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venerdì 24 giugno 2022

Pier Paolo Pasolini, "DIALOGHETTI" SUL CINEMA E IL TEATRO - IL TEMPO DISTRUGGE LA PUREZZA - ARTISTI, ESPERIENZA E FANTASIA - Tempo n. 48, pagina 17, 23 novembre 1968

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Pier Paolo Pasolini


*"DIALOGHETTI" SUL CINEMA E IL TEATRO


*IL TEMPO DISTRUGGE LA PUREZZA


*ARTISTI, ESPERIENZA E FANTASIA


Tempo
numero 48
rubrica "Il Caos"
pagina 17
23 novembre 1968


Sono sull’Etna. Piove, nevica, passa la nebbia, splende il sole. Torna a piovere, torna a nevicare, torna a passare la nebbia, torna a splendere il sole. Ho, con tre dei protagonisti del film che devo cominciare a girare, i seguenti dialoghetti.

Io. Cos'è il cinema, Niné?

Ninetto Davoli. Il cinema è il cinema.

Io. Lo dice anche Godard, lo sai?

Ninetto. Godard è un uomo intelligente.

Io. Soltanto intelligente?

Ninetto. E poi è uno che mi piace.

Io. Perché?

Ninetto. Perché è uno che potrebbe essere un amico mio... uno che potrebbe essere dei paraggi miei... Un uomo semplice...

giovedì 26 maggio 2022

Pasolini, UN GRANDE FATTO STORICO - DOPO LA CONQUISTA DELLA LUNA - UNA PAROLA DA RIVALUTARE - Tempo, n. 32, 9 agosto 1969

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Pier Paolo Pasolini

UN GRANDE FATTO STORICO

DOPO LA CONQUISTA DELLA LUNA

UNA PAROLA DA RIVALUTARE 

Tempo, n. 32, 9 agosto 1969
Rubrica Il Caos
pagina 13

UN GRANDE FATTO STORICO

Può un uomo collocarsi fuori dalla sua storia (anche se sa che questa storia è un’illusione dell’ottica umana, e l’ha fatta diventare luogo della sua coscienza, con tutti i doveri che tale operazione implica)? No, non lo può. Questo uscire dalla storia, adottando una falsa e bugiarda ottica di postero o di cherubino, è un atto caro ai reazionari, e i giornali di destra son pieni di scrittori che si prestano a simili ascesi, atte a soddisfare il bisogno spiritualistico dei piccoli borghesi (che, sia pure inconsapevolmente, son essi i nefandi «materialisti», oggetto del loro odio).
Dunque, se un uomo non può uscire dal giro storico in cui è incastrato, con tutta la sua coscienza, non può giudicare sub specie aeternitatis gli avvenimenti storici della sua epoca. Se lo fa è un ipocrita.

giovedì 7 aprile 2022

Pasolini, INCONTRO COL LIVING - Tempo, numero 16 del 19 aprile 1969

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Pier Paolo Pasolini
INCONTRO COL LIVING

Tempo, numero 16 del 19 aprile 1969 

Sono corso, alle otto di sera, attraverso quella città sublime che è Nuova York, per raggiungere «The academy of music» a Brooklyn, un grosso e vecchio teatro dove c’era una rappresentazione del Living Theatre. Ecco il palcoscenico in fondo alla platea ancora semivuota, gli attori del Living: Ben Israel, Rufus, e, con la faccia bianca, il piccolo cranio calvo scintillante, e i capelli tirati, lunghi dietro le orecchie, Julian Beck. Meditano, provocatori, nel loro rito estetico che vuol farsi pragmatico, iniziazione a una coscienza fondata su una idea «riflessa» della religione: protesta e non-violenza, Freud e i santi indiani. Sono commoventi, cari, mi vien voglia di salire sul palcoscenico e abbracciarli. La platea a poco a poco si riempie: è piena. È la misteriosa gente di Nuova York, che non ha equivalenti in Italia:
intellettuali disperati, coi segni di una degenerazione fisica cercata, di una protesta ostentata e codificata, generosi, ingenui, apparentemente senza ambizioni, e nel tempo stesso falliti e disperati, estranei gli uni agli altri, fino alla crudeltà di chi è inattingibile e inavvicinabile, e nel tempo stesso perduti nel bisogno degli altri, verso cui sono disponibili in modo quasi imbarazzante, indifesi portatori di valori di estraneità e insieme di omertà; il loro modo di vestirsi non ha limiti, ormai «tutto» rientra nella norma (anche se in questi giorni c’è un certo prevalere della moda «india», con bende rosse che cingono la testa, ecc.).

Comunque sia, i «destinatari» del Living sono un numero enorme, benché più off di così, quanto a decentramento, non si possa essere. La crescita smisurata dei destinatari ha fatto diminuire il potere di provocazione del Living, e quindi la sua oggettiva necessità e purezza. Inoltre, lo spettacolo obbligatorio a Nuova York è oggi Hair (passata a Broadway, dopo una lunga permanenza off’, tra gli hippies, ecc., e dunque integrata e assimilata). È una rivista musicale molto graziosa e priva di volgarità, con tutti attori giovanissimi e, come si dice in gergo, «straordinari», ecc. Veramente struggenti, dal ragazzo negro col giubbotto corto di pelo, al ragazzino biondo coi capelli sempre sugli occhi, ecc. Hair è una specie di carosello nuovaiorchese, piuttosto folcloristico, che passa in rassegna tutto ciò che di ribelle accade nella città: tutto con molta grazia, e, alla fine, la morte del soldatino nel Vietnam è commovente.

Ma tutto è dunque andato a finire così? Nuova York resta una città sublime, è certo, il vero ombelico del mondo, dove il mondo mostra ciò che in realtà è. Tuttavia rispetto a tre anni fa, tutto sembra sospeso e come morto. Dov’è scomparso Ginsberg? E Bob Dylan? È solo questione di una moda passata? E dove sono scomparsi i cortei di pacifisti e i ragazzi che cantano sulla chitarra, come se questo accadesse per la prima volta nel mondo, canzoni contro la guerra? Dov’è la tragedia spettacolare, vissuta pubblicamente e perciò trascinante, vitale, esaltante? Tutto è cessato: ne è rimasto il folclore come la stupenda squama di un serpente sgusciato via, sottoterra, underground, a lasciare capelloni spenti, piccoli gangster, folle di disperati a popolare l’America di Nixon.

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domenica 13 febbraio 2022

Pier Paolo Pasolini, CHE COSA È SUCCESSO A VENEZIA - Tempo, numero 38, del 14 settembre 1968

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Pier Paolo Pasolini
CHE COSA È SUCCESSO A VENEZIA

Tempo,  numero 38, del 14 settembre 1968

È questa una breve cronaca dei primi giorni della Mostra di Venezia, da cui cercherò di far emergere quello che, secondo me, è il senso reale di quanto è successo.

L’occupazione della Mostra, decisa dall’Anac - che la definiva una «occupazione pacifica di lavoro» - e portata avanti da un Comitato di coordinamento formato dalle più svariate forze di opposizione - dai partiti di sinistra, compresa parte del Psu, a una esigua rappresentanza di studenti - si è presentata all’opinione pubblica come una lotta per la cultura, e quindi solo implicitamente politica.

Ciò ha creato un’enorme confusione: 

  • a) presso gli uomini di cultura, che, sul piano culturalistico, ci rimproveravano di opporci a una Mostra che era effettivamente dalla parte della cultura; 
  • b) presso gli operai, che non si sentivano più di accettare l’equivalenza, tautologica e retorica - buona per tutti gli anni Cinquanta -: lotta per la cultura «progressista» uguale lotta politica; 
  • c) presso gli studenti, che si disinteressano, a ragione o a torto, dei problemi strettamente culturali, e che, non essendo vissuti negli anni Cinquanta, non ci pensano nemmeno a operare un’identificazione aprioristica tra una lotta per la cultura e una lotta politica; 
  • d) presso gli osservatori e i giornalisti, che hanno visto nella lotta dell’Anac semplicemente una misera lotta competitiva col direttore della Mostra.

mercoledì 29 dicembre 2021

Pier Paolo Pasolini - GIORNALISTI, OPINIONI E TV, DROGA E CULTURA - Tempo n. 53, 28 dicembre 1968

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Pier Paolo Pasolini
GIORNALISTI, OPINIONI E TV
DROGA E CULTURA 

Tempo n. 53
28 dicembre 1968



GIORNALISTI, OPINIONI E TV


Mi è stato chiesto da un giornalista perché gli intellettuali collaborano così poco, così malvolentieri, con così poca partecipazione alla televisione.
Gli ho risposto facendo un’ipotesi, più o meno nel modo seguente: «Ammettiamo che la televisione non rappresenti più, diciamo, genericamente, il Potere, ma, direttamente e concretamente, il Parlamento. Ammettiamo, dunque, che sia diretta dai rappresentanti dei partiti, che verrebbero così ad avere su di essa una fetta di responsabilità proporzionale alla loro rappresentanza in Parlamento. Ecco che in tal modo le fonti di informazione si moltiplicherebbero e nel tempo stesso perderebbero ogni crisma di ufficialità. Lo spettatore finirebbe di essere un bambino che sente parlare dal video il padre (anche se quasi sempre qualunquista e benevolo) e diventerebbe un adulto “costretto” dalla natura stessa del rapporto a giudicare ciò che gli viene comunicato. Cadrebbe ogni autoritarismo e ogni forma, degradante, della comunicazione di massa: infatti l’ascolto, diverrebbe per forza un ascolto critico. Com’è per esempio, l’ascolto di Tribuna politica. Nell’ipotesi qui prospettata, è chiaro che gli intellettuali si deciderebbero a partecipare con entusiasmo alle trasmissioni televisive, ognuno nel suo campo ideologico e politico: e sarebbe stupendo».

lunedì 20 dicembre 2021

Pier Paolo Pasolini, TANTI AUGURI! Tempo numero 1, 3 gennaio 1970

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Pier Paolo Pasolini
TANTI AUGURI! 

Tempo numero 1
3 gennaio 1970


Siamo arrivati all’insopportabile Natale. Non ho niente da aggiungere a quanto dicevo un anno fa, qui, contro questa festa stupida e irreligiosa.
Tanti auguri ai fabbricanti di regali pagani! Tanti auguri ai carismatici industriali che producono strenne tutte uguali!

giovedì 24 giugno 2021

Pasolini, Importanza di un nuovo regista - Tempo, 7 giugno 1969

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Pier Paolo Pasolini
Importanza di un nuovo regista

Tempo, 7 giugno 1969

Ho la gioia di annunciare che è nato un nuovo regista-autore. Enzo Siciliano. Ho visto la prima copia del suo film La coppia, in visione privata. Quando il film uscirà, son certo che il nostro Morando Morandini ne dirà molto bene, e con gli argomenti del caso. Io mi limiterò a delle considerazioni (o previsioni) generali. Questo film - dal punto di vista tecnico fin troppo sicuro, elegante e sciolto, pieno di ovattate sottigliezze - appartiene in pieno alla cultura: è, insomma, il film di un uomo realmente colto. E poiché il tema del film è un tema culturale, ecco che esso è trattato con assoluta attendibilità (ricordo i clamorosi esempi di inattendibilità del sig. Steiner della Dolce vita di Fellini, dell’eroe della Notte di Antonioni e di Pierrot le fou di Godard). Tale attendibilità è tout court realismo: per cui tutto nel film si dispone al modo giusto: le punte intellettualistiche non fanno una sola stecca, neanche negli acuti, e il registro fa il suo regolare ron-ron per tutto il film senza perdere un colpo. Tale sicurezza del rapporto con la «sua» realtà (un mondo piccolo-borghese colto, in cui si ha un caso di «voyerismo», raddoppiato ambiguamente, e fondato su documenti raffinatamente culturali) fa sì che Siciliano non senta il bisogno di ricorrere a sperimentalismi tecnici esteriori, e che addirittura riadotti uno stile quasi cameriniano. Ciò gli costerà una certa impopolarità tra i cascherini fanatici di «Filmcritica»: ma la sua importanza consiste appunto nel demistificare la moda falsamente culturalistica, in realtà dilettantesca, del cinema post-godardiano.
 


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Pasolini - Processo alla Tappa di Zavoli - Con video - Tempo n. 23 a. XXXI, 7 giugno 1969

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Pier Paolo Pasolini
Processo alla Tappa di Zavoli 

Il giovane Pasolini si muove in bicicletta per insegnare, in bicicletta fa politica, in bicicletta si innamora. La bici è una fedele compagna delle sue passioni, dei suoi stati d’animo, l’interruttore delle sue memorie, basta schiacciarlo, basta parlarne e va in onda in una moltitudine di ricordi”. Così Valerio Piccioni in Quando giocava Pasolini, Limina, 1996, in un capitolo dedicato interamente alla passione di