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sabato 4 ottobre 2014

Non è di questo Pasolini (che occorre parlare) di Pietro Peli - Willem Dafoe, Siamo tutti in pericolo

"ERETICO & CORSARO"

 
 
Non è di questo Pasolini (che occorre parlare)
di Pietro Peli 

Raccogliere le impressioni dalla visione del Film di Ferrara su PPP è allo stesso tempo semplice e difficile: semplice per il giudizio complessivo che se ne può dare dopo la visione – brutto senza riserve –, difficile per la quantità di sovrastrutture, luoghi comuni fastidiosi e semplificazioni banali da scrostare se si vuol tentare di riavere un’idea veritiera di Pasolini. Lento e grezzo laddove didascalico, greve e imbarazzante laddove immaginifico, il film pare un collage di attori messi male in scena (con l’eccezione, forse, di Adriana Asti nella parte di Susanna Pasolini): il tentativo di rappresentare in un giorno e mezzo tutto ciò che il protagonista poteva ancora immaginare e profetizzare si spegne nella mancanza di profondità dell’ambiente (l’Italia e il mondo degli anni ’70) e nella sciatteria con il quale viene trattata la complessità dell’uomo Pasolini. Non c’era bisogno di evocare gli "Io so", le lucciole o i processi alla Dc: bastava ricordare la vastità degli interessi dell’intellettuale per fare più giustizia della sua grandezza e originalità nel panorama culturale di ieri e di oggi. Ma per questo, occorreva fare un altro film oppure non farlo proprio.

E questo dà l’agio per dire di quale pericolo vi sia, in epoca postmoderna, del considerare tutto eguale a tutto: di Pier Paolo Pasolini oggi destra e sinistra possono contenderne parole, azione e financo celebrazione come un monumentino, un santino da Italia unita, citandolo a sproposito (mi veniva voglia di dire a ..... se si pensa allo stravolgimento del messaggio ultimo su cui la destra ha poi rimestato nel caso dei Poliziotti a Valle Giulia) pronto per una nuova mercificazione, essendo ormai digerito anch’esso. Il film di Ferrara rappresenta Pasolini come un contenitore di sogni che una notte all’Idroscalo si è rotto irrimediabilmente: è forse questa la dimensione che un americano medio può meglio intendere. L’American Dream, difatti, nella sua apparente innocenza e piacevolezza si è rivelata una macchina di omologazione di cui Pasolini aveva capito, nei suoi farseschi e tragici addentellati o epigoni italiani, la pericolosa e subdola pervasività.
Ed è forse ora di dire e ricordare con chi Pasolini stava e perché e chi egli combatteva con quella veemenza che piace solo perché esteticamente accattivante. Farlo, anche per ripulirsi dopo un film così, è molto più semplice di quel che si creda. L’ha detto due giorni dopo la sua morte Franco Fortini: leggerlo.


«Gli sono stato amico per molti anni: avverso per altri; sempre ho cercato di intenderlo e amarlo. Ho in comune con lui la divisione, la duplicità di cui si fa, quando si fa, la poesia. Nel testo autentico d’altronde, come nell’attimo della morte coincidono elezione e destino, scelta e inevitabilità. Meno commozione per Pasolini, più amore e intelligenza per quello che egli ci ha detto»

(il manifesto, 4 novembre 1975, p. 2)
Pietro Peli

 
 


Siamo tutti in pericolo  Aldo Colonna, 4.10.2014

Intervista. "Entrare nel personaggio, nell'uomo, nello scrittore, dice Willem Dafoe interprete di Pasolini di Abel Ferrara, è stato per me certamente un punto di arrivo e alla fine ho avvertito sulla pelle il suo coraggio"

Il PASOLINI di Abel Ferrara, regista onirico e visionario a dispetto del suo interesse per le marginalità e la trasgressione, tratteggia le ultime ore di vita del poeta in una commistione, non sempre riuscita, di piani intersecantesi che dovrebbero essere, per ragione veduta, mantenuti paralleli. E’ cronachistico nella descrizione della quotidianità di Pier Paolo ma dà pure vita,visivamente, a lavori incompiuti come PETROLIO e PORNO-TEO-KOLOSSAL per alcuni versi disorientando la continuità del racconto.

Quella che a tutta prima sembra una calma piatta è invece la forza del film. L’intervista rilasciata a Furio Colombo, la serenità del convivio con la madre Susanna,con i cugini, con Laura Betti, la caccia notturna all’Esedra di Roma all’inseguimento dei suoi demoni, i momenti di serenità da POMMIDORO insieme a Ninetto. Le parti più apparentemente gioiose(vogliamo riferirci all’entrata a Sodoma e al rito della fertilità), diventano le più incomprensibili, soprattutto ad un pubblico che non abbia velleità filologiche e che voglia vedere, in PASOLINI, più semplicemente una chiave interpretativa del grande intellettuale. Il party di PETROLIO è un’occasione mancata, assolutamente, non supportato da chiose interpretative che aiutino lo spettatore a decodificare un contesto formalmente attiguo alla quotidianità del protagonista –quella professionale– ma da quella completamente avulsa.

Nell’intervista che segue si è detto che il film non ha messaggi. Eppure uno ci sembra di averne colto: "siamo tutti in pericolo". L’assassinio di Pier Paolo Pasolini che sembrava un punto d’arrivo o, meglio, una chiusa parentesi nella speranza che le sue profezie fossero fallaci diventa un punto di partenza. Il 17enne che a Torpignattara uccide a mani nude un pakistano indifeso, colpevole di aver leso la sua onorabilità con uno sputo, e che viene omaggiato dal quartiere con una fiaccolata di solidarietà(all’assassino non alla vittima), vuol dire che viviamo già all’inferno, senza essercene mai accorti compiutamente e la profezia è diventata realtà:" Siamo tutto, assassini e brava gente". Pasolini è presago dell’inferno, e questo già accadeva quarant’anni fa.

Il cast è quello delle grandi occasioni. Willem Dafoe è impressionante per l’adesione fisica allo scrittore e per alcune movenze; Adriana Asti, che impersona la madre Susanna, è superba; il cammeo di Siciliano nelle vesti di Furio Colombo rasenta la perfezione; Ninetto Davoli, inopinatamente nei panni di Eduardo De Filippo, ci ha fatto venire nostalgia per l’ilarità e la leggerezza che ricordano COSA SONO LE NUVOLE e UCCELLACCI E UCCELLINI; Giada Colagrande, misurata e puntuale, assai convincente nel ruolo della cugina Graziella. Ma Valerio Mastrandrea nelle parti del cugino Nico che…c’azzecca? Nico Naldini –struttura fisica a parte– è un uomo dai modi gentili, dalla voce fragile e caratterizzata, lontano dalla virilità spontanea del suo interprete; Scamarcio, nel ruolo di Ninetto Davoli, assolutamente inespressivo(non ce ne voglia, possiamo sbagliare); Maria De Medeiros(splendida Anaȉs Nin in HENRY & JUNE) nei panni della Betti assolutamente fuori ruolo (abbiamo frequentato per anni Laura Betti, non era né sopra le righe né caricaturale). Perché l’impasse del film sta proprio nella dicotomia: mimesis o poiesis? Riproduzione della realtà o creazione dal nulla di un’opera di poesia? Questo l’assillo. Ma il film è ben scritto da Maurizio Braucci (scrittore, co-sceneggiatore del GOMORRA cinematografico) con una –fortunatamente unica– banalizzazione del dialogo tra Pier Paolo e Pelosi alla trattoria BIONDO TEVERE.

