"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Subito dopo il gran successo di pubblico su scala internazionale
de Il Vangelo secondo Matteo, nell’Aprile-Maggio del 1964 Pasolini ritorna
all’opera pubblicando, sul settimanale "Vie Nuove", un soggetto cinematografico
strutturato in tre principali episodi, intitolati: L’Aigle, Faucons et Moineaux
e le Corbeau. Si tratta di tre favole, ognuna con un tema diverso.
L’Aigle
racconta di un domatore francese (Monsieur Courneau) che cerca di ammaestrare
un’aquila senza riuscirvi: la chiave di lettura di tale episodio è da ricercare
nelle critiche che precedentemente erano state mosse, al Vangelo, da Michel
Cournot, intellettuale francese e critico della Nouvelle Vague. Nell’episodio
Cournot è il domatore esasperato e, l’aquila è il "Terzo mondo", l’irrazionalità
che non si lascia "civilizzare" dall’intellettuale laico, convinto che tutto ciò
che è difforme debba essere assimilato in relazione ai propri parametri. In
L’Aigle, Pasolini mette a confronto la razionalità e la magia, elementi che si
traducono nell’incontro-scontro tra la cultura moderna e la cultura
"preistorica" del Terzo mondo. Come afferma Serafino Murri, Pasolini in questo
periodo <<sembra essere mosso da un terzomondismo un po’ guevariano un po’
sartiano>>.
Faucons et Moineaux parla di due fraticelli impegnati, su
ordine di S. Francesco, a convertire falchi e passeretti alla parola di Dio;
riusciti in un primo momento nell’intento rimangono sbalorditi di come poi,
nonostante tutto, i falchi continuino a predare i passeri e come nulla possano
fare per evitarlo.
Le Corbeau racconta, invece, le vicissitudini di padre e
figlio che camminano verso non si sa dove accompagnati da un corvo filo-marxista
molto loquace.
Pasolini realizza tutti e tre gli episodi succitati, ma, in sede di
montaggio, decide di eliminare il primo e di incorporare il secondo nel terzo
come un racconto proferito durante il viaggio dal Corvo. La presenza di Totò ha
grande rilevanza nell’intero film: da Pasolini viene utilizzato nei tre episodi
come domatore-frate anziano e padre viandante.
Nei primi giorni di
lavorazione di "Uccellacci" dilagava una perplessità reciproca tra Totò e
Pasolini. Da un lato Totò, a riprese del film inoltrate, non riusciva a capire
bene quali fossero le reali intenzioni dell’autore, dall’ altro Pasolini faceva
fatica a contenere la personalità dell’attore dal quale non riceveva quel totale
abbandono che richiedeva. La stima reciproca che legava i due fece sì che i
lavori proseguissero senza intoppi: la situazione migliorò nel corso delle
riprese e il film fu terminato.
Innocenti Totò e Innocenti Ninetto, padre e figlio, camminano lungo una
desolata e anonima periferia. Entrano nel baretto di una stazione delle
corriere. Totò beve qualcosa, Ninetto si scatena con alcuni ragazzi in un ballo
moderno suonato dal juke-box. Se ne vanno. Davanti ad una casa è radunata una
piccola folla dall’aria mesta. Totò si ferma incuriosito a guardare. Ninetto va
ad incontrare una ragazza, che trova vestita da angelo, mentre si sta preparando
a una recita religiosa. Poi torna dal padre, insieme al quale assiste ad uno
spettacolo terribile: vengono trasportati in quel momento fuori dalla casa i
cadaveri di due coniugi, suicidi, si sussurra nella folla, per
disperazione.
Camminando su un’autostrada in costruzione, padre e figlio incontrano
un corvo parlante, che chiede se può accompagnarli nel loro viaggio. Totò e
Ninetto accettano la compagnia del corvo, che da questo momento comincia ad
assillarli di domande. L’istinto pedagogico spinge il corvo a raccontare un
apologo cristiano-marxista: la storia di uccellacci e uccellini.
Secolo XIII.
