Benvenuto/a nel mio blog

Benvenuto nel blog

Questo blog non ha alcuna finalità di "lucro".
Viene aggiornato di frequente e arricchito sempre di nuovi contenuti, anche se non in forma periodica.
Sono certo che navigando al suo interno potrai trovare ciò che cerchi.
Al momento sono presenti oltre 1800 post e molti altri ne verranno aggiunti.
Ti ringrazio per aver visitato il mio blog e di condividere con me la voglia di conoscere uno dei più grandi intellettuali del trascorso secolo.
Visualizzazione post con etichetta Eduardo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Eduardo. Mostra tutti i post

giovedì 11 febbraio 2021

Eduardo De Filippo e Pier Paolo Pasolini, un'amicizia e un premio.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Eduardo De Filippo e Pier Paolo Pasolini, 
un'amicizia e un premio.


Amicizia e grande stima reciproca tra Pier Paolo Pasolini ed Eduardo De Filippo che molto probabilmente inizia nel 1950. Infatti, in quell'anno Pier Paolo Pasolini partecipa al primo concorso di poesie dialettali del dopoguerra, "Premio Cattolica "organizzato da "Il Calendario del Popolo". Pasolini partecipa con una poesia intitolata "El Testament Coran"(1) e per la quale fu premiato. Un componimento di 72 versi nei quali impone un elevato livello di lirismo che dona alla lingua friulana una elegante musicalità.
Pasolini autore dialettale premiato alla prima edizione dal dopoguerra del "Premio Cattolica", proprio da Eduardo De Filippo che in quell'occasione fa parte della giuria insieme a Salvatore Quasimodo, Ernesto De Martino e Antonello Trombadori ed altri. Forse è da quel momento che l'amicizia e la stima tra i due dialettali inizia a crescere. Eduardo attore e autore dialettale non poteva non ammirare quel Poeta tanto attratto dal popolo napoletano "unica tribù che resisteva" all'omologazione culturale e linguistica della civiltà dei consumi che aveva ormai soffocato tutte le realtà culturali popolari del nostro paese. La Napoli dialettale di cui Eduardo era la più autorevole espressione artistica, per Pasolini era una Tribù che resisteva(2).



Ma non era solo questo che legava questi due tra i più grandi artisti e intellettuali del nostro novecento. Oltre alla stima artistica, l'amore per le tradizioni culturali popolari, l'affetto e una umana sensibilità che li avvicinava, vi era qualcosa di più:
… Perché io so distinguere morti da morti e vivi da vivi. E Pasolini era veramente un uomo adorabile, indifeso; era una creatura angelica che abbiamo perduto e che non incontreremo più come uomo; ma come Poeta diventa ancora più alta la sua voce e sono sicuro che anche gli oppositori di Pasolini oggi cominceranno a capire il suo messaggio".(3)

La notevole consonanza ideologica e religiosa espressione di un anticlericalismo-marxista - il valore del sacro e la loro visione della fede -; la sintonia perfetta sul valore di un Cristianesimo tradito da una chiesa troppo distante da esso e troppo coinvolta con il potere politico-economico, verso la quale sia Eduardo che Pasolini spesso esprimevano una critica esplicita e a tratti feroce, li avvicinava ulteriormente. La loro visione religiosa del mondo e il loro rapporto con l'umile e al tempo stesso elevata cultura popolare, li avvicinava affascinati, entrambi, alla figura di Cristo e di San Francesco; entrambi avevano contatti con religiosi, ai quali esprimevano le loro critiche e le loro perplessità sulla storia della Chiesa cattolica. Pasolini aveva rapporti con Don Cordero e dopo la morte di quest'ultimo, con la Cittadella di Assisi, mentre Eduardo aveva come amico Mons. Donato De Bonis al quale, chiedeva un'apertura verso la "Vera parola di Cristo":
"Queste voci che strillano lasciando smarrire le coscienze innocenti delle generazioni di oggi, al mio caro Donato dedico, affinché egli – sacerdote del pensiero limpido, responsabile e cosciente di un futuro aperto verso la VERA parola di Cristo – condanni senza pietà alcuna i remoti peccati commessi da remotissimi responsabili. Il suo Eduardo (4)
Pier Paolo

Non li toccate
quei diciotto sassi
che fanno aiuola
con a capo issata
la ‹‹spalliera›› di Cristo.
I fiori,
sì,
quando saranno secchi,
quelli toglieteli,
ma la ‹‹spalliera››,
povera e sovrana,
e quei diciotto irregolari sassi,
messi a difesa
di una voce altissima,
non li togliete più!
Penserà il vento
a levigarli,
per addolcirne
gli angoli pungenti;
penserà il sole
a renderli cocenti,
arroventati
come il suo pensiero;
cadrà la pioggia
e li farà lucenti,
come la luce
delle sue parole;
penserà la ‹‹spalliera››
a darci ancora
la fede e la speranza
in "Cristo povero".(5)
( I diciotto sassi erano quelli che inizialmente delimitavano, sul terreno dell'Idroscalo di Ostia, il punto esatto in cui fu ritrovato Pier Paolo Pasolini ucciso. Formavano un ovale, a un'estremità del quale era stata piantata una croce sul cui braccio orizzontale era scritto PIER PAOLO PASOLINI )

