"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pilade di Pasolini
mito e politica sul palcoscenico
La tragedia dell’amicizia come chiave per leggere
colpa e responsabilità collettiva
La tragedia "Pilade" di Pier Paolo Pasolini concepita nel 1966 e pubblicata nel 1967, "Pilade" si afferma come seguito ideologico dell’Orestea di Eschilo ma, al contempo, come dramma autonomo profondamente radicato nel secondo Novecento italiano. Se, da una parte, la struttura richiama direttamente la tragedia greca, dall’altra l’opera si fa specchio del tormento storico e antropologico del proprio tempo, interrogando le metamorfosi della democrazia, le derive del potere, la lacerazione tra passato e modernità, ragione e mito, rivoluzione e fallimento.
"Pilade" nasce nel cuore di un'Italia attraversata da tensioni senza precedenti. Negli anni Sessanta, il Paese sta vivendo il cosiddetto "miracolo economico", con una modernizzazione rapida e spesso brutale che investe la società a tutti i livelli. L’ondata di benessere materiale però si accompagna a una crisi profonda sul piano dei valori, dei modelli familiari, dell’identità collettiva. Il clima politico risente da una parte dell’entusiasmo progressista, dall’altra di cupa incertezza e violenza latente, che andranno esplodendo negli anni Settanta. In Pasolini, questa stagione si traduce in un sentimento ambivalente; egli è attratto da alcune promesse della modernità ma allo stesso tempo fortemente diffidente verso l’omologazione culturale, la scomparsa delle culture subalterne, delle forme arcaiche di sacralità che egli vede spazzate via non solo dal capitalismo industriale ma anche dalla nuova borghesia urbanizzata.