Campagna umbra. Totò e Ninetto sono frate Ciccillo e frate Ninetto. S. Francesco
li incarica di evangelizzare gli uccelli. I due frati si incamminano e trovano
per primi i falchi.Frate Ciccillo dopo vani tentativi, riesce a trovare
finalmente il modo di comunicare con loro. I falchi lo capiscono. Poi tocca ai
passeri. Saltellando nel loro linguaggio, Frate Ciccillo predica la pace e
l’amore. La missione è compiuta ma all’improvviso un falco assale e uccide un
passero sotto gli occhi increduli dei due fraticelli. Tornano da S. Francesco
sconfitti e delusi ma il Santo, dopo averli incoraggiati, li invita a ritentare
e a riprendere il cammino. Totò e Ninetto
continuano a camminare e incontrano nuove avventure. Trasgrediscono le leggi
della proprietà privata, assistono allo spettacolo di una troupe di saltimbanchi
e, arrivati davanti a un povero casolare, Totò, per nulla impietosito dallo
spettacolo di miseria che gli si presenta davanti, minaccia di sfratto i suoi
poveri inquilini che da tempo non pagano l’affitto. Subito dopo Totò e Ninetto
giungono in una lussuosa villa per un colloquio con un ingegnere col quale i due
hanno dei debiti. Anche qui l’ingegnere non si fa impietosire e gli aizza i cani
contro.
Il corvo, assistendo a tutti questi avvenimenti, puntualmente li
commenta, con il suo consueto e tedioso moralismo marxista. Totò e Ninetto
prendono l’autobus e vanno a Roma dove assistono ai solenni funerali di
Togliatti.Lungo la strada incontrano una prostituta, Luna, con la quale fanno
l’amore a turno in un campo. Il corvo continua a parlare mentre Totò e Ninetto,
stufi e affamati, lo ammazzano e lo mangiano. Riprendono il cammino. Si
allontanano di spalle lungo una strada bianca come nei finali delle comiche di
Charlot.
Uccellacci e uccellini s’inserisce in una fase dell’ attività
artistica di Pasolini che potremmo definire del "cinema ideologico", di cui
avevamo avuto già prova ne Il Vangelo. Ma se in quello, l’attenzione era
concentrata sull’ideologia cristiana (predicatoria oseremmo dire), "Uccellacci"
è permeato di ideologia politica, legata al malessere di Pasolini per una
società destinata alla deriva.
Tale concezione di cinema s’insinua in un
periodo storico (la metà degli anni ’60) che vede la nascita dei cosiddetti
"film della crisi" legati alla scomparsa di Togliatti. Il "cinema ideologico" di
Pasolini fa da ponte tra la fase del "cinema di borgata" (che comprende
Accattone, Mamma Roma e La Ricotta) e la fase del "cinema del mito"(che va da
Edipo Re a Medea).
Nel film si avverte il profondo senso di disillusione che il regista
prova nei confronti dei partiti marxisti, italiani e non. Infatti, come egli
stesso ha affermato, non intende una crisi del marxismo, ma proprio una crisi
dei partiti marxisti, per quanto questa distinzione sia lecita. Questa svolta
ideologico-politica raggiunge il suo punto di maggiore espressione con la
pubblicazione della raccolta Poesia in forma di rosa nella quale possiamo
leggere affermazioni come: "La rivoluzione non è più che un sentimento".
Per
Pasolini oramai sono passati i tempi in cui era possibile sperare in una
rivoluzione e, "l’entusiasmo civile per la resistenza antifascista è oramai solo
un ricordo".
La morte di tali illusioni coincide, nel film, con i funerali di
Palmiro Togliatti: la morte di quell’ideologia che il leader del P.C.I.
rappresentava. Pasolini monta materiale di repertorio, proponendo quindi i volti
realmente disperati di chi assistette alle cerimonie. Senza dubbio, l’autore
riesce a connotare di tragicità tale sequenza rendendola la parte più
significativa e triste dell’intero film.
Di certo il suo pessimismo (perché è
di pessimismo che si deve parlare), non è un "pessimismo cosmico leopardiano":
spera, in cuor suo, che si possa prima o poi attuare quella "rivoluzione delle
coscienze" che permetterebbe di capovolgere la situazione di impasse nella quale
la società del periodo pare essersi adagiata.
Alla luce di tutto ciò, quindi, il regista bolognese arriva a Uccellacci e uccellini al termine di un processo
ideologico individuale che lo vede ormai quasi rassegnato. Egli non può fare
altro che constatare che la società che lo circonda è irrimediabilmente
destinata ad assecondare il conformismo. Tema centrale quindi è la denuncia alla
dilagante omologazione a cui si sta assistendo che produce in Pasolini non solo
una crisi ideologica ma anche una crisi espressiva. Ed è proprio su questo che
si avvertono le principali conseguenze: per comunicare decide di scegliere la
favola, <<che è astorica per definizione>>, quasi a volersi astrarre
dal contesto, allontanare dalla realtà.
Pasolini cerca, attraverso il cinema
di utilizzare un linguaggio (cinema che egli stesso definirà "linguaggio della
realtà"), più legato all’elemento visivo, più metaforico: che inevitabilmente
paga dazio alla comprensibilità, ma che aggira l’omologante lingua della
borghesia. Ed è per questo che "Uccellacci" di primo acchitto sembra di
difficile soluzione, così pregno di metafore, sostrati ideologici e sottili
ironie.
