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giovedì 8 gennaio 2015

Pasolini e la Tv di Italo Moscati

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

 
 
 
Pasolini e la Tv di Italo Moscati
11 novembre 2009

 

 Nel luglio del 1971 sarebbe dovuta andare in onda una puntata di "Terza B: facciamo l’appello", trasmissione di Enzo Biagi. Ma fu sospesa per una vicenda giudiziaria che convolse Pasolini nella sua qualità di direttore responsabile di "Lotta Continua". Sarà presentata quattro anni dopo, il 3 novembre 1975, all’indomani del suo assassinio.


"Terza B: facciamo l’appello" era una rimpatriata di compagni di liceo. Dice nella puntata, andata in onda postuma, lo stesso Pasolini che avere ritrovato i suoi compagni non è gradevole, anche se - incontrandosi dopo tanti anni - sono riusciti ad andare oltre i microfoni e il video, ricostruendo qualcosa di reale: nonostante la situazione creata nello studio risultasse "brutta, falsa".

Biagi quasi si risente. Invita il suo ospite a dare una spiegazione. Pasolini dice semplicemente che si trova con gli altri dentro una logica alienante di un medium di massa.
Biagi si indispettisce. Replica affermando che il dialogo, lì nello studio, sta avvenendo con grande libertà e senza alcuna inibizione. Il suo illustre ospite, con la sua voce sottile e garbata, gli risponde che non è vero. "Perchè?" gli domanda il conduttore. La risposta di PPP è nello stesso tempo una forma di reazione, una dimostrazione di comportamento, una lezione di teoria della comunicazione. Dice che lui non può dire quello che vuole e che deliberatamente si autocensura, perchè se non lo facesse direbbe parole troppo sincere e vere che potrebbero danneggiare lui e il pubblico che sta davanti alla tv. Lui potrebbe essere accusato di vilipendio e il pubblico potrebbe non capire per via della ingenuità e della sprovvedutezza di "certi ascoltatori".


Sono passati passati più di trent’anni dalla trasmissione recuperata e trasmessa. Non saprei dire che siano oggi i "certi ascoltatori". Il pubblico è diverso, scafato,cinico, ingenuo, crudele, viziato, manipolato, protagonista (spesso fa da sfondo o da comparsa o da gladiatore). Non c’è più Biagi e soprattutto non c’è più Pasolini, curioso nemico della tv. La giudicava malissimo ma la faceva bene, come dimostrano i suoi doc per Tv 7 e altri programmi. Il panorama è cambiato. Le tv sono molte. La concorrenza è spietata.

Ma soprattutto se i corpi vanno nudi alla meta, le parole vanno povere, umiliante e umiliate, nella babele delle risse, delle liti, delle battaglie finte, per partito preso, dei soliti noti e ignoti, degli imbonitori e degli opinionisti a gettone.

Pasolini, in quella testimonianza, ricordava e ci ricorda che gli studi e i microfoni delle tv vogliono vedere e sentire "solo" chi può dire ciò che vuole perchè non sa quel che dice, perché non l’ascolta chi fa le domande e attende le risposte, perchè il chiasso è tutto. I toni sommessi, ragionati, rispettosi; le parole misurate, ricche di significati, dense; e il rispetto delle opinioni sono fuori nel grande, real cortile.

Di questo e altro, con misura, parleremo nell’incontro che condurrò a Casarsa con la partecipazione di Giacomo Marramao, Walter Siti, Bruno Voglino, Giampaolo Gri. Ma non saranno esercizi spirituale. La babele preme alle porte. Silenzio. E colpi di parola. Di idee. Le intenzioni sono queste. Nella libertà di essere a Casarsa e , come diceva Pasolini, quindi in un luogo in cui non è il caso di autocensurarsi. Ritrovare la libertà poi in tv di dire quel che serve. Davvero.
Italo Moscati


@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

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sabato 16 agosto 2014

Perché Maria Callas è soprattutto Grecia...Italo Moscati

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Perché Maria Callas è soprattutto Grecia...
Italo Moscati

 

Ci sono parole di Maria Callas che si sono impresse nella mia mente e non ne usciranno mai. Parole e quindi voce, ma voce che non canta. Le ho inserite nel film doc Non solo voce - A trent’anni dalla morte di Maria Callas che ho realizzato per la Rai , e che ora sta girando in cineteche e cineclub.

Mentre Maria prende parte alle riprese di Medea di Pier Paolo Pasolini, a un giornalista che le domanda come sarà la "sua" Medea lei risponde come se fosse stupita di sentirsi porre la domanda: "Ma come Medea"; intende dire che non tradirà il personaggio della tragedia di Euripide, gran greco come lei. Poi, il giornalista continua l’intervista e le chiede: "Sarà una Medea perfetta?". Maria lo guarda ancora più stupita e risponde con un sorriso: "Io non sono mai perfetta".

"Perfetta", ecco la parola che estraggo dalle altre per dire che senza di essa non avrei mai potuto fare Non solo voce e non avrei potuto mettermi alla ricerca dei documenti per ricostruire in un’ora e dieci minuti qualcosa che va ben al di là di questo spazio di tempo disponibile. "Perfetta", una parola che mi ha stimolato a cercare. Non volevo fare un film doc che ripetesse fino allo sfinimento il piacere e l’emozione che la voce di Maria continua a dare a tutti, me compreso. Non volevo neppure fermarmi troppo, prigioniero del gusto del gossip, su certe parti della sua biografia e soprattutto dei suoi amori. Non volevo infine diventare prigioniero del clima che si crea intorno a un grande personaggio quando, a distanza di tempo (trent’anni nel caso di Maria), l’obbligo dei media di ricordare un idolo del pubblico può contribuire a una caccia al romanzesco, al particolare inedito non sempre davvero inedito, al gioco della scoperta o della riscoperta.

Volevo raccontare e interpretare Maria secondo i venti che spirano nella sua terra di origine. Si sa che Maria nacque a New York, quando la sua famiglia da una piccola città greca si recò tra i grattacieli insieme a migliaia e migliaia di emigranti greci ed europei che salutarono i loro paesi dalle navi cariche di speranze per andare incontro alla promessa della Statua della Libertà. Si sa che, nella traversata del viaggio fatidico, Maria era nel ventre della madre. Una circostanza che mette i brividi tanto è carica di destino. Volevo raccontare la Callas "perfetta" facendomi guidare dai venti della Grecia,e soprattutto dal "meltemi", impetuoso e poi delicatamente fresco, che quando sono a Simi o a Pathmos - quasi ogni anno - mi scuote nel profondo. Come le acque e i paesaggi, il "meltemi" mi sbarazza di vecchi pensieri e me ne porta dei nuovi, imprevedibili.

Studiando per il film doc, guidato dal vento e dall’assiduità con la Grecia, ho scoperto cose imprevedibili, al di là dei vari capitoli del romanzo di Maria, capitoli che vanno da New York ad Atene, da Atene ancora a New York, dal padre rimasto là dopo il ritorno di Maria con la sorella Yakie e la madre in Grecia; poi da New York a Chicago, a Verona per il debutto all’Arena, a Venezia, a Milano per la Scala; e da qui in tutto il mondo per una carriera che non ha eguali. Il "meltemi" è un vento bizzarro, curioso, irresistibile. Parlo da profano dei venti e della loro logica. Lo cerco, lo scanso e lo riprendo, mi ci abbandono. Così come mi abbandono alla voce e alle interpretazioni di Maria (spesso efficaci come la sua voce e talvolta anche di più).

Seguendo il vento di Maria, aguzzando orecchie e occhi, mi sono inoltrato nella sua "leggenda". Ecco un’altra parola che la grande cantante rifiutava. In un’altra intervista, le chiesero quale reazione provava quando si sentiva definire una "leggenda", Maria disse solo che lei si era limitata a cantare. Era una reazione garbata, imbarazzata, timida, elegante, come lei stessa era sempre stata, e molti se ne accorsero in ritardo. Pur prendendo le distanza da quella parola pesante - "leggenda" - pesante molto meno dei chili che la cantante decise di perdere ad un certo punto della sua vita, la sua risposta metteva in moto un racconto da fare a ritroso. Il racconto che ho fatto e propongo. La Grecia prima dell’America, la Grecia prima e con l’Italia, la Grecia comunque. Diceva ancora Maria: "Sono fatalista perché sono greca", e spiegava che lei si preparava comunque, sempre come se fosse l’ultima occasione, l’ultima opportunità, l’ultima scena per andare incontro al proprio destino. Maria fatalista accettava solo il destino che pensava di poter predeterminare con la passione per il canto, la perfezione scenica, il rigore nell’approfondimento dei suoi personaggi, delle sue eroine, delle opere dei grandi della lirica.

La Grecia prima di tutto. Prima anche delle lezioni che la vita, la musica, i direttori d’orchestra, il pubblico le hanno dato, e che lei ha ricambiato con le "sue" lezioni di stile e di temperamento. Ed ecco che a poco a poco, mentre lavoravo sulle carte, negli archivi, tra le immagini, mentre scrivevo, mentre giravo e riordinavo tutto in moviola, mi cresceva davanti agli occhi - sempre con la colonna di una voce d’incanto, drammatica, suadente, perentoria - l’immagine di una donna la cui leggenda vera l’aveva costruita e che dilagava ovunque, con una forza incredibile.

Il "meltemi". Il "suo". Vento che frustra e se ne va, lasciando pulita la natura.

Maria che continua ad essere Maria nei ricordi di chi le è stata accanto (il soprano Giulietta Simionato) o di chi l’ha conosciuta e amata come grande artista (Franco Zeffirelli) e di tanti altri, anche di coloro che non ci sono più e hanno lasciato senza volere pareri incisive come epigrafi (Luchino Visconti, Luciano Pavarotti). Fra tutti costoro, ci sono alcuni registi che hanno sperimentato qualcosa che resta e resterà a lungo, per sempre, come la voce di Maria e la sua storia. Registi famosi. Lo stesso Zeffirelli in Carmen forever, con l’idea di un ritorno di Maria alle scene negli anni della malinconia e rinuncia, prima della morte così improvvisa. Federico Fellini che in E la nave va… si ispira all’ultimo viaggio di Maria verso la sua Grecia, e verso il mare, l’isola dove verranno lanciate le sue ceneri. Pasolini che le dedicò versi toccanti e profondi, nel periodo di Medea. Jonathan Demme che per Philadelphia con Tom Hanks e Denzel Washington ha voluto una strepitosa colonna sonora. La voce di Maria nell’Andrea Chenier in una scena indimenticabile per intensità e commozione; e la voce di Bruce Springtsteen in una canzone che è ben di più di una canzone.

Infine, Dario Argento, il mago dell’horror, che ricorre a "Casta diva" dalla Norma, nell’interpretazione di Maria che recuperò e rilanciò per sempre questa potente, lirica aria. Il film è Opera, la voce di Maria tranquillizza una giovane cantante che deve debuttare nella Medea musicata da Gluck e ha paura perché l’opera ha fama di portare sfortuna a chi la canta; poi, nel finale, la stessa voce struggente accompagna un delitto terribile. Sentimenti e qualità. I venti di un talento impetuoso.

Ci saranno altri appuntamenti per il futuro di Maria Callas, la più grande cantante del Novecento. E non saranno sempre legati alle ricorrenze. Sono gli appuntamenti con la voce e la sensibilità di Maria. Vivono sempre, soprattutto dove i cuori battono. Basta ascoltare Maria.



Fonte:
http://drammaturgia.fupress.net/saggi/saggio.php?id=3425

 
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mercoledì 13 agosto 2014

Pier Paolo Pasolini - L'usignolo di Italo Moscati.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


 


L'USIGNOLO
di Italo Moscati
Tratto da:
PASOLINI PASSIONE
Vita senza fine di un artista trasparente
EDIESSE, Roma 2005




 

Fu lo Spirito Santo a spingere il marxista Pier Paolo Pasolini a sfogliare il Vangelo? I racconti su quella notte si assomigliano tutti e ne fanno una storia edificante.

Lesse il Vangelo «d'un fiato come un romanzo scoprendo quanta parte della realtà del mondo contadino dell'età di Cristo è finita nelle pagine del testo di Matteo, il più 'rivoluzionario' perché il più 'realista'» (Naldini).

Provò subito il bisogno di «fare qualcosa», sentì «una energia terribile, quasi fisica»; e la «via di Damasco» che gli si spalancò davanti non fu quella della fede giunta come un fulmine a coglierlo, ma quella «estetica» della poesia. Il lettore notturno fu «invaso da quell'aumento della vitalità che l'opera di poesia - è la tesi di Bernard Berenson - suscita» (Siciliano).

Dopo la notte di Assisi, Pasolini scrisse in una lettera a Lucio Settimio Caruso, collaboratore di don Rossi, d'aver letto il Vangelo per la prima volta durante la guerra, fra il 1940 e il 1941, a diciott'anni. Si era sentito ispirato e con il tempo ne erano nati i versi di "L'usignolo della Chiesa cattolica".

In queste pagine Pier Paolo aveva riversato il suo amore per il «Cristo, sereno poeta, fratello ferito», per il Cristo dal «corpo di giovinetta», e la drammatica emozione provata di fronte alla crudeltà della crocifissione.

Una vera passione che si ritroverà anche in un altro suo libro, pubblicato più avanti negli anni, e sempre prima di Assisi, "La religione del mio tempo": «Io davo a Cristo / tutta la mia ingenuità e il mio sangue».

Nei versi dell'"Usignolo", il giovane Pasolini trasmise il suo bisogno di agire, di compromettersi: «Bisogna esporsi (questo insegna / il povero Cristo inchiodato?), / la chiarezza del cuore è degna / di ogni scherno, di ogni peccato / di ogni più nuda passione... / (questo vuol dire il Crocifisso? / sacrificare ogni giorno il dono / rinunciare ogni giorno al perdono / sporgersi ingenui sull'abisso)».

A quale perdono e a quale abisso Pasolini alludeva fin quasi a inchiodarsi egli stesso alla croce?

Alberto Moravia, che lo conosceva bene, lo stimava, ma non si faceva commuovere facilmente, riteneva che i suoi tormenti fossero dovuti a un senso di colpa di cui non era mai riuscito a liberarsi interamente, un senso di colpa dovuto all'aver adottato il giudizio negativo della società italiana sull'omosessualità.

Il gesuita Virgilio Fantuzzi, rifacendosi a questo giudizio negativo, aggiungeva che Pasolini sfidava una società iniqua da cui si sentiva ingiustamente condannato e protestava perché escluso «dalla festa della vita che solo per gli altri si rinnova».

Ma Pasolini non parlava soltanto di sé. Accusava la Chiesa di non fare abbastanza per condannare questa iniquità; ma anche la riteneva responsabile, in nome di un giudizio di cui si sentiva vittima, di non cercare rimedio a tutte le iniquità. La Chiesa gli appariva due volte colpevole, sia perché dimenticava i diversi come lui, sia perché stava con i ricchi e con lo Stato anziché con le moltitudini di poveri e sfruttati.

La passione ideologica di Pasolini, veemente come in un profeta, seduceva non solo i disponibili, generosi cattolici della Cittadella di Assisi, ma anche tutti quei cattolici che, come gli ex preti delle tendopoli, consideravano la Chiesa una vera peccatrice. Egli non amava la Chiesa ma sperava in qualche modo di contribuire a correggerla, usando la sua arte.

In quella stessa lettera che indirizzò a Caruso, proponendo il suo sincero «irrazionale sentimento» per il Cristo «che credo divino», Pier Paolo esprimeva il desiderio che il suo futuro film «potesse essere proiettato nel giorno di Pasqua in tutti i cinema parrocchiali d'Italia e del mondo. Ecco perché ho bisogno della vostra assistenza e del vostro appoggio. Vorrei che le mie esigenze espressive, la mia ispirazione poetica non contrastassero mai la vostra sensibilità di credenti».

In nome di «un'idea prepotente ed esclusiva», incosciente o forse machiavellico, pretendeva di mettersi alla testa dei credenti da non credente.

Era stato ospitato ad Assisi, nei giorni in cui si svolgeva «attutita, estranea e, in fondo, ostile la festa per l'arrivo del papa». Giovanni Ventitreesimo, il papa che amava e che avrebbe voluto vedere capace di emendare i peccati della Chiesa, era stato lì per una breve apparizione alla Cittadella. Pier Paolo era rimasto nella sua stanza a rileggere il Vangelo.

Una volta finito il film, avrebbe risposto a un lettore sul settimanale comunista "Vie Nuove"; «Se ti è lecito identificare un momento storico della Chiesa con la classe sfruttatrice, ciò non significa che lo puoi fare sempre [...] Il papa si è tolto dalla testa la mitria e l'ha donata ai poveri, sollevando un alto applauso tra tutti i vescovi e i cardinali avanzati che pensano la Chiesa come Chiesa dei poveri».

Non ci fu nessun miracolo ad Assisi. Ci fu soltanto l'intuizione di un prete intelligente. Don Giovanni Rossi capì il dono che un artista come Pasolini avrebbe potuto fare, più di altri, alla Chiesa di papa Giovanni e del Concilio Vaticano secondo, un'assise di prelati di tutto il mondo in cui l'intera vecchia struttura del cattolicesimo era stata messa in discussione.

Pasolini, a sua volta, capì che, affievolitasi ormai «la luce della Resistenza», la parola sacra del Vangelo avrebbe potuto essere così forte da surrogare la crisi ideale del marxismo e la sua personale crisi politica.

Il P.C.I. era stato ed era ancora una grande madre protettiva che Pasolini poteva criticare ma che non avrebbe mai abbandonato.

Curiosamente, se papa Giovanni predicava di aprire il dialogo facendo distinzione tra l'errore del comunismo, che andava comunque respinto, e gli erranti, cioè i comunisti, Pasolini preferiva mantenere il dialogo con il partito e polemizzare con i suoi intellettuali o con i burocrati che sbagliavano. Né papa Giovanni né Pasolini rinunciavano a credere nelle rispettive chiese.

Il film sul Vangelo poteva e doveva diventare un'occasione di dialogo fra cattolici e comunisti come rare volte si era verificato in passato.

Don Rossi, confidente di papa Giovanni Ventitreesimo che appena eletto nel 1959 gli comunicò la sua intenzione di convocare un Concilio, aveva cominciato da tempo a lavorare per Pasolini. In un colloquio privato con il pontefice, avvenuto agli inizi del 1963, quando Pier Paolo aveva in corso il piccolo carteggio con i nuovi amici della Cittadella, gli parlò del film che Pasolini voleva girare. La risposta fu positiva. Andate avanti, disse il papa, «con coraggio e con prudenza».

Sono particolari che Caruso ha comunicato alla rivista "30 giorni", diretta da Giulio Andreotti, nel dicembre 1994. Interessanti perché vi si apprende che a difendere il progetto fu anche l'arcivescovo di Genova Giuseppe Siri, considerato il più conservatore del Sacro Collegio.

In una lettera a don Rossi, che chiedeva lumi e coperture, rimasta a lungo inedita, l'allora presidente della Conferenza episcopale per l'Azione cattolica diede il suo nulla osta: «Per portare avanti la conquista della cultura a Dio, qualcosa bisogna pur rischiare. Non siamo dispensati dai canoni della prudenza; ma anche la prudenza in taluni casi consiglia l'audacia. Esclude solo la temerarietà. Mi permetta di pregarla di 'assistere molto', di far pregare molto perché non si può ammettere che la faccenda riesca meno bene dal punto di vista del rispetto pieno a Nostro Signore».

L'intervento di Siri fu politico e provvidenziale insieme. Già spirava un'aria favorevole al progetto che veniva da padre Grasso della Gregoriana e da altri teologi, mentre don Rossi era persino trepidante e disse a Pasolini che sempre lo aspettava ad Assisi «con grande amore e ammirazione».

Don Rossi mise accanto al regista come consulente il biblista don Andrea Carraro, «un prete contadino dal sorriso arguto», come lo definì il regista. Quando morì, nel marzo del 1969 mentre non cessavano le fastidiose polemiche su "Teorema", Pier Paolo andò a visitare la salma e lasciò un suo ricordo: lo aveva giudicato da subito un uomo infinitamente buono «perché ciò che conta è l'irraggiungibile santità, non la Chiesa. E ciò che solo ha valore, è questo silenzio della morte, così più reale di ogni obbedienza e di ogni disobbedienza».

Pasolini si dedicò al lavoro e in pochi mesi consegnò la sceneggiatura. Lucio Settimio Caruso, dopo averla letta, comunicò il suo entusiasmo all'autore, che rispose: «In me durante questi ultimi anni, l'insofferenza totale verso la borghesia ha assunto caratteri estremi [...] Là dove si parla di Dio, anche per dire la propria miscredenza, non c'è la borghesia. Forse è appunto perché sono così poco cattolico, che ho potuto amare il Vangelo e farne un film».

Una volta finito, il film divise i cattolici. Ebbe molti elogi ma provocò sconcerto fra gli alti prelati. Dopo aver assistito alla prima mondiale alla Mostra di Venezia del settembre 1964, il cardinale Giovanni Urbani reagì all'istante in modo negativo: «Pasolini non ha capito il Vangelo: Gesù non era così». Ma poi, come riferirà trent'anni dopo il segretario particolare di papa Giovanni, monsignor Capovilla, il cardinale Urbani era tornato a casa e aveva riletto il Vangelo di Matteo finendo per correggersi: «Mi sono accorto che Pasolini, pur da laico, aveva portato sullo schermo esattamente il Gesù di Matteo. Con grande fedeltà, parola per parola».

D'accordo con lui furono i padri riuniti a Concilio che applaudirono il film all'inizio quando apparve la scritta «Alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni Ventitreesimo», e alla fine. Papa Giovanni era morto, e sul soglio pontificio era salito Paolo Sesto. Si disse che anche lui avesse visto il film da solo, in una proiezione riservatissima, ma il fatto non fu mai confermato.

Pasolini era ormai uomo con il quale si poteva dialogare. Non fu soltanto il "Vangelo" ad autorizzare lo sviluppo del dialogo ma, paradossalmente, lo scandalo della "Ricotta", che non intralciò la preparazione del film tratto dalle pagine di Matteo, ma anzi la accelerò.

Il primo marzo 1963 un ufficiale dei carabinieri si era presentato al cinema Corso di Roma, dove si proiettava il film "Rogopag" in cui era inserito "La ricotta", con un ordine di sequestro firmato dal sostituto procuratore della repubblica di Roma, Giuseppe Di Gennaro. La proiezione venne interrotta perché, come si è detto, l'episodio diretto da Pasolini costituiva «vilipendio della religione di Stato».

Secondo Di Gennaro, il regista, «con il pretesto di descrivere una ripresa cinematografica», rappresentava «alcune scene della Passione di Cristo dileggiandone la figura e i valori con il commento musicale, la mimica, il dialogo e altre manifestazioni sonore, nonché tenendo per vili simboli e persone della religione cattolica».

Pasolini aveva previsto il rischio e aveva messo all'inizio del film una dicitura: «[...] la storia della Passione è la più grande che io conosca, e i Testi che la raccontano, i più sublimi che siano mai stati scritti».

Ma la formula non bastò perché Pasolini fu condannato per vilipendio a quattro mesi di reclusione. Un anno dopo fu assolto «perché il fatto non costituisce reato» e nel 1968 il caso fu finalmente chiuso con il dissequestro del film che intanto aveva ripreso a circolare, con il titolo "Laviamoci il cervello", grazie ad alcuni tagli della censura.

Per "La ricotta" era intervenuta direttamente la magistratura. La Chiesa aveva preso una posizione cauta. La Commissione vaticana per la revisione e il giudizio morale sui film non aveva «escluso per tutti» la pellicola. Alcuni autorevoli critici di giornali cattolici avevano pubblicato recensioni favorevoli. E forse anche gli appoggi dei cattolici di Assisi erano serviti.

Ma soprattutto doveva aver agito in modo sotterraneo, nella Chiesa e fra i cattolici, quella preoccupazione, esposta nella lettera del cardinale Siri: «Per portare avanti la conquista della cultura a Dio, qualcosa bisogna pur rischiare». La Chiesa cercava il dialogo con il mondo della cultura e sapeva che con quello del cinema non era facile. Sapeva anche che, in un paese dove tutto stava cambiando, si doveva pur correre qualche rischio, sia pure calcolato.

In Vaticano, i prelati non ignoravano quello che il centro e la destra politica dicevano del cinema italiano, e cioè che era sottoposto a una tradizionale e forte egemonia della sinistra, comunista in particolare. Gli interventi della censura ministeriale contro alcuni film che venivano allora definiti genericamente «impegnati» davano spesso la netta sensazione di colpire i registi, gli sceneggiatori, gli autori di sinistra in nome del pregiudizio.

Il potere della Chiesa, sia pure ridotto rispetto a quello politico, faceva comunque paura. Un giudizio negativo della Commissione di revisione dei film, affisso nella parrocchie e pubblicato dai giornali, letto in questura o da qualche giudice, poteva avere effetto sull'affluenza nelle sale e poteva essere usato per avviare lunghi procedimenti in tribunale. I rapporti esistenti fra la Chiesa e il governo guidato da democristiani erano tali, e il cinema italiano era così poco amato in Vaticano, che erano pensabili intese contro i film con maggiori ambizioni artistiche e culturali.

Registi famosi cercavano protezione e aiuto, o almeno prendevano qualche precauzione, rivolgendosi a sacerdoti intelligenti e colti per consigli, consulenze.

Federico Fellini, per "Le notti di Cabiria" o per "La dolce vita", ma anche per altri suoi film, chiedeva abitualmente pareri a padre Angelo Arpa, un gesuita esperto e sensibile, consultato anche da altri autori, compreso Pasolini. E così facevano anche importanti produttori.

C'era una lunga storia dei rapporti fra cinema, Vaticano e cattolici. Fuori dagli ambienti di Cinecittà, molti ignoravano che dal 1944, subito dopo l'entrata degli Alleati a Roma, il domenicano belga padre Felix Morlion, collaboratore durante la guerra del servizio segreto americano, aveva iniziato a organizzare in Italia un'estesa rete di sale parrocchiali grazie a una gran quantità di dollari.

Inoltre, sul finire degli anni quaranta, appoggiandosi al giovane giornalista Gian Luigi Rondi, amico dell'allora altrettanto giovane Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, incaricato del settore cinematografico, padre Morlion aveva avvicinato Roberto Rossellini, che realizzò "Stromboli terra di Dio" con Ingrid Bergman, e Vittorio De Sica. Entrambi potevano essere interlocutori su cui influire, poiché erano sempre alla ricerca di finanziamenti per i loro film.

Erano semplici iniziative per arginare l'egemonia comunista?

Il clima generale di quel periodo era molto particolare, molto carico di tensioni. E così lo descrive, a distanza di quasi cinquant'anni, lo storico del cinema Guido Aristarco: se per il cinema erano, con i capolavori del neorealismo, anni stupendi, tuttavia, «nessuno si sentiva indipendente. C'era imminente il pericolo di una guerra civile, c'erano persone pronte a partire per la Svizzera. Portare in tasca 'l'Unità' oggi fa ridere. Per noi, in quella situazione, vedere che l'autore di "Germania anno zero" aveva fatto un film come "Stromboli terra di Dio" era come vedere qualcuno abbandonare la battaglia».

In questo clima si combattevano lunghe, silenziose ma infuocate battaglie per orientare il cinema che era ancora il mezzo di comunicazione di massa più potente e non subiva la concorrenza dalla televisione.

La Chiesa di papa Giovanni non era più quella di padre Morlion e sceglieva altre strade, altri metodi.

Per questa Chiesa Pasolini poteva essere il compagno di strada?

I suoi scritti, i suoi film, i suoi interventi avevano un'intensità ideale che pochi scrittori e registi cattolici mostravano di possedere. E Pasolini sapeva almeno essere un interlocutore serio.

In un intervento alla Terza settimana sociale dei cattolici, nel settembre 1967, sempre ad Assisi, il regista fece una vera e propria lezione di semiologia applicata alla fede davanti a un pubblico composto in prevalenza di cattolici.

Era il frutto delle sue teorizzazioni sul linguaggio del cinema, che s'intrecciavano con la realizzazione dei film, e che esponeva volentieri ogni volta che gliene si dava l'occasione. Disse che i cattolici commettevano un errore se in arte pretendevano troppo dai contenuti; e aggiunse che il cinema era, in quanto riproduttore della vita e della natura, un linguaggio attraverso il quale si esprimeva Dio.

Nessuno si sentì di controbattere.



 
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martedì 12 agosto 2014

Italo Moscati - Pasolini Passione

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


 

 

Pasolini passione
Vita senza fine di un artista trasparente, Roma, Ediesse, 2005
Italo Moscati


Tra i diversi aspetti che possono stupire in Pier Paolo Pasolini, uno è quello della sua grande capacità di lavoro. Non direi che, ricordandolo per i trent’anni trascorsi dalla morte, siano stati molti quelli che - scrivendone, commemorando, talvolta pontificando - abbiano valutato la produzione sterminata del suo fare di artista. Walter Siti, il curatore dei dieci volumi pubblicati dai Meridiani di Mondadori, ha contato ben ventisettemila pagine solo di testi letterari: poesie, romanzi, sceneggiature, scritti teatrali, scritti corsari, scritti vari, eccetera. Per ora nessuno si è messo a contare i chilometri di pellicola (i suoi film, i suoi documentari), la lunghezza dei nastri radiofonici e televisivi. Nessuno ha per ora deciso di quantificare i suoi interventi in convegni, conferenze, lezioni universitarie. E così via. Quando accadrà, potremmo provare, noi tutti che crediamo di averlo letto e capito anche se in parte, una sorte di smarrimento senza paracadute. Lo smarrimento che prende di fronte alla smisurata produzione di Pasolini l'ho provata fino in fondo, quando ho cercato di mettervi rimedio con un primo libro Pasolini e il teorema del sesso, pubblicato dal Saggiatore (1995), e poi con secondo Pasolini passione, edito da Ediesse (2005), che riprende e approfondisce l'indagine sul poeta-regista-corsaro che ho intenzione di continuare. Mi sono lasciato cadere nella sua produzione anch'io senza paracadute, insieme ad altri che lo studiano, per cogliere, tentare di cogliere i segreti della sua potenza creativa.

Ho scoperto, anzi riscoperto che forse una delle chiavi per entrare nella complessiva vicenda pasoliniana sia quella di seguire il poeta-regista-opinionista passo passo nel suo mobile luogo di ideazione e costruzione di parole e immagini. Ho avuto una strana sensazione, nel fare questo viaggio. Mi è parso, e mi pare ogni volta che mi inoltro nei territori del poeta, di ascoltarne la voce.

Sarà una mia deformazione professionale. Abituato come sono a scrivere e a considerare, nel mondo audiovisivo, i testi che accompagnano le storie dei film o dei programmi a cui lavoro, occupandomi di Pasolini, mi sembra di sentirne la voce, una voce che racconta di una persona, lui, ma soprattutto del Novecento, il secolo da cui veniamo.

E’ una voce senza volto, anche se il volto di Pier Paolo non è mai stato nascosto, anzi, sovrasta la bara in mezzo alla folla a Campo de’ Fiori, nel giorno del suo pubblico funerale; una voce sottile e metallica di un cronista speciale che riesce comunque ad essere affascinante e deduttiva perché di un’eco di sé fa la sponda ineludibile, per noi spettatori di un servizio funebre che dura ancora dopo trent’anni, aggiornato da colpi di scena sulla sua uccisione che poi svaniscono nel nulla.

E’ una voce che fa paura perché spiazza, irrita, provoca, esorta, pare a tratti persino pedagogica e poi si fa ispida, violenta, carica di rancore, minacciosa soprattutto perché allaga i suoi detrattori con una valanga di parole come un uragano. Leggere e vedere per sapere.

Il lavoro creativo-manuale alla macchina da scrivere o alla penna incollata alle dita viene da un’avidità che si trasforma in metodo di elaborazione. Walter Siti, il già citato curatore dei Meridiani, sostiene che Pasolini fosse preso totalmente da una specie di "bulimia" ostentata fra temi, pensieri, invettive ideologiche, sfondi religiosi o semplicemente umanisticamente laici.

La sua opera è un ambizioso tentativo di comprendere tutto e tutto chiudere, lavorandoci dentro, in uno spazio d’immaginazione tradotta in testi e atti. La sua è una sorta di appassionata, vivace bibbia delle scommesse esistenziali, a cui non si può chiedere mai una risposta definitiva. Mettere le mani (e le idee) negli strumenti, nelle forme di racconto o in quelle di opinione (gli scritti corsari) significava per Pasolini calarsi nel processo esaltante di un lavoro da compiere fino in fondo, con il meglio di sé, e comunque con tutto quanto costituiva il suo essere d’autore.

Siti, letterato e scrittore di romanzi, nel tirare le conclusioni di una lunga fatica, comincia paradossalmente parlando dell’ "inconcepibile pressappochismo" di Pasolini, delle citazioni a memoria spesso sbagliate; continua annotando che l’autore di "Una vita violenta" si rifà a passi trovati virgolettati in una rivista e fa credere di avere letto tutto il libro, osserva "che egli esibisce con sicurezza testi che ha soltanto orecchiati… dissemina riferimenti alla linguistica, all’antropologia, alla sociologia rubacchiati in pubblicazioni specialistiche… non dichiara le sue fonti, nemmeno in nota, ai limiti del plagio". E così via.

Siti è uno studioso serio, non un nemico di Pasolini; anzi, al contrario, era un amico, lo conosceva bene e gli ha dedicato scrupolosamente anni di attenzione e di passione; parla di una febbrile inquietudine e avidità, persino di "cialtroneria" che chiama "bulimia intellettuale", una voracità dovuta al disprezzo dell’artista per "l’erudizione da culi di pietra, per insofferenza e odio dell’accademia (con relativo complesso di inferiorità)".

Lo capisco. Sbalordimento. Siti si è trovato di fronte a una produzione letteraria caratterizzata da una mobilità irrefrenabile, un terremoto costante, movimenti creativi continui, tracce ovunque: una poesia si muta in pagina di prosa, diventa soggetto per un film, poi testo teatrale, poi ancora s’infila in un saggio appassionato.

Lo studioso Siti commenta: "Detenere la poesie vuol dire poter considerare il mondo come un set… Se esprimere è un modo di viaggiare, le diverse forme espressive non sono che i diversi mezzi di trasporto… Tutta l’opera pasoliniana è schiacciata sull’autobiografia, ma i veri e propri testi autobiografici sono sporadici, ironici e marginali. Proprio per questo spreme ogni minuto della sua vita in una cosa di carta ma non definitivamente...".

Ovvero, Pasolini scrittore veloce, affamato, "insoddisfatto della propria vita di carta deve tornare a spremerla", incurante delle opinioni dei nemici o dei malevoli ma anche di chi gli vuol bene e lo esorta a non abbandonarsi al desiderio di intervenire su tutto, amici come Franco Fortini o come Italo Calvino che lo invita "a mordersi la lingua".

Vien da domandarsi se fosse possibile per Pasolini "mordersi la lingua" senza perdere il ritmo, l’intensità, la vivacità di un lavoro che non si poteva fermare, se non fosse venuta dal buio una mano omicida.

Pasolini, per fortuna, è un autore, un personaggio controverso. "E’ un paradosso, ma Pasolini sembra destinato a confliggere anche a trent’anni dalla morte, persino dentro la sua opera omnia, persino nel suo monumento".

Queste ultime sono alcune righe tratte da un articolo che Carla Benedetti, un critico di valore, giovane, ha scritto per l’Unità il 29 aprile 2005, in polemica con Siti, colpevole di essersi sovrapposto a Pasolini con i propri commenti e di aver voluto pubblicare nei Meridiani, terra di lavoro sul lavoro, tutto ma proprio tutto, proponendo persino gli inediti che erano e sono gli scarti fatti dal poeta. "Perché tanta acrimonia da fratello minore mentre vesti i panni dell’esperto, del filologo? Perché questo cimento risentito con il tuo grande predecessore, troppo grande, che ti sovrasta… che devi far fuori?… Ai letterati d’Italia egli è sempre risultato intollerabile, e lo è ancora per te, che sei il suo curatore postumo. In questo tu non sei un Io, ma un Noi: anche tu spiazzato dalla sua esorbitanza, anche tu indotto a vendicarti, quasi per un automatismo antropologico, da letterato, da professore".

Pasolini, mente e braccio, poeta e uomo che divide. Eppure, ritengo che spiare Pier Paolo nel suo laboratorio, frugarci dentro, curiosare, sia una delle cose da fare (oltre che indagare sulla verità del delitto compiuto all’idroscalo di Ostia), insieme a molte altre, fra cui approfittare degli studi esistenti per approfondirne la personalità, i linguaggi, i contenuti, i temi pasoliniani.

Ma il passo decisivo è indagare da lettori e da spettatori, e soprattutto da specialisti e addetti ai lavori, sulla costruzione dell’edificio dai molti appartamenti alzato dal poeta-regista.

E’ esemplare l’approdo di Pasolini alla regia, dopo essere stato uno spettatore appassionato: tra i film che amò c’era quel Gilda con Rita Hayworth che scoprì da giovane in una sala buia, ossia in quelle sale che oggi non ci sono quasi più e che comunque hanno perduto il fascino di un tempo, quel fascino che Giuseppe Tornatore è riuscito a rievocare con grande sensibilità nel suo film Nuovo Cinema Paradiso.

Poi. Molti ignorano che Pasolini aveva un’attenzione speciale per un’attrice come Marilyn Monroe. Lo provano questi versi di una canzone interpretata da Laura Betti, dopo la morte misteriosa della diva:

"Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano,/ smettono per un momento i loro maledetti giochi,/ escono dalla loro inesorabile distrazione,/ e si chiedono: «E’ possibile che Marilyn,/ la piccola Marilyn ci abbia indicato la strada?»/ Ora sei tu, la prima, tu la sorella più piccola,/ quella che non conta più nulla, poverina, col suo sorriso,/ sei tu la prima oltre le porte del mondo/ abbandonato al suo destino di morte".

Si dirà: in che misura questa canzone e questa diva ci avvicinano a un metodo di attenzione, studio e rielaborazione della realtà?

La risposta è semplice. Un artista non nasce nel nulla, ha alle spalle un passato e dalla tradizione (sono "una forza del passato" scriveva Pier Paolo), esiste, guarda, assorbe, capta e restituisce con il suo stile. Emozioni e capacità di raccontare.

In Pasolini, il processo delle idee comincia non tanto da ciò che si impone per le vie del potere o per l’abitudine o perché viene dai luoghi comuni, quanto da una ricerca che crea un corto circuito tra le scelte e i gusti di un individuo dotato, com’era Pasolini, e i sentimenti collettivi. La forza del passato e del presente, e forse del futuro, in questo poeta-regista sta nel suo tessere quotidiano, in certi casi apparentemente maniacale, in sintonia con qualcosa che riguarda tutti.

L’autore degli Scritti corsari, il saggista, l’interventista senza posa sui fatti e sui personaggi dei vari momenti nella nostra storia degli anni Sessanta e Settanta - una pratica cominciata prestissimo nella "carriera" del corsaro della penna e della cinepresa - non avrebbe potuto denunciare quella che lui stesso ha chiamato "rivoluzione antropologica", se non avesse sentito e operato nel senso di una partecipazione profonda a quanto stava avvenendo. Infatti, ad esempio, Pasolini ha sentito e visto che tutti, in prima fila i giovani, stavano per cadere nella grande, invitante trappola del consumismo e della omologazione, l’uno intrecciata con l’altra. Ma è l’omologazione il bersaglio principale di una battaglia pasoliniana che partiva da una sensibilità forgiata per le idee in età di adolescenza e affinata con le esperienze dolorose venute dopo (i guai con la giustizia in Friuli per l’omosessualità, l’espulsione dal Partito comunista, la necessità di lasciare Casarsa della Delizia per scegliere di vivere e di cambiare nella Roma di Cinecittà).

Questa sensibilità ha trovato la strada giusta per emergere nella qualità del lavoro artistico e politico dell’artista. Chi ha collaborato con lui nel cinema e nel teatro - forme che hanno bisogno di diversi impegni messi in comune - sa bene la sua capacità di ascolto per i consigli ad esempio dei cosiddetti tecnici. Lo stesso Pasolini riconosceva che, senza una profonda intesa con i direttori della fotografia, i suoi film non sarebbero stati possibili. E ciò valeva per i costumisti, gli scenografi, gli arredatori, i macchinisti, gli elettricisti. Analogamente per il teatro dove la manualità della scena si fonde con la preparazione degli attori e dei movimenti sul palcoscenico.

Del resto, la prova di quanto vado dicendo la si trova nei manifesti programmatici e nelle dichiarazioni di principio che accompagnavano la realizzazione delle pellicole, degli spettacoli, dei romanzi. Non era, non è teoria, non è astrazione quella proposta da Pasolini ma l’indicazione di una strada da trovare e da intraprendere. Un po’ come fanno gli ingegneri quando devono costruire un ponte o un edificio.

Studiando Pasolini in due libri, già citati (prima per Pasolini e il teorema del sesso e poi per Pasolini passione) mi sono reso conto che non mi bastava guardare o leggere, ma dovevo varcare una soglia, la soglia nascosta che sta tra ciò che viene stampato o proiettato e ciò che le mani di un autore fanno d’accordo con le emozioni e il progetto che ha in testa.

Dovevo adempiere quel che chiede, con umiltà e orgoglio, lo stesso Pasolini:

"… io , se sono vivo,/ lo sono in questa terra,/ lo sono per la gioia/ di conoscerla, e darmi/ ad essa per averla". Per conoscere, insomma, bisogna "darsi", lavorare.



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Tutte le televisioni di Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro






Tutte le televisioni di Pier Paolo Pasolini

Italo Moscati


Per ragioni storiche, la televisione era una sola quando Pier Paolo Pasolini se ne occupò in tanti modi diversi, inventando com’era sua abitudine non una ma tante televisioni, di cui qui cercherò di raccontare. Cercherò di raccontare questa storia dalle molte storie non prima di avere detto che, per parlare (non per scrivere come mi è più volte capitato) di Pasolini e della o delle "sue" televisioni, mi sono recato a Casarsa della Delizia, il luogo di nascita della madre di Pier Paolo, Susanna, e il luogo dove crebbe il ragazzo Pasolini, la cui nascita come si sa avvenne a Bologna. Nel 1922. Lo specifico perché, in questo scritto, le date sono molto importanti.

Mettere piede per la prima volta a Casarsa, dopo aver scritto un libro e mezzo su Pasolini, ha significato per me provare una grande emozione. Un libro e mezzo, ho detto, perché il primo "Pasolini e il teorema del sesso", uscito dal Saggiatore nel 1995, a vent’anni dalla morte del poeta-scrittore-regista-corsaro, è il libro base dove ho ricostruito la sua biografia puntando soprattutto sugli anni Sessanta e in particolare sul 1968, l’anno della contestazione, l’anno della presenza di Pasolini alla Mostra del cinema dove venne presentato tra lo scandalo, anzi gli scandali per e intorno al suo film Teorema. Il mezzo libro è la trasformazione del primo in un volume più ampio e articolato dal titolo Pasolini passione.

Ho tenuto a fare questa precisazione per dire come mi sono avvicinato a Pasolini e alla sua poderosa opera, dopo averlo conosciuto e frequentato, provando per lui e il suo straordinario eclettismo - non solo da "pasticheur", come amava definirsi lui stesso-, una sincera stima e ammirazione: una persona che sapeva trovare spesso le parole giuste per i giovani della mia generazione. Arrivare a Casarsa nel 2009, con queste circostanze alle spalle, trentaquattro anni dopo il 2 novembre 1975, quando Pasolini fu ucciso, avrebbe potuto significare una sensazione che si poteva persino temere: una eccessiva forma di partecipazione, una commossa visita alle spoglie di un vecchio amico intenerita dall’ambiente, da terra e muri, strade e campagne, a cui era tornato senza volerlo, ucciso. Invece, con mia sorpresa, grazie alla premura e alla simpatia degli amici del Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa, la visita si è intenerita per ovvie ragioni ma soprattutto per l’occasione offerta da un tema che solo sporadicamente è stato considerato, e che comunque ha trovato qua e là articoli, saggi, interventi, tesi universitarie. Un libro interessante lo ha scritto un giovane studioso, Gabriele Policardo, e s’intitola Schermi corsari - Pasolini in televisione, pubblicato dall’editore Bulzoni; e ad esso si può rimandare per approfondimenti utili. Pasolini e la televisione, beninteso anche in televisione (come vedremo), ecco il tema. Un rapporto che si rivela rivelatore a tanta distanza di tempo dai primi interventi dello scrittore in coincidenza con l’inizio delle trasmissioni avvenuto nel gennaio del 1954.

Perché rivelatore? Innanzitutto perché Pasolini trovò il modo di inserirsi nel gran focoso dibattito fra gli intellettuali dell’epoca, intellettuali più contro che pro. La televisione era vista in genere negativamente. Alcuni erano possibilisti, come ad esempio Francesco Alberoni, fra i primi docenti universitari a collaborare con la Rai (la televisione era la Rai, solo la Rai allora), producendo consulenze e ricerche. Altri erano fieri avversari, ovvero tutti presi da una violenta voglia polemica verso la televisione e i guasti che avrebbe provocato. Ad esempio, Elemire Zolla, che era tra i più accaniti, o i seguaci delle posizioni di Adorno e della Scuola di Francoforte: i massmedia visti, senza batter ciglio, freddamente, come assoluti strumenti di alienazione della massa e soprattutto del singolo individuo. C’era poi la posizione di Umberto Eco che aveva vinto un concorso per entrare alla Rai, la frequentò poco e si dedicò poi agli studi di semiotica; e inventò una contrapposizione rimasta a lungo famosa, quella fra "apocalittici" e "integrati", ovvero fra i critici catastrofisti e tutti coloro (dipendenti o no della Rai) che lavoravano per la giovane industria televisiva, ne vedevano i pregi e si aspettavano, lavorandoci, un gran beneficio culturale per il paese.

Senza essere un "integrato", il linguista Tullio De Mauro prese posizione - si era già arrivati agli anni Sessanta - riconoscendo che la televisione della Rai aveva contribuito in modo rilevante alla diffusione e all’uso della lingua italiana in una penisola con larghe zone di analfabetismo e di un impiego dei dialetti spesso ostacolo alla comunicazione tra gli stessi italiani.

Pasolini, nel 1966, quando la televisione compiva dodici anni, e si stava affermando con impetuosa consistenza, si espresse con dura chiarezza contro la stessa televisione, suscitando grandi titoli sui giornali per averla paragonata senza mezzi termini a un campo di sterminio, delle idee, delle coscienze, della sensibilità, e così via. Camera senza gas ma raggi catodici ustionanti. Coerentemente, in quell’anno, proprio il 1966, scrisse un articolo intitolato Contro la televisione, riportato nel 2001 in Tutte le opere pubblicate nei Meridiani. Si tratta di parole che vanno a fondo, costituiscono una lunga epigrafe sulla tomba delle intenzioni che gli "integrati"- ovvero i sostenitori acritici della stessa televisione - predicavano ad alta voce.

"La televisione è tutta buona?", si domandava Pasolini. E rispondeva: la televisione è bravissima a fingere di essere il medium che unisce, mentre invece è proprio il mezzo che separa. Poi, così concludeva: è il mezzo che separa "esclude i telespettatori da ogni partecipazione politica - come al tempo fascista: c’è chi pensa per loro, e si tratta di uomini senza macchia, senza paura, e senza difficoltà neanche casuali e corporee. Da tutto ciò nasce un clima di terrore. Lo vedo chiaramente il terrore negli occhi degli annunciatori e degli intervistati ufficiali: non va pronunciata una parola di scandalo - e poiché è scandalo anche un mal di pancia - se esso potenzialmente mette in discussione la sicurezza della spiritualità statale - praticamente non può essere pronunciata alcuna parola in qualche modo vera". È appena il caso di fare un confronto tra quegli anni (la contestazione del 1968 stava montando) e quello che è accaduto dopo, fino ai giorni nostri. Innanzitutto per quando riguarda "gli occhi degli annunciatori e intervistati ufficiali". Sono cambiati gli uni e gli altri, soprattutto in seguito all’avvento delle televisioni private, Mediaset in testa, e al conseguente cambiamento di stili e di contenuti dovuto ad una crescente concorrenza oggi sedata almeno in gran parte per le ragioni che sappiamo e che sono negli occhi di tutti.

Gli "occhi" di cui parlava Pasolini sembrerebbero diversi. Gli annunciatori sono stati sostituiti dai giornalisti nei telegiornali e gli intervistati ufficiali hanno cambiato casacche a seconda delle mutazioni elettorali e quindi politiche.

Ma gli "occhi" sono gli stessi. Forse più eccitati, nevrotici, inquieti, ansiosi, o sonnambuleschi quando i giornalisti, o gli annunciatori avanzati dalle stragi del tempo, intervistano gli "intervistati ufficiali", cioè i portavoce o comunque gli esponenti di partito di maggioranza e di opposizione infilati in hamburger mille sapori di nessun gusto.

Atteggiamenti, ieri e oggi, frutto del terrore. Terrore che nasce in costoro perché perfettamente e segretamente consapevoli della insincerità di cui sono soltanto gli esecutori, una sorta di sviluppo di un senso di colpa e di vergogna, ben occultato.

Se costoro tendono oggi a dimostrare autonomia lo fanno quasi sempre non in nome della sincerità ma per rendere meglio il servizio al potere o ai poteri che li controllano e demandano loro il ruolo di controllori del pubblico.

Pasolini era estremo nei suoi giudizi ma conosceva bene le difficoltà proprie della televisione. Le apprese di persona, commentando la "tragedia di Brema": un incidente aereo in cui avevano perso la vita sette nuotatori della nazionale italiana, un allenatore e un cronista. Fu dominato dal medium che scoprì capace di essere troppo emotivo, cioè portato a suggerire, anzi a imporsi, come interprete soprattutto di generiche emozioni di fronte a fatti troppo naturalistici, realistici. Policardo, riferendo di quel commento alla "tragedia di Brema", dice che Pasolini risultava stranamente innaturale, nervoso, astratto.

Nessuna meraviglia. Le telecamere del telegiornale, puntate sul volto, in mezzo allo studio con le luci e addetti sparsi ovunque, la regia nascosta eppure presente, possono fare questo effetto. Serve un tirocinio, un addestramento. Fu una prova e una lezione.

Come Pasolini recepì la lezione venne dimostrato in diversi modi, nei numerosi programmi e inchiesta che il poeta-regista accettò di fare, o addirittura chiese di fare. Un elenco non lunghissimo, da cui si possono trarre degli esempi significativi.

Partendo dalla prova provata dell’influenza che la televisione non può non avere, Pasolini scelse di lavorarci assecondando le sue straordinarie qualità di narratore anche in campo giornalistico, come aveva del resto dimostrato in un suo film del 1964, Comizi d’amore. Una pellicola che non sarebbe mai stata realizzata se non ci fossero stati otto anni di esperienze televisive compiute dalla Rai arruolando tecnici e registi (non di primo piano) per le inchieste a puntate, i reportage, le rubriche giornalistiche.Il desiderio di entrare nella corrente di immagini con cui la televisione integrava il cinema e tendeva a sopravanzarlo, oltre che per un convinto interesse di carattere antropologico, spinse Pasolini ad occuparsi di un tema che era ben lungi allora, e ancora oggi, dal suscitare una sincera attenzione in Rai: il sesso, un tabù che faceva parte delle cose su cui sorvolare o da omettere, come ce n’erano e ce ne sono ancora tanti, oggi: come la genetica, l’eutanasia.

La televisione degli inizi tagliava via sistematicamente tutto ciò che poteva toccare punti nevralgici del costume, della religione, della vita politica e industriale. Solo con la nomina a direttore della Rai di Ettore Bernabei, democristiano vicino ad Amintore Fanfani, uno dei leader del partito, ci fu una svolta, sia pure prudente.

La televisione, grazie alla fiducia riscossa da Bernabei nell’ambito del partito di quello che allora si chiamava "l’arco costituzionale" (esclusi gli ex fascisti del Movimento sociale italiano), cominciò a promuovere indagini o campagne anche risolute contro la speculazione edilizia o la condizione di miseria e di abbandono nelle campagne, o documentare l’impetuosa immigrazione fra Sud e Nord e relativi fenomeni di razzismo.

La televisione poteva attaccare, fare denunce, far sentire la voce di illuminati giornalisti. Ma si arrestava alle prime fermate. Individuava, ma solo di rado andava a colpire i responsabili o alzava i toni della polemica. Pasolini voleva provare con il cinema, rendendolo antagonista e concorrente alla televisione, a spingere più avanti il racconto per immagini calato nella società uscita dal miracolo e dalla "dolce vita", una società incerta sul futuro che scopriva di avere alle spalle larghe zone di silenzio e d’ombra.

In Comizi d’amore uscì un ritratto dell’Italia che stupì il pubblico, per due motivi. Il primo: il tabù del sesso stava crescendo una generazione di adolescenti ignoranti di tutto, dalla nascita alla verginità, alla procreazione. Il secondo: la paura, addirittura l’orrore per l’omosessualità.

Ma la vera novità fu lo stesso Pasolini che, col microfono e l’operatore in presa diretta, girava le sue storie con affabilità, pudore e tuttavia con puntigliosa ricerca della verità sulle persone. Presentava ragazze e ragazzi in sboccio, nei loro quartieri, sulle spiagge, nei luoghi di struscio e di folla; e incontri sui treni, per strada, sempre o quasi all’aperto; interviste, piccole perle, a Ungaretti e Moravia che cercavano anche loro di capire cosa stava succedendo nell’Italia degli anni Sessanta. Il film viene oggi considerato un capolavoro, era un work in progress come si diceva allora. Pasolini mescolandosi, parlando con gli altri, dava il meglio di sé, scriveva una sceneggiatura a sorpresa, poi sistemata dal montaggio.

Il regista aveva già realizzato Accattone (1961) e Mamma Roma (1962), La rabbia e La ricotta (1963). Dopo Comizi d’amore farà Il Vangelo secondo Matteo. Non era contento della Rabbia, film documentario diviso in due parti, l’altra affidata a Giovanni Guareschi che non approvava. Il suo episodio era preoccupato, teso, ridondante, con pagine molto belle, una delle quali dedicata a Marilyn Monroe, la "sorellina" che aveva visto morire. Per la televisione, in quel gran giro di lavori e progetti, aveva fatto nel 1963 I sopralluoghi in Palestina, sopralluoghi in cui scoprì che la Palestina che cercava, quella della nascita di Gesù, era scomparsa; e, quindi, decise che avrebbe girato il suo Vangelo tra i Sassi di Matera.

Il metodo, in questo documentario di 54 minuti, era simile a quello dei Comizi d’amore: troupe ridotta, un operatore, un fonico, la sua "voce" e il suo "corpo" sottile e robusto in campo e fuori campo per il commento e per le interviste; e, infine, un’auto per viaggiare da un punto all’altro nell’ antica Terra Santa che Pasolini cercava di ritrovare, invano. Ma se la delusione cresceva, a mano a mano che i sopralluoghi consumavamo benzina e giorni, una convinzione si era fatta definitivamente strada nel Pasolini televisivo, girando in Palestina.

Per la televisione, com’era allora, bisognava essere discreti, riservati, sperare nella distrazione dei supercapi e dei dirigenti; occorreva capire gli spazi pratici e soprattutto mentali, di disponibilità e cioè di apertura, per condurre in porto un progetto. Il cinema era una tavolozza d’artista. La televisione un piccolo schermo potente in cui si poteva badar bene a cosa si diceva e come si appariva.

Pasolini continuò con accanimento le esperienze di reportage televisivi. Nel 1968 girò Appunti per un film sull’India, nel 1969, Appunti per un’Orestiade africana e nel 1970, Le mura di Sana’a nello Yemen. Viaggi orientati da film che farà o che sperava di fare. Era la televisione che gli piaceva fare e non si negava a interviste anche lunghe su tutti i temi "corsari" su cui studiava, in particolare il consumismo e i giovani usciti dai suoi "comizi d’amore" e finiti in altri amori, in altri problemi.

Poi arrivò il momento in cui la riflessione di Pasolini si espresse nettamente, in modo concreto. Lo si seppe, lo si capì dopo la sua morte il 2 novembre 1975.

Quattro anni prima Pasolini, famoso e discusso, aveva accettato l’invito di Enzo Biagi, prestigioso giornalista, conduttore televisivo, per partecipare alla trasmissione Terza B: facciamo l’appello, 1971.

Entrò negli studi di via Teulada a Roma il 27 luglio dello stesso anno, e si sedette accanto ai compagni di scuola del Liceo Galvani di Bologna che aveva frequentato. Entrò. Ma la trasmissione non comparve sul piccolo schermo.

Che cosa era accaduto? La messa in onda era stata sospesa per una vicenda giudiziaria che coinvolgeva lo stesso Pasolini quale direttore responsabile di Lotta Continua. Avverrà appunto quattro anni dopo.

Nel 1975, all’indomani del giorno funesto dell’uccisione a Ostia, Terza B: facciamo l’appello venne ripescata e trasmessa fra i ricordi dedicati al poeta-scrittore-regista- corsaro.

Si capì che quell’ apparizione in ritardo scavalcava la circostanza della memoria e dell’omaggio, andando dritta al cuore del problema dimostrando una volta per tutte come Pasolini vedeva la televisione.

Biagi gli chiede un suo parere sulla trasmissione.

Pasolini risponde con queste precise parole: "Con i miei amici (i compagni di scuola, ndr ) per fortuna siamo riusciti ad andare al di là dei microfoni e del video, e a ricostituire qualcosa di reale, di sincero, ma come posizione, la posizione è brutta, è falsa".

Biagi gli domanda perché.

Pasolini: «La televisione è un medium di massa, e il medium di massa non può che mercificarci e alienarci».

Biagi:

«Ma oltre ai formaggini e al resto, come lei ha scritto una volta - ‘questo mezzo ci porta soprattutto dei formaggini in casa’- esso porta qui e adesso le sue parole: noi stiamo discutendo tutti con grande libertà senza alcuna inibizione, o no?»

Pasolini:

«Non è vero»

Biagi:

«Si, è vero, lei non può forse dire tutto quello che vuole?»

Pasolini:

«No, non posso dire tutto quello che voglio…»

Biagi:

«Lo dica!»

Pasolini:

«No, no potrei perché sarei accusato di vilipendio, uno dei tanti vilipendi del codice fascista italiano, quindi in realtà non posso dire tutto; e poi a parte questo, oggettivamente di fronte all’ingenuità o alla sprovvedutezza di certi ascoltatori, io stesso non vorrei dire certe cose; quindi mi autocensuro…»

Il dialogo va avanti ma i due interlocutori non solo non si capiscono, ma hanno idee, sensibilità e attenzioni diverse. Biagi è un giornalista che vuole il risultato, vuole che l’ospite aderisca al suo progetto. Per Pasolini la televisione configura un rapporto di subalternità per chi è davanti al video, molto di più di quanto non avvenga con tutti gli altri mass media.

Un dialogo esemplare, che fa effetto. Oggi nella televisione, anzi nelle televisioni tutto sembra consentito. Si va più in là rispetto a una situazione in cui la Rai era la sola padrona del campo. Oggi le televisioni sono molte ma non pare che ciò significhi pluralismo, al contrario, spesso testimonia una circolazione di parole, persone, contenuti, posizioni a senso unico. Ieri la Rai, voce unica, preoccupava Pasolini per la sua autorità senza confronti. Oggi Pasolini, sulla base di un passaggio del dialogo, avrebbe tutte le ragioni per affermare un dato indiscutibile: la tendenza delle televisioni a mantenere un livello per sprovveduti, in cui ogni argomento sembra intrecciarsi all’altro, e proporre una lunga farsa in nome dell’intrattenimento che si aggiudica ogni genere televisivo, dai dibattiti alla fiction.

Diavoli (le storie di mafia) e Santi (le numerose biografie) rientrano in uno sfaccettato supercontenitore dove l’amalgama ha un solo ingrediente: puntare al maggiore ascolto, in nome di un alibi, uno qualunque, anche ipocrita.

Quel che resta fuori dall’amalgama, langue in orari impossibili e a poco a poco scompare.

«No, non posso dire quello che voglio», sosteneva Pasolini. È ancora vero. Si dice di tutto nelle televisioni, con le parole e le immagini. Ma tutti noi sappiamo che altre parole, altre immagini, parole vere, immagini vere, restano fuori, o prendono le briciole cadute dalla gran tavola dei Formaggini & cibi & alcolici. La tavola dello show permanente.

Pasolini preferiva farla, la televisione, secondo il suo talento; avrebbe continuato ma non avrebbe cambiato idea sulla questione di fondo:

«No, non posso dire tutto quello che voglio».

Fonte:
http://drammaturgia.fupress.net/saggi/saggio.php?id=4408


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