PASOLINI si propone come un atto d’amore a quello che il regista considera un suo maestro. La complessità del materiale trattato, lo sforzo corale di un cast cementato da curiosità e rispetto verso lo scrittore e consapevole di far parte di un esperimento straordinario, il confronto di Abel Ferrara con il suo alter-ego nella discesa agli inferi,solidale con il suo compagno di strada e accomunato dalla persecuzione che segue sempre un maudit, fanno del film un film appassionato, compartecipe, personalissimo che, seppure registra a tratti cadute indotte dalla difficile amalgama di testimoni del tempo e non, merita altre letture che fughino o confermino le discrasie rilevate ma che continui a bearci nella descrizione di un tempo feroce e primitivo dove imparammo a resistere.

Abbiamo avuto l’occasione di rivolgere qualche domanda di approfondimento a Willem Dafoe.

Qual’è stato il tuo primo approccio a Pasolini e alla sua opera?
In assoluto il primo approccio con Pasolini fu la visione de IL VANGELO SECONDO MATTEO, consigliatomi da Scorsese quando ci accingevamo a girare L’ULTIMA TENTAZIONE DI CRISTO. Nasce da lì il mio interesse per lo scrittore che diventerà ancor più concreto negli anni successivi e comunque prima di aver avuto l’occasione di impersonarlo.
Come ti sei preparato per il ruolo, quanto tempo hai impiegato?
Quantificare il tempo è davvero difficile. Se pensi che avevo 33 anni quando interpretai il film di Scorsese, e che da allora ho letto i suoi libri, i suoi saggi , recentemente le sue poesie, direi che ho impiegato anni. Per il film mi ha aiutato moltissimo Ninetto, parlare con i testimoni di quella stagione.
Scendere nell’inferno pasoliniano ti ha aiutato ad avere più coraggio? Voglio dire, come ha lavorato dentro di te immedesimarti nel personaggio?
Non ci avevo mai pensato prima ma sì, tutto questo ha rafforzato in me l’idea che ciascuno di noi dovrebbe lottare per le proprie idee. Entrare nel personaggio ha generato una specie di transfert –e anche questo non ti sembri eccessivo,totalizzante, più di quanto non lo sia stato nella realtà– , entrare nel personaggio, nell’uomo, nello scrittore è stato per me certamente un punto di arrivo e alla fine ho avvertito sulla pelle il suo coraggio.

Quanto pensi arricchisca la tua carriera ‘essere Pasolini’?
Non mi va di parlare in termini di carriera, spero tra l’altro che sia ancora lunga. Posso senz’altro dirti che questa esperienza mi ha arricchito come uomo, arricchimento che non è casuale, episodico, ma fa da coronamento ad una sorta di work in progress, camminando negli anni ‘accanto’ a Pasolini.

Ferrara ha dichiarato che non era interessato a scoprire da chi è stato ucciso Pasolini ma,alla fine, sembra aver abbracciato la versione ufficiale. Saprai che in Italia si è ancora alla ricerca della verità, questa storia non è ancora stata scritta del tutto. Ti sei confrontato con Ferrara e Braucci prima di girare?
Non sono d’accordo con te sul fatto che Ferrara abbia sposato la versione ufficiale. Il lavoro sullo script è stato un lavoro di gruppo, con il regista e Maurizio Braucci appunto. Diciamo che quando Ferrara asserisce che non gli importa nulla di chi ha ucciso Pasolini non intende dire che è estraneo alle responsabilità di chi ne ha avute, vuol dire solo che non è stato suo compito indagare. E la scena dell’omicidio diventa simbolica. Vediamo giovani uomini che trucidano Pier Paolo. Questo è aderente alla verità dei fatti ma vuol simboleggiare anche il potere che fagocita corpi ad esso estranei. Sono altri,magari tu, che debbono indagare e darci una verità differente da quella data per certa,sempre che esista.

Quindi il tuo contributo non è stato solo quello di una naturale,a tratti impressionante,rassomiglianza?
Ne parlavamo prima. C’è stato,come ti dicevo,un lavoro di gruppo, e un grosso lavoro di avvicinamento alle problematiche pasoliniane. Dicono, e tu me lo confermi, che c’è stata una buona adesione alla fisicità dello scrittore. Questo, a parte farmi piacere, ha sicuramente aiutato.

