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mercoledì 4 agosto 2021

Edipo re di P.P.Pasolini - Alberto Moravia, L’Espresso , 17/9/1967

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




La tragedia di Edipo, a meno di andare a cercare i primitivi polinesiani tra i quali vige ancora oggi il tabù dell’endogamia e dell’incesto, non ha niente a che fare con il mondo moderno. Anche se poi gli stessi eventi potrebbero benissimo verificarsi negli stessi modi. La tragedia di Edipo appartiene al mondo arcaico greco; tanto è vero che in Grecia essa era un mito, cioè qualche cosa di così insopportabile per la società quale era allora da meritare di essere trasformato in mistero. Tuttavia il recupero della tragedia di Edipo oggi è pur sempre possibile, soprattutto in due modi: sia in senso conoscitivo e razionale, ossia scrivendo una storia moderna che (quasi sempre inconsapevolmente da parte dello scrittore) ne adombri i significati: oppure risuscitando con piena consapevolezza il mito a livello estetico-culturale. Nel primo caso abbiamo un’operazione realistica; nel secondo un’interpretazione estetizzante. I precedenti in ambedue i casi sono molti: per il primo, si potrebbe risalire addirittura ad 
Amleto; per il secondo, il nome di Wagner sembra il più legittimo.
 Realistico è l’inizio dell’Edipo Re di Pier Paolo Pasolini. Realismo che discende da Freud, cioè dalla dimensione tragica che Freud ha legato per sempre al nudo fatto di nascere. Ma Pasolini ha respinto con mano delicata e ferma ogni tentazione didascalica e ci ha dato una bellissima sequenza sull’innocenza dell’amore materno e sulla fatalità di quello filiale. Subito dopo Pasolini abbandona Freud per Jung, cioè abbandona l’ansia conoscitiva per la preoccupazione estetico-culturale e ci presenta l’Edipo di Sofocle sullo sfondo di una natura erosa e solenne, in Marocco, in villaggi turriti simili a rozze regge arcaiche. Abbiamo fatto un salto indietro di migliaia di anni, al tempo in cui il mito era attuale. Anche qui, secondo noi, la poesia è raggiunta, sia pure attraverso un vagheggiamento estetizzante e culturale.
Pasolini, quei monti, quei villaggi, quei riti, li «sente» con elementi essenziali del mito e riesce a comunicarci il suo sentimento. L’uccisione di Laio è scandita con maestria; ma vi si nota un’esaltazione della ferocia che non è giustificata né prima né dopo da un contesto sociale analogo. Tuttavia, finché dura l’ignoranza di Edipo, cioè per tutto il tempo la rappresentazione è degna del migliore Pasolini. L’incrinatura si comincia ad avvertire nel secondo tempo, quando quella stessa brutalità che era servita a far uccidere Laio, impedisce di affrontare il vero dramma di Edipo, quello scritto da Sofocle, con un personaggio adeguato. È il dramma della conoscenza, della scoperta della verità. Come ha osservato il critico americano Ferguson, questo dramma è una specie di match tra 
Tiresia, il cieco che vede, e Edipo, il veggente che è cieco.
 In questo match verbale, Edipo non è un violento, un brutale, bensì un intellettuale come Amleto, strenuo, eroico, avido di verità. Se questo è vero, allora bisognava prolungare al massimo il duello tra Tiresia ed Edipo, lasciando in ombra il rapporto incestuoso con Giocasta (al quale dobbiamo pur tuttavia le parti più valide del secondo tempo). Ma per far questo ci voleva un attore della forza di Julian Beck, non Franco Citti. Pasolini è convinto che il sottoproletariato delle borgate sia omologo al mondo arcaico ma il suo film dimostra che non è vero. Edipo urla quando dovrebbe invece esprimersi quietamente e dialetticamente. Non bisogna infatti dimenticare che incesto e parricidio sono «tentazioni» eterne dell’uomo, cioè qualche cosa di profondo, di misterioso, di segreto. Poi la fine. Diciamo subito che avremmo preferito un ritorno al realismo dell’inizio, senza simboli, di nuovo freudiano, cioè conoscitivo. Una famiglia come quella della prima sequenza ma con una madre invecchiata e 
troppo affettuosa, un padre anziano non amato né rispettato e un figlio che inconsapevolmente, ciecamente, si comporta secondo i modi propri del complesso di Edipo. 
Pasolini invece ha preferito l’elegia al dramma. Ha sostituito Antigone con Angelo, ha fatto trapassare l’Edipo fisicamente cieco del mito nella realtà del mondo moderno. Edipo che era nato a Tebe, qui si identifica con il bambino nato in una piccola città italiana. Una fine «privata», simbolica, tristissima ma non catartica. L’interpretazione di Silvana Mangano è splendida. Accanto a lei, bisogna mettere Julian Beck, eccellente nella parte di Tiresia. Di Franco Citti abbiamo già detto; vogliamo soltanto aggiungere che il suo volto è sì fortemente espressivo ma di qualche cosa che non ha niente a che fare con Edipo.

Alberto Moravia
L’Espresso , 17/9/1967




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martedì 1 giugno 2021

Lettera ad Alberto Moravia - Pasolini, Petrolio.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Lettera ad Alberto Moravia

   Caro Alberto, ti mando questo manoscritto perchè tu mi dia un consiglio. E un romanzo, ma non e scritto come sono scritti i romanzi [veri] : la sua lingua e quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia: rari sono i passi che si possono chiamare [decisamente] narrativi, e in tal caso sono passi

giovedì 1 aprile 2021

Il Vangelo secondo Matteo, visto da Moravia - L'Espresso 4/10/1964

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Il Vangelo secondo Matteo, visto da Moravia

Alcuni critici si sono meravigliati che Pier Paolo Pasolini, scrittore marxista,
traducendo sullo schermo Il
Vangelo secondo Matteo, si sia mantenuto fedele
al testo originale. Non c'è, infatti, incompatibilità assoluta fra il cristianesimo e
il marxismo? Fra gli apostoli e i ragazzi di vita? Fra la poesia civile di sinistra e
il cattolicesimo di destra? Nella meraviglia si esprimeva il moralismo d'una
società come quella italiana, pochissimo religiosa e perciò costretta ad un
conformismo di comportamento, Pasolini s'era “comportato” fin ora in un certo
modo; come poteva, ad un tratto, “comportarsi” in un modo tanto diverso?

martedì 16 marzo 2021

Il Decameron di Pasolini: commento-recensione di Alberto Moravia

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Il Decameron di Pasolini: commento-recensione di Alberto Moravia

"È giunto forse il momento di parlare del modo con il quale Pier Paolo Pasolini affronta e risolve il problema  dell'illustrazione cinematografica di quei testi di cui è convenuto dire che appartengono al patrimonio culturale dell'umanità.
Al tempo del Vangelo secondo Matteo Pier Paolo Pasolini spiegò che per l'interpretazione aveva voluto evitare le ipotesi particolari e aggiornate e tenersi invece al senso comune. Cosa intendeva Pasolini per senso comune? Evidentemente, la fruizione del testo, attraverso i secoli, "fuori della storia", da parte di infiniti lettori, nei luoghi e nelle situazioni più diverse. Il senso comune: cioè il senso di tutto ciò che sfugge alla moda, alla storia, al tempo.
Pasolini, d'altra parte, come è noto, è un manierista, forse il maggiore della nostra letteratura dopo D'Annunzio. Così fin dal Vangelo secondo Matteo abbiamo avuto questo curioso e raffinato connubio: la visione "inattuale" del senso comune accoppiata coi mezzi espressivi "attuali" del manierismo decadente.
Per Il Decameron, Pasolini ha proceduto in maniera non dissimile che per Il Vangelo. Ha accettato e fatta sua la visione del senso comune di tutti i tempi la quale considera Il Decameron come un libro non solo privo di tabù ma anche privo del compiacimento di non averne; un libro, cioè, in cui letteratura e realtà si identificano perfettamente per una rappresentazione totale dell'uomo. Accettata questa visione in fondo scandalosa (rispetto alla morale repressivamente permissiva di oggi) Pasolini è passato a lavorare sui racconti del Boccaccio con tutte le risorse del suo estetismo critico e virtuosistico.
Per prima cosa ha notato che nel Decameron la rappresentazione realistica della civiltà contadina è chiusa in una cornice umanistica e raffinata. Indubbiamente questa cornice ha una grande importanza; essa crea quel rapporto tra gentilezza e rusticità, tra realismo e letteratura, tra immaginazione e verità che è uno degli aspetti più affascinanti del Decameron. Gettando via questa cornice illustre ed elegante, Pasolini sapeva di modificare profondamente il testo boccaccesco; ma dimostrava al tempo stesso di essere un regista irresistibilmente originale ossia fatalmente infedele.
Pasolini non soltanto ha gettato via la cornice umanistica ma ha anche sostituito la "favella" toscana con il dialetto napoletano. Si comprende anche facilmente perché. Una volta distrutta la finzione della villa deliziosa in cui, in tempi di pestilenza, si ritira una brigata di gentiluomini e di gentildonne per godersi la vita e raccontarsi dilettose vicende immaginarie, alla rappresentazione del mondo boccaccesco conveniva meglio il napoletano ancora oggi vivo ed aggressivo che il toscano così estenuato persino in bocca ai contadini e agli artigiani. L'operazione linguistica è perfettamente riuscita ed è uno dei caratteri più originali del film. Ne è venuto fuori un Decameron in cui gli umidi e sordidi vicoli di Napoli sostituiscono le pulite rughe di Firenze e la rozza e rigogliosa campagna campana il pettinato contado toscano. Questa sostituzione topografica a ben guardare è resa visibile soprattutto dalla sostituzione linguistica. A conferma una volta di più dell'importanza della parola nel cinema.
Altra soluzione felice è quella del problema dell'erotismo boccaccesco altrettanto proverbiale quanto, in fondo, incompreso. Pasolini ha eliminato ogni tentazione di scollacciatura e ha fuso arditamente la serenità rinascimentale con l'oggettualità fenomenologica moderna. Nel film di Pasolini c'è più nudo che nel "musical" Oh! Calcutta!; ma senza il compiacimento di infrangere tabù, semmai con l'idea di spingere la rappresentazione fin dove è necessaria e dunque lecita. Crediamo che sotto questo aspetto Il Decameron pasoliniano segnerà una data importante. Forse è la prima volta che l'atto della copula viene presentato al cinema come puro e semplice gesto dei corpi, privo di significato e di valore, anzi visto come qualche cosa di difficile, di goffo e di scomodo che richiede la cooperazione di ambedue gli amanti.
Adesso bisognerebbe parlare di ogni singola novella e vedere dove Pasolini ha espresso meglio il suo sentimento del Decameron. Ci pare che tre novelle si levino al di sopra delle altre: quella dell'Isabetta e della pianta di basilico (qui la lezione di Mizoguchi e del cinema giapponese è messa a frutto); quella cosiddetta dell'usignolo (un po' leziosa ma è leziosa anche nel Boccaccio); quella di Masetto da Lamporecchio (la più importante per quanto riguarda il trattamento "oggettuale" dell'erotismo). A queste tre pensiamo che bisogna aggiungere i due aneddoti di Peronella e di compar Pietro nei quali è recuperata l'antica rusticità della Campania. Nella novella celebre di Andreuccio preferiamo la parte della cattedrale a quella della casa della cortigiana.
Gli interpreti sono tutti bravi per merito loro e di Pasolini che ha saputo sceglierli e dirigerli. Ma essi valgono soprattutto come volti inventati e rappresentati con estraniata immediatezza da encausto pompeiano."

[L'Espresso, 11 luglio 1971]

Fonte:
http://gioboccaccio.altervista.org/Cinema.html



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lunedì 15 marzo 2021

I discorsi di Moravia, Borgna e Tortorella - Pronunciati al momento del commiato a Pasolini, giovedi 6 novembre 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





I discorsi di Moravia Borgna e Tortorella - Pronunciati al momento del commiato

6 novembre 1975

Il coraggio della verità, la passione civile, la scelta di campo di un intellettuale che si batteva perché il paese fosse migliore.
L'ultimo saluto a Pier Paolo Pasolini è avvenuto in piazza Campo de' Fiori. Una grande folla, migliaia e migliaia di persone raccolte attorno al palco dove era deposta la salma, ha ascoltato i brevi, commossi discorsi di cordoglio e commiato. Li hanno pronunciati, alternandosi ai microfoni, lo scrittore Alberto Moravia, il segretario provinciale della FGC Gian ni Borgna, Aldo Tortorella, della direzione del PCI.
E' una perdita irreparabile — ha detto Moravia — per gli amici, coloro che lo stimavano, e per tutto il popolo italiano.

lunedì 8 marzo 2021

ANCHE ROMA HA UNA MAMMA - DI ALBERTO MORAVIA - 'L'ESPRESSO', 1973

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




ANCHE ROMA HA UNA MAMMA 
DI ALBERTO MORAVIA
 'L'ESPRESSO', 1973

Alberto Moravia, in occasione della morte di Anna Magnani ( 26 settembre 1973), scrisse questo articolo su 
l'Espresso numero 40, dell'ottobre 1973
oggi in 
Alberto Moravia, Cinema italiano, Recensioni e interventi 1933-1990" a cura di Alberto Pezzotta e Anna Girardelli. 





In genere non si crea il culto della personalità se prima di tutto non si è, nell’intimo, dediti a questo culto.  Si pensi, per esempio a D’Annunzio: la sua popolarità, come figura pubblica, derivava prima di tutto dal suo eccezionale narcisismo. Anna Magnani, invece, era quel raro personaggio che è un narcisista amaro, scontento, insicuro, profondamente diffidente della propria popolarità anche se incapace d’approfondire e rimuovere i motivi di questa sua diffidenza.

giovedì 25 febbraio 2021

Un‘intervista di Renzo Paris ad Alberto Moravia - L‘ESPERIENZA DELL’INDIA

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





L‘ESPERIENZA DELL’INDIA

Un‘intervista di Renzo Paris ad Alberto Moravia

Tratta da PIER PAOLO PASOLINI, L‘ODORE DELL’INDIA

© 1990 Ugo Guanda Editore S. p. A. , Viale Solferino 28, Parma
Prima edizione Le Fenici Tascabili aprile 2000


Terza ristampa gennaio 2002



R. P. — Nel ’61, dopo aver pubblicato La noia, insieme a Pasolini e a Elsa Morante hai fatto «l’esperienza dell’India» , come la definisci in Un’idea dell’India. La rifaresti?


A. M. — Probabilmente sì. L‘India è inesauribile. Ci si va sempre per la prima volta. O per l’ultima. E in tutti i casi, chiunque voglia farsi un’idea di ciò che è «veramente» il fenomeno religioso, deve andare in India. Ci sono stato troppo poco per farmi quest’idea. Per questo, ci tornerei.

R. P. — Le tue polemiche con Pasolini fanno ormai parte della storia culturale del nostro paese. L‘Italia è cambiata in meglio o in peggio? Davate risposte diametralmente opposte. Anche nei vostri due libri sull’India, uno non a caso basato sull’odore e l’altro su un’idea, esprimevate due concezioni occidentali, una razionale e una viscerale, che sembravano destinate a non incontrarsi mai. È ancora così?

venerdì 16 ottobre 2020

Teorema, Si spogliano fra le ciminiere, di Alberto Moravia - L'Espresso, 15 settembre 1968

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Si spogliano fra le ciminiere

Alberto Moravia

L'Espresso, 15 settembre 1968


(Biblioteca Gino Bianco)






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sabato 3 novembre 2012

Moravia e Pasolini in India

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 
Moravia e Pasolini in India


Nel Gennaio del 1961, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini visitano l’India. Moravia c’è già stato: il primo impatto indiretto avviene nel ’31, quando è invitato a partecipare ad una cena a Londra con ambasciatori e politici della Panindiana (la delegazione lo incuriosisce, nonostante il suo sguardo si mantenga sempre esterno); nel ’37 passa per l’India, ma è diretto in Cina. Nel 1961 ha l’opportunità di starci più tempo e di esplorarla con più profondità; ci tornerà poi nel 1964, durante un viaggio intorno al mondo con Dacia Maraini. Per Pasolini, invece, è la prima volta, e non può esistere allo shock provocato dalla tanta miseria. Moravia scrive per il “Corriere della Sera”, mentre Pasolini per “il Giorno”; entrambi successivamente pubblicheranno i loro pezzi in volume: Moravia in “Un’idea dell’India”; Pasolini in “L’odore dell’India”.
La simmetria dei due titoli viene notata subito dalla critica, che sottolinea i due differenti ma complementari punti di vista assunti dai due scrittori: Moravia è razionale, argomentativo, mentale, intellettuale: tra le tante idee che si possono avere o su cui si può discutere, si è obbligati a sceglierne una, perché l’India è un universo a sé che è impossibile esaurire in poco tempo e poche pagine. Pasolini, invece, fa riferimento nel suo titolo ad un’esperienza più sensoriale, personale, sentimentale: e l’articolo determinativo vuole indicare quell’odore specifico dell’India, quell’odore di incenso, miseria e sporcizia che solo in India si può trovare.


Vengono mandati dalle due testate giornalistiche in occasione di due date importanti: il centenario dalla nascita del poeta Tagore (che aveva ricevuto il premio Nobel nel 1913) a cui viene dedicato un convegno a Bombay, e il decimo anniversario dell’Indipendenza indiana.
Non bisogna farsi ingannare dai titoli: è lo stesso Moravia che, nell’intervista di Renzo Paris inserita nel volume edito da Bompiani, afferma che ciò che l’ha più colpito dell’India è il suo odore; d’altro canto, il volume di Pasolini non è ricco in odori quanto lo è in immagini. O ancora: Moravia descrive i due incontri con Nerhu, addirittura riportandone un dialogo (è il racconto, quindi, di un’esperienza sensoriale); Pasolini, invece, fa di Nerhu un personaggio argomentativo, su cui ragiona ma di cui non narra.
E’ vero però che la scrittura di Pasolini risulta essere più autobiografica e personale di quella dell’amico – e che egli non resiste ad essere coinvolto emotivamente nella miseria indiana, quando decide di fare qualcosa per il ragazzino Revi, sicuramente il personaggio più importante del suo viaggio. Insieme ad Elsa Morante (al tempo compagna di Moravia, la quale si è unita ai due uomini nel viaggio) ha successo nel far accettare il ragazzo presso un orfanotrofio gestito da un sacerdote olandese. Revi simboleggia l’India: da lontano è esotico, attraente, candido – ma quando si avvicina si rivela sporco ed emana un cattivo odore. Questo afferma anche la necessità di avvicinarsi, di guardare, per conoscere davvero. Dall’altra parte, la storia di Revi (questo è il titolo dell’unico capitolo narrativo per eccellenza del libro di Pasolini) simbolizza anche l’impossibilità di cambiare o di dare aiuto al popolo indiano: puoi salvare una goccia, ma non tutto l’oceano di mendicanti che ad ogni ora del giorno e della notte affollano le strade delle città in cerca di qualche monetina.


Entrambi gli scrittori mettono l’accento sull’atteggiamento che è necessario assumere viaggiando nel continente indiano: la consapevolezza che è impossibile conoscerla tutta, penetrarla tutta, comprenderla tutta; ed è necessario spogliarsi delle proprie sicurezze, persino del proprio linguaggio, delle proprie concezioni mentali, per riuscire a vedere con autenticità (questo è visibile in Pasolini, il quale utilizza spesso locuzioni dubitative quali “mi pare”, “mi sembra”).

di Elena Refraschini

*  *  *

Compagni di viaggio: l'India di Moravia e Pasolini

“I miei compagni di viaggio: Disponibili, allegri, curiosi come scimmie, con tutti
gli strumenti dell’intelligenza pronti all’uso, voraci, goderecci, spietati”
(Pier Paolo Pasolini)

Luglio, mese di viaggi e di fughe, per chi può. Mese di fantasticherie per chi resta a casa sognando orizzonti lontani. Ma che importa? Anche per chi resta, in un modo o nell’altro, si apre la dimensione del viaggio, e d’estate la città si dà in un modo nuovo, pur restando sempre la stessa. E’ a Luglio che entrando nel solito bar di paese trovi il tuo tavolo occupato da una coppia di svedesi in amore e allora anche a te, malinconico essere sedentario, sembra di essere approdato in un posto nuovo, e capita anche che rimastichi quelle quattro parole di inglese che ancora non hai dimenticato. Componenti per un viaggio: uno spazio da percorrere, un tempo per perdersi, un compagno di viaggio. Non serve altro. Non serve certo andare in India. Eppure, a volte, qualcuno ci va.


E’ il 1961. Un aereoporto trafficato e all’orizzonte il miraggio di Bombay. In mezzo, una strada incandescente che si snoda tra l’umanità brulicante delle periferie. Su questa strada incomincia il suo viaggio una vecchia Uno Bianca. Seduti sui sedili di pelle rossa ci sono due amici. Uno ha gli occhiali neri, l’altro non si è fatto la barba. Dietro di loro c’è una donna che dorme. Davanti a loro c’è una strada su cui si affastellano cartelli dalle diciture enigmatiche: Aurangabad, Ellora, Delhi, Agra, Gwalior, Orchha, Khajuraho, Varanasi. Sulla giacca di pelle di quello con gli occhiali neri c’è una bruciatura di sigaretta e quello coi capelli bianchi si strofina la mano sui pantaloni. Sono pensierosi, viaggiano senza guardarsi in faccia, rigidi e silenziosi. Uno è Pier Paolo Pasolini, l’altro è Alberto Moravia. Dietro di loro, la donna che dorme è Elsa Morante. Tre scrittori in viaggio, ognuno con il suo sguardo sul mondo.


Alberto Moravia ha 54 anni, i capelli bianchi, la stazza del pugile e la testa fine di chi ha fatto dell’esistenzialismo un arte. Ha pubblicato Gli Indifferenti, La Ciociara e soprattutto La Noia. Cammina per le strade tenendo le mani giunte dietro la schiena, guarda, analizza, vede. La sera, prima di andare a dormire, programma metodicamente il programma per il giorno successivo. Conosce l’Induismo e il Buddismo, parla l’inglese, il tedesco e il francese. Studia, osserva, parla con la gente, con Maria Teresa di Calcutta, con il Pandit Nehru e piano, piano, lentamente si forma nella sua testa Un’idea dell’India che sarà poi il libro in cui raccoglierà le note scritte in quelle settimane di viaggio. Moravia non si lascia mai coinvolgere, guarda l’India da fuori e ne riporta, pagina dopo pagina, l’invincibile alterità, l’impossibilità di ridurre il caos a ragione: “L’India è il Paese delle cose incredibili che si guardano tre volte stropicciandosi gli occhi e credendo di avere avuto le traveggole”. Moravia non capisce, ma si sforza. E così macina nelle sue note una quantità enorme di dati, statistiche, riflessioni sui Vedanta, e conversazioni con le più disparate personalità indiane.


Affianco a Moravia così preso nell’alto delle sue riflessioni Pasolini sembra un nano. Aderente al suolo. Ha 39 anni e il fisico troppo atletico per un’intellettuale. Non ha letto molto dell’Asia e si aggira tra i banchi di verdura di Benares tastando i pomodori, come fosse al Testaccio. Più che accumulare elementi per un libro, scodinzola, annusa gli angoli delle strade, si fa distrarre da un gruppo di ragazzini che gioca a pallone. E’ irrequieto come un cane, sopraffatto dalla mareggiata di odori di quelle strade, che però potrebbero essere qualsiasi strada, perché gli odori, dopotutto, sono gli stessi in tutto il mondo. “Sono le prime ore della mia presenza in India” scrive, “e non so dominare la bestia assettata chiusa dentro di me, come in una gabbia”. E anche se dietro gli odori di quelle strade gli sembra sempre di risentire, quasi uguale, simile ma ora sfuggente, l’odore di casa, egli non si dà tregua. “Torniamo a Chattarpur che annotta. Io spero in una di quelle mie belle serate, in cui, mentre Moravia se ne va a dormire, io vado in giro, perdutamente solo, come un segugio dietro le peste dell’odore dell’India”. L’odore dell’India, è il risultato di quelle scorribande, fatto di anedotti, di puzze e di storpi, di particolari sui vestiti di Moravia e sul modo di mangiare dei bambini indiani. Non ci troverete praticamente nulla sulla situazione politica Indiana, sulla storia dei Vedanta e sulla loro distanza dalla tradizione filosofica occidentale. Per quello rivolgetevi a Moravia.


Con Moravia si ha sempre la sensazione di guardare il mondo con il telescopio, e il dettaglio, l’aneddoto è sempre il tassello o il microcosmo di un panorama; con Pasolini guardiamo al microscopio, e si avverte, dietro all’osservatore che descrive, l’uomo che sente e che riconduce tutto un universo a un particolare minuto e soggettivo. Moravia vede il tutto: l’India come un’unità con un’essenza da scoprire e fissare sulla carta; per Pasolini c’è soltanto il piano d’immanenza della strada, quell’odore, quel viso, quella parola. Una serie di frammenti, di immagini, impermanenti e indimenticabili come l’odore. Ed è per questo che, per uno come me che in India non c’è mai stato, Un’idea dell’India e L’odore dell’India parlano più di come si vive il tempo e lo spazio, quel viaggio quotidiano che ci è dato di fare: l’occhio e l’olfatto, la mente e le viscere, la ragione e il fiuto istintivo, la parola e il corpo. E Elsa in tutto questo? Sparisce tra le pieghe dei due libri, appare a tratti – ma molto di più nelle pagine dell’amico Pasolini, che in quelle del marito Alberto – la aspetti e non arriva mai. Eppure un amico mi assicurava che anche lei di quel viaggio ha scritto. Non ho mai trovato il libro. Se esiste. Chissà quale India, chissà quale occhio.

Amedeo Policante

*  *  *

Pasolini in India (1961). La religione



Pier Paolo Pasolini tra gli ultimi giorni del 1960 e i primi giorni del 1961 era in India con Alberto Moravia ed Elsa Morante. Raccolse le sue impressioni e ne ricavò alcuni articoli che pubblicò su “Il giorno” tra il marzo e l’aprile del 1961. Essi furono ristampati l’anno successivo da Longanesi in un volume dal titolo L’odore dell’India. Più d’uno sostiene che venisse dal quel viaggio e dal segno profondo che impresse nella memoria e nella fantasia di Pasolini quell’amore per i paesi riarsi e per le loro culture arcaiche che avrebbe impregnato diversi e importanti capitoli della sua ricerca di scrittore e cineasta. Il libro, insomma, più che un aiuto alla conoscenza dell’India, risulta un documento essenziale della vicenda umana e intellettuale del poeta friulano. Non so quasi nulla dell’India e non sono in grado di confermare o confutare codesto giudizio. Mi pare tuttavia che nel libretto, poi più volte ristampato (da Guanda oltre che da Longanesi), Ppp più che farci da guida non tanto su luoghi, genti e costumi del favoloso Oriente possa insegnarci a guardare, ad ascoltare, o odorare, a sentire insomma con tutti i sensi il mondo e, dentro il mondo, l’uomo. Posto qui sotto alcuni brani tratti dal secondo capitolo, che tratta di religioni e religiosità, come invito a leggere l’intero libro. (S.L.L.).

Una specie di vuoto

A Nuova Delhi sono andato con Moravia a un ricevimento all’ambasciata di Cuba, in occasione del secondo anniversario della rivoluzione di quell’isola: davanti a una villetta dell’immensa città-giardino, che, proprio come dev’essere Washington è Delhi, era stato alzato un grande padiglione rosso e blu, col pavimento di tappeti rossi. Lì si accalcavano tutti i corpi diplomatici della capitale, dall’ambasciatore di Jugoslavia a quello del Belgio, dall’addetto culturale cubano a quello russo: tutti col loro bicchiere di whisky in mano, schierati come in una stampa, in un affabile cicaleccio, nell’aria di primavera un po’ gelida.
In mezzo alle sagome eleganti dei diplomatici e delle loro signore, mi è sembrato una specie di miraggio assurdo (erano solo una decina di giorni che ero via dall’Italia, ma mi parevano dieci anni)due prelati cattolici, sottili come spade, coi fianchi stretti da una cintura rossa, e la scoppoletta rossa sulla nuca. Dovevano essere spagnoli: l’aria era quella degli spadaccini.
Per me erano emblemi, cocenti emblemi di tutto un mondo.
Ma per quanti milioni di persone, nel mondo indiano, non erano altro che un vivace ghirigoro di rosso e di nero? Messi di un potentato tanto lontano da sembrare quasi inesistente?
Per la prima volta, potrà sembrare assurdo, ho avuto l’impressione che il cattolicesimo non coincida col mondo: ma la separazione delle due entità è stata così inaspettata e violenta, da costituire una specie di trauma… Mi sono chiesto allora, per la prima volta in maniera urgente, da che cosa fose riempito questo immenso mondo, questo subcontinente da quattrocento milioni di anime. Era troppo poco tempo che mi trovavo in India, per trovare qualcosa da sostituire alla mia abitudine della religione di stato: la libertà religiosa era una specie di vuoto a cui mi affacciavo con le vertigini. Solo un po’ alla volta mi sarei abituato a questa condizione di libera scelta religiosa, che da una parte dà un senso come di gratuità di ogni religione, dall’altra è così ricca di spirito religioso puro.


Quando dicono sì
Io non so bene cosa sia la religione indiana: leggete gli articoli del mio meraviglioso compagno di viaggio, di Moravia, che si è documentato alla perfezione, e, dotato di una maggiore capacità di sintesi di me, ha sull’argomento idee molto chiare e fondate. So che in sostanza il Bramanesimo parla di una forza originaria vitale, un “soffio”, che poi si manifesta e concreta nella infinita plasticità delle cose: un po’ insomma la teoria della scienza atomica come, appunto, rileva Moravia.Io ho cercato di parlare di questo con molti indù: ma nessuno ha neanche la più pallida idea di quanto sopra. Ognuno ha un suo culto, Visnu, Siva o Calì, e ne segue fedelmente i riti. Però posso dire una cosa: che gli indù sono il popolo più caro, più dolce, più mite che sia possibile conoscere. La non violenza è nelle sue radici, nella ragione stessa della sua vita. Magari qualche volta difende la sua debolezza con un po’ di istrionismo e di insincerità: ma sono piccole ombre ai margini di tanta luce, di tanta trasparenza.
Basta guardare come dicono di sì. Anziché annuire come noi alzando e abbassando la testa, la scuotono circa come quando noi diciamo di no: ma la differenza del gesto è tuttavia enorme. Il loro no che significa sì consiste in un fare ondeggiare il capo (il loro capo bruno e ondulato con quella povera pelle nera, che è il colore più bello che possa avere una pelle) teneramente: in un gesto insieme dolce: “Povero me, io dico di sì, ma non so se si può fare, e insieme sbarazzino: “Perché no?” impaurito:“E’ cosa difficile”, e insieme vezzoso “Sono tutto per te”. La testa va su e giù, come leggermente staccata dal collo, e le spalle ondeggiano un po’ anch’esse, con un gesto di giovinetta che vince il pudore, che si erige affettuosa. Viste a distanza le masse indiane si fissano nella memoria, con quel gesto di assentimento, e il sorriso infantile e radioso negli occgi che l’accompagna. La loro religione è in quel gesto.



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Curatore, Bruno Esposito

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