 Dunque, il "Cristo povero" e la "VERA parola di Cristo" di Eduardo sono un sottile filo che si congiunge con i "ruderi e le chiese", il "Cristo che viene a portare la spada e non la pace" ... "quei famosi duemila anni di "imitatio Christi" e quell'irrazionalismo religioso" di Pasolini. Una consonanza ideologico-religiosa che porta alle stesse conclusioni pur partendo da percorsi differenti. I ragazzi del "Filangieri" di Eduardo e i "Ragazzi di vita" di Pasolini, l'amore per le borgate romane dell'uno e quella per i bassi di Napoli dell'altro, sono esempi di attenzione e amore condiviso verso determinati strati di una società che man mano sta perdendo le sue radici e il suo calore umano, la sua identità.


Pasolini non va spesso a teatro:

"Non vado quasi mai a teatro: gli spettacoli a cui ho assistito in questi ultimi anni si possono contare sulle dita. Una specie di profonda, radicata avversione me ne tiene distante"(6)
"Per una causale eccezione, proprio in queste ultime settimane, sono andato a teatro, invece, tre volte"(7)
"Il secondo spettacolo a cui ho assistito, è stato "Il sindaco del rione Sanità", scritto, diretto e interpretato da Eduardo De filippo. Premesso subito, per il lettore polacco, che si tratta di un testo in dialetto napoletano, non esiterei a definire questa commedia, almeno per tre quarti, un piccolo capolavoro. Vi ho assistito come incantato. Non c’era un gesto, una parola, uno sguardo che fosse in più, che stonasse: nei suoi limiti ristretti, tutto era di un assoluto rigore. Le parole, i modi di dire, le intonazioni del dialetto napoletano, non avevano nulla di colorito, di paesano, di folcloristico, mai. Erano quasi di uno spento grigiore, di una immota tetraggine. Il dramma era passato attraverso un filtro linguistico così rigoroso da depurarlo del tutto, da renderlo materia pura, e, essa sì preziosa. E pensare che la storia del vecchio fuori legge napoletano, assassino a diciott’anni, emigrato in America, tornato a Napoli ricco e potente, a fare giustizia da sé nel sottomondo della camorra napoletana, presentava tutti i rischi possibili per diventare una storia sguaiata e vernacola. De Filippo ha invece dominato stupendamente tutta questa materia, ripeto, fino a renderla quasi impalpabile"(8)
"Il lettore Polacco avrà notato anche, in una graduazione di valori, io darei senza il minimo dubbio il primo posto alla commedia tutta in dialetto, quella napoletana di De filippo"(9)
"Al di fuori cosi delle grandi eccezioni dialettali (De Filippo), o delle piccole o infime tradizioni estrose o sqisite (Franca Valeri, e, adesso, Laura Betti), non vedo futuro per il teatro italiano: non vedo richiesta, non vedo destinatari"(10)
"In questo momento la comicità nazionale coincide in gran parte con quella di Sordi. Totò e Fabrizi invecchiati e cadenti, gli altri quasi tutti fuori moda (a parte, più aristocratico, il caso di Eduardo De Filippo) è Sordi che ha il monopolio del riso"(11)

"Eduardo De Filippo che non è solo il nostro migliore attore, ma un grande attore in assoluto, recita in dialetto. Ma con ciò non fa del naturalismo. Egli parla in realtà, più che il dialetto napoletano, l’italiano medio parlato dai napoletani, cioè un italiano reale. Ma non ne fa una mimesis naturalistica: vi ha creato sopra una convenzione che gli dà assolutezza e lo libera da ogni particolarismo. Quella di De Filippo è una purissima lingua teatrale".(12)
Nel 1972, Eduardo lavora per Pasolini dando la voce ad uno dei personaggi dei Racconti di Canterbury - un vecchio viandante (doppiato da Eduardo De Filippo) molto triste per la perdita della giovinezza.

Nel 1975, Pasolini scrive ad Eduardo:

Roma, 24 settembre 1975


Caro Eduardo,

eccoti finalmente per iscritto il film di cui ormai da anni ti parlo. In sostanza c'è tutto. Mancano i dialoghi, ancora provvisori, perché conto molto sulla tua collaborazione, anche magari improvvisata mentre giriamo.

Epifanio lo affido completamente a te: aprioristicamente, per partito preso, per scelta. Epifanio sei tu. Il "tu" del sogno, apparentemente idealizzato, in effetti reale.

Ho detto che il testo è per iscritto. In realtà non è così. Infatti l'ho dettato al registratore (per la prima volta in vita mia). Resta perciò, almeno linguisticamente, orale. Ti accorgerai subito infatti, leggendo, di una certa sua aria un po' plumbea, ripetitiva, pedante. Passaci sopra. Mi era impossibile - per ragioni pratiche - fare altrimenti.