PPP denuncia i rapporti tra Potere, il potere politico e gli intellettuali, dal momento che sono gli intellettuali che denunciano l’oppressione del Potere nei confronti del Popolo. Esiste una figura simile negli Stati Uniti?
Non con queste caratteristiche. E’ vero,è molto diverso il contesto. Per il Vietnam si mobilitarono tutti, attori,studenti,professori. Ma un intellettuale così…

…forse vuoi dire ‘organico’?
…ecco,organico,un intellettuale a tutto tondo,coinvolto,sempre in prima linea.

Mi vien fatto di pensare a Chomsky.
Sì,certo,ma è diverso. Chomsky è uno molto ascoltato, dice cose taglienti, ma è sempre molto rispettato,è un docente,nessuno lo tocca, Pasolini è perseguitato dalla giustizia spesso,o sempre,assolto, è perseguitato dalla cultura imperante per la sua omosessualità,viene picchiato per le sue idee, paga, per farla breve,sempre in prima persona. Direi che è una figura unica.

Forse solo un film-maker come Ferrara, un border-line per molti versi, uno che ha avuto un appeal speciale con la disobbedienza, poteva interessarsi a un personaggio del genere e fare questo film. Willem Dafoe, invece,chi è?
Sono d’accordo su Ferrara, per me il discorso è un po’ diverso. In molti miei film ho interpretato personaggi al limite. Per calarsi nei panni di un violento, di una persona che vive ai limiti, devi essere per forza un po’ quel personaggio altrimenti non riusciresti. E,allo stesso tempo,essere un po’ quel personaggio non significa che lo sei 24 ore su 24. Un attore che voglia davvero immedesimarsi in una parte che gli è stata proposta deve sentire quel personaggio altrimenti non lo interpreta, non lo fa. E interpretarlo vuol dire far confluire in esso non solo le sue capacità mimetiche, gli insegnamenti della scuola da dove proviene, se ha seguito dei corsi di recitazione, gli insegnamenti dei colleghi più famosi ed esperti, ma anche le sue esperienze di vita. Così, per risponderti, ti do una non-risposta (e tuttavia ti dico che solo apparentemente è tale): io sono tutti e nessuno.

Qual’è l’insegnamento che ricevi da questa full-immersion e,secondo te, qual’è il messaggio del film,se ne ha uno?
Non credo che il film voglia dare un messaggio. E’ fiction,non è un documentario. Non dimostra una tesi,già lo abbiamo detto. Forse l’insegnamento è un arricchimento. Hai studiato,lungo gli anni, e nei limiti del possibile, l’opera di un intellettuale, ne sei rimasto affascinato. Poi un giorno un amico (Abel Ferrara,ndr) ti propone di impersonarlo. Provo orgoglio.

Durante la lavorazione de I CANCELLI DEL CIELO di Cimino all’improvviso scoppi a ridere e lui ti caccia dal set. Vi siete spiegati dopo?
Non ricordo più che cosa accadde esattamente. Mi pare che si trattasse di una battuta, di una barzelletta. Ma la verità è che tra ritardi,lungaggini della lavorazione, puntigliosità di Cimino non se ne poteva più e quella risata era una risata nervosa, liberatoria. Sì,ci siamo dati la mano ma ci siamo persi di vista.

E invece parlasti con Sergio Leone dopo che dichiarò che la tua faccia nel L’ULTIMA TENTAZIONE ricordava,più che quella del Cristo,quella di un gangster?
No, non accadde. Ma non accadde nulla in quel frangente, rimasi solo deluso.

La tua interpretazione in PLATOON è stata per me una tra le migliori. Hai trovato il tuo ruolo migliore?
Grazie per il complimento intanto. La risposta è no, almeno fino adesso. Ho amato molti dei personaggi interpretati e non mi sono mai posto la domanda.

