasolini, in Vent’anni dopo La Storia. Omaggio a Elsa Morante, cit., pagg. 97-129.
[iv] P.P. Pasolini, Il pianto della scavatrice; in P.P. Pasolini, Tutte le poesie, a cura di W. Siti, Meridiani Mondadori, Milano 2003, vol. I, pag. 833.
[v] E. Morante, Alibi; in E. Morante, Opere, a cura di C. Cecchi e C. Garboli, Meridiani Mondadori, Milano 1988, vol. I, pag. 1392.
[vi] Il testo è pubblicato da N. Naldini in P.P. Pasolini, Lettere 1955-1975, Einaudi, Torino 1988, pagg. LXXXIX-XC.
[vii] Ibidem, pag. CLXXIII.
[viii] Ibidem, pagg. CXXXVI-CXXXVII.
[ix] Ibidem, pag. 707.
[x] P. P. Pasolini, Petrolio, a cura di Silvia De Laude, Oscar Mondadori, Milano 2005, pag. 27.
[xi] Ibidem, pag. 27.
[xii] E. Morante, Lo scialle andaluso; in E. Morante, Opere, cit., vol. I, pag. 1578.

Tratto dalla Pagine Corsare di Angela Molteni

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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domenica 22 settembre 2013

«Scegliendo per sempre la vita, la gioventù». Pasolini, Elsa Morante e il ’68

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




«Scegliendo per sempre la vita, la gioventù». Pasolini, Elsa Morante e il ’68

La Libellula, n.1, anno 1 , Dicembre 2009
di Maria Rizzarelli

Pur essendo scrittori molto diversi, pur avendo compiuto scelte stilistiche e formali fino a quel momento spesso antitetiche, Pier Paolo Pasolini ed Elsa Morante si ritrovano (come molti altri intellettuali della loro generazione) a metà degli anni Sessanta a riflettere sul senso della propria attività letteraria e a rivedere la propria funzione all’interno della società italiana, trasformata profondamente dal boom economico. Se Pasolini negli anni Cinquanta aveva già fatto i conti con la figura dell’intellettuale gramsciano, cantando nelle sue poesie civili ed «incivili» le contraddizioni delle prospettive da lui delineate; la Morante soltanto adesso sembra in grado di abbandonare le affabulanti voci della stanza di Elisa, e il solare limbo dell’isola di Arturo, per correre dietro ai suoi nuovi ragazzini per le strade del mondo. Solo adesso, dopo una profonda crisi che è al tempo stesso personale e storica, che affonda le radici e trova i motivi più profondi nelle tragiche vicende della sua biografia visceralmente intrecciate alle ragioni della trasformazione culturale della società italiana, si trova costretta a reinventare la propria immagine(1) e scoprire la propria appartenenza «alla specie degli scrittori», a quella tipologia antropologica che con convinzione definisce in antitesi alla categoria del letterato:

Lo scrittore (che vuol dire prima di tutto, fra l’altro, poeta), è il contrario del letterato.
Anzi, una delle possibili definizioni giuste di scrittore, per me sarebbe addirittura la seguente: un uomo a cui sta a cuore tutto quanto accade, fuorché la letteratura.(2)

È in virtù di questa indiscutibile discendenza dalla «specie degli scrittori», che unisce Pasolini e la Morante oltre le ragioni della loro amicizia e oltre il legame dato dalla varie collaborazioni,(3) che risulta particolarmente interessante sondare analogie e differenze delle loro reazioni alla cartina di tornasole del Sessantotto. Entrambi, infatti, avendo intensamente «a cuore tutto quanto accade», registrano nel corpo dei propri testi, nelle viscere delle proprie parole, l’inesorabile mutamento dell’Italia di quegli anni. Per dirla con la Morante (giacché le formule pasoliniane risultano spesso troppo usurate dall’abuso e dal fraintendimento mediatico), l’era atomica è segnata dall’incombere dei «mostri delle culture piccolo-borghesi […] (i cui prodotti supremi sono, da un lato, le organizzazioni di sterminio, e dall’altro i trattenimenti televisivi»,) (4) a cui l’arte non può che opporsi e dichiarare guerra. Tutti e due gli scrittori, ascoltando i profondi mutamenti epocali determinati dal trionfo di quella cultura, hanno fissato il proprio sguardo su quei mostri, pronti a «smascherare gli imbrogli», a opporsi alla «occulta tentazione di disintegrarsi» che manifesta l’umanità, a combattere e uccidere «il drago» dell’irrealtà, portando «testimonianza» alla realtà.(5)
Di fronte alla rivoluzione antropologica destinata a trasformare totalmente i connotati sociali e culturali del nostro paese, Pasolini e la Morante si sentono quindi chiamati a mutare il loro ruolo di scrittori. E parallela a questa metamorfosi, forse apparentemente meno importante, se ne verifica un’altra che riguarda le immagini, le figure e gli archetipi che popolano le loro pagine. In altre parole è proprio attraverso il confronto con la contestazione studentesca che è possibile osservare la parabola degradante che porta dalla Meglio alla Nuova gioventù: il percorso doloroso che nelle pagine e nei fotogrammi pasoliniani subiranno i riccetti e i tommasini sopravvissuti appena un attimo prima del martirio negli innocenti figli di Salò, e parallela la metamorfosi dei ragazzini salvatori del mondo della Morante, discendenti inconsapevoli dell’allegria di Arturo, trasformati nei pischelli umiliati e offesi dalla Storia fino alla quête impossibile dell’infelice Manuel.



1. Un manifesto politico

Questo fitto discorso critico,
che finisce nel pragma (il riso di Ninetto) invulnerabile
(io non credo alla sua moralità, la temo),
in un fantasma in carne e ossa che passa sulla terra …
Pier Paolo Pasolini


Nel Mondo salvato dai ragazzini (iniziato dalla Morante nel ‘64 e pubblicato nel maggio del ‘68) l’Addio al ragazzetto celeste, all’angelo caduto, apre la via a una nuova generazione di fanciulli, che come lui hanno gli occhi «del colore di un mare stellato» (6) e uno sguardo pieno di «allegria». Nel requiem per Bill Morrow la scrittrice confessa di correre dietro l’apparizione di «ogni ragazzo che passa», (7) ma l’immagine dei ragazzi di «quaggiù», le loro risate, i loro tuffi coraggiosi nel Tevere, le loro sbronze e la loro musica assordante, non servono a trovare un «valico» che le permetta di comunicare col barbaro divino fuggito via nel suo «nido irraggiungibile».(8) E se «l’urlo del ragazzo che precipita» 9 si sente ancora risuonare nei versi della Sera domenicale, se ancora nell’allucinata riscrittura dell’Edipo della Serata a Colono la maschera morantiana grida il dolore per la propria sopravvivenza («meglio per me sarebbe non essere nato, piuttosto che vivere»), (10) cessando alla fine «di chiamare amanti morti, madri morte» (11) nella Smania dello scandalo la scrittrice dà il benvenuto alla nascita del nuovo «ragazzo Adamo». (12)  Dalla scoperta di questa novella primogenitura discende tutta la stirpe degli F.P., i «Felici Pochi» a cui è intonato l’inno della terza parte del Mondo.

Nel «ritmo provocatoriamente festoso delle Canzoni popolari»,(13) la Morante tenta di tracciare un identikit dei ragazzini salvatori del mondo, cui è affidato il compito di combattere i mostri dell’irrealtà. Ma per la verità si tratta di un profilo dai tratti alquanto lievi («perché i Felici pochi sono indescrivibili»), (14) seppur inconfondibili: la povertà, la gioventù, la bellezza, l’allegria. Gli F.P. soffrono «d’una grave allergia» all’autorità e agli «alti gradi della burocrazia». (15) Ancor più difficile sembra identificare il loro habitat naturale, perché essi «sono   accidenti fatali dei Moti Perpetui» e quindi possono trovarsiovunque;


ma assai più spesso tornano
in certi orienti (barbari) e oscure zone (depresse)
dove non s’ha il vizio d’assassinare i profeti
né di sterminare
i poeti.(16)


Nel tentativo di delineare i connotati dei fanciulli ideali, la Morante propone una genealogia piuttosto eclettica che mette insieme Spinoza e Gramsci, Giovanna D’Arco e Rimbaud, Platone e Mozart, Rembrandt e Simon Weil, Giovanni Bellini e Giordano Bruno. Tentando l’impossibile sintesi dei suoi amati artisti, in un affresco in cui le note stridenti dei loro diversi messaggi disegnano un «arabesco indecifrabile» che «è dato per la gioia del suo movimento, non per la soluzione del teorema», la scrittrice rivolgendosi agli F.P., avverte che

Alla fine le vostre differenze non importano perché ogni passo di gioia, che ha la gioia come sua partenza e direzione, si destina
sempre all’unico luogo della requie dov’è la liberazione dai desideri, e prima di tutto dal desiderio assurdo di una soluzione
del teorema.(17)

E seguitando ad intonare la musica dell’‘allegria di naufragi’ degli F.P., a passi di gioia continua a percorrere i rami dell’albero genealogico, che giungono fino alle soglie della «nuova Storia Romana», che alla vigilia delle grandi battaglie del Sessantotto ha già i suoi martiri:

La voce uccisa del ragazzetto Rossi Paolo studente universitario (F.P. predestinato)che uscì per affrontare col suo corpo fresco e disarmato l’osceno mostro adulto nato dalla copula del Fuehrer col Duce (campioni ideali dei bravi capifamiglia I.M.)
e là cadde morto nell’aprile dell’anno 1966 - a voi, romani I.M.! sentitela, adesso, quella voce tragica di primo canto, benedetta lei, quanto è allegra! virilmente, spavaldamente, fanciullescamente allegra! ALLEGRA […].(18)

È l’allegria che quasi tautologicamente distingue e oppone i Felici Pochi agli0 Infelici Molti. È in virtù di quest’unica arma che la Morante invoca la sua «eterna rivoluzione fantastica»(19) e chiama a raccolta i «fautori dell’allegro disordine» per combattere la tristezza dei «padri I.M. d’ogni paese»,(20) per «capovolgere allegramente la solita storia millenaria» e per «sfondare alfine per sempre le porte della stanza magica dove quei tristi padri della tristezza da centinaia e migliaia d’anni si rinchiudono a manovrare».(21)
Per quanto questo invito alla «allegra disobbedienza degli F.P.»(22) possa apparire inequivocabilmente compromesso con lo spirito del tempo, per quanto la Morante interpreti fedelmente l’anima anarcoide di rivolta contro il potere degli adulti, Il mondo salvato dai ragazzini non può essere considerato il manifesto del Sessantotto. Un manifesto però lo è certamente - come ha acutamente avvertito Pasolini -, ma si tratta del «manifesto politico […] di quella nuova sinistra che in Italia pare non potere esistere, crescere, riaffiorando subito nel vecchio qualunquismo, e nel complementare moralismo».(23) Il poeta delle ceneri legge il libro dell’amica con la solita lucidità e coglie con chiarezza lo stigma dello scandalo che segna la scelta di condire la scrittura del manifesto politico «con la grazia della favola, con umorismo, con gioia»;(24) ma nella sua lettura è già implicato il giudizio critico espresso nei mesi precedenti nei confronti del movimento studentesco.

2. La soluzione del teorema

Tu lo sapevi che le fanciullezze sulla terra
sono un passaggio di barbari divini
col marchio carcerario della fine già
segnata.
Elsa Morante

Dopo la favola del corvo («un personaggio di Elsa Morante»(25) lo definisce lo scrittore) mangiato da un padre e un figlio in viaggio per le città del mondo, dopo l’umorismo e la gioia che avevano animato l’ultimo sguardo in macchina rivolto da Pasolini sui ruderi del suo mito sottoproletario, l’obiettivo si sposta a indagare l’universo orrendo dell’irredimibile borghesia. Non prima però di aver trascorso anche lui la sua serata a Tebe con l’Edipo re, toccando la prima tappa del viaggio nel mito classico della barbarie, che lo condurrà attraverso le note jazz degli Appunti per un Orestiade africana alle tragiche vicende della madre selvaggia Medea. Ma intanto, mentre cerca nuove utopie nei paesaggi barbarici del continente nero, il suo sguardo si sofferma a osservare, quasi per un esperimento, il territorio ‘così lontano, così vicino’ dell’alta borghesia italiana. Nella primavera del ‘68, infatti, pochi mesi prima l’uscita del Mondo salvato dai ragazzini, lo scrittore corsaro pubblica un nuovo libro e gira il film omonimo. In altre parole, al di là dei brutti versi del PCI ai giovani!!, composti a caldo dopo il 1 marzo di Valle Giulia (versi divenuti oggi quasi uno slogan delle contraddizioni del movimento studentesco), il Sessantotto di Pasolini è quello del doppio Teorema (libro e film), dell’Orgia delle tragedie borghesi (rappresentata appunto a Torino nel novembre di quell’anno),(26) degli interventi nella rubrica «Il caos» da lui diretta sul settimanale Tempo.
Nel Teorema pasoliniano, che vuol dimostrare la dirompente irruzione del sacro(27) nell’universo domestico piccolo-borghese e le sue conseguenze nefaste, i caratteri degli F.P. morantiani si ritrovano riflessi e divisi nella fisionomia di due personaggi. Se l’ospite, infatti, nella scandalosa bellezza, nel «colore azzurro dei suoi occhi»,(28) nel misterioso status sociale, ricorda i ragazzini salvatori del mondo, i tratti dell’allegria, del riso e dei «ricci fitti e assurdi»(29) sono raffigurati dalla fisicità dell’angiolino. La leggerezza del sorriso di Ninetto, con i suoi capelli neri e riccioluti, si offre come la perfetta incarnazione dell’iconografia dei ragazzi di vita che dai romanzi sono giunti fino alle storie di vita violenta dei primi film pasoliniani. Nel transito dall’apologo di Uccellacci e uccellini alla parabola di Teorema, l’allegro riso di Ninetto conserva, seppur ridimensionata, la carica eversiva della fisica sacralità del mondo proletario; nelle apparizioni fugaci egli si porta dietro «la sua gaiezza che proviene da altri mondi, da altre popolazioni»,(30) forse dall’eden friulano celebrato nella Meglio gioventù, o dall’inferno delle borgate romane e di tutte le periferie del mondo. Messaggero dell’avvento dell’ospite, l’angelico postino condivide con la serva Emilia «grazia e buffoneria degli “spossessati del mondo”»,(31) e compare per l’ultima volta nella seconda annunciazione, «come suonando su un flauto invisibile e gaudioso il Flauto magico»(32) (le note affabulanti composte da uno dei più illustri F.P.) per avvertire della partenza del giovane ‘straniero’.
La presenza del novello Dioniso(33) sconvolge la normale esistenza di tutti i membri della famiglia, la sua visita ha un effetto dirompente anche in virtù della sua diversità, che si esprime sin dall’ingresso sulla scena dell’impossibile tragedia attraverso la sua fisicità: «la sua diversità consiste, in fondo nella sua bellezza».(34) La fisionomia dell’ospite, che si «direbbe uno straniero» perché «privo di mediocrità, di riconoscibilità e di volgarità»,(35) si fa portatrice della carica eversiva della sua presenza. Il suo «corpo, intatto, misura di un altro mondo (quello dell’innocenza salvatrice)»,(36) si fa veicolo del suo messaggio scandaloso; si direbbe anzi che il suo corpo è il suo messaggio, che si esprime in primo luogo nella diversità rispetto ai connotati dei corpi che abitano ‘questo mondo’. La sua salute, segno di una «giovinezza il cui futuro sembra senza fine», si oppone non solo alla malattia del padre, ma anche alla senilità consapevole e nascosta nella smorfia delle labbra di Odetta, che sigillano l’umorismo senza il quale «non potrebbe vivere»,(37) come pure agli «zigomi, alti e come vagamente consunti e mortuari con un certo ardore di malata»(38) di Lucia. «Il loro corpo racconta tutta la loro povera storia di borghesi»,(39) e difatti il ritratto di Pietro, che pare avere iscritti sul proprio viso i segni del suo destino, offre i lineamenti archetipici delle sua classe:

un ragazzo debole, con la fronte violacea, con gli occhi già invigliacchiti dall’ipocrisia, con il ciuffo ancora un po’ rimbaldo, ma già spento da un futuro di borghese destinato a
non lottare.(40)

L’incontro di Pietro con l’ospite è descritto inizialmente come opposizione fra la «miseria degradante del proprio corpo nudo» e la «potenza rivelatrice del corpo nudo del compagno».(41) Il figlio contempla nel giovane che dorme nel letto accanto al suo i segni della salute e della virilità; alla vitalità del viso dell’ospite si contrappone il suo pallore. «Ma quel pallore ha in lui qualcosa di ereditario - o meglio, d’impersonale.
Qualcos’altro - l’umanità, il mondo, la sua classe sociale - è pallido in lui».(42) Questo spiega perché il contatto diverso e sempre uguale che ognuno dei membri della famiglia ha con il giovane dionisiaco conduce tutti per strade diverse, ma comunque a scelte autolesioniste e autodistruttive. La contestazione pasoliniana all’istituto familiare, emblema della borghesia, sceglie dunque una via anti-intellettualistica e si incarna nell’ospite, nella sua pervasiva «sensualità, ricondotta a uno stadio elementare, primitivo di manifestazione».43)
Del resto, il tradimento di Dio a cui giungono con modalità differenti, nei corollari del Teorema, Odetta, Pietro, Lucia e Paolo, è il segno della «sete di morte»(44) di un’intera classe, che delega «a deputati alla propria distruzione, i suoi figli degeneri, appunto: i quali (chi stronzamente conservando un’inutile dignità borghese di letterato indipendente, o addirittura reazionario e servile, chi invece, andando proprio fino in fondo, e perdendosi) obbediscono a quell’oscuro mandato».(45) La perdizione di Pietro infatti si porta dietro l’amara denuncia pasoliniana dell’ipocrita e velleitaria protesta giovanile, la furia iconoclasta del suo gesto estremo («davanti al suo quadro, si alza dritto, si sbottona i calzoni, e vi piscia sopra»)(46) non è che un esempio particolare della vocazione autodistruttiva di tutta la nuova gioventù. Il frammento in versi che segue il corollario del figlio contiene il ritratto dei giovani sessantottini e lascia emergere con evidenza la volontà demistificante dei loro discorsi e delle loro azioni da parte dello scrittore.

Sia che vengano, sudando,
da appartamenti con tristi
coperte bruciate dal ferro da stiro, o armadi
costati poche migliaia di lire al padre amato di nascosto
– sia, invece, che vengano da case circondate
di domestici e fornitori – tutti i letterati giovani
sono sudaticci, hanno un pallore di anziani,
se non di vecchi, le loro grazie sono già scrostate;
hanno un’irresistibile vocazione ai pasti pesanti
e agli indumenti di lana, tendono a malattie
puzzolenti – dei denti o degli intestini –
cacano male: sono insomma dei piccoli borghesi,
come i fratelli magistrati e gli zii commercianti.
[…]
Giovinetti cascanti in scialli Sioux, finti giovani di Torino
Già stempiati con loden blu, distruttori di grammatiche,
convittori castristi che saltano i pasti a Monza,
nuovi qualunquisti in pelliccia, che amano i Concerti
Brandeburghesi come se avessero scoperto una formula
Antiborghese, che gli fa lanciare intorno occhiate furenti,
democratici dolcemente burberi, persuasi che solo
la vera democrazia distrugga la falsa; anarchici
biondini, che confondono in perfetta buona fede
la dinamite col loro buono sperma (andando,
con grandi chitarre, per strade
false come quinte, in branchi rognosi), Pierini
universitari che vanno a occupare l’Aula Magna
chiedendo il Potere anziché rinunciarvi una volta per sempre;
guerriglieri al fianco
che hanno deciso che i Negri sono come i Bianchi
(ma forse non anche i Bianchi come i Negri): tutti costoro
non preparano altro che l’avvento
di un nuovo Dio Sterminatore.(47)

Anche in questo caso la malattia e la senilità dei corpi si offrono come metafora della decadenza morale, l’impietoso ritratto che calca la mano sui connotati fisici, la cui tristezza smaschera l’appartenenza alla categoria degli I.M. morantiani, suona come una condanna irrevocabile del movimento studentesco, reo di aver coperto con un finto look anticonformista la propria finta giovinezza, colpevole di aver ammantato di ipocriti slogan libertari la propria conquista del Potere, responsabili dunque di una rivoluzione mancata perché vissuta solo come «guerra civile», come obbedienza cieca al Dio Sterminatore della propria razza.

3. La falsa rivoluzione

Tuttavia io credo che il potere degli studenti
- così come si è istituito malgrado loro -
rientri nella problematica del potere tout court.
Pier Paolo Pasolini

Confesso che dato l’uso che ne è stato
fatto nella storia fino a tutt’oggi, mi ripugna
ormai di ripetere la parola rivoluzione (e fin di
pronunciarla). Però questa parola, per quanto
stuprata e tradita, in se stessa mantiene il suo
significato primo e autentico: di grande azione
popolare al fine di istaurare una società più
degna.
Elsa Morante

Se il giudizio spietato espresso nei confronti dei giovani sessantottini in Teorema non è che una variante en poéte delle critiche contenute nell’«ode per gli scontri di Valle Giulia»,48 per comprendere la complessità e le implicazioni della nota tesi pasoliniana ormai troppo abusata, per cogliere i paradossi e le provocazioni di quei «brutti versi», occorre indagare le pagine già ‘corsare’ firmate dallo scrittore a partire dall’agosto del ’68 su Tempo.(49) Tuttavia dalla lettura del Caos della rubrica non si perviene a uno scioglimento delle contraddizioni messe in atto dalla raffinata ars retorica del PCI ai giovani!!, semmai da essa possono risultare chiarificate le ragioni di tali antinomie e può essere reso più evidente il complesso di questioni da esse implicate. La contraddizione e l’indipendenza, rivendicata con «con rabbia, dolore e umiliazione» nelle lotte solitarie ingaggiate sulle pagine del Tempo, vengono presentate infatti sin dal primo intervento come un antidoto all’«AUTORITÀ paterna» di cui Pasolini si vede investito nei confronti delle giovani generazioni. Ma il rifiuto e la messa in discussione di tale autorità (poiché «l’autorità, infatti, è sempre terrore») costituiscono una delle linee programmatiche di questa esperienza giornalistica: il titolo della rubrica è appunto «“Il caos”, il cui sottotitolo potrebbe essere: “Contro il terrore”».(50) E difatti lo scrittore non esita a ribadire le aspre critiche già espresse e ad accusare di «terrorismo» il movimento studentesco, proponendo nei suoi confronti il riuso della categoria del «fascismo di sinistra». Ma in queste pagine Pasolini, senza il timore di contraddirsi («lo so bene quante contraddizioni richieda l’essere coerenti»),(51) sembra sfumare ed anzi, in alcune occasioni, pare mutare il proprio giudizio nei confronti dei giovani del Sessantotto, accentuando «elementi di giustificazione o di comprensione o di simpatia prima soltanto accennati»(52). In realtà le continue oscillazioni dimostrano una costante attenzione a «tutto ciò che accade» nel movimento studentesco e una ostinata voglia di capire una generazione che, al di là di ogni contraddizione, ricorda nella sua protesta lo spirito della rivoluzione resistenziale. Così Pasolini, scrivendo a Giovanni Leone il 21 settembre 1968 a proposito della contestazione scoppiata in occasione del Festival del Cinema di Venezia, si lascia sfuggire un’affermazione che sembra quasi rinnegare le posizioni assunte nei giorni di Valle Giulia: «La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano».(53) E qualche settimana dopo, nella replica al Presidente, parla addirittura di «un’altra Italia» che sta nascendo come negli stati Uniti e nella Germania Occidentale dalla lotta per «una democrazia reale e decentrata»,(54) fino ad arrivare alle pagine del diario compilate alla fine di novembre durante un breve soggiorno a Torino in cui «le grida degli studenti» ascoltate da lontano suonano «dolorosamente misteriose; come venissero da un altro
mondo; da un altro tempo».(55) Le urla che contestano la condanna a morte di Panagulis portano addirittura l’eco di «grida di antichi fascisti: o di dimenticati partigiani», e possono essere accolte come segni di speranza:

L’opinione pubblica – covo del terrorismo, sede deputata della regressione - è sconvolta nei suoi termini logici (pazzeschi) dalla presenza degli studenti che gridano. Dentro l’opinione pubblica c’è dunque ormai una altra opinione pubblica, che lacera e manda in pezzi la prima, esplodendovi dentro. Anche questa seconda opinione pubblica, è vero, ha in sé i germi di un nuovo terrorismo: ma essa sta nascendo, ne è ancora esente: si presenta
come speranza, opponendosi alla rassegnazione e al bieco memento mori dell’ufficialità.
Il futuro reale forse la contaminerà: ma il futuro ideale, verso cui si proietta, la rende stupenda (mi capisce chi è stato giovane ai tempi della Resistenza).(56)

Tuttavia per quanto «stupenda» possa apparire questa protesta giovanile, che incrina la monolitica e terroristica opinione pubblica, il «suo futuro reale» la porterà al contagio col virus omologante dell’«universo orrendo» a cui appartiene. Sei mesi dopo questo intervento, trovandosi per le vie di Roma di fronte alla goliardica sfilata degli studenti protetti e scortati dalla polizia, a Pasolini sembrerà di vedere le profetiche parole del PCI ai giovani!! inverate da una performance che ha capovolto la situazione di Valle Giulia per ironia della sorte, o per un preciso calcolo strategico. Tornando a parlare del movimento, dopo un periodo di silenzio, ribadirà con amarezza e scoramento il giudizio lì contenuto:

Questi cappelli goliardici, una massa enorme che, come mi ha detto Elsa Morante, che li ha visti dalla sua terrazza, la mattina avevano riempito come un’orribile marea piazza del
Popolo (sempre protetti dai poliziotti bonaccioni). Mi sarebbe facile dire, verso la fine dell’anno accademico 1969, in cui non è più successo niente: «Ecco, fatte le giuste eccezioni, le poche migliaia di studenti di “Trento e Torino, di Pisa e Firenze”, cui
parlavo nella mia poesia, la nuova generazione di studenti e la nuova generazione di borghesi con cui dovrò vedermela, e contro cui dovrò continuare a lottare, come coi loro padri». Lo dico con un’atroce amarezza in cuore, con uno scoraggiamento che mi fa venir davvero voglia di non lottare più, di ritirarmi dalla mischia, di non aver più niente da fare con questa briga, di starmene solo.(57)

Forse da quella terrazza, certamente dalla medesima posizione solitaria, Elsa Morante ha scritto la sua ‘lettera’ agli studenti del movimento studentesco. Nelle poche pagine di un Piccolo manifesto dei Comunisti (senza classe né partito), un testo postumo scritto a ridosso del sessantotto,(58) esprime le ragioni del suo dissenso, parodiando con provocatoria semplicità il tono oracolare del ‘Grande manifesto’.
L’accento è secco e lapidario sin dal primo articolo («1. Un mostro percorre il mondo: la falsa rivoluzione»)(59) e, nella scandalosa ingenuità delle tesi sostenute, riprende spogliate dei toni festosi della gioia e dell’umorismo le idee espresse già nella Canzone degli F.P. e degli I.M.. Scorrendo i tredici articoli del Piccolo Manifesto, i Felici pochi e gli Infelici Molti si rivelano dunque come le maschere delle qualità fondamentali della «specie umana» che si fronteggiano da sempre nella sua storia millenaria: «la libertà
dello spirito» e «il Potere». La prima delle due forze, pur essendo un diritto e un dovere per tutti gli uomini, è limitata nella sua piena attuazione dall’esistenza dell’altra.

7. Ne deriva l’assoluta necessità della rivoluzione, che deve liberare tutti gli uomini dal Potere affinché il loro spirito sia libero. […]
8. Per una legge inevitabile (e sempre confermata dai fatti) è impossibile arrivare alla libertà dello spirito attraverso il suo contrario […]
9. Una rivoluzione che ribadisce il Potere è una falsa rivoluzione[…].(60)

Senza mai nominare gli studenti si intuisce che la «falsa rivoluzione» riguarda proprio loro e il motivo della condanna trova ancora una volta la Morante e Pasolini schierati sullo stesso fronte, in virtù di una demonizzazione del potere e della figura dell’autorità che assume certamente nelle pagine dei due scrittori sfumature molto diverse, ma che pare condurre entrambi sulla strada di una testimonianza dolorosa e solitaria in nome della «libertà dello spirito». Il tredicesimo articolo, attraverso un breve exemplum, suona come un inno alla vocazione corsara che seguiranno tutti e due gli scrittori negli anni seguenti:

13. Supponiamo adesso un individuo solo, davanti a un fabbricato in preda a un incendio.
Attraverso una finestra aperta […] l’individuo scorge un bambino solo, che sta per essere investito dalle fiamme. L’uomo penetra nel vano e a proprio rischio salva il bambino. E sarebbe evidentemente un pazzo criminale, uno che lo accusasse di aver commesso un atto antisociale e ingiusto, perché, nell’impossibilità di salvare gli altri abitanti del fabbricato, non ha lasciato bruciare vivo anche quest’unico bambino.
L’uomo che […] afferma la libertà dello spirito contro il Potere, e dunque contro le false rivoluzioni, compie la Lunga Marcia, anche se rimane chiuso tutto la vita dentro un carcere. Questo ha fatto Gramsci. In mancanza di compagni o di seguaci, di ascoltatori o di spettatori, lo spirito libero è tenuto alla sua lunga marcia lo stesso, anche solo di fronte a se stesso e dunque a Dio. Niente va perduto (v. il granello di senape e il pizzico di lievito); e in conseguenza, chiunque schiavizza, sotto qualsiasi pretesto il proprio spirito, si fa agente con questo, del disonore dell’uomo.(61)

La marcia solitaria, e più o meno lunga, che Pasolini e la Morante hanno condotto negli anni Settanta può forse essere vista come il tentativo di ciascuno di loro di gridare a fuoco - un fuoco che stava riducendo in cenere tutto un mondo che andava salvato proprio come quel bambino rinchiuso nel caseggiato in fiamme. Senza volere compromettersi con alcuna forma di potere (inteso come «disonore dell’uomo»), essi hanno espresso chiaramente la «volontà di non essere padre»(62) né madre di un movimento che poteva forse presentarsi ai loro occhi come un «fantasma in carne ed ossa» delle proprie figure mitologiche. La «nascita del nuovo tipo di buffone»(63) annunciata da Pasolini nelle pagine di Trasumanar e organizzar, come l’apologia del Pazzariello dedicata dalla Morante all’ultima parte del Mondo salvato dai ragazzini, suonano allora come un’amara constatazione della scelta solitaria compiuta da entrambi in nome del proprio compito di inesausti ‘propagandisti della realtà’.(64)

5. Ai riccetti, ai pazzarielli, agli F.P., ai gennarielli

Il poeta vero sente (anche se non lo sa)
che molti dei suoi lettori devono ancora
nascere.
Elsa Morante


Cari studenti medi, non ho voluto essere padre,
ma non mi rifiuto, lo confesso, di essere nonno.
Pier Paolo. Pasolini

Malgrado l’amara e disincantata constatazione della caduta dei propri miti di gioventù, sia la Morante che Pasolini non rinunciano a cercare interlocutori nelle nuove generazioni e ciascuno di loro proverà a individuare nuovi destinatari a cui indirizzare le proprie ‘lettere’.
Elsa Morante tenterà la via del suo ‘vangelo per gli idioti’ con la scommessa della Storia, appena prima del fallimento dell’utopia che detterà il ritratto dei giovani ‘traditori della rivoluzione’ che appaiono sullo sfondo delle pagine di Aracoeli. Ma con l’amara Lettera alle brigate rosse (datata significativamente 20 marzo  1978), pur condannando inequivocabilmente «il totale disprezzo della persona umana»(65) che costituisce il principio fondante delle azioni terroristiche, non disdegnerà di rivolgere le proprie parole (di biasimo) ai giovani brigatisti.
Pasolini continuerà a dedicare ai giovani infelici, anche a quelli fascisti, il suo Saluto e augurio e a inventarsi la maschera fittizia di un nuovo riccetto napoletano, un Gennariello a cui indirizzare i precetti della propria «pedagogia dello scandalo».(66) Proprio l’ultimo componimento della Nuova gioventù, un «discorso che sembra un  testamento»,(67) si chiude con un lascito davvero ‘pesante’ a un novello «Fedro» da cui il vecchio Socrate si congeda con queste parole definitive:

Hic desinit cantus. Prendi tu, sulle spalle, questo fardello. Io non posso: nessuno ne
capirebbe lo scandalo.
[…] Prendi tu questo peso, ragazzo che mi odii: portalo tu. Risplende nel cuore. E io
camminerò leggero, andando avanti, scegliendo per sempre
la vita, la gioventù.(68)

«Scegliendo per sempre la vita, la gioventù», Pasolini e la Morante hanno deciso di abbandonare i loro manoscritti in una bottiglia e di indirizzare i loro scritti ad un pubblico di giovani che dovevano «ancora nascere». E sembra che negli ultimi anni nel nostro paese si stia facendo avanti una nuova generazione di scrittori interessati a «tutto ciò che accade, fuorché alla letteratura» e dunque pronti a raccogliere il testimone pasoliniano e morantiano. Ci piace fare almeno due nomi che di recente hanno tentato la strada del dialogo con alcune fra le più celebri pagine corsare. Il primo è Roberto Saviano ovvero quel nuovo gennariello, che nella sua Gomorra, sceglie di proseguire il «Processo al Palazzo» e di aggiungere ai nomi le prove per denunciare l’impero del crimine; il secondo è Ascanio Celestini, quel «nuovo tipo di buffone», nato dalla nuova Roma borgatara, che sui palcoscenici e sulle piazze d’Italia, sulle pagine e sugli schermi della tv sembra proseguire con il disincantato umorismo dell’ultima stagione pasoliniana la denuncia dei guasti della società dei consumi. È con le sue parole, che ricordano un Sessantotto rivissuto attraverso «le memorie di altri», che si intende mettere una pietra sopra i versi del PCI ai giovani!!, riscritti dalla voce di uno di quei giovani di cui l’autore forse si sarebbe potuto considerare nonno: 

Però quel vecchio problema che sollevava Pasolini nel Pci ai giovani è tornato attuale.
Guerra civile o rivoluzione? Perché quegli arabi che esplodono nei mercati sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano. E gli zingari diventati barboni e i cinesi che lavorano sedici ore? E i romeni? Perfino quelli che tra loro
diventano papponi e assassini hanno una madre incallita come un facchino. Ci somigliano. O almeno somigliano a mio padre e al padre di mio padre. Somigliano ai neri sommersi o salvati dall’acqua di New Orleans. Dunque nel tempo in cui sono scomparsi
gli Stati nazionali ed esiste una sola grande nazione dove si può soltanto essere americani, qual è la scelta migliore? Guerra civile o Rivoluzione?(69)

La Libellula, n.1, anno 1 , Dicembre 2009
di Maria Rizzarelli

1 Cfr. C. Garboli, Il gioco segreto. Nove immagini di Elsa Morante, 1995, p. 15.
2 E. Morante, Pro o contro la bomba atomica (1965), in Pro o contro la bomba atomica e altri saggi,
1987, p. 97.
3 Le collaborazioni della scrittrice con Pasolini, è bene ricordarlo, si mantengono costanti lungo le tappe
fondamentali della sperimentazione registica (da Accattone al Vangelo fino a Medea). Per la reciproca
influenza esercitata dai due scrittori sulle proprie opere si rimanda a M. Fusillo, “Credo nelle chiacchiere dei barbari”. Il tema della barbarie in Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini, 1994, pp. 97-129 e W. Siti,
Elsa Morante nell’opera di Pier Paolo Pasolini, 1994, pp. 131-135.
4 E. Morante, Sull’erotismo in letteratura (1961), in Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, cit., p.
91.
5 Per le citazioni del lessico dell’impegno morantiano cfr. ancora il saggio Pro o contro la bomba
atomica, cit., pp. 97-117. A tal proposito cfr. anche F. La Porta, Il drago dell'irrealtà contro il sogno di
una cosa. (Pier Paolo Pasolini ed Elsa Morante), 2004, pp. 73-78.
6 E. Morante, Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi, 1968, p. 15.
7 ivi, p. 5.
8 ivi, p. 6.
9 ivi, pp. 28-29.
10 ivi, p. 80.
11 ivi, p. 28.
12 ivi, p. 113.
13 G. Rosa, Cattedrali di carta. Elsa Morante romanziere, 2006, p. 196.
14 E. Morante, Il mondo salvato dai ragazzini, cit., p. 120.
15 Ibidem.
16 Ibidem.
17 ivi, p. 123.
18 ivi, p. 131.
19 ivi, p. 129.
20 ivi, p. 134.
21 ivi, p. 136.
22 G. Rosa, Cattedrali di carta. Elsa Morante romanziere, cit., p. 197.
23 P.P. Pasolini, Il mondo salvato dai ragazzini (27 agosto1968), in Il caos, 1979, p. 52.
24 Ibidem. A tal proposito cfr. anche la recensione in versi pubblicata in due puntate su «Paragone»
nell’ottobre 1968 e nell’aprile 1969, poi inclusa in Trasumanar e organizzar, 1971, pp. 35-54.
25 Id., Le fasi del corvo, in appendice a Uccellacci e uccellini, 1966, p. 828.
26 La declinazione estremamente complessa della relazione genitori-figli sperimentata in Teorema sarà
ripresa e analizzata nelle tragedie (e nelle opere successive), dove peraltro gli echi della contestazione
studentesca si allargano fino a comprendere vari esempi del panorama internazionale: si pensi alla
Germania di Porcile, alla Spagna di Calderon, e alla Cecoslovacchia di Jan Palach in Bestia da Stile.
27 Per la tematica del sacro nell’opera di Pasolini si rimanda a S. Rimini, La ferita e l’assenza.
Performance del sacrificio nella drammaturgia di Pasolini, 2006.
28 P.P. Pasolini, Teorema, 1968, p. 905.
29 ivi, p. 904.
30 ivi, p. 938.
31 Ibidem.
32 ivi, p. 966. Si ricorderà che su suggerimento della Morante due arie del Flauto magico erano state scelte
per la colonna sonora di Uccellacci e uccellini.
33 Per una interpretazione di Teorema in chiave dionisiaca si rimanda a M. Fusillo, Il Dio ibrido. Dioniso
e le “Baccanti” nel Novecento, 2006, pp. 212-226.
34 ivi, p. 906.
35 ivi, p. 905.
36 ivi, p. 944.
37 ivi, p. 899.
38 ivi, p. 901.
39 M.A. Bazzocchi, I burattini filosofi. Pasolini dalla letteratura al cinema, 2007, p. 112.
40 P.P. Pasolini, Teorema, cit., p. 896.
41 ivi, p. 912.
42 ivi, p. 918.
43 M.A. Bazzocchi, I burattini filosofi, cit., p.115.
44 P.P. Pasolini, Teorema, cit., p. 969.
45 ivi, p. 1014.
46 ivi, p. 1011.
47 ivi, p. 1012.
48 Id., Note (importanti) a Il PCI ai giovani!!, 1968, p. 2957.
P.P. Pasolini, Il perché di questa rubrica (6 agosto 1968), pp. 36-37.
51 Id., Risposta al Presidente Leone (5 ottobre) 1968, in Il caos, cit., p. 72.
52 G.C. Ferretti, Introduzione, cit., p. 16.
53 P.P. Pasolini, Lettera al Presidente del Consiglio (21 settembre 1968), in Il caos, cit., p. 59.
54 Id., Risposta al Presidente Leone, cit., p. 70.
55 Id., Diario per un condannato a morte (7 dicembre 1968), in Il caos, cit., p. 94.
56 ivi, pp. 94-95.
57 Id., I cappelli goliardici (17 maggio 1969), in Il caos, cit., p. 173.
58 Per la datazione cfr. la Nota di Goffredo Fofi a E. Morante, Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza
classe né partito), 2004, p. 25.
59 E. Morante, Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza classe né partito), cit., p. 7.
60 ivi, pp. 9-11.
61 ivi, pp. 12-14.
62 P.P. Pasolini, La volontà di non essere padre (9 novembre 1968), in Il caos, cit., p. 74.
63 Id., La nascita di un nuovo tipo di buffone, in Trasumanar e organizzar, cit., p. 59.
64 Cfr., E. Morante, Il beato propagandista del paradiso (1970), in Pro o contro la bomba atomica e altri
scritti, cit., pp. 121-138.
65 E. Morante, Lettera alle Brigate Rosse, 2004, p. 19.
66 E. Golino, Pasolini. Il sogno di una cosa. Pedagogia, Eros, Letteratura dal mito del popolo alla società
di massa, 1992, p. 195.
67 P.P. Pasolini, Saluto e augurio, in La nuova gioventù, 1975, p. 514.
68 ivi, p. 518
69 A. Celestini, Il Sessantotto finito da quarant’anni, 2008, p. 55.

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Curatore, Bruno Esposito

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