I protagonisti di questa "incomunicabilità" sono i protagonisti del
film: Totò, Ninetto e il Corvo.
E’ facile rendersi conto di come in realtà
non venga mai a crearsi un dialogo significativo tra Totò e Ninetto da una
parte, e il Corvo dall’altra: sembrano parare lingue diverse. Totò e Ninetto
sono i rappresentanti del proletariato, estranei alla storia e,
<<Innocenti di cognome e di fatto, camminano ignari verso un avvenire che
la dottrina comunista non è più in grado di delineare>>.
Ma i due
protagonisti non hanno solo connotazioni negative, ma portano con sé un bagaglio
di speranza: <<l’irrefrenabile vitalità di Totò e Ninetto è la sola via
possibile per uscire dallo stato d’inerzia causato dalla predicazione ideologica
affinché, nuovamente, fioriscano "i garofani rossi della
speranza">>.
I due hanno fisionomie opposte e al tempo stesso complementari,
rimandano a due differenti modi di essere e a due generazioni: il giovane e il
vecchio, il romano e il napoletano, il cittadino e il campagnolo.
Pasolini
decide di utilizzare Totò per cercare di sfruttarne il codice gestuale tipico
della maschera comica: è evidente, in tal senso, l’intenzione del regista
bolognese, di connotare di allegria e spensieratezza la figura del
sottoproletario.
Il Corvo, invece, << viene da lontano, dal paese
Ideologia, abitante nella città del futuro, in via Carlo Marx, al numero 70
volte 7, figlio del sig. Dubbio e della Sig.ra Coscienza>> . Ben presto ci
rendiamo conto di come il Corvo possa essere considerato il protagonista
implicito del film. E’ l’intellettuale marxista, l’incarnazione dell’ideologia,
che sta attraversando una profonda crisi: una crisi che sta portando i
sostenitori di tali ideologie a ripiegare in comportamenti sempre meno
distinguibili da quelli dell’ "infima borghesia" a riprova della dilagante
omologazione alla quale si sta assistendo. E’ possibile identificare nelle
spoglie del Corvo lo stesso Pasolini e la sua ideologia, anche se egli cercò,
già in fase di realizzazione, di prenderne le distanze: <<Dovevo staccare
il marxismo del Corvo dal mio, […] doveva essere cosciente della crisi del
marxismo ma con delle ragioni che non fossero strettamente le mie>>.
Il Corvo è "cosciente" della sua fine e cerca di lanciare spunti per un
ideologia che rinasca dalla fine del pensiero marxista ed è convinto al tempo
stesso della sua "sconfitta pedagogica" nei confronti di Totò e Ninetto
(elemento che ritroviamo in chiave metaforica anche nella sconfitta di frate
Ciccillo nel suo tentativo di ammaestrare i falchi e i passeretti).
Il "racconto del Corvo", che è possibile considerare come il quinto
mediometraggio di Pasolini, può essere interpretato, in chiave metaforica, come
l’analisi del tema della lotta di classe, molto caro all’autore.
I falchi e i
passeretti rappresentano gli sfruttatori e gli sfruttati: ma la connotazione
favolistica del film porta, inevitabilmente a una semplificazione binaria del
mondo con la distinzione dell’esistenza nel creato di buoni e cattivi,
oppressori e oppressi. Ma la denuncia vera e propria nei confronti della società
classista che va sviluppandosi, Pasolini la realizza in alcune sequenze centrali
del film: Totò dapprima è oppressore nei confronti di poveri contadini,
impossibilitati a pagare l’affitto e costretti a tenere a letto i propri figli
poiché non possono dar loro da mangiare e, successivamente, è oppresso dai
debiti con l’ingegnere e dai cani feroci dello stesso.
Il regista inserisce
un nuovo concetto della lotta di classe che abbraccia non solo la dottrina
marxista ma anche l’induismo e il cattolicesimo. Nell’episodio del proprietario
pestato da Totò e Ninetto, Pasolini, attraverso le parole del Corvo ribadisce il
dogma dell’abolizione della proprietà privata senza l’utilizzo della violenza:
<<Bisogna sempre vincere con la non violenza, come Gandhi!, conciliando la
rivoluzione comunista e il Vangelo>>.
Guardando il film in un’altra
ottica, possiamo notare come si vengano a delineare due itinerari: quelli dei
bisogni corporei e quelli degli aspetti fisici dell’esistenza.