Siamo alla chiusa. Quanto tempo trascorri a Roma solitamente?
Difficile dire,tutto dipende dal lavoro. Posso dirti sicuramente due mesi l’anno,ma possono essere anche di più. Dipende tutto dal lavoro.

Quali differenze rilevi nel vivere qui e negli Stati Uniti?
Moltissime,enormi. New York è il capitalismo eppure ha una sua strana umanità,una sua anima. Certo,anche l’Italia è capitalismo ma qui ci sono dimensioni più ‘easy’. Difficile spiegarti questo punto di vista. Vorrei dire: dimensioni più umane ma poi, di conseguenza, è come se dicessi che a New York è tutto disumano e non è così. Diciamo che a Roma vivo situazioni più easy going.

Ti senti più europeo o più americano?
Beh, ti do una risposta che può sembrarti scema: io sono un cittadino del mondo. Se non ti basta posso dirti che in entrambi le città io mi sento a casa. Questo probabilmente vuol dire che io americano mi sono ambientato magnificamente, sono anche italiano. O no?

testo e intervista di Aldo Colonna
 

Fonte:

 

 
@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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lunedì 8 settembre 2014

L'altro Pasolini, intervista ad Alberto Testone - Venezia 71

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


 
 

Venezia 71 – L’altro Pasolini:
 Alberto Testone in esclusiva!

 

Grazie alla mostra Pasolini Roma organizzata questa estate dal Palazzo delle Esposizioni di Roma abbiamo avuto modo di vedere il semi clandestino Pasolini, la verità nascosta di Federico Bruno. Il film è interessante perché ricostruisce l’ultimo anno di vita di PPP concentrandosi molto sui misteri legati al suo assassinio la notte del 1 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia ufficialmente attribuito al reo confesso Pino Pelosi. Ma quello che colpisce di più del film di Bruno è sicuramente la magistrale prova di Alberto Testone nei panni dell’artista bolognese. Alberto Testone? Ma chi è costui? Ma davvero un odontotecnico di Fidene può aver massacrato un veterano come Willem Dafoe? Abbiamo contattato telefonicamente Testone e… buona lettura.
***

Prima di tutto raccontaci cosa era per te Pasolini quando eri giovane?

Poco e niente. Nel senso che io sono un ragazzo della borgata Fidene di Roma e quando ero piccolo ero uno di quelli che andava a farsi il bagno e aveva paura dei gay che ti potevano adescare. Pensa un po’. Avevo paura di persone come Pier Paolo Pasolini… che poi ho interpretato e amato alla follia. E’ ironico no?

Come sei arrivato a lui?

Ho cominciato a interessarmi a Pasolini 5 anni fa. Mi era venuta in testa questa strana idea di interpretarlo. Gli amici mi dicevano tutti di non farlo. Mi dicevano: "Ma che sei matto Alberto? Tu al massimo puoi fare Franco Citti". Non so… a quel punto cosa mi è scattato qualcosa in testa. Forse una sommessa con me stesso, forse una sorta di ripicca. Volevo fare l’attore ma a tutti sembrava una presunzione. Un mestiere ce l’avevo già. Forse questo disagio… ha creato qualcosa. Arriviamo così al 2011 quando porto il mio spettacolo Io quanti sono al Teatro dell’Orologio.

Di che parlava la pièce?

Facevo tre personaggi diversi che discutevano del concetto di pregiudizio. Era uno spettacolo sull’idea di quante personalità stanno dentro ognuno di noi. I ragazzi che gestivano il Teatro dell’Orologio stavano mettendo in piedi uno spettacolo su Pasolini e a un certo punto mi dicono che ero identico a lui e mi invitano a farne parte. Si intitolava Delitto Pasolini. Facciamo dieci repliche dello spettacolo e loro mi cominciano a dire che avrei avuto una grande carriera e che avrei smesso presto di fare l’odontotecnico. Capirai… io ci credo sempre poco a queste sirene.

Perché tutta questa considerazione improvvisa?

Perché durante gli spettacoli la gente rimaneva esterrefatta da quanto somigliassi a Pasolini. Cominciarono a venire apposta persone che l’avevano conosciuto. Adesso… non voglio sembrare presuntuoso però… forse il mio Pasolini cominciò ad oscurare i miei colleghi dell’Orologio.

Li coprivi troppo? Li schiacciavi?

Non voglio dire che li oscuravo… però come va come non va… m’hanno sostituito addirittura con una donna. Altri a quel punto avrebbero mollato ma io mi chiamo Testone per cui capisci bene che l’ostinazione fa parte di me. Decido allora di continuare questo lavoro su Pasolini e metto in scena uno spettacolo per conto mio su PPP.

E al film di Bruno come sei arrivato?

Contemporaneamente a quell’idea di spettacolo autarchico, decido con Stefano Petti di girare il documentario Fatti Corsari, opera che doveva raccontare me e la mia storia di borgataro sosia di Pasolini. Nel bel mezzo di Fatti Corsari, Federico Bruno mi convoca per un provino un po’ particolare.

Cioè?

Sono stato convocato al Biondo Tevere (dove si ipotizza che Pasolini abbia cenato una seconda volta con Pelosi la notte della morte dopo il primo pasto a "Il Pommidoro" di San Lorenzo, N.d.R.) dove ad aspettarmi c’erano Federico Bruno e Pino Pelosi. Il mio provino, di fatto, è stato con Pelosi.

Con Pelosi?

Eh già. Lui pensava che io non lo conoscessi e invece io faccio subito: "Ma tu sei Pelosi!" e lui: "Ma che mi conosci?". Volevano capire se conoscevo la storia di Pasolini. Hai capito? Era una prova. A quel punto Pelosi stesso comincia a farmi delle domande per capire se sono un vero borgataro. Domande della serie: "Ma tu chi sei? Ma lo conosci er Mollica, er Pagnotta, er Siluro…". Cose così. Io rispondo e a un certo punto Pelosi si gira verso Federico e gli fa: "A Federì è lui… va benissimo".

Come ti sei preparato per il film?

Ho cercato di conoscere le persone che l’hanno conosciuto. Ci sono stato un anno dietro al film. Poi di corsa ho finito Fatti Corsari che abbiamo portato al Festival di Torino vincendo a sorpresa un premio importante con Ettore Scola che ci faceva i complimenti. Tutti a quel punto mi ridicono: "Adesso vedrai che sfondi". Ma io non ci credo mai a queste storie.

Torniamo al film di Bruno "Pasolini, la verità nascosta". Come sei riuscito a diventare Pasolini?

Ho ascoltato ininterrottamente per 45 giorni la voce di Pasolini. Mi mettevo le cuffie e passavo le giornate a sentire come parlava. E’ stato un processo faticosissimo. Mi sono visto di tutto e di più grazie a Federico e internet. Ho cercato di adattare la mia parlata romana alla sua attraverso il concetto di amore. Ho lavorato sull’amore in senso lato. Pasolini era pieno di amore ma anche violenza. Era incazzato col mondo, aveva perso il fratello e si sentiva profondamente uomo. Era gay e gli piaceva l’amore violento. Cecilia Mangini mi raccontava che nell’ultimo periodo tornava a casa tumefatto perché cercava le botte e contrasti forti tra la sua dolcezza e un vigore fisico di cui era orgoglioso. Quindi la voce doveva essere amore e il corpo potenza.

Effettivamente anche il tuo fisico in quel film era straordinariamente atletico e robusto. Avevi fatto qualche tipo di esercizio?

Diciamo che Federico aveva già sentito Massimo Ranieri per il ruolo ma appena ha visto anche la mia fisicità… l’ha mandato via prendendo me. Lavoro sul corpo? Come fisicità ci stavamo già. Non c’era molto da aggiungere. Io sono robusto di costituzione. Anche se… il film mi ha sfiancato.

In che senso?

E’ stato un massacro, inutile nasconderselo. Era come sentire la presenza di Pasolini sul set che ci teneva per mano. Un giorno il cugino di Pasolini viene sul set e mi scoppia a piangere in faccia dicendo che ero identico a PPP. C’è una scena con la madre così forte… che appena Federico dà lo stop scappo fuori dal set per riprendermi dall’emozione. E’ in quel momento che incontro il cugino di Pasolini. Ti dico solo che ho finito le riprese con il collare perché soffro di cervicale e accumulo sul collo tutta la tensione nervosa. Ero praticamente immobilizzato. Ma non solo: avevo crisi di pianto, momenti in cui mettevo in dubbio tutta la mia esistenza. Pasolini mi ha posseduto e travolto. Ancora non so quando questo processo finirà. Non so se durerà e perché deve ancora durare. Continuo a fare l’odontotecnico ma dopo un’esperienza del genere mi sento totalmente attore.

Sembra che quell’esperienza ti abbia stravolto…

Facendo il film di Bruno ho sofferto come una bestia. Io nasco come caratterista bravo a imitare le persone. Sono molto attento, osservo e poi imito. Il lavoro su Pasolini era partito da un dottore che aveva una parlata un po’ simile alla sua. Ma era un macchietta. Mi sono detto… ma che posso prendere per il culo Pasolini? E allora è partito un lavoro di rifinitura sfiancante.

Questo ruolo ora ti sembra più una dannazione o una benedizione?

Una benedizione. Però… è stata veramente dura. Durante le riprese sono stato insultato per strada e a Viterbo (dove Pasolini era proprietario della Torre di Chia, N.d.R.) mi gridavano "A frocio! Ma che sei tornato?". Era come se la gente avesse rivisto Pasolini, veramente. Ancora mi devo riprendere. A Fidene ormai mi chiamano "Pasolini". E poi tutti mi dicono: "Vedrai che carriera che avrai Alberto". Ancora? E basta! Siccome io vengo da una borgata vera… non cadrò mai vittima di queste false illusioni e finti successi. Io Pasolini l’ho fatto mio. Cerco di seguire la sua stessa mentalità.

Hai mai pensato di impazzire per questa immedesimazione?

Mi dicevano: "Tu sei la reincarnazione". Ma stiamo scherzando? Non ho minimamente le capacità intellettuali che aveva lui. Però la penso come lui su quasi tutto. "Siamo tutti in pericolo" è ancora attuale.

Che cosa vorresti dire al regista del film Federico Bruno?

Che lo ringrazio. Federico è un puro. Federico è un buono. Mi dispiace tanto che il film non abbia avuto la distribuzione che meritava. Lo ringrazio per l’opportunità che mi ha dato e per il periodo fantastico che mi ha fatto vivere. Ho vissuto una favola da vecchio. Questo è molto bello.

"Siamo tutti in pericolo" ricorre come battuta anche in Pasolini di Ferrara. A proposito… ma hai provato a metterti in contatto con Ferrara quando hai saputo del film?

E certo. Ho persino cercato Ferrara su Facebook e poi ho telefonato alla produzione a Roma. Vanesio come tutti gli attori, ho provato a fare il duro per convincerli di quanto mi sentissi ormai sicuro del ruolo. Ho parlato con una signorina della produzione e le ho detto: "Pasolini sono io". E lei: "Ma lei si rende conto signor Testone che Pier Paolo Pasolini verrà interpretato da Willem Dafoe?" E io alla romana: "Embè?". Devo dire che lei si mise a ridere e fu anche molto gentile. Io terminai la telefonata dicendole: "Signorina, non si sa mai nella vita. Vi faccio questa segnalazione che esisto. Poi fate vobis". Non si sono mai fatti vivi.

Fonte:

http://www.badtaste.it/2014/09/06/venezia-71-intervista-in-esclusiva-ad-alberto-testone/94938/




Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi