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giovedì 12 giugno 2025

Pasolini, “Vivo per la letteratura, l’eros e il calcio” - L’INTERVISTA A PIER PAOLO PASOLINI, 1971

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 “Vivo per la letteratura, l’eros e il calcio”
 L’INTERVISTA A PIER PAOLO PASOLINI

di Enzo Biagi

  

 Era il 1971 e sullo “scrittore corsaro” infuriavano le polemiche. Enzo Biagi intervistò Pier Paolo Pasolini in tv e ne nacque un battibecco: “Non posso dire tutto quello che voglio neppure qui perché sarei accusato di vilipendio del codice fascista italiano”

 Nel 1971 mentre dirigevo il Resto del Carlino feci un programma che si chiamava: Terza B: facciamo l’appello, dove alcuni personaggi, a loro insaputa, incontravano ex compagni di scuola, amici dell’adolescenza, i timidi amori. Il protagonista di una serata fu Pier Paolo Pasolini. In quel periodo si parlava molto di lui, era appena uscito il suo ultimo film Decameron, che era stato premiato al Festival di Berlino con l’Orso d’argento, e aveva suscitato molte polemiche. Insieme a lui vennero in studio alcuni compagni di classe del liceo Galvani di Bologna del 1938: feci vedere la foto di classe e chiesi al poeta chi dei ragazzi presenti gli sarebbe piaciuto rivedere. Mi rispose: “Parini, perché era il mio più caro amico, il mio compagno di banco. Era uno degli amici più cari. È morto in Russia e per tanti anni ho sognato il suo ritorno”.

giovedì 7 aprile 2022

Terza B: FACCIAMO L’APPELLO - E. Biagi e P.P.Pasolini - Trascrizione, seconda parte

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Questa è la prima trascrizione integrale pubblicata, divisa in più parti - verrà pubblicata per intero. Altre trascrizioni parziali furono pubblicate sul "Radiocorriere TV", numero 30, del 25/31 luglio 1971, con un articolo di Nato Martinori dal titolo: Invecchiando mi sento più allegro.

III B: FACCIAMO L’APPELLO

Programma di Enzo Biagi.
Intervista a cura di Enzo Biagi
Regia: Pier Paolo Ruggerini
In studio: Pier Paolo Pasolini, Odoardo Bertani, Agostino Bignardi, Carlo Manzoni, Nino Pitani, Sergio Telmon, Carlo Galavotti, Mario Borgati.
Produzione: RAI, 1971 (ma non andò in onda perché Pasolini era coinvolto un processo a «Lotta Continua» di cui era stato direttore per un numero.)
Trasmissione: 3 novembre 1975
Durata: 60’

Trascrizione da audio curata da Bruno Esposito

Seconda parte, presentazione dei partecipanti e dibattito





Biagi:
Liceo Galvani 1938. Questi ragazzi con la paglietta, dall’aria lievemente inglese, sono invece di Bologna. Le loro famiglie appartengono in genere alla buona borghesia. I giovanotti portano nella foto ricordo il cappello come segno di distinzione - forse si sentono già un po’ diversi dagli altri, molti di loro, infatti, faranno carriera.

Al nostro appello rispondono:
  1. Bertani Odoardo
  2. Bignardi Agostino
  3. Manzoni Carlo
  4. Pasolini Pier Paolo
  5. Pitani Nino
  6. Telmon Sergio.
  7. ...c’è anche un professore: Carlo Galavotti.

martedì 8 giugno 2021

Pasolini "Terza B facciamo l'appello - Trascrizione - Prima parte, introduzione di Enzo Biagi

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Questa è la prima trascrizione integrale pubblicata, divisa in più parti - verrà pubblicata per intero. Altre trascrizioni parziali furono pubblicate sul "Radiocorriere TV", numero 30, del 25/31 luglio 1971, con un articolo di Nato Martinori dal titolo: Invecchiando mi sento più allegro. 

venerdì 18 dicembre 2020

QUANDO PASOLINI DA BIAGI GRIDÒ ALLA CENSURA - L'intervista di Enzo Biagi a Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro






L'intervista di Enzo Biagi a Pier Paolo Pasolini 


Nel 1971 mentre dirigevo il Resto del Carlino feci un programma che si chiamava: Terza B: facciamo l'appello, dove alcuni personaggi, a loro insaputa, incontravano ex compagni di scuola, amici dell'adolescenza, i timidi amori. Il protagonista di una serata fu Pier Paolo Pasolini.

In quel periodo si parlava molto di lui, era appena uscito il suo ultimo film Decameron, che era stato premiato al Festival di Berlino con l'Orso d'argento, e aveva suscitato molte polemiche. Insieme a lui vennero in studio alcuni compagni di classe del liceo Galvani di Bologna del 1938: feci vedere la foto di classe e chiesi al poeta chi dei ragazzi presenti gli sarebbe piaciuto rivedere. Mi rispose: "Parini, perché era il mio più caro amico, il mio compagno di banco. Era uno degli amici più cari. È morto in Russia e per tanti anni ho sognato il suo ritorno".

Pasolini, lei era molto bravo a scuola? 


No, molto no perché ero un po' discontinuo. Insomma, ero sull'otto. In greco a volte portavo a casa l'otto, a volte un misero sei. Quello che amavo soprattutto era il latino. Mi piaceva più tradurre oralmente che per iscritto.

Quali erano i sogni di allora? 

È una domanda che mi sorprende perché proprio la mia vita è caratterizzata dal fatto di non aver perso nessuna illusione.

Lei, per esempio, si è mai sentito vittima di un'ingiustizia?


Sì, ma sono casi personali che non ho mai voluto generalizzare.

Chi ha influito di più nella sua vita, suo padre o sua madre? 


I primi tre anni mio padre, che poi ho completamente dimenticato, dopo, mia madre. Il rapporto con mio padre era infernale. Mi faceva pena perché ha sbagliato tutto: nazionalista, filofascista, prima sul fronte francese, poi prigioniero in Etiopia. È tornato che era uno sconfitto. Aveva capito perché i suoi ideali dovevano cadere. Ha voluto a tutti costi che seguissi i miei studi, la mia vocazione. Quando morì, aveva il grado di colonnello. La mamma è esattamente il contrario: ama il coraggio, la verità, la bontà.

La sua famiglia era religiosa? 


No, mio padre aveva una religione di tipo formale, in chiesa la domenica alla messa grande, a quella dove vanno i borghesi, i ricchi. Mia madre, invece, aveva una religione rurale, contadina, presa da sua nonna, una religione molto poetica, ma per niente convenzionale, per niente confessionale.

I racconti che faceva sua madre nella sua infanzia hanno avuto un peso nella formazione del suo carattere?


I racconti non tanto, la sua ideologia sì, l'ideologia che è formata da tutte quelle illusioni di cui lei mi parlava prima: l'essere buoni, bravi, generosi, darsi agli altri, del credere e del sapere, eccetera eccetera.

Lei aveva un fratello: andavate d'accordo? 

Sì, cioè litigavamo molto come succede tra fratelli ma fondamentalmente ci volevamo molto bene, e andavamo molto d'accordo.

Lui è stato partigiano. 

Sì.

E lei no. 


Non è vero. Io non ero un partigiano armato, ero un partigiano ideologico. Ero sempre in contatto con mio fratello e scrivevo articoli per i giornali dei partigiani.

Pasolini come se la cavava con le adunate col moschetto? 


Da una parte ne ho un ricordo spaventosamente deprimente, perché si stava per delle ore fermi in certe viuzze battute dal sole e allora lì i ragazzi, presi dalla noia e dalla frenesia, cominciavano a dire delle stupidaggini, delle follie. I discorsi che si facevano tra adolescenti mi deprimevano.
Quando il professor Antonio Rinaldi venne da noi a fare il supplente di storia dell'arte e non sapendo cosa fare e cosa dire, era un ragazzo anche lui, ci ha letto una poesia di Rimbaud, ecco, in quel momento lì è scattato in me l'antifascismo.

Come ci si sente a essere tanto spesso contestati? 

Chi lavora come me è impegnato nel suo lavoro e lascia che i discorsi gli altri li facciano tra di loro. Ogni tanto mi arrivano delle cose, ma insomma non me ne occupo molto.

Lei ha scritto: "Sul piano esistenziale io sono un contestatore globale. La mia disperata sfiducia in tutte le società storiche mi porta a una forma di anarchia apocalittica". Che mondo sogna?

Per un certo tempo, da ragazzo, ho creduto nella rivoluzione come fanno i ragazzi di adesso. Ora comincio a crederci un po' meno. Sono in questo momento apocalittico, vedo di fronte a me un mondo doloroso e sempre più brutto. Non ho speranze, quindi non mi disegno nemmeno un mondo futuro.

Mi pare che lei non creda più ai partiti. Cosa propone in cambio? 


No, se mi dice che non credo più ai partiti mi dà del qualunquista e io invece non sono un qualunquista. Tendo più verso una forma anarchica che verso una forma ideologica di qualche partito, questo sì. Ma non è che non credo ai partiti.

Perché lei sostiene che la borghesia sta trionfando, per esempio? Ma lei non critica anche il Partito comunista contemporaneamente? Non si colloca come precursore della contestazione? 

Sì, questo è oggettivamente vero. La borghesia sta trionfando in quanto la società neocapitalistica è la vera rivoluzione della borghesia. La civiltà dei consumi è la vera rivoluzione della borghesia. E non vedo alternative perché anche nel mondo sovietico in realtà la caratteristica dell'uomo non è avere fatto la rivoluzione, vivere eccetera, ma quella di essere un consumista. La rivoluzione industriale in un certo senso livella tutto il mondo.

Lei si batte contro l'ipocrisia, sempre. Quali sono i tabù che vuole distruggere? Le prevenzioni sul sesso, lo sfuggire alle realtà più crude, la mancata sincerità nei rapporti sociali? 

Questo l'ho detto fino a 10 anni fa. Adesso non dico più queste cose perché non ci credo: la parola speranza è cancellata dal mio vocabolario. Quindi continuo a lottare per verità parziali, momento per momento, ora per ora, mese per mese, ma non mi pongo programmi a lunga scadenza perché non ci credo più.

Quali persone stima di più? 


I giovani operai perché pongono meno schemi, meno diaframmi fra sé e la realtà. Hanno avuto la grande fortuna di non andare a scuola, di non crearsi un mondo più brutto, più pallido, più contorto, più pieno di idee sbagliate, il cui modello adesso è divulgato dalla tv.

In fondo questa società che lei non ama le ha dato tutto, le ha dato il successo, la notorietà... 

Il successo non è niente, è l'altra faccia della persecuzione, non so come dire. E poi il successo è sempre una cosa brutta per un uomo. Può esaltare al primo momento, può dare delle piccole soddisfazioni e certe vanità.
Ma in realtà, appena ottenuto, si capisce che è una cosa brutta per un uomo. Per esempio, il fatto di aver trovato i miei amici qui alla televisione non è bello. Per fortuna siamo riusciti ad andare al di là dei microfoni e del video e a ricostituire qualcosa di reale, di sincero, ma come posizione è brutta, è falsa.

Perché, cosa ci trova di così anormale? 


Perché la televisione è un medium di massa e un medium di massa non può che mercificarci e alienarci.

Ma questo mezzo che porta i formaggini in casa come lei una volta ha scritto, adesso nelle case porta le sue parole. Stiamo discutendo con grande libertà, senza alcuna inibizione. 

No, non è vero. 

Sì, è vero, lei può dire tutto quello che vuole.

No, non posso dire tutto quello che voglio.

Lo dica... 

No, no, perché sarei accusato di vilipendio, di vilipendio del codice fascista italiano. In realtà io non posso dire tutto. E poi, a parte ciò, di fronte all'ingenuità e alla sprovvedutezza di certi ascoltatori io stesso non vorrei dire certe cose. Quindi, mi autocensuro. Ma non è tanto questo, è il medium di massa in sé. Dal momento in cui qualcuno ci ascolta dal video ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore che è un rapporto spaventosamente antidemocratico.

Io penso che in certi casi sia un rapporto alla pari, che lo spettatore che è davanti allo schermo riviva, attraverso le vostre vicende, anche qualcosa di suo, non è in uno stato di inferiorità. Perché non può essere alla pari?


Teoricamente sì. Alcuni spettatori che culturalmente per privilegio sociale ci sono alla pari, prendono queste parole e le fanno loro, ma in genere le parole che cadono dal video cadono sempre dall'alto, anche le più democratiche, anche le più vere, le più sincere...
Io non parlo di noi in questo momento alla televisione, parlo della tv in sé come mezzo di comunicazione di massa. Ammettiamo che questa sera ci sia con noi anche una persona umile, un analfabeta, interrogato dall'intervistatore. La cosa vista dal video acquista sempre un'aria autoritaria, fatalmente, perché viene data come da una cattedra. Il parlare dal video è parlare sempre ex cattedra, anche quando questo è mascherato da democraticità.
Credo che questo possa avvenire anche con il libro e il giornale. Ognuno di noi rimane della sua idea. 

Continuo l'intervista. Lei è stato anni fa, per "Ragazzi di vita", uno dei primi scrittori italiani chiamati in tribunale con l'accusa di oscenità ed è stato difeso, se ricordo bene, da Carlo Bo, critico cattolico. A distanza di tempo come giudica certi scrittori erotici di oggi e il dilagare dell'erotismo nel cinema, in libreria, nelle edicole?

Per me l'erotismo nella vita è una cosa bellissima, e anche nell'arte. È un elemento che ha diritto di cittadinanza in un'opera come qualsiasi altro. L'importante è che non sia volgare.
Per volgarità non intendo quello che si intende generalmente, ma un'esposizione razzistica nell'osservare l'oggetto dell'eros. La donna nei film erotici o nei fumetti erotici è vista artisticamente come un essere inferiore. Allora in questo caso è vista volgarmente e quindi l'eros è puramente una cosa volgare, commerciale.

Lei è instancabile: poesie, sceneggiature, saggi, dibattiti, viaggi; sembra quasi un'ossessione. 

Se non lavoro sono triste. 

Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare? 


Un bravo calciatore: dopo la letteratura e l'eros, per me il football è uno dei grandi piaceri.

Ricorda qualche momento di gioia, dei momenti lieti? 


Un periodo, un giorno o due bellissimi, ma li ho dimenticati. Ecco, ore: una volta che ero partito in macchina per cominciare il Decameron, alla fine dell'estate. Certe notti, in Africa, da solo. Nel Kuwait, aspettavo qualcosa, ero solo...

Perché sempre solo? 


La solitudine è la cosa che amo di più.

Che cosa l'offende di più, che cosa la ferisce? 

La superficialità. Dire cose per sentito dire, per convenzione.

Come mai un marxista come lei prende spesso ispirazione da soggetti che escono dal Vangelo o dalle testimonianze dei seguaci di Cristo? 

Ritorniamo sempre a quel mio vivere in maniera molto interiore le cose. Evidentemente il mio sguardo verso le cose del mondo, verso gli oggetti, è uno sguardo non naturale, non laico. Le vedo sempre come un po' miracolose, ogni oggetto per me è miracoloso: ho una visione sempre informe, diciamo così, non confessionale, ma in un certo modo religiosa del mondo. Ecco perché investo questo modo di vedere le cose anche nelle mie opere. 

Il Vangelo la consola? 

Non cerco consolazioni. Cerco umanamente ogni tanto qualche piccola gioia, qualche piccola soddisfazione, ma le consolazioni sono sempre retoriche, insincere, irreali. Ma lei intende il Vangelo di Cristo?

Sì. 

Allora in questo senso escludo totalmente la parola consolazione.

Che cos'è per lei il Vangelo? 

Per me il Vangelo è una grandissima opera di pensiero che non consola, che riempie, che integra, che rigenera, che mette in moto i propri pensieri, ma la consolazione... che farcene della consolazione? Consolazione è una parola come speranza.

Prega mai? 

Ho smesso di colpo a quattordici anni.

Perché? 

Un trauma inspiegabile. Avevo comperato, nelle bancarelle, il Macbeth e L'Idiota di Dostoevskij. Li avevo letti. Forse lasciarono in me qualcosa. Vivevo a Bologna ed entravo sempre nella chiesa di via Nosadella, ripetevo la stessa orazione migliaia di volte, raggiungendo abbandoni mistici. Durante una Messa decisi: mai più.

Qual è stato il suo più grande dolore? 

Detto così a bruciapelo non so rispondere. Probabilmente la morte di mio fratello. Oggettivamente, soprattutto il dolore di mia madre alla notizia della sua morte.

È infelice? 

Di carattere, affatto. Sono appassionato, allegro. Alcune cose mi fanno soffrire selvaggiamente, in maniera quasi patologica, ma mi riprendo abbastanza presto, mi libero.

Fonte:
http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/archeo-quando-pasolini-da-biagi-grid-alla-censura-non-posso-dire-ci-che-voglio-62232.htm




Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

Pier Paolo Pasolini - Produco poesia, una merce inconsumabile

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

 

Produco poesia, una merce inconsumabile
Pier Paolo Pasolini


Lei ha scritto: "Sul piano esistenziale io sono un contestatore globale. La mia disperata sfiducia in tutte le società storiche mi porta a una forma di anarchia apocalittica". Che mondo sogna?

Per un certo tempo, da ragazzo, ho creduto nella rivoluzione come ci credono i ragazzi di adesso. Adesso comincio a crederci un po’ meno. Sono, in questo momento, apocalittico. Vedo di fronte a me un mondo doloroso, sempre più brutto. Non ho speranze. Quindi non mi disegno nemmeno un mondo futuro.



Mi pare che lei non creda più ai partiti.

No. Se lei mi dice che non credo più ai partiti mi dà del qualunquista, invece io non sono qualunquista. Tendo più verso una forma anarchica che verso una scelta ideologica di qualche partito, ma non è che non creda ai partiti.



Perché lei sostiene che la borghesia sta trionfando?

La borghesia sta trionfando in quanto la società neocapitalistica è la vera rivoluzione della borghesia. La civiltà dei consumi è la vera rivoluzione della borghesia. E non vedo altre alternative, perché anche nel mondo sovietico, in realtà, la caratteristica dell’uomo non è tanto quella di aver fatto la rivoluzione e di viverla, ma quella di essere un consumista. La rivoluzione industriale livella tutto il mondo.



Lei si batte contro l’ipocrisia, sempre. Quali sono i tabù che lei distruggerebbe: le prevenzioni sul sesso, lo sfuggire alle realtà più crude, la mancanza di sincerità nei rapporti sociali?

Mah, questo l’ho detto fino a dieci anni fa. Adesso non dico più queste cose perché non ci credo. La parola "speranza" è cancellata dal mio vocabolario. Quindi continuo a lottare per verità parziali, momento per momento, ora per ora, mese per mese, ma non mi pongo programmi a lunga scadenza perché non ci credo più.



Lei non ha speranze?

No.


Questa società che lei non ama in fondo le ha dato il successo, la notorietà…
Il successo non è niente. Il successo è l’altra faccia della persecuzione. E poi il successo è sempre una cosa brutta per un uomo. Può esaltare, al momento, può dare delle piccole soddisfazioni a certe vanità, ma in realtà, appena ottenuto, si capisce che è una cosa brutta. Per esempio, il fatto di aver trovato i miei amici qui, alla televisione, non è bello. Per fortuna noi siamo riusciti ad andare al di là dei microfoni e del video, e a ricostruire qualcosa di reale e di sincero; ma come posizione è brutta, è falsa.



Perché? Che cosa ci trova di così anormale?

Perché la televisione è un medium di massa, che non può che alienarci.



Ma oltre ai formaggini e al resto, questo mezzo porta in casa adesso anche le sue parole. Noi stiamo discutendo tutti con grande libertà, senza alcuna inibizione.

No, non è vero.



Sì, è vero. Lei può dire tutto quello che vuole.

No, non posso dire tutto quello che voglio.



Lo dica.

No, non potrei, perché sarei accusato di vilipendio dal codice fascista italiano. In realtà non posso dire tutto. E poi, oggettivamente, di fronte all’ingenuità o alla sprovvedutezza di certi spettatori, io stesso non vorrei dire certe cose. Ma a parte questo, è il medium di massa in sé: nel momento in cui qualcuno ci ascolta dal video ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico.



Io penso che in certi casi sia anche un rapporto alla pari: perché non potrebbe esserlo?

Alcuni spettatori, per privilegio sociale, possono esserci culturalmente pari... Ma in genere le parole che cadono dal video cadono sempre dall’alto, anche le più democratiche, anche le più sincere. L’insieme della "cosa vista" sul video acquista sempre un’aria autoritaria, fatalmente, perché viene sempre data come una cattedra. Il parlare dal video è sempre parlare ex cathedra, anche quando questo è mascherato da democraticità.


Lei è stato, molti anni fa, per Ragazzi di vita, uno dei primi scrittori italiani chiamati a comparire in tribunale sotto l’accusa di oscenità: a distanza di tempo, come giudica certi scrittori erotici di oggi e questo dilagare dell’erotismo nel cinema, nelle librerie e nelle edicole?
Mah, per me l’erotismo nella vita è una cosa bellissima, e anche nell’arte: è un elemento che ha diritto di cittadinanza in un’opera come qualsiasi altro. L’importante è che non sia volgare; ma per volgarità non intendo quel che si intende generalmente, ma una disposizione razzistica nell’osservare l’oggetto dell’eros. Ad esempio, la donna nei film o nei fumetti erotici è vista razzisticamente come un essere inferiore, quindi è vista volgarmente. Allora, in questo caso, l’eros è puramente una cosa commerciale, volgare.



Come mai un marxista come lei trae tanto spesso ispirazione dai soggetti che escono dal Vangelo o dalle testimonianze dei seguaci di Cristo?

Evidentemente il mio sguardo verso le cose del mondo, verso gli oggetti, è uno sguardo non naturale, non laico: tratto le cose un po’ come miracolose. Ogni oggetto per me è miracoloso: ho una visione – in maniera sempre informe, diciamo così – non confessionale, in un certo qual modo religiosa, del mondo. Ecco perché investo di questo modo di vedere le cose anche le mie opere.



Il Vangelo la consola?

Mah, non cerco consolazioni. Cerco umanamente, ogni tanto, qualche piccola gioia, qualche piccola soddisfazione, ma le consolazioni sono sempre retoriche, insincere, irreali… Lei dice il Vangelo di Cristo? No, in questo caso escludo totalmente la parola "consolazione": per me il Vangelo è una grandissima opera intellettuale, una grandissima opera di pensiero che non consola: che riempie, che integra, che rigenera… ma la consolazione, che me ne faccio della consolazione? "Consolazione" è una parola come "speranza".



Secondo lei gli intellettuali italiani scendono a troppi compromessi: facciamo dei nomi, citiamo dei casi… 
Il compromesso si può riassumere in un punto solo: quello di accettare in modo acritico – perché se fosse critico si potrebbe anche ammettere, anzi credo sarebbe inevitabile – l’integrazione.



Non l’accetta anche lei?

Sì, ma in modo critico (come vede, mi ero premunito). Cioè, certo non posso non accettarla: devo essere un consumista per forza, perché anche io mi devo vestire, devo vivere; non soltanto, devo scrivere o fare dei film e quindi devo avere degli editori, dei produttori…



Quindi anche lei produce per il consumo.

La mia produzione consiste nel criticare la società che in un certo senso mi consente, almeno per ora, di produrre in qualche modo.



La società ha sempre tremendamente amato chi produceva dicendo di non amarla.

Sì, è vero: può darsi che le signore della buona borghesia amino, in un certo senso, essere colpite. La società cerca di assimilare, di integrare, certo: è un’operazione che deve fare per difendersi. Però non sempre ci riesce, a volte ci sono delle operazioni di rigetto. Tanto più poi che non possiamo parlare di poesia come di merce: io produco, ma produco una merce che in realtà è inconsumabile, e quindi c’è un rapporto strano tra me e i consumatori. Immagini che a un certo punto, in Lombardia, arrivi uno che inventa un certo tipo di scarpe che non si consumeranno mai più, e che un industriale milanese costruisca queste scarpe: pensi alla rivoluzione che succederebbe nella Valle Padana, almeno nel settore dei calzaturifici. Io produco una merce, la poesia, che è inconsumabile: morirò io, morirà il mio editore, moriremo tutti noi, morirà tutta la nostra società, morirà il capitalismo ma la poesia resterà inconsumata.


Questa intervista riproduce parte  dell’intervento di Pasolini alla trasmissione di Enzo Biagi, "Terza B facciamo l’appello".
Nel luglio del 1971 sarebbe dovuta andare in onda una puntata di "Terza B: facciamo l’appello", trasmissione di Enzo Biagi. Ma fu sospesa per una vicenda giudiziaria che convolse Pasolini nella sua qualità di direttore responsabile di "Lotta Continua"("istigazione alla disobbedienza" e "propaganda antinazionale"). Sarà presentata quattro anni dopo, il 3 novembre 1975, all’indomani del suo assassinio.  


Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

lunedì 14 dicembre 2020

Dicono di lei Pasolini - Enzo Biagi 4gennaio 1973 - Intervista a Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




DICONO DI LEI Pasolini
LA STAMPA 
Anno 107 Numero 3 
Giovedì 4 Gennaio 1973

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)

Roma, gennaio.

IL taxi attraversa la città. Mi abbandono ai clacson, all'aria pesante di benzina bruciata, a qualche considerazione. Stanno girando una pellicola che è un condensato: Le Mille e Una Notte di Boccaccio a Canterbury. Immagino che cosa c'è da aspettarsi, ma l'inventore del titolo è un genio. C'è dentro la magia dell'Oriente, con gli ombelichi delle odalische; il Dugento, con i petti delle castellane e i fratoni gaudenti; l'Inghilterra medioevale, con le ragazze magre e lentigginose, che quando escono dalle tinozze rivelano insospettabili risorse, e i cavalieri erranti, e i paesaggi che sembrano illustrazioni dei « Classici dell'arte », e tutte le avventure si concludono inesorabilmente sui grandi letti a baldacchino. 
C'è dentro, in qualche modo, il nostro « Dottor Pier Paolo Pasolini », come sta scritto sul campanello. Abita nella zona dell'Eur. La casa è tranquilla, attorno ci sono degli alberi verdi. Nel soggiorno, un caminetto, molti libri appoggiati sui mobili, ricordi africani. 
La faccia cli Pasolini è scavata, gli occhi mi sembrano malinconici, o febbricitanti. E' la seconda volta che lo incontro, e mi pare sempre indifeso. Chissà perchè, penso debba fare dei sogni terribili. 

Dico: « Questo nuovo filone, questo genere che ha iniziato, che segna il trionfo dell'erotismo, e la sagra dei sequestri giudiziari, questo salto dalle parabole di Matteo ai racconti di Shahrnzad, non le sembra un po' brusco? ». 


« E' coerente con la vita che ho scelto. I miei film si rivolgevano, come fatto estetico, a persone sensibili, ad anime belle. Nel senso migliore: mi creda, senza ironia. Ho perduto anche quelle. Era destino che accadesse. No, non c'è calcolo: ho avuto molti dispiaceri, angosce, un senso dì isolamento ». 


« Un conto sono le vicende degli Apostoli, un po' diverse quelle dei giovanotti britannici che, nella sua ultima opera, si esibiscono in esercizi assolutamente inconsueti, per questi schermi ». 


« Li ho realizzati nello stesso modo, con lo stesso entusiasmo. Sono sempre storie corali. Allora il mio Vangelo dava scandalo per come rappresentavo la figura di Cristo; adesso quello che sconvolge è il sesso. E perché? Perché c'è chi ha creata una specie di gerarchia dei valori: ai primi posti la religione, la politica, poi l'ideologia, poi i rapporti sentimentali. Lui, sì, è l'ultimo. Ma questo è mostruoso. Se il sesso è combinato con l'amore, allora siamo tutti d'accordo, allora va bene. Ma ciò accade forse due o tre volte in un'intera esistenza; per la maggior parte della gente è solo un attimo, un'occasione. Quando ho pensato al Decameron non supponevo potesse aprire la strada a degli imitatori, non intendevo dare il via a una serie di volgarità ». 


«Che cosa c'è di diverso, in lei, dai seguaci, oltre, si capisce, al talento? ». 


« Non ricorro mai al doppiosenso, all'allusione, non cado nell'ipocrisia ». 


«Pane al pane, ma qualche volta c'è un po' di confusione nel forno. Legge le critiche? Ho visto, sull'Express, che Claude Mauriac dice, a proposito del Canterbury, che "il troppo è nulla". Troppi uomini con donne e uomini con uomini e uomini da soli, troppe funzioni del ricambio realisticamente narrate ». 


« Me ne dispiace. No, non seguo le recensioni. Vedo quelle che mi capitano, non le cerco. Io so quanto costa fare un film, e fra il mio lavoro e quella colonnina c'è sempre una sproporzione ». 


« Lei è instancabile: poesie, sceneggiature, saggi, dibattiti, viaggi; sembra quasi un'ossessione ». 


« Se non lavoro sono triste ». 


«Che cosa la offende di più, che cosa la ferisce? ». 


« La superficialità. Dire cose per sentito dire, per convenzione ». 


« Lei è stato protagonista di alcune sgradevoli cronache. Che cosa ha provato, cosa le è rimasto dentro? ». 


«Si è sempre piuttosto infantili davanti alla polizia e magistratura. Piuttosto terrorizzati. Basta sedere sul banco degli imputati. Potrei scrivere un "Libro bianco" sui miei rapporti con la giustizia italiana, accuse, sentenze, arringhe, richieste del Pubblico Ministero. Sono stato processalo per avere rapinalo duemila lire, nascondendomi sotto un cappello nero, le mani infilate in guanti naturalmente neri, e con la pistola caricata con pallottole d'oro ». 


« Ha assegnato a sua madre la parte della Madonna. E' un segno di venerazione. Di suo padre non parla mai. So che era un ufficiale, ma non riesco a vedere che personaggio avrebbe potuto interpretare ». 


« Finché era vivo lo condannavo in maniera recisa. C'era una pietà di fondo, ma il rapporto con lui era infernale. Mi faceva pena, perché aveva sbagliato tutto: nazionalista, filofascista, prima sul fronte francese, poi prigioniero in Etiopia. E' tornato che era uno sconfitto. Aveva capito perché i suoi ideali dovevano cadere. Ha voluto a tutti i costi che seguissi i miei studi, la mia vocazione. Quando morì, aveva il grado di colonnello. La mamma è esattamente il contrario: ha avuto una giovinezza spiritualistica; non è cattolica, non è praticante, ma ha poeticizzato la fede. Ama il coraggio, la verità, la bontà ». 


« In certi momenti, lei mi sembra un po' Malaparte e un po' D'Annunzio: ha il gusto dell'avventura, dello scalpore ». 


« Sono così diverso da tutti e due. Con D'Annunzio ho in comune la vitalità, ma in forme completamente differenti ». 

« Mi sembra anche un uomo senza speranza ». 


« Non ho le speranze conformiste: nel partito, nelle chiese; sono gli alibi della coscienza. La mia, si manifesta nel fare. Per me, gran parte del futuro è passato: neppure una delle attese, dei desideri, si è realizzata ». 

« E' infelice? ». 


« Di carattere, affatto. Sono appassionato, allegro. Alcune cose mi fanno soffrire selvaggiamente, in maniera quasi patologica, ma mi riprendo abbastanza presto, mi libero ». 

« Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare? ». 


« Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l'Eros, per me il football è uno dei grandi piaceri ». 

« Ricorda qualche momento di gioia, dei momenti lieti?>> 


« Un periodo, un giorno o due bellissimi, ma li ho dimenticati. Ecco, ore: una volta che ero partito  in macchina per cominciare il Decameron, alla fine dell'estate. Certe notti, in Africa, da solo. Nel Kuwait, aspettavo qualcosa, ero solo... ». 

« Perché sempre solo? ». 


« La solitudine è la cosa che amo di più ». 

« Prega mai? ». 


« Ho smesso di colpo, a quattordici anni ». 

« Perché? ». 


«Un trauma inspiegabile. Avevo comperato, nelle bancarelle, il Macbeth, e L'Idiota di Dostoevskij. Li avevo letti. Forse lasciarono in me qualcosa. Vivevo a Bologna, ed entravo sempre nella chiesetta di via Nosadella, ripetevo la stessa orazione migliaia di volte, raggiungendo abbandoni mistici. Durante una Messa decisi: mai più ». 

« Ha paura della morte? ». 


« Da ragazzo ne avevo un forte terrore: quando ero piccolo, ho sofferto di una nevrosi, e un'altra mi ha fatto patire a vent'anni. impiccavano i ragazzi coi ganci. Adesso non la temo per niente ». 

«Quali persone stima di più? ». 


« I giovani operai ». 

« Mi spieghi, se crede ». 


« Pongono meno schemi, meno diaframmi fra sé e la realtà. Hanno avuto la grande fortuna di non andare a scuola, di non crearsi un mondo più brutto, più pallido, più contorto, più pieno di piccole idee sbagliate, il cui modello è adesso divulgato dalla Tv ». 

« Non le piace, suppongo, l'Italia ». 


«Inflitti, medito di scappare. Sono colpito dalla borghesizzazione completa. La borghesia, certo, ci ha dato grandi conquiste, ma anche Hitler. Sta accadendo qualcosa di analogo. I giovani capelloni operai assomigliano, che orrore, alle SS». 

« Dove andrà? ». 


« In un Paese arabo o africano. Dieci anni fa sarebbe stata una forma di evasione, adesso mi sono riavvicinato: non mi attrae il loro folclore, ma i loro problemi, che io sento. Sono sfiduciato ». 

Intanto, si prepara a girare Le mille e una notte, le novelle che la bellissima Shahrazad narrava al sultano di Persia che voleva, per vendicarsi della moglie che l'aveva tradito, uccidere tutte le fanciulle del serraglio. 
Pasolini cerca di sfuggire, credo, dalla mediocrità e dalle minacce che. incombono, ma soprattutto da se stesso. Ha conservato la forza dell'innocenza. O il rimpianto. No, non è un paradosso. 
Enzo Biagì




Curatore, Bruno Esposito

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L'innocenza di Pasolini - Enzo Biagi il 27 Luglio 1971 - intervista a Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




L'innocenza di Pasolini
LA STAMPA Anno 105 
Numero 172 
Martedì 27 Luglio 1971

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)


« La mia vita>>,  dice Pasolini, «e caratterizzata dal fatto che non ho perso nessuna illusione>>. Ha passato molti guai: denunce, processi, attacchi volgari, polemiche, e non s'è sentito neppure vittima dell'ingiustizia, «Casi personali>>, spiega, « che non ho mai voluto generalizzare >>. 

I suoi libri suscitano sempre interesse, sono tradotti, discussi; i suoi film hanno un prestigio internazionale. Ma non vuole definirsi: «Scrittore o regista, come preferite voi ». Pier Paolo Pasolini è una firma, un nome che conta. Di lui parlano i critici e la gente, manifesti e copertine. Però non è soddisfatto: « Il successo è l'altra faccia della persecuzione. Può esaltare al primo istante, può dare delle soddisfazioni, qualche vanità. Appena l'hai ottenuto, si capisce che è una cosa brutta per un uomo ». 


**


Si batte (o si batteva?) contro l'ipocrisia, la mancanza di sincerità nei rapporti sociali, contro i tabù, le prevenzioni sul sesso, lo sfuggire alle realtà più crude. 

« Questo », risponde, « l'ho detto fino a dieci anni fa; adesso basta. La parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario. Continuo a lottare per verità parziali, ora per ora, ma non mi pongo programmi a lunga scadenza. Diciamo: vivo un giorno per l'altro, senza quei miraggi che sono alibi, ecco ». 

Vorresti sapere come gli piacerebbe sistemato questo pianeta, una sua immagine del domani. 


« Per un momento, da ragazzo, ho avuto fede nella rivoluzione, come i giovani dì oggi. Ma ora comincio a crederci un po' meno in questa palingenesi. Vedo di fronte a me un mondo doloroso e sempre più squallido. Non ho sogni, quindi non mi disegno neppure una visione futura>>. 


Il  discorso appare piuttosto deprimente, un orizzonte nero, ma non bisogna formalizzarsi: 


« Il grande pessimismo implica sempre un grande ottimismo, questo è certo, e viceversa », vi incoraggia. 


Ma insomma, Pier Paolo Pasolini cos'è? 


« Tendo sempre di più verso una forma anarchica, piuttosto che orientarmi sulla scelta di qualche partito. La borghesia sta trionfando, in quanto che la civiltà neocapitalistica è la sua vera rivoluzione. Anche il cittadino sovietico è un consumista >>. 


Allora, ha delle obiezioni da rivolgere ai comunisti? 


«Ma le ho sempre fatte: un eccesso di burocrazia, e l'avere permesso, all'interno del partito, atteggiamenti che sono borghesi: un certo perbenismo, un certo moralismo. Però continuo a votare per loro ». 


Tentiamo, se è possibile, di spiegarci, o meglio, di intenderci. Pasolini ha scritto: « Sul piano esistenziale io sono un contestatore globale. La mia disperata sfiducia in tutte le società storiche, mi porta a una forma di anarchia apocalittica ». Da che parte sta? Perché è un personaggio tanto controverso? 


« La mia psicologia mi porta a deragliare dai codici, da qualsiasi codice. La figura che predomina nelle mie opere è il definire le cose per opposizione: ragazza bionda e mora, per esempio ». 


Dice un suo amico, un vecchio compagno di scuola: 


«C'è in lui una specie di conflitto tra il letterato puro e alcune forme di protesta politica, perché si sente, ad essere solo uno scrittore, diminuito come persona».



 * * 


Come mai, un marxista come Pasolini si dichiara, trae molto spesso ispirazioni dal Vangelo o dalle testimonianze dei seguaci di Gesù? 


«Il mio sguardo verso le cose non è naturale, non è laico: ogni oggetto per me è miracoloso, ho una mia visione non confessionale, ma religiosa ». 

Il Vangelo, forse, lo consola? 


«No non cerco conforto, cerco, umanamente, ogni tanto, qualche piccola gioia, qualche piccola soddisfazione. Ma le consolazioni sono sempre rettoriche sempre insincere, irreali. Per me il Vangelo è una grandissima testimonianza del pensiero, che integra, che rigenera. La consolazione e come la speranza, e non voglio sentirne parlane, perchè è un'evasione della coscienza, è un rimandare a domani ciò che si deve fare oggi. Cristo infatti dice: "Siate come i gigli dei campi e gli uccelli del cielo ", cioè pensate soltanto al tempo che state vivendo ». 

Come si considera dunque: un mistico, un cinico, un introverso? Che atteggiamento s'impone per difendersi dalla curiosità del prossimo? Chi lo conosce dice che c'è in Pasolini una specie di ribellione interna, un fuoco intimo, ed è uno che sta per conto suo anche quando è in compagnia. 


« Per difendermi dalla curiosità degli altri, per ciò che riguarda l'esistenza quotidiana, non prendo nessuna misura, perché faccio esattamente quello che fanno tutti; per quello che si riferisce invece alla mia vita interiore, mi difendo da ogni intromissione, perchè è insopportabile, è qualcosa di alienante>>.

Crede di avere dei nemici? 


« Non lo so, non li conto; sento ogni tanto delle ondate di ostilità, a volte inesplicabili. Ma non ho voglia di occuparmene molto ». 

Chi sono le persone che ama di più? 


« Quelle che, se è possibile, non hanno fatto neanche la quarta elementare, e sono assolutamente semplici, non lo dico per enfasi: lo dico perché la cultura pìccolo-borghese, almeno da noi, ma forse anche in Francia e in Spagna, è qualcosa che porta sempre a delle corruzioni, a impurezze ». 

Dacia Maraini ha scritto che l'angoscia è il suo stato naturale. Da che cosa deriva? 


« Mah, dai soliti traumi infantili. Può essere tipico l'eccessivo amore per mia madre, la rimozione della figura del padre nei primi anni di età, l'incomprensione tra i miei genitori, non la mancanza di affetto, perché si amavano, ma non si capivano, questa tragedia che ha provocato in me la tendenza ad una forma di nevrosi da angoscia, che però non si è mai esplicata. E' stata, semplicemente, un elemento sentimentale. Per questo, per me lo scrivere è soprattutto raggiungere un equilibrio ». 


**


Non teme la vecchiaia? 


«Anzi. Con l'avanzare dell'età cala il futuro, calando il futuro calano i problemi, e quindi si è più allegri ». 

Ha paura della morte?


« Ne ho avuta molta a vent'anni. Ma era giusto, perché allora, intorno a me, venivano uccisi dei giovani, venivano uncinati. Adesso non l'ho più ». 

A proposito: c'è una sua definizione degli appartenenti al Movimento studentesco piuttosto aspra: «Imberbi coronati di barba ». E durante un dibattito ha detto: « Siete figli di papà e io vi odio come odio i vostri padri"». 


«Sì, lo ripeto; ma questo non riguarda i movimenti extraparlamentari, e i gruppi avanzati, ideologicamente carichi di tensione, come Lotta Continua e Potere operaio: riguarda la massa amorfa degli studenti ». 

Il 18 ottobre prossimo, lo scrittore o regista, come preferite voi, Pier Paolo Pasolini siederà, con molti altri, sul banco degli imputati, alla Corte d'Assise di Torino. L'accusa è di avere incitato, quale direttore responsabile del periodico Lotta Continua, i militari a disobbedire, di apologia sovversiva e antinazionale, di istigazione a delinquere. Non conosco gli atti della Procura e non tocca ai giornalisti, per fortuna, emettere sentenze. Se Pasolini ha sbagliato, c'è di sicuro per lui l'attenuante dello slancio generoso, di una fondamentale innocenza, di una continua, tenace ricerca di qualcosa di meglio, di una strada più giusta. Lo provano anche la sua rabbia, il perenne contrasto con se stesso, la solitudine, una sofferenza che non trova e non vuole rifugi o sostegni. E' un uomo che non pensa al domani.

Enzo Biagi





Curatore, Bruno Esposito

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domenica 13 dicembre 2020

Pier Paolo Pasolini - La Poesia non è merce. - Tempo, 14 dicembre 1968

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





La Poesia non è merce
Il Caos

Io produco una merce, la poesia, che è inconsumabile: 
morirò io, morirà il mio editore, moriremo tutti noi, 
morirà tutta la nostra società, morirà il capitalismo 
ma la poesia resterà inconsumata.

(Pasolini alla trasmissione di Enzo Biagi, 
“Terza B, facciamo l’appello”)



Gli studenti di "Ombre Rosse"

"Cultura al servizio della rivoluzione": è il titolo di un articolo firmato da "I rappresentanti del Movimento Studentesco presenti a Pesaro", apparso sul n. 5 di "Ombre Rosse" (una bella anche se, diciamo, alquanto terroristica, rivista di cinema che si pubblica a Torino).
Che significa, si chiederà l'innocente lettore, "presenti a Pesaro"? Eh! "Pesaro" significa il "Festival del Nuovo Cinema di Pesaro": ma tra noi competenti basta dire "Pesaro" e ci capiamo. É diventato un luogo dello spirito...
Epigrafe di questo scritto del Movimento Studentesco è una frase di Stokely Carmichael, del resto famosa: "Gli intellettuali non ci interessano per quello che fanno, ma per quello che fanno per noi". "Fare" va inteso nel senso greco di "poetare": non certo nel senso pragmatico di "agire": ché in tal caso la frase di Carmichael sarebbe ovvia.
Mi sembra che tale frase sia ingenua, e risenta del complesso di inferiorità razziale di Carmichael. Meravigliosa e rispettabile ingenuità, dunque. Cosa sono gli intellettuali? Dei privilegiati, forse, tra i reietti? Oppure dei reietti un po' più privilegiati degli altri? Hanno forse... delle forti raccomandazioni, dentro il sistema, per cui possono "fare qualcosa" per i reietti allo stato puro, totalmente innocenti? Gli intellettuali - ancora - detengono forse una sorta di potere, per cui "possono fare qualcosa per i più disgraziati di loro"? Ma se fosse così, se gli "intellettuali" godessero di qualche "raccomandazione", misteriosa, all'interno del sistema, oppure se avessero qualche potere autonomo, che con quello del sistema finirebbe poi con l'identificarsi, perché chiedere loro alleanza e aiuto? Non sarebbero dei nemici o dei falsi amici?
La realtà è questa: che anche l'intellettuale è un reietto, nel senso che il sistema lo relega al di fuori di se stesso, lo cataloga, discrimina, gli affibbia un cartello segnaletico: onde: o renderlo dannato, o integrarlo. Si sa. Anche se apparentemente un po' meno sfortunato del "povero negro", l'intellettuale vive in sostanza l'identica esperienza di "diversità" del negro. I due sono fratelli nella segregazione, e nella lotta che devono ingaggiare contro il sistema per "limitare" (altro non possono fare) la sua capacità di "catalogarli e integrarli".
Il "negro" Carmichael è così sprofondato nella sua "diversità" di negro, che tutto ciò che è bianco gli appare fortunato. Ma, evidentemente, si sbaglia. Svariate sono "le vite non degne di essere vissute" (Himmler), ivi comprese molte vite di bianchi (nessuno ricorda mai che tra i destinati alle camere a gas, ci sono anche gli zingari e gli omosessuali, per esempio). Così Carmichael tende a vedere gli intellettuali come dei padri, che possono fare qualcosa per lui. Ora, io, invece, intellettuale (perduto nella mia "diversità" altrettanto umiliante, anche se spesso consolata, che quella dei negri), io considero Carmichael, come un padre: e son io che penso che lui può fare qualcosa per me.
Al di là di questo gioco, risulta dunque chiara una cosa: che non esiste differenza tra ciò che un intellettuale "fa" e ciò che un intellettuale "fa per qualcuno" (nel nostro caso i negri). E non parlo solo dell'intellettuale progressista, che è schierato politicamente con quelle forze che lottano al fianco dei negri, ma anche dell'intellettuale che cerca, e ottiene - nella sua vita pratica e nella sua ideologia politica - di essere integrato (nel caso, s'intende, di un intellettuale che "fa", cioè "fa poesia"). Infatti anche questo tipo di intellettuale, suo malgrado, "facendo" ("facendo poesia") "fa per qualcuno" anche se indirettamente, molto indirettamente.
La frase di Carmichael è dunque pleonastica. E, secondo me, andrebbe corretta così: "L'intellettuale, nostro fratello di sventura e coabitante nel nostro ghetto, qualunque cosa scriva, implicitamente ci serve: meglio però sarebbe se ci servisse esplicitamente". (Per analogia a questo parallelo negro-intellettuale, mi viene in mente di consigliare il lettore di rileggere - come io sono stato consigliato dal critico torinese Carluccio - le pagine di Marcel Proust dedicate al parallelo ebreo-omosessuale, nella "Recherche", tomo Ii, "Sodome et Gomorrhe", pagg. 614 e segg. dell'edizione della "Pléiade").
Una rivolta esistenziale, fatta cioè attraverso il proprio corpo, non solo come "teofania", apparizione nel presente, ma anche come continuità nel tempo (ossia una rivolta attuata attraverso la propria esistenza pratica e corporea), avviene al livello della struttura o della sovrastruttura?
Un negro che presenti la sua "faccia" - nient'altro che la sua faccia, ossia la sua negritudine esistenziale - in un cocktail tutto di purissimi anglosassoni, in un quartiere residenziale, dove è proibito abitare perfino ai "sudeuropei"!, compie evidentemente un atto di rivolta. Col suo stesso "esserci", col suo stesso "esserci come negro".
Ebbene, l'opera di un autore è come la faccia di un negro. É con la sua stessa presenza, con il suo "esserci", che è rivoluzionaria. E ciò, secondo me, non avviene affatto a livello sovrastrutturale, ma strutturale. Infatti l'intera struttura è messa in ballo e in pericolo, dal solo "esserci" della faccia di un negro o dell'opera di un autore. Un'altra domanda. L'"auto-proiezione soggettiva" (è la terminologia del pezzo del Movimento Studentesco sopra citato) di un artista è una esperienza parziale o totale?
Parziale, evidentemente. Ma solo la parzialità è esaustiva! Quindi hanno ragione gli studenti: un artista è mistificatore quando vuole far passare per totale la propria "auto-proiezione" soggettiva parziale. Ma gli studenti hanno torto a non considerare tale parzialità come profondità, come "effettiva" e non "proclamata", totalità. Figurarsi! É tutta la vita che mi oppongo agli intellettuali che presentano la propria esperienza come "totale", e quindi "metastorica"; implicando per la poesia quella nozione di "assolutezza" attraverso cui la borghesia si crea un "alibi nobilitante", mentre essa in realtà riduce tutto a merce: altro che assolutezza!
Ma gli studenti, autori di questo articolo, si pongono un falso dilemma: la poesia infatti per loro sarebbe: o merce, o valore metastorico. Cioè essi si pongono nei panni di un borghese, e vedendo la "poesia" così, attraverso i suoi occhi, non possono che disprezzarla: sia come merce, sia come valore metastorico.
La poesia invece:
a) Non è merce perché non è consumabile. É ora di dirlo: questo di paragonare l'opera a un prodotto, e i suoi destinatari a dei consumatori, può essere una divertente, spiritosa metafora. Ma nient'altro. Anzi, se qualcuno dice sul serio una cosa simile, è un imbecille. La poesia infatti non è prodotta "in serie": non è dunque un prodotto. E un lettore di poesia può leggere anche un milione di volte una poesia: non la consumerà mai. Anzi, strano a dirsi, forse, la milionesima volta, la poesia gli potrà sembrare più strana, nuova e scandalosa che la prima volta. Inoltre non c'è frigorifero o scarpa prodotta a Varese, che sia consumabile anche dai posteri (mi si scusi la facile spiritosaggine).
b) La poesia non è "valore metastorico", perché non si fa e non si legge fuori dalla storia. Essa è se mai iperstorica, perché la sua carica di ambiguità non si esaurisce in alcun momento storico concreto.


Tempo n. 51 a. XXX, 14 dicembre 1968





Curatore, Bruno Esposito

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