Il primo è un percorso che passa dalle feci alla fame e al sesso, il
secondo va dalla nascita alla miseria alla morte. In Uccellacci l’elemento della
fisicità è ridondante, si esprime attraverso varie forme: dai dolori al ventre
che spingono Totò e Ninetto a defecare, al parto "in diretta" dell’attrice
durante lo spettacolo, all’aggressione subita dai pastori tedeschi, fino ad
arrivare ai rapporti dei protagonisti con una prostituta e all’uccisione del
Corvo. <<All’astratto simbolismo delle parole del Corvo influenzate
dall’ideologia si contrappone, l’impellente materialità del corpo proletario
schiavo delle sue necessità>>.
Ma il viaggio dei protagonisti incrocia
tantissimi altri elementi di forza metaforica: Totò e Ninetto percorrono una
strada che simboleggia la loro vita, senza uno scopo, senza una destinazione. Il
contesto che li circonda è semidistrutto: vi regnano le macerie, createsi in
seguito al crollo delle ideologie, che non lasciano speranze di ricostruzione e
di rinascita. Il cielo di tanto in tanto è solcato da aerei rumorosissimi a
riprova del crescente e "omologante" progresso al quale si sta assistendo e, gli
autobus vengono continuamente persi a simboleggiare l’ormai svanita possibilità
di rivoluzione. Lungo le strade sterrate ritroviamo segnali impossibili (come
Istanbul Km. 4.253 o Cuba Km. 13.257) attraverso i quali Pasolini fa sentire la
presenza del Terzo Mondo e vie improbabili (come via Benito La lacrima
Disoccupato o via Lillo Strappalenzuola scappato di casa a 12 anni) <<come
lapidi alla memoria di personaggi che non ci sono più>>.
Con
Uccellacci e Uccellini si chiude, per Pasolini, il sogno di poter parlare a
tutti: adotta un linguaggio metaforico e al tempo stesso ironico,un’ironia che
s’insinua nella narrazione stessa. Stilisticamente, il film rappresenta una vera
e propria svolta nel cinema pasoliniano che fino a " Il Vangelo" era stato
dominato da una mescolanza di elementi a volte anche contrastanti. <<In
Uccellacci pervade l’ideologia, scompare il vezzo/vizio/virtù>>, che
lascia spazio ad una surreale comicità.
In molti tratti del film la lingua e
lo stile che vengono adottati sono quelli del cinema muto classico: ricordiamo
la lotta tra Totò e Ninetto e i contadini del campo o, ancora, la battaglia a
torte in faccia. Per Pasolini la vera comicità è quella del cinema muto: quella
di Chaplin e di Keaton. Totò gli permette, in questo senso, di recuperare tale
comicità, essendo per lo stesso regista <<il più vigoroso tra i mimi
comici>> .
Ma Uccellacci ha
anche connnivenze con "Francesco Giullare di Dio" di Rossellini nonostante
Pasolini, constatasse che il neorealismo non doveva essere considerato come una
<<rigenerazione>> del cinema ma come una vera e propria
<<crisi vitale>>.
Pasolini definirà questo suo nuovo modo di fare
cinema "cinema d’èlite": egli si rivolge non alla tipica èlite d’intellettuali
ma ad un’èlite che è la massa che necessita di essere disomologata.
Con
Uccellacci prende avvio una proficua collaborazione del regista bolognese con
Ennio Morricone, il quale musicò buona parte del film e collaborò per molti
altri film successivi. Oltre a realizzare un blues rielaborò due opere
mozartiane tratte dal "Flauto Magico" (duetto Papageno-Pamina e Aria di
Sarastro) e la canzone partigiana di origine russa, "Fischia il vento".
L’opera di Pasolini ebbe parecchi problemi dal punto di vista giudiziario.
La censura ne vietò la visione ai minori di diciotto anni (solo in seguito si
ebbe una riduzione del decreto ai minori di quattordici). Ma la critica più
veemente venne proprio da quella sinistra italiana che non tollerò
l’atteggiamento disfattista dell’autore e che portò a una completa rottura tra
lo stesso Pasolini e il P.C.I.
Ma, quasi contemporaneamente, il film fu
presentato a Cannes dove fu accolto con trionfo e dove Totò ricevette una
menzione speciale per la sua interpretazione.
Da molti definito film unico
della cinematografia italiana, Uccellacci e uccellini
se pecca di qualcosa pecca di complessità ideologica, come afferma lo stesso
Pasolini: <<L’atroce amarezza dell’ideologia sottostante al film […] ha
finito forse col prevalere e, evidentemente […] tale amarezza mi ha impedito di
vedere le cose e gli uomini con lo sguardo allegro e leggero del
perdono>>.
Fonte:
http://www.antoniodecurtis.org/pier_paolo_pasolini.htm
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Curatore, Bruno Esposito
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