Io stesso l'ho letto per intero oggi - poco fa - per la prima volta. E sono rimasto traumatizzato: sconvolto per il suo impegno "ideologico", appunto, da "poema", e schiacciato dalla sua mole organizzativa.

Spero, con tutta la mia passione, non solo che il film ti piaccia e che tu accetti di farlo: ma che mi aiuti e m'incoraggi ad affrontare una simile impresa.

Ti abbraccio con affetto, tuo

Pier Paolo


 
Dopo la morte di Pasolini, circa due anni dopo, Eduardo dona alla "mamma De Bonis", in occasione del suo ottantesimo compleanno. Una scultura in argento intitolata "Il popolo che vuole Cristo", mostra un Pulcinella, metafora dell’arte, in atteggiamento di supplica su un suolo arido e brullo, che davanti alla Croce chiede misericordia per l’anima dell’illustre letterato ( Pasolini ), scomparso tragicamente in una triste sera di novembre.


(La scultura, opera del romano Virgilio Mortet, è stata donata dal Dott. Mario De Bonis alla città di Napoli e alla napoletanità storica. Oggi la piccola scultura è esposta nella sezione teatrale Lucchesi Palli
della Biblioteca Nazionale di Napoli)


El testament Coràn

In ta l’an dal quaranta quatro
fevi el gardon dei Botèrs:
al era il nuostri timp sacro
sabuìt dal sòul dal dover.
Nùvuli negri tal foghèr
thàculi blanci in tal thièl
a eri la pòura e el piathèr
de amà la falth e el martièl.

Mi eri un pithu de sèdese ani
con un cuòr rugio e pothale
cui vuoj coma rosi rovani
e i ciavièj coma chej de me mare.
Scuminthievi a dujà a li bali,
a ondi i rith, a balà de fiesta.
Scarpi scuri! ciamesi clari!
dovenetha, tiara foresta!

Chela vuolta se ‘ndava a rani
de nuòt col feràl e la fòssina.
Rico al sanganava li ciani
e i bruscànduj col feral ros
ta l’umbrìa ch’a inglassava i vuos.
Tal Sil se trovava pissìguli
a mijars in ta li pothi.
Se ’ndava plan thentha un thigu.

In ta la boscheta dai poj
’pena magnàt se ingrumava
duta la compagnia dai fiòj,
e lì spes se bestemava
e coma uthiej se ciantava.
Dopo se dujava a li ciarti
a l’umbrìa da la blava.
La mare e il pare a eri muarti.

De Domènia, òmis dal cuòr gredo,
se coreva via in bicicleta
par loucs de un inciànt sensa pretho.
E na sera mi ài vist la Neta
in tal lustri da la boscheta
ch’a menava a passòn la feda.
Liena co la sova bacheta
a moveva l’aria de seda.

Mi nasavi de arba e ledàn
e dei sudòurs rassegnadi
tal me cialt stomi de corbàn;
e li barghessi impiradi
tai flancs, da l’alba dismintiadi,
a no cujerdavin la vuoja
sglonfa de albi insumiadi
e seri thenta fresc de ploja.

Par la prima vuolta ài provàt
cun chela fiola de tredese ani
e plen de ardòur soj s-ciampàt
par cuntalu ai me cumpagni.
Al era Sabo, e nancia un cian
no se vedeva par li stradi.
Al brusava el loùc de Selàn.
Li luci duti distudadi.

In mieth da la platha un muàrt
ta na potha de sanc glath.
Tal paese desert coma un mar
quatro todèscs a me àn ciapàt
e thigànt rugio a me àn menàt
ta un camio fer in ta l’umbrìa.
Dopo tre dis a me àn piciàt
in tal moràr de l’osteria.

Lassi in reditàt la me imàdin
ta la cosientha dai siòrs.
I vuòj vuòiti, i àbith ch’a nasin
dei me tamari sudòurs.
Coi todescs no ài vut timòur 
de lassà la me dovenetha.
Viva el coragiu, el dolòur
e la nothentha dei puarèth!


IL TESTAMENTO CORAN

Nel mille novecento quarantaquattro facevo il famiglio dei Boter: era il nostro tempo sacro arso dal sole del dovere.
Nuvole nere sul focolare, macchie bianche nel cielo, erano la paura e il piacere di amare la falce e il martello.
Io ero un ragazzo di sedici anni, con un cuore ruvido e disordinato, con gli occhi come rose roventi e i capelli come quelli di mia madre. Cominciavo a giocare alle carte, a ungere i ricci, a ballare di festa. Scarpe scure, camicia chiara, giovinezza, terra straniera!
In quel tempo si andava a rane di notte col fanale e la fiocina. Rico insanguinava le canne e le erbacce col fanale rosso, nell’ombra che gelava le ossa. Nel Sile si trovavano pesciolini a migliaia dentro le pozze. Andavamo piano senza un grido.
Nel boschetto dei pioppi appena mangiato si radunava tutta la compagnia dei ragazzi, e lì spesso si bestemmiava e come uccelli si cantava. Dopo giocavamo alle carte all’ombra del granoturco. La madre e il padre erano morti.
Di Domenica, uomini dal cuore rozzo, si correva via in bicicletta per luoghi di un incanto senza prezzo. E una sera ho visto la Neta, nella luce del boschetto, che conduceva al pascolo la pecora. Con il suo ramoscello essa muoveva l’aria di seta.
Io odoravo di erba e letame e dei sudori rassegnati nel mio caldo torace di corame; e i calzoni infilati sui fianchi, dimenticati dall’alba, non coprivano la voglia gonfia di albe assopite e di sere senza fresco di pioggia.
Per la prima volta ho provato con quella ragazza di tredici anni, e pieno di ardore sono scappato a raccontarlo ai miei compagni.
Era Sabato ma per le strade non si vedeva neanche un cane. La casa dei Sellàn bruciava. Le luci erano tutte spente.
In mezzo alla piazza c’era un morto in una pozza di sangue agghiacciato. Nel paese deserto come un mare quattro tedeschi mi hanno preso e gridando rabbiosi mi hanno condotto su un camion fermo nell’ombra. Dopo tre giorni mi hanno impiccato al gelso dell’osteria.



Lascio in eredità la mia immagine 
nella coscienza dei ricchi. 
Gli occhi vuoti, i vestiti che odorano 
dei miei rozzi sudori.
Coi tedeschi non ho avuto paura 
di lasciare la mia giovinezza. 
Viva il coraggio, il dolore 
e l’innocenza dei poveri!

"La meglio gioventù (1954)
ROMANCERO (1947-1953) 

IL TESTAMENTO CORÀN (1947-1952)"

Note:

1 - El Testament Coran, un componimento di 72 versi da la Suite friulana-ROMANCERO ( 1947-1952) inserita nella raccolta La meglio gioventù, oggi in Pasolini Tutte le poesie, tomo I di "I Meridiani Mondadori", a cura di Walter Siti.

2 - Gennariello, Lettere Luterane.

3 - Eduardo De Filppo, tratto da intervista televisiva dopo la morte di Pasolini.

4 - Lettera-dedica "Le voci di dentro", del 25 dicembre 1977.

5 - Eduardo De Filippo, 1975 - poesia dedicata a Pasolini dopo la sua morte
.
6 - P.P. Pasolini, Il teatro in Italia, in Id., Saggi sulla letteratura e sull’arte, Mondadori, I meridiani Tomo II,a cura di Walter Siti - cit., pp. 2359-2363

7 - Ivi ... cit., pp. 2359-2363

8 - Ivi ... cit., pp. 2359-2363

9 - Ivi ... cit., pp. 2359-2363

10 - Ivi ... cit., pp. 2359-2363

11 - Cfr. P.P. Pasolini, La comicità di Alberto Sordi: gli stranieri non ridono, in Id., Saggi sulla letteratura e sull’arte, vol. 2, cit., 2245

12 - Ivi ... p. 2784.




Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

martedì 8 dicembre 2020

Pasolini - PORNO-TEO-KOLOSSAL - IL VIDEO.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



'Porno Teo Kolossal': 

il film mancato di Pasolini con Eduardo

Trattamento di Pier Paolo Pasolini e Sergio Citti (1975)




In un nastro registrato poco prima di morire l' intellettuale racconta il film che non riusci' a realizzare L' ultimo Pasolini: cerco il Messia in un mondo malato 

Pochi giorni prima della sua morte, Pasolini incise su un nastro per raccontare il film che voleva realizzare dopo "Salo". Il titolo doveva essere "Porno - Teo - Kolossal". Protagonista, Eduardo De Filippo, nei panni di un moderno remagio napoletano che segue la stella cometa e con il servitore Ninetto Davoli cerca il Messia tornato sulla Terra.

La voce registrata dell' autore spiega la pellicola che progettava dopo "Salo", tra re magi e dissoluzione Il remagio De Filippo visita cosi' Sodoma (la Roma degli anni ' 50), Gomorra (la Milano del neocapitalismo), Numanzia (Parigi assediata dai nazi - fascisti).
La Roma del dopoguerra, moderna Sodoma in cui l' unico amore consentito e' quello omosessuale (a capo dei governanti, una donna: Pasolini pensava a Silvana Mangano). La Milano degli anni Settanta e delle bombe e' Gomorra, che proibisce l' omosessualita' ; popolata da maschi scatenati che violentano le donne e assaltano banche e negozi. Infine, gli abitanti di Parigi (ribattezzata Numanzia, la citta' - martire della Spagna che resisteva ai Romani), stremati dall' assedio nazista, decideranno di suicidarsi. 

Settantacinque pagine di trattamento spedite a Eduardo, l´impegno solenne per un percorso comune da intraprendere, spezzato però dall´omicidio di Ostia, nella notte tra sabato 1 e domenica 2 novembre. Eduardo va in tv e definisce Pasolini un amico 

«angelico». 

Di lui dice di aver amato 

«la sincerità, la libertà assoluta del suo pensiero, la lucidità nell´analisi sociale, la ribellione all´ipocrisia e alla falsità». 

Si becca lettere anonime di protesta, eppure poco dopo invia a "Paese Sera" una delicata poesia, un ultimo omaggio, com´era sua abitudine per la scomparsa di ogni persona cara. 


La spalliera di Cristo

Pier Paolo
di Eduardo De Filippo

Non li toccate
quei diciotto sassi...
che fanno aiuola
con a capo issata
la ‹‹spalliera›› di Cristo.
I fiori,
sì,
quando saranno secchi,
quelli toglieteli,
ma la ‹‹spalliera››,
povera e sovrana,
e quei diciotto irregolari sassi,
messi a difesa
di una voce altissima,
non li togliete più!
Penserà il vento
a levigarli,
per addolcirne
gli angoli pungenti;
penserà il sole
a renderli cocenti,
arroventati
come il suo pensiero;
cadrà la pioggia
e li farà lucenti,
come la luce
delle sue parole;
penserà la ‹‹spalliera››
a darci ancora
la fede e la speranza
in Cristo povero.

[1975]

«Pasolini vedeva nell´attore la maschera vivente di Napoli». Un calco vivente dell´ultima città dialettale, la sola a resistere all´omologazione linguistica che la televisione stava imponendo. È lui Epifanio, il re magio che parte per l´Oriente seguendo una cometa apparsa su Napoli. "Porno-Teo-Kolossal" comincia così, o meglio così sarebbe cominciato, con Ninetto Davoli nel ruolo di Nunzio, compagno di viaggio di Eduardo. Un viaggio allegorico e surreale, visionario come un quadro di Bosch, l´altra faccia del tragitto compiuto da Totò in Uccellacci e uccellini: la fine del marxismo, e ora la venuta del Salvatore. 

Ma nelle 75 pagine inviate da Pasolini a Eduardo, c´era spazio anche per la sua vis comica, a cui erano affidati alcuni momenti pensati per alleggerire l´andamento drammatico del film. Canzoni, smorfie mimate, battute con un altro personaggio napoletano, misterioso e onnipresente, ambulante a Sodoma, mercante d´armi a Gomorra, cuoco fascista a Numanzia, autista a Ur: un uomo che offre più volte la sua protezione al dolce Epifanio, ma che si rivela alla fine il ladro del presepe d´oro. 
Con Eduardo, Pasolini aveva già lavorato nel ´61, chiedendo agli attori della compagnia De Filippo di doppiare i napoletani di Accattone. Una seconda volta non c´è stata mai.





@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

Pasolini - PORNO-TEO-KOLOSSAL - UR

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




'Porno Teo Kolossal': 

il film mancato di Pasolini con Eduardo

Trattamento di Pier Paolo Pasolini e Sergio Citti (1975)



UR

Il finale è un “adagio” che si articola in tre fasi, sempre più leggere, sempre più fantomatiche, sempre più deliranti. Cambia di conseguenza anche il ritmo del racconto, tanto più comico quanto più misterioso e surreale. Viene previsto un commento musicale continuo (mentre prima la musica era sempre “vera”) ecc.




I
I nostri due viaggiatori son ora in un Jumbo, che vola verso il purpureo Oriente. Il Jumbo è gremito di faccie buffe e indecifrabili, pieno di panini e pedalini.
Epifanio e Nunzio sono seduti tra due vietnamiti e una fila di indiani, stretti stretti. Epifanio si tiene al petto come una creatura il suo eterno fagotto misterioso, da cui penzola il bigliettino del “bagaglio a mano”, destinazione UR. E gli occhi di Nunzio, forse per la curiosità suscitata da quel bigliettino, per la prima volta si fissano a lungo, intenti, sul pacco gelosamente abbracciato da Epifanio. Ed ecco che quegli occhi (gli occhi di Epifanio son chiusi in un sonno malandato) hanno un guizzo -- ironia? pietà? partito preso? preciso calcolo? -- a cui segue scattante la domanda -- carico di una curiosità accumulata durante tutto il lungo viaggio – 

“A Sor Epifa’, ma che ce tenete dentro a quel pacco?”.

Epifanio sussulta, e apre gli occhi. Dire a uno a uno tutti i sentimenti che passano come un turbine in quelle pupille, sarebbe impossibile. Benché fulminei ci mettono un mezzo minuto buono ad esaurirsi.
Finché il sentimento che alla fine resta fisso è una pacioccona bonomia, una lieta concessione a qualcosa che ci si può finalmente concedere: ed Epifanio mormora misterioso: 

“U dono a ‘u Bambino”.

II Jumbo sta atterrando su una grande città, informe, tra bracci di mare fumigante, e montagne nere a pan di zucchero. Nell’aeroporto, pieno di gente misteriosa che corre da tutte le parti, bisogna far presto, per prendere la coincidenza col DC8 che, fermo all’altro capo della pista, è là che aspetta.
Tenendosi stretto il suo pacco, Epifanio è tuttavia molto preoccupato per le altre valigie. Eccole là che compaiono un istante uscendo dalla pancia del Jumbo; eccole là che compaiono ancora un istante nella distesa di asfalto per poi scomparire dentro i misteriosi meandri dell’aerostazione; eccole là ancora che ricompaiono su un carrello velocissimo, attraverso uno stanzone pieno di suore con un bambino negro e due sick grassi e neri che sembra ballino un tango; eccole ancora riaffiorare, tra enormi pacchi di colli, per essere subito ingoiate in un nero corridoio...E i nostri due viaggiatori, di corsa, dietro... Finche la corsa diviene un vero e proprio “raid”, per raggiungere il DC8 coi motori accesi sotto il sole ardente: è una gara di velocità, vinta da un giapponese. I nostri due arrivano ultimi, Epifanio boccheggiante, sostenuto, col suo pacco, da Nunzio. Appena saliti in cima alla scaletta, l’aereo parte, seguendo la Cometa. Da un oblò Epifanio fa appena in tempo a vedere le due valigie caricate sul dorso di un asinello che, guidato da un vecchio arabo, se ne va ciondolando per un sentiero lungo la pista. Epifanio si stringe più forte al petto il suo dono.
Ora è la volta di una cittadina bianca sulle rive di un lago salato tutto secco e bianco. Dentro la sala d’attesa quasi deserta dell’aeroporto, davanti a cui c’è un solo aeroplano, un vecchio Dakota, Epifanio e Nunzio stanno dormendo distesi sulle due panche. Epifanio tiene selvaggiamente stretto a sé il suo pacco: addirittura lo ha addentato e lo stringe nella bocca come in una morsa. Cosa che non gli impedisce di ronfare.
Ecco che entrano due giovani arabi in blu-jeans e con atavica abilità, cominciano a spogliare i due addormentati: a spogliarli, intendiamo dire, letteralmente...
All’ora in cui, con un boato dell’altoparlante, viene annunciata la partenza del Dakota, infatti, i nostri due viaggiatori sono in mutande. Ma il pacco, Epifanio se lo tiene stretto ancora con le unghie e coi denti.
Svegliati di colpo dall’annunzio esotico della partenza, i due corrono -- in mutande -- privi come sono di qualsiasi alternativa -- verso il Dakota, e vi salgono. Del resto anche gli altri passeggeri, eccettuate le donne che sono tutte coperte di veli -- non hanno altro abbigliamento che un asciugamano che gli fascia i fianchi e un fazzoletto bianco e rosso in testa.
Il luogo dove atterra il Dakota sembra in modo impressionante la fine del mondo. È una semplice pista, in mezzo a un deserto, con un po’ di palme spelacchiate in fondo e una baracca di legno.
Il bigliettaio è seduto su una cassetta di coca-cola, e intorno ci sono cinque o sei soldati, tutti sui tredici quattordici anni, con un basco unto e grandi scarpe alla Charlot .
In più, c’è una vecchia Landrover scassata, con una pomposa scritta vermiglia che annuncia: “Hotel Continental”. Accanto sta l’autista, nero e sudato; e anche sul suo berrettino rosso c’è scritto “Hotel Continental”. Epifanio e Nunzio sono gli unici due passeggeri che scendono -- in mutande e col loro
“bagaglio a mano” -- a quel capolinea. L‘ autista dell’ “Hotel Continental” si avvicina loro offrendo i propri servigi. Ebbene, c’è da non crederlo, è un napoletano!!
A quaranta gradi all’ombra, avviene la nuova agnizione, e, benché allo stremo delle forze, Epifanio ha ancora l’energia di eseguirne l’intero cerimoniale. Poi, protetti dal nuovo amico, i due pellegrini montano sulla Landrover e vanno verso il nulla infuocato.
Ci vogliono un giorno e una notte per arrivare a Ur, a questo famoso “Hotel Continental” e, come scende la sera e fa buio, i tre si dispongono a dormire, sotto una palma, in bivacco. Fanno in tempo a mangiare una pizza e canticchiare un po’ “0 sole mio”, che cadono addormentati di colpo: Epifanio col suo pacco stretto tra le braccia.
Ma il nuovo napoletano non dorme: ha un occhio aperto. Come, con quell’occhio, vede Epifanio perduto in un sonno duro come la morte, piano piano si muove, con abilità che nemmeno i due consumati predoni arabi hanno dimostrato di possedere, libera Epifanio dal suo fardello, e, con gli occhi come carboni ardenti di speranza, balza sulla Landrover: in misterioso silenzio la mette in moto, e scompare tra le dune appena illuminate da una sottile falce di luna.
Ben presto è lontano, irraggiungibile, in un posto fuori dal mondo, dove si sentono solo urlare le jene.
Impazzito dall’impazienza, comincia febbrilmente a disfare il pacco dalla refurtiva: pacco confezionato alla perfezione, quasi corazzato. Piano piano riesce ad aprirlo, e, ai suoi occhi esterrefatti, tutto d’oro -- con la sua grotticella, i.suoi pastori, la sua mangiatoia, la sua vacca, il suo asino, il suo San Giuseppe, la sua Madonna, il suo Bambino -- compare un presepio: preziosa opera che si direbbe di un Bambocciante del Seicento, ma a quanto pare assai modernamente attrezzata.
Infatti, davanti c’è una manovella, girata la quale tutto si anima, a suon di musica. La musica è per la precisione una tarantella, e i pastori la ballano in mezzo al prato d’oro con le pecorelle d’oro, che ticchete tacchete, brucano l’erba d’oro.
È inquadrato solo il Presepio: che è dunque grande come lo schermo, e la Scena pare vera, a grandezza naturale. Al suono della tarantella, il Bambino apre e chiude – zac zac -- le braccine, e la Madonna va su e giù con la testa, mentre San Giuseppe, due piallate, e un sorriso, due piallate e un sorriso. Poi la tarantella dissolve, e viene sostituita dalle note di una musica sacra, sublime. Da dietro un monticello (d’oro) compaiono i Re Magi coi loro doni, e umili e solenni avanzano verso il Bambino e si inginocchiano davanti a Lui rendendogli omaggio.



II
Epifanio si sveglia, sotto la palma, e si rende conto che il suo pacco è sparito. Nunzio è già sveglio, ed è lì che lo guarda, come a godersi pensoso lo spettacolo. Certamente Epifanio è lì lì per morire dal dolore. Ma non dice niente, abbassa la testa, senza muovere un muscolo. Poi si tira su in piedi e fa: 

“Andiamo”. 

Infatti si vede Ur, in fondo all’orizzonte tra aridi montarozzi biancastri.
Non ha voluto dar soddisfazione a Nunzio né al destino: e cammina in mutande e a mani vuote verso Ur. Perché è là che la Cometa si è fermata.
Ma dopo un po’, però, non resiste al suo stoicismo, e scoppia in un pianto disperato di bambino.
Nunzio lo guarda misteriosamente, di sottecchi. Sono ora a Ur, e chiedono alla gente informazioni di una grotta così e cosi, dove deve essere nato un Messia così e così... (Epifanio fa anche dei disegnini sulla polvere -- una faccia con la barba e l’aureola -- per farsi capire). Gli arabi, ai tavolini dei loro caffè o davanti alle loro zozze bancarelle, danno indicazioni assai vaghe. Finalmente, più morti che vivi per la stanchezza, i due giungono dall’altra parte della città, più o meno dove si trovano gli immondezzai. Qui la Cometa, alta nel cielo, ha come un guizzo, scende giù, e va a splendere, rifulgente come non mai, addirittura accecante, sopra una piccola spelonca polverosa.
È verso là, dunque, che Epifanio muove i suoi passi, piangente e ridente. 

“Nun aggio niente ‘e regalà a ‘u Messia” 

dice disperato, nella felicità di aver raggiunto la meta. E Nunzio lo consola: 

“E che cazzo ve frega!”.

Giungono infine davanti alla grotta. Niente e nessuno. Polvere, sassi, le tracce di un fuoco di beduini, qualche cagata secca. Ecco tutto quello che c’è, illuminato dalla luce violentissima della Cometa.
Epifanio cade boccheggiante a terra, come colpito da un fulmine.
Ma ecco che si sente una vocetta strillare gioiosamente. È un ragazzino arabo che viene su di corsa per il sentiero sassoso, e ben presto arriva, tutto sudato. Ha un pacchetto pieno di roba: cianfrusaglie, medagliette, “souvenirs”. 

“Mille lire 

-- dice in un buffo italiano -- 

medalietta di Messia!”. 

Epifanio disperatamente lo interroga. E riesce ad appurare dall’arabetto che sì, il Messia è nato, ma è passato tanto tempo, è anche morto e dimenticato. Il viaggio di Epifanio è stato troppo lungo, egli ha perso troppo tempo con tutte le cose che gli sono capitate: ed è arrivato tardi, irrimediabilmente tardi.
Disperato, Epifanio tira un ultimo sospiro, e muore.
Ma qui si ha un colpo di scena. Ecco che dal corpo di Nunzio si stacca la figura di un altro Nunzio: un Angelo, un vero e proprio Angelo del Signore. Raggiante, egli si avvicina al cadavere di Epifanio, e lo prende per mano. Anche dalla figura morta di Epifanio si stacca la figura di un altro Epifanio, la sua Anima. È elegantissimo, tutto in bianco, con la paglietta, la bagolina e il fiore all’occhiello.
Nunzio gli fa l’occhietto e tenendolo sempre per mano, gli fa: 

“Namo, omo de bona volontà!” 

e, cantando e ballando, lo guida su, per la strada dei Cieli.




III
I due, sempre più felici, salgono di buona lena su su, per gli spazi cosmici (gli stessi in cui era cominciato il nostro poema).

Dissolvenza.

I due continuano a salire, a salire; ma si sono un po’ stancati, e Epifanio si solleva un po’ sulla fronte la paglietta, e, col fazzoletto di seta, si asciuga il sudore.

Dissolvenza.

I due salgono ancora, ma il loro passo è decisamente stanco, incerto, e i loro visi cominciano a mostrare visibilmente un certo fatale scoraggiamento.
Nunzio si guarda inquietamente intorno, nelle altezze vertiginose del cosmo, come cercando di orizzontarsi. 

“Eppure stava qua”, fa. “Che? ‘U Paradiso?”, 

chiede Epifanio: ma ha già capito tutto.

Dissolvenza.

I due salgono salgono, su per i Cieli; ma niente, intorno solo silenzio e vuoto. Ai loro piedi, laggiù, c’è la Terra, che gira, una palla colorata, infinitamente lontano. Stremato, Epifanio, esclama: 

“Non gliela faccio più!” 

e si mette a sedere, levandosi le scarpe e stringendosi i piedi martoriati. Nunzio, confuso, costernato, si siede accanto a lui.
Epifanio si mette una mano a imbuto all’orecchia e si concentra ad ascoltare. Dal mappamondo, laggiù, viene un confuso brusio di voci, grida, canti. Epifanio ascolta, poi fa un sospiro, si alza, e pudicamente voltando le spalle, si mette a pisciare. Si sente lo scroscio della pisciata negli spazi.
Pisciando faticosamente e poi abbottonandosi pazientemente la patta, Epifanio commenta dolorosamente, ma col distacco della filosofia, il suo grande viaggio, a fior di voce, come parlasse a se stesso o al nulla: è stata una illusione quella che l’ha guidato attraverso il mondo --ma è stata quell’illusione che, del mondo, gli ha fatto conoscere la realtà...
Risiedendosi sospiroso accanto a Nunzio, guarda la Terra con simpatia. Da laggiù arrivano confusi tra le voci e i rumori della vita quotidiana -- canti di povera gente, sciocchi canti di moda, e, infine, canti rivoluzionari.

“Eppure... 

-- mormora Epifanio -- 

Come tutte le Comete, anche la Cometa che ho seguito io è stata una stronzata. Ma senza quella stronzata, Terra, non ti avrei conosciuto...”, 

e si asciuga gli occhi inumiditi da certe misteriose lacrime di gratitudine... I canti -- i canti rivoluzionari -- laggiù si fanno sempre più nitidi. Epifanio si riscuote un po’ dalla sua commozione, e facendo un vivace gesto interrogativo alla napoletana, fa!
“
“Maaaaaa… e mo’ ?”.

Nunzio si è, chissà perché, un po’ riconsolato:

“Embè, sor Epifà 

-- risponde -- 

Nun esiste la fine. Aspettamo. Qualche cosa succederà”.



NOTE
[l] Frase napoletana da inventare (magari da Il mare non bagna Napoli di A.M. Ortese).
[2] Forse Eduardo fa questa seconda sortita con Ninetto perché i suoi libri gli avevano detto che egli
avrebbe dovuto chiamare la Cometa con la prima parola che fosse venuta in mente a un napoletano
con una verruca sul naso. E questo napoletano -- finalmente trovato -- pronuncia come prima parola
“Zoccola”, oppure “Purchiaccio” , ecc.
[3] Da inventare. Cfr. Lettera a Eduardo.
[4] Qui altra piccola gag: tutte le cartoline sono fotografie colorate, con cuori, fiori e colombe,
rappresentanti coppie di uomini e donne.
[5]Via del Governo Vecchio, per esempio.
[6] La circostanza è da stabilire.
[7] Uno degli “urli” della festa, sul modello di “Hip, hip, hip, urrah!” è, per gli uomini, “Fica, fica,
fica, vaffanculo!”, e, per le donne, “Cazzo, cazzo, cazzo, vaffanculo!”.
[8] L‘ideologia di Sodoma è tratta in gran parte da Corpo d’amore di Norman Brown.
[9] Aldo Fabrizi ?
[10] Che, è ora di dirlo, si chiamano nel nostro poema, rispettivamente, Epifanio e Nunzio.
[11] Chiamiamolo Gennaro.
[12] È chiara l’analogia con la scoperta di Sodoma, dal tram.
[13] Come analogamente a Sodoma.
[14] Confrontare il mio libro Scritti corsari.
[15] Anche qui notare la scoperta analogia con quanto è accaduto ai nostri due “Picari” a Sodoma.
[16] La modalità è da inventare.
[17] Va detto che tutte le reazioni di Eduardo e di Ninetto -- qui appena accennate -- costituiscono un
lungo corpo di
“gags” comiche: la spina dorsale del film.
[18] La violenza neocapitalistica che rende i giovani o estremisti o criminali.
[19] Appunto come durante la peste manzoniana.
[20] Ricordarsi che si tratta di un “kolossal”.
[21] In questo consiste la “continuità” del personaggio di Eduardo in tutto il film.
[22] La realizzazione del socialismo è l’Utopia simboleggiata in Numanzia.

Fonte:
http://anello-mancante.blogspot.it/2013/11/5-porno-teo-kolossal-il-film-mancato-di.html#!/2013/11/5-porno-teo-kolossal-il-film-mancato-di.html



Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi