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lunedì 28 agosto 2017

Alessandro Barbato - Nota per un’antropologia poetica della realtà: P. P. Pasolini tra letteratura, cinema e antropologia.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Alfonso Maria Di Nola e Pasolini


Nota per un’antropologia poetica della realtà: P. P. Pasolini tra letteratura, cinema e antropologia.



“Passavo ore di fronte a una foglia o a una mano
per capirle cioè per valicare il limite o la sutura dove io 
terminavo e cominciava l’altro, la foglia il tronco. 
Non pensavo direttamente a Dio, ma all’Altro, 
cosa molto più importante per me”.

P. P. Pasolini, 
Lettere (1940 – 1954), 
Einaudi, Torino 1986.

È ormai un fatto assodato, e il continuo proliferare di studi specialistici in materia ne è la conferma più evidente, che Pier Paolo Pasolini sia stato il più antropologo degli scrittori italiani, tanto che in tempi non sospetti fu lui stesso a invitare i suoi colleghi a dotarsi di quegli strumenti, come appunto l’antropologia e la storia delle religioni, considerati indispensabili per la comprensione di un mondo sempre più complesso e in continua trasformazione:
“Nei miei urti polemici e nelle mie discussioni con gli stessi miei colleghi letterati, viene sempre fuori che essi sono sistematicamente privi di nozioni etnologiche e antropologiche, che io possiedo, né da professionista, né da dilettante, ma da semplice letterato che ha scelto «pour cause» tali letture.”(1)

Alfonso Maria Di Nola e Pasolini
E a ben vedere antropologo Pasolini lo è stato sin dagli esordi. Lo era il suo modo di osservare luoghi e persone, individui e culture, sebbene l’impulso primigenio sia stato sempre, prima di tutto, quello poetico. Il suo, infatti, non era certo, e in origine non poteva esserlo in nessun modo, il rigido piglio dello scienziato o dello specialista in materia, ma forse proprio per questo, egli ha potuto cogliere in maniera assolutamente libera e originale le enormi potenzialità della disciplina; riconducendola, in un certo senso, nel seno di quella dimensione anche letteraria che l’ormai raggiunto pieno riconoscimento accademico le aveva sottratto, respingendo, più o meno apertamente, tali nervature del sapere antropologico in un angolo poco frequentato da chi dell’antropologia aveva fatto il suo mestiere.

Nei racconti giovanili l’inconsapevole inclinazione antropologica, se così possiamo definirla, dello scrittore si può già “odorare” nelle complesse – e raffinatissime - descrizioni della vita contadina, nei suoi tramonti tratteggiati sulle vite campestri, nelle pagine in cui il giovane autore indugia nel racconto dell’andirivieni dei migranti friulani dalle miniere del Belgio scolpendone visi e pose nel dettaglio; nelle atmosfere e nei lampi poetici che ci giungono “da quel lontano Friuli” di cui, oltre a una “topografia sentimentale”, ci ha donato anche una “poetica antropologia” in cui, leirisianamente, si mescolano letteratura ed etnografia.(2) Intense le suggestioni “protoantropologiche” anche nelle pagine dell’incompiuto progetto di romanzo sul mare: in maniera evidentissima nel Coleo di Samo, più sotterranee nell’Operetta marina; estremi di un disegno narrativo complesso e affascinante che, a mio avviso, brilla come una vera e propria gemma nella produzione giovanile dell’autore.(3)
Poi venne Roma e la scoperta di un mondo sottoproletario che irruppe prepotentemente nella sua scrittura: nei saggi linguistici, nelle prose e nei versi in cui quella predisposizione all’indagine sull’Altro divenne sempre più scoperta, più manifesta, più strutturata e, pian piano, accompagnata da letture e da “conquiste intellettuali” che la sostennero e la nutrirono incessantemente. Nei romanzi romani e nei tanti “non finiti” pasoliniani di quegli anni, infatti, la lente di osservazione, prima ancora della scrittura in sé, intreccia squarci lirici intensissimi ad analisi da “antropologia del vicino” che, per quanto “spontanee”, come direbbero i puristi della disciplina, si offrono al lettore quasi come fossero un documento di prima mano di un mondo sommerso eppure vivido nella sua rappresentazione. Il mondo delle borgate romane, oltre a essere indagato nel suo vitalismo duro e fangoso, si propone inizialmente come potente e irrinunciabile forma dell’alterità: quasi fosse l’unico ariete in grado di scardinare il muro e i muri che le convezioni borghesi erigevano tra individuo e individuo, tra il singolo e la società, tra culture particolaristiche e ceto dominante; il quale, intanto, andava modellando un “universo orrendo”, fatto a propria immagine e somiglianza, in cui ogni distinzione era annullata:
“La cosa più odiosa e intollerabile, anche nel più innocente dei borghesi, è quella di non saper riconoscere altre esperienze vitali che la propria: e di ricondurre tutte le altre esperienze vitali ad una sostanziale analogia con la propria. È una vera offesa che egli compie verso gli altri uomini in condizioni sociali e storiche diverse.”(4)

Alfonso Maria Di Nola e Pasolini
Ben presto, però, le speranze riposte nel sottoproletariato si rivelarono effimere, fonte di una angoscia irrimediabile ed espressa con tinte sempre più fosche. Così “il sogno di una cosa” pasoliniano assume sembianze indiane, africane e mediorientali. Sono gli anni dell’“Africa unica alternativa”: grido pronunciato all’inizio degli anni sessanta e già disperato, lucidamente consapevole di risuonare come un rimbaudiano canto del cigno di fronte al sempre più disinvolto processo di omologazione delle menti e dei corpi di cui Pasolini nelle sue opere seppe dare lungimirante testimonianza. Dall’inizio degli anni Sessanta, inoltre, Pasolini aveva cominciato a viaggiare verso i paesi del cosiddetto Terzo Mondo che per un discreto periodo alimentarono una delle sue stagioni creative più fertili, coinvolgendo tutti i campi in cui si dispiegava la traboccante creatività pasoliniana: scritti e inquadrature in cui l’alterità extraoccidentale è colta e rappresentata nelle sue affinità così come nelle irriducibili differenze che tale forza incarna rispetto all’universo culturale domestico; in piena consonanza, peraltro, con quelli che erano gli insegnamenti e i problemi indagati da quegli intellettuali, come Ernesto De Martino e Raffaele Pettazzoni che, per usare una efficace formula coniata più tardi da Pasolini stesso in una entusiastica recensione dell’opera di Alfonso M. Di Nola, Antropologia religiosa, rappresentavano la via italiana all’antropologia e alla storia delle religioni:
“[…] si tratta di un vero «Manifesto» che potrebbe aprire, nel nome di De Martino e magari Pettazzoni, la via italiana alla storia delle religioni. Secondo l’autore tale via si configurerebbe in una specie di fusione tra le due scienze distinte costituite appunto dalla storia delle religioni e dell’antropologia: in modo però che l’antropologia abbia una funzione integrante […]”.(5)

Alfonso Maria Di Nola e Pasolini
In tempi non sospetti, dunque, e in misura via via crescente, Pasolini assegnò all’antropologia e alla storia delle religioni quella centralità la cui mancanza proprio oggi, e in modo sempre più accorato, gli antropologi lamentano. E così, in quegli anni per lui così densi di opere e di progetti, tali discipline guadagnano sempre più spazio nei lavori del poeta e dello scrittore, così come del regista e del polemista. Si pensi al ruolo che tale approccio epistemologico riveste nei saggi di linguistica dell’autore, ai versi scritti in occasione della lavorazione di pellicole come “Medea”, che è probabilmente il prodotto più maturo in chiave di dialogo tra grande arte e grande antropologia, densa com’è di ricercate citazioni tratte dalla grande letteratura di settore; a film come “Porcile” e “Teorema”; ai grandiosi progetti incompiuti come “Gli Appunti per un poema del Terzo Mondo”, alla più tarda e ormai celebre riflessione sulla “mutazione antropologica” del “Pasolini corsaro”.
Proprio per questo, sebbene oggi non si fatichi, nemmeno tra gli specialisti del mondo accademico, ad accettare il coté antropologico del cinema pasoliniano che è oggetto di ricerche sempre più approfondite e stimolanti, sarebbe errato e riduttivo ridurre alla sola produzione cinematografica l’utilizzo di un modus operandi che attraversa, come si è accennato sin dalle prime battute, l’intera produzione dell’autore, come peraltro lucidamente rilevato da Teresa Biondi in un suo denso contributo, Lo sguardo antropologico di P. P. Pasolini, pubblicato nel 2006 in «La rivista del documentario», a. I, n. 4 luglio.(6)
Nella voluminosissima e multiforme produzione pasoliniana, talvolta si sarebbe tentati di assegnare all’autore una etichetta che possa in qualche modo fungere da rassicurante griglia interpretativa in grado di sistemare organicamente scritti eterogenei e,in qualche caso, anche distanti esteticamente e concettualmente gli uni dagli altri. Per tale ragione definire Pasolini antropologo, dopo averlo detto poeta, regista, scrittore o polemista, potrebbe essere un comodo escamotage, un modo per tentare di dare un ordine alle cose e alle carte. Ma Pasolini non fu, è chiaro, un antropologo; semmai fu anche antropologo, oltre che poeta, regista, narratore. Detto in una parola, fu un intellettuale nel senso sartriano del termine, quindi non un tuttologo né uno specialista, ma un libero pensatore che nel suo percorso conoscitivo si avventura anche in territori incogniti; rischiando di prendere cantonate, forse, ma riuscendo talvolta a cogliere problemi e questioni che sfuggono agli specialisti, proprio in virtù di tale indipendenza e libertà.(7)
Ed ecco che allora, scorrendo ancora un po’ la già citata recensione pasoliniana all’opera di Alfonso M. Di Nola, si comprende meglio anche il ruolo che gli studi antropologici possono offrire alla ricerca intellettuale ed espressiva di Pasolini e più in generale alla comprensione della realtà, con quest’ultimo che, parafrasando quanto enunciato dallo studioso in apertura alla sua opera, afferma:
 “L’insegnamento antropologico ha aiutato a vincere e a vanificare la grave tara eurocentrica e, nella fattispecie, la «violenza immorale» (in Italia) del neo – idealismo e del crocianesimo, che portano alla negazione della comprensione di ogni uomo (non occidentale) come portatore di diversità e di alienità.”(8)

Alfonso Maria Di Nola e Pasolini
Quell’alterità che nell’ottica di Pasolini era invece l’ultimo baluardo eretto contro l’omologazione e la mercificazione delle vite e della vita. Un’alterità che è anche quella della Poesia e di ogni grande poeta in una società che della poesia non sa più che farsene, che non ne sente il bisogno né la mancanza. Poesia nell’accezione più alta e nobile del termine e che, probabilmente, così concepita rappresenta il solo, per quanto fragile, collante in grado di rendere se non omogeneo certamente coerente l’intero percorso umano e intellettuale di Pier Paolo Pasolini che, dunque, se in qualche modo ha contribuito al progresso e alla diffusione degli insegnamenti antropologici, non poteva che farlo en poète, per utilizzare una formula cara all’autore. Accettare che Pasolini sia stato anche antropologo e che lo sia stato coniugando il dato antropologico al processo poietico, significa allora aprire la strada all’idea che sia possibile una antropologia poetica della realtà; ipotesi che certamente farà rabbrividire la quasi totalità degli studiosi impegnati nella ricerca antropologica e storico religiosa, ma che al di là della ormai sempre più sterile difesa dei confini epistemologici della disciplina e degli steccati accademici, rappresenta forse uno dei molteplici orizzonti d’azione intellettuale di cui Pier Paolo Pasolini fu tra i precursori.
Ed ecco perché, nella sua incessante, quasi eroica volontà di comprendere il mutamento e proprio mentre lamenta la crisi che affliggeva il mondo intellettuale - preludio dell’odierna eclissi degli intellettuali dal dibattito politico e culturale, a meno che non si vogliano considerare tali, figure che hanno più a che fare con l’avanspettacolo da salotto televisivo o con il chiacchiericcio da uso compulsivo dei social network- , Pasolini bacchettava i suoi colleghi per delle lacune evidentemente inaccettabili per chi come lui aveva deciso di gettare concretamente il suo “corpo nella lotta”, nello sforzo impari di offrire una concreta alternativa al decadente spettacolo di un mondo cieco nei confronti di ogni altra possibilità, che non sia quella borghese, di essere uomini in società.
 
Alessandro Barbato

Note:


1) Si tratta di un estratto dalla recensione all’opera dello storico delle religioni Mircea Eliade Mito e Realtà, pubblicata nell’agosto del 1974 su «Tempo», poi in Id., Descrizioni di descrizioni, oggi in P. P. Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull’arte, a cura di W. Siti e S. De Laude con un saggio di C. Segre, Mondadori, Milano 1999, tomo II, p. 2116. 

2) Il riferimento è alle deliziose prose giovanili racchiuse nel volume, curato da Nico Naldini, P. P. Pasolini, Un paese di temporali e di primule, Guanda, Milano 1993. 

3) Coleo di Samo e Operetta Marina sono stati pubblicati, uno dietro l’altro e riuniti con il titolo Frammenti per un romanzo del Mare, a cura di Walter Siti in P. P. Pasolini, Romanzi e Racconti, tomo I (1946-1961), Mondadori, Milano 1998, pp. 337-420.

4) P. P. Pasolini, Intervento sul discorso libero indiretto, in «Paragone», a. XV, n. 184, giugno 1965, poi in Id., Empirismo eretico, ora in Id., Saggi sulla letteratura e sull’arte, op. cit., tomo I, p. 1360. 

5) P. P. Pasolini, Quando il grande Iddio si mette a ridere (Alfonso M. Di Nola, Antropologia religiosa – Paul Arnold, Viaggio fra i mistici del Giappone, in «Tempo», 27 settembre 1974, poi in Id., Descrizioni di descrizioni, ora in Id., Saggi sulla letteratura e sull’arte, op. cit., tomo II, p. 2135. 

6) l contributo in questione, grazie al prezioso ed erudito lavoro dell’infaticabile Bruno Esposito, è pubblicato anche qui, sul Blog, alla data del 6 settembre 2014. 

7) Cfr.: J. P. Sartre, Apologia degli intellettuali, 1972. 

8) P. P. Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull’arte, op. cit., tomo II, p. 2135.




Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

giovedì 1 settembre 2016

Pier Paolo Pasolini: «Un mondo pieno di futuro», di Alessandro Barbato

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pier Paolo Pasolini: «Un mondo pieno di futuro»
di Alessandro Barbato, 15 settembre 2013


«Il futuro di un popolo è nella sua ansia di futuro
E la sua ansia è una grande pazienza»
Pier Paolo Pasolini, Appunti per un’Orestiade Africana


Il 25 Agosto del 1960, Roma e l’Italia si apprestavano a mostrarsi, per la prima volta in assoluto anche attraverso la mondovisione, in occasione della cerimonia di apertura dei XVII Giochi Olimpici dell’era moderna. Un evento che aveva avuto una lunga gestazione, una complessa fase di organizzazione che verrebbe da dire stranamente, pensando alla realizzazione di analoghi eventi odierni, fu quasi del tutto priva di scandali e polemiche. Un appuntamento che sarebbe entrato nella storia del Paese che in quegli anni conosceva uno sviluppo vorticoso che in breve tempo ne avrebbe mutato radicalmente i costumi.
Più di ogni altro intellettuale italiano attento ai cambiamenti e agli stravolgimenti che coinvolgevano l’Italia, Pier Paolo Pasolini, in quel periodo, era alle prese con la realizzazione del suo primo film, il suo primo capolavoro, Accattone; e, da qualche tempo, in qualità di scrittore e intellettuale, teneva una rubrica, in cui dialogava appassionatamente con i lettori dei più disparati temi, sul settimanale “Vie Nuove”, fondato nel 1946 da Luigi Longo che in tal modo cercava uno strumento per avvicinare le masse alle politiche della sinistra italiana. Pasolini che, com’è noto, era anche un grande appassionato di sport, pertanto non si fatica a crederlo entusiasta quando la direttrice di allora di “Vie Nuove”, Maria Antonietta Macciocchi, gli propose di fare da inviato all’evento.
In tale veste lo scrittore partecipò alla quasi totalità delle gare, scrivendo dei gustosi resoconti che, come suo solito, trascendono la cronaca per assumere i contorni di vivide, e anche un po’ provocatorie, analisi sociologiche.

Così, quel 25 agosto di tanti anni fa, eccolo presente alla Cerimonia di apertura dei Giochi, al cospetto di un mondo che sfila, «pieno di futuro», tra gli applausi del pubblico giunto nel nuovissimo Stadio Olimpico da ogni parte del pianeta. E Un mondo pieno di futuro sarà proprio il titolo di quel primo resoconto, pubblicato il 3 settembre del 1960. (Ora in P.P. Pasolini, Romanzi e Racconti, a cura di W. Siti e S. De Laude, «I meridiani», Mondadori 1998, vol. I, pp. 1527-1531. *) In esso Pasolini guida il lettore, con un movimento che sembra quasi quello della macchina da presa, già a partire dal viale che conduce allo stadio, notando subito come l’idea di trovarsi in mezzo all’allegra e scanzonata folla che ogni domenica si raduna per assistere a un incontro di calcio, di cui tanto era appassionato, non corrisponda affatto alla realtà di quello che osserva:


"Intorno a me camminava con calma, e quasi in silenzio, una folla del tutto nuova: i vestiti insieme più vivaci e modesti dei nostri, le facce e i corpi meno belli ma più sani, i sorrisi senza ironia e senza volgarità, ma anche un po’ senza vita. Erano quasi tutti stranieri: tra loro galleggiava la testa di qualche romano, sperduto, col sorriso un po’ spento tra le labbra, come appunto deve essere un romano all’estero, con il suo estro come fossilizzato e fatto cosciente, e perciò falso, vecchio. I gelatari gridavano Ice-cream!”. 
(P.P. Pasolini, Un mondo pieno di futuro, op. cit., p. 1527.)

Anche dentro lo stadio Pasolini nota subito la strano ordine, così diverso dal clima di una partita di calcio, che regna nella moderna struttura. La stragrande maggioranza del pubblico è composta da stranieri, così accanto a lui, «punticino sperduto nel babelico ovale», non si sentono che parole straniere, «le più inafferrabili», simili a stridi di rondini, quasi come doveva apparire a un greco dell’antichità un qualsiasi idioma barbaro. Pasolini parla anche di facce anonime, facce simili a quelle 


«dei deportati a Buchenwald o a Dachau: per questo mi sono simpatici, […] non ho mai assistito a uno spettacolo in così rassicurante e fraterna compagnia.»

Ma eccoci alla cerimonia, l’Inno di Mameli, l’arrivo del Presidente Gronchi. Pasolini racconta che la cerimonia si divide in due parti, molto diverse tra loro, la prima bella e anche commovente, per certi versi. La seconda brutta, «spiacevole». Sotto il sole che cala ecco cominciare la lunga sfilata delle nazioni partecipanti, sfilata che non somiglia affatto a un rituale macchinoso e arido, contrariamente alle previsioni. Apre la Grecia e chiude l’Italia, uniche, anche un po’ retoriche e fastidiose, eccezioni a quell’«istituzione meravigliosa» rappresentata dall’ordine alfabetico. Pasolini racconta degli applausi composti del pubblico, delle piccole trovate che ogni delegazione ha studiato per catturare l’attenzione della folla composta. Entusiasmo per tutti, solo la delegazione della Spagna franchista «spanderà intorno un certo disagio», con lo scrittore che non nasconde di provare una calorosa simpatia per quelle nazioni come il Ghana, la Liberia e, ancora di più, per le nazioni che si presentavano alla sfilata con delegazioni poco nutrite:


"Quelle piccole rappresentative, con la loro bandiera in testa, e per la maggior parte, incapaci di andare a passo di marcia, e con davanti i dirigenti, spesso pancioni e ansimanti, tutti sudati, man mano che si presentavano e passavano, diventavano qualcosa di enorme e imprevisto. Erano, veramente, tutta la loro nazione. Bastava il nome del cartello che li precedeva, e le loro facce quasi sempre umili, di gente modesta, spesso povera, perché l’intero loro mondo fosse evocato. Ed erano brani di storia contemporanea, vivi, come brandelli di carne, sorprendenti o strazianti. Il Giappone, Cuba, parevano portare dentro lo stadio, così puro, così anonimo, la concretezza vivente delle recenti battaglie, delle recenti morti, delle recenti passioni: ma tutto come purificato, diventato esperienza e dolore di ognuno di noi, e, come tale, superato, vinto dall’incalzare del tempo e della storia. Erano come improvvise ventate, una dopo l’altra: il distaccato, tranquillo riassunto, a passo di marcia, sotto lo sventolare delle bandiere, di tutta la nostra ultima storia. Che deve ancora farsi: e si farà, e richiederà nuove battaglie, nuovi morti, nuove passioni." 
(Ivi, p.1529.)

Il racconto pasoliniano si fa accorato, l’apertura delle Olimpiadi sembra la metafora dell’inaugurazione di un nuovo corso nella storia della civiltà umana. Una parata in cui è presente, a così pochi anni di distanza da un conflitto mondiale che come non mai aveva stravolto il senso stesso dell’essere uomo, l’intero mondo. Un mondo «incandescente» e pieno di futuro, descritto con toni che ricordano quelli che successivamente il regista avrebbe utilizzato negli straordinari “Appunti per un’Orestiade africana”. «Un mondo che sarà così diverso da quello che ci siamo abituati a considerare nostro: perché gli uomini di colore sono liberi, perché gli stati più poveri cominciano una loro vita civile»; ma anche perché Usa e Urss sono a una svolta decisiva che li porterà a possedere il cosmo, «a riordinare in un’altra organizzazione questa terra».
L’entusiasmo di Pasolini si spegne rapidamente, quando la sfilata lascia il posto alla seconda parte della cerimonia, quella durante la quale il ministro Andreotti pronuncia il discorso di benvenuto:


"E credo sia difficile immaginare un discorso più retorico e provinciale del suo. E interminabile, poi: tanto da finire miseramente tra gli zittii generali. Non parliamo dei rari romani, che cominciavano a fare «Uuuuuh!», «E piantala!», ma degli stranieri stessi, che, benché educatamente, davano segni di impazienza: veramente non riuscivano a concepire il filo conduttore di tanto municipalismo, di tanta povera retorica, di tanto ovvio orgoglio per l’opera svolta, che riduceva Roma (che noi, lo so, abbiamo visto prepararsi con tanto affanno) a un capoluogo di provincia." 
(Ivi, p.1530.)

Un discorso che deve aver davvero devastato il cronista Pasolini, tanto che da lì in avanti il tono muta decisamente, con il racconto che prosegue con il resoconto delle fasi più insopportabilmente “retoriche” della manifestazione: l’esecuzione dell’Inno olimpico, l’ingresso della bandiera olimpica, le tre salve di artiglieria, il volo dei piccioni e il suono di tutte le campane dell’Urbe. «Tutto ciarpame decadente e estetizzante, merce del peggior neo-classicismo e del peggior romanticismo», a cui viene assimilata anche l’accensione del sacro fuoco olimpico. Tuttavia la parte più sgradevole e pesante della manifestazione viene presto dimenticata, messa in un angolo come qualcosa che si deve stoicamente sopportare. Del resto:


"Ingoiare e digerire cose del genere è una nostra vecchia abitudine. Resterà la parte più bella: questa giovanile, colorita visione del mondo riunito in una pacifica sfida, questa evocazione dei momenti storici, come staccati dal male e dal bene, quasi pronti a far parte di una coscienza più alta e serena, quella che li giudicherà domani." 
(Ivi, p. 1531.)

© Alessandro Barbato

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*Interessantissimo è anche il secondo resoconto di Pasolini, pubblicato il 17 settembre 1960 e intitolato Dramma sul filo, in cui lo scrittore si sofferma sulla descrizione di alcune gare con toni epici e drammatici e dove peraltro sono contenute originali riflessioni sullo sport che si avvia a divenire “spettacolo”, commerciale e commercializzabile e dove lo scrittore spiega di preferire gli sport più popolari, come il calcio e la boxe, alla elitaria atletica leggera. Non a caso il pezzo contiene, quasi a contrapporsi ai fasti dei giochi olimpici, una rievocazione di una gara dilettantesca di tiro alla fune, consumata sulla spiaggia di Ostia, allo stabilimento Ondina, tra una comitiva di ragazze italiane e di coetanee ungheresi che si erano casualmente incontrate sull’arenile. Cfr.: P.P. Pasolini, Dramma sul filo, in Id., Romanzi e Racconti, op. cit., pp. 1532-1536.

Fonte:
Già pubblicato su: Pasolinipuntonet




Curatore, Bruno Esposito

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Alessandro Barbato
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mercoledì 31 agosto 2016

Nota su "Per un romanzo del mare" di Pier Paolo Pasolini - Alessandro Barbato

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Nota su "Per un romanzo del mare" di Pier Paolo Pasolini
Alessandro Barbato


“Meglio così una storia diretta dalla fine al principio
 che dal principio alla fine,
non partire ma giungere alla pupilla del padre”.
P. P. Pasolini, Coleo di Samo, 1951

Incastonato nel primo dei due volumi in cui Walter Siti ha riunito il Pasolini narratore, Coleo di Samo era stato pensato come frammento, probabilmente la prima parte, di un romanzo che avrebbe dovuto intitolarsi, con rivendicazione esplicita del carattere di non finito, Per un romanzo del mare.  Seme di un progetto narrativo piuttosto ambizioso abbozzato nel 1951, con l’autore giunto a Roma da circa un anno, che muove da materiali che avevano iniziato a prendere vita già in Friuli. Si tratta di una sorta di ridiscesa verso la propria infanzia e al contempo verso l’origine del mondo, fino al punto in cui esse si fondono nella tenebra marina delle pulsioni primordiali. Una lenta anabasi marina narrata attraverso rievocazioni di percorsi d’infanzia intrecciate a un progressivo ritorno verso un’oscura origine liquida, perché «noi veniamo dal mare non dal cielo», ricorda Pasolini con l’epigrafe iniziale.
Una parte di questi materiali, quella che con chiarissimi accenti proustiani utilizza percorsi autobiografici relativi alle memorie di infanzia, ricordi in cui il mare è presente nei numerosi rimandi interni, con il titolo di Operetta Marina, è stata pubblicata  a cura di Nico Naldini nel 1994, ma era già stata staccata dall’insieme dall’autore stesso che nel 1951 aveva partecipato al premio Taranto, assegnato nella città pugliese tra il ’50 e il ’53 ai racconti inediti che avessero avuto come sfondo o come protagonista il mare, ottenendo una segnalazione della giuria. [1] Del progetto non ci restano dunque che questi due frammenti, con il Coleo di Samo che rappresenta la sezione cosmogonica di quello che, sebbene sia rimasto “un sentiero interrotto”, sorprende per la possibilità che offre al lettore di ritrovarvi molto del Pasolini futuro, soprattutto del suo singolare modo di unire biografismo e mitologia, fino a giungere alla creazione di una personale cosmogonia in cui il dato biografico è parte integrante di un ampio disegno che riguarda il senso stesso dell’essere uomo, la lacerazione che comporta ogni iniziazione culturale, il dramma innaturale che lascia dietro di sé l’avvertimento della propria irriducibile diversità, il distacco dall’idilliaca condizione di una perduta unità, in un certo senso pre-umana e pre-cosmica.
Mare dunque come mistico ritorno fin dentro la meccanica inorganica da cui, oltre alla vita, scaturisce il trauma originario da essa quasi inseparabile; mare come fine e origine, simbolo di una storia e della Storia che, come avrebbe sostenuto più tardi il poeta, «finisce dove comincia». Ed è singolare pensare che nella narrazione Pasolini si racconta ad Ostia, probabilmente non troppo lontano da dove sarebbe stato ritrovato cadavere la mattina del 2 novembre di ventiquattro anni dopo, mentre disegna il tentativo di ripercorrere all’indietro lo «sforzo ripugnante che costa l’apprendere, il cessare di abbandonarci anche a un inconscio contatto carnale con noi stessi» fino a «immaginare, con un violento brivido, o con una minuta, cigliale ricerca ciò che non è noi o nostro alone, umanizzato o personificato; ciò in cui la nostra esistenza personale come un olio si è allargata, l’oggetto insomma di cui si è per esultante istinto di conservazione perso il senso della diversità. Scendere a Ostia e guardare il Mare». [2]
Lì dove avrebbe incontrato la fine, eccolo offrire al lettore un ripiegamento verso l’inizio, verso un mare non ancora pensato, non ancora veduto, unico e silenzioso testimone di ere geologiche sepolte. Lettore che in un magmatico ribollire di immagini sapientemente chiaroscurate, vede lentamente emergere dalla propria naturalità un fantastico Uomo-Appennino che «Veniva dall’interno dei monti appena formati […] immerso come in un tanfo nel vizio umano più squallidamente caldo, […] dalla nascita la sua pupilla non rifletteva altro che quella terra […] senza mai perdere la violenza della sua verginità. […] Egli aveva dunque sparso se stesso in quell’angolo di terra […] e il paesaggio si era sparso in lui; la fusione era cieca e dura, rocce e corpo che si scambiavano il gonfiore.» [3]
Ma ecco che - con la stessa rapidità con cui la storia del mare, di questo mare «appena creato non dalla volontà di Dio e non poetizzato dalla violenta paratassi dei versetti biblici, ma da una meccanica che supera ogni espressione» [4], è sommariamente riassunta nei testi di Geologia [5] - nella calda fusione dell’origine, nella pupilla del «primo di noi» [6], «nella fusione umana di terra e carne» che era quella favolosa creatura appenninica tratteggiata dalla penna di Pasolini, con uno strappo che l’autore suggerisce violentissimo, «penetra il mare. Con la sua debole marea, il suo orizzonte di laguna; intenso di luce, deserto. Si stanzia nella pupilla, visione immaginata, che scuotendo il mondo scuote il cuore. Lo respinge indietro forse la paura di essere diverso, estraneo, su questi siti dove egli, perché estraneo, ha dato inizio alla presenza del mare» [7].
Eccoci dunque innanzi a «una rozza Venere» intenta a sorgere dal «rozzo lucore delle schiume», chiara allusione all’incerta alba del processo di plasmazione di una realtà non ancora fondata miticamente da alcuna tradizione. Anzi è un vero e proprio “scortecciamento” della tradizione a essere intrapreso dallo scrittore. Tradizione che occorrerebbe appunto ridiscendere mediante il riavvolgersi di un nastro fatto, prima di tutto, delle estetiche visioni e delle poetiche appropriazioni di artisti, scrittori e navigatori ed esploratori che rappresentano quel patrimonio storico, simbolico e tecnico che l’autore ripercorre; e che come un filtro da un lato, consente all’uomo di emergere dalla propria naturalità, dall’altro impedisce quel completo abbandono, vagheggiato dall’autore, al richiamo dell’oscura purezza rappresentata da un tempo prima del tempo, incontro e pacificazione di ogni contraddizione, riassorbimento del trauma esistenziale e al contempo punto di svolta che contiene, in nuce, inedite prospettive di risalita e rimodellamento dei confini fra sé e mondo, io e altro.
E’ d’obbligo annotare come sia stato il termine Thetys, che Pasolini su indicazione di Contini, e sbagliando, traduce con sesso, a dare l’impulso al disegno iniziale di organizzazione di materiali narrativi che avevano a che fare con il mare, o che ad esso erano legati in qualche misura: [8] «Qualche anno fa Contini mi ha fatto osservare come, in greco, Thetis voglia dire sesso (sia maschile che femminile) e come Teta-veleta sia un reminder del tipo che si usa nei linguaggi arcaici. Questo stesso sentimento di Teta-veleta lo provavo per il seno di mia madre.» [9] ma con l’espressione teta veleta Pasolini nomina anche i suoi primi turbamenti sessuali, quando a tre anni si scopre attratto dalle gambe, «precisamente dall’incavo dei loro ginocchi» [10], di alcuni ragazzetti più grandi che giocavano nella piazza davanti casa; un’emozione che l’autore assimila a quella provata, sempre da bambino, alle prime fantasticherie marine, a quelle sensazioni, ancora oscure e magmatiche, suscitate nel suo animo di fanciullo dai sapori e dagli odori marini che facevano da sfondo alla prime avventure, come suggerisce lui stesso nelle pagine di Operetta marina.
Come se non bastasse scopre poi che lo stesso termine era usato dai geologi per indicare il mare triassico da cui sarebbe sorto il Mediterraneo: la tentazione di legare autobiografia e una personale cosmogonia, di nutrirle l’una dell’altra in una maniera che forse rappresenta la vera cifra stilistica, direi anche esistenziale, dell’autore, non potevano non stimolare l’allora giovane e semisconosciuto Pasolini, in una fase della sua carriera in cui, alle prese con una condizione anche materialmente difficile, lavora accanitamente a opere che sarebbero poi finite, con una definizione che probabilmente avrebbe disturbato lo stesso autore, tra i classici della letteratura europea del novecento.
L’autore lavora al progetto per qualche tempo, è solo uno dei tanti percorsi che in quegli anni di grande fecondità lo impegnano e presto l’idea di un Romanzo del Mare tornerà a giacere tra i non finiti. Tra quei materiali, organizzati pazientemente in cartelline e quaderni dall’autore stesso, che qualche volta sarebbero stati abbandonati; in altri casi invece avrebbero iniziato un percorso autonomo o sarebbero rivissuti, in veri e propri tronconi, in altri disegni, talvolta anch’essi non finiti, per volontà dello scrittore o per le circostanze del caso. Tra le carte dello scrittore, Walter Siti fa affiorare, dandone notizia, anche alcuni indici o scalette dell’opera che lo scrittore stava immaginando. [11] In una si legge l’intenzione di strutturare il discorso in tre grandi aree: la prima doveva riguardare la “creazione del mare” e avrebbe dovuto attingere a materiali provenienti dal mito cristiano, da quello pagano e da quello scientifico, ed è davvero interessante, soprattutto alla luce di quello che sarebbe stato il Pasolini più tardo, il fatto che cristiano, pagano e scientifico siano tutti aggettivi dell’unico sostantivo, ovvero mito.
Il pensiero corre subito a Medea, e al Giasone, che non a caso compare anche in queste pagine, che nella sceneggiatura è istruito circa il lavoro da fare per costruire l’imbarcazione, che lo avrebbe condotto «al di là del mare», dal centauro che, in veste di mitico tecnocrate, partecipa alla rappresentazione drammatica di un’altra origine, di un altro trauma, o forse della stesso, quello generato dall’alienazione borghese. Oppure, con un parallelo forse anche più calzante, all’Edipo re, dove il tentativo di utilizzare il filtro del discorso mitico per fondere in un'unica densa matassa la propria condizione di uomo - lacerato dal dissidio tra «buie viscere» e ragione, da torbide pulsioni che qualche volta si vorrebbe estirpare o alle quali al contrario non si può che obbedire - e quella di intellettuale in crisi di fronte a una società che inizia a mostrare i segni della lenta ridiscesa nella barbarie, anch’essa pre-cosmica e pre-umana ma stavolta senza riscatto alcuno, che l’attende.
Il secondo nucleo tematico avrebbe dovuto riguardare delle non meglio precisate epigrafi riguardanti il mare, probabilmente un’estetizzante ricerca etimologica sui nomi che esso ha assunto nel corso dei secoli, mescolata a non meglio precisati miti marini e a una storia del mare come veicolo di civiltà, il tutto ancora una volta unito ai ricordi e alle fantasie dell’infanzia, soprattutto quelle relativi agli anni passati tra Sacile e Cremona, ovvero quelli che Pasolini definisce come gli anni della fine traumatica della sua infanzia, ma anche quelli della «vecchiaia dell’infanzia, momento perciò di grande saggezza.» [12] L’opera sarebbe stata poi conclusa con il racconto della Fine del Mare, in un vorticoso itinerario che invita il lettore a perdersi nell’oscura luce di un’alba acquatica che appare sul punto di riassorbirsi misticamente in se stessa.
«Una visione che incarna in sé, succhia in un piacevole brivido la presenza ricettiva del corpo, ne sfonda gli organi e i connettivi per stanziarvi le sue sconfinate tinte azzurro cupo o verdi […]. Questa situazione che non può risolversi, avere una storia, era in me che mi abbandonavo ad essa, sempre uguale: una forza monotona che mi faceva girare intorno a me stesso. Se, da questo giro, mi fossi potuto mai sottrarre, sarebbe stato per tornare indietro, sempre più in fondo alla mia immota energia. Avrebbero dunque ragione, nel caso che si potesse, trasponendolo sulla sede umana da cui è così remoto, dare valore a quel vizio così infantile, i francesi a dire la Mare, e non il Mare… di chiamare con un nome materno la nostra origine; e noi, noi andremo verso il mare non verso il cielo: quando quest’ultimo ci chiede di arrivare alla fine di una storia, di causa in effetto, fino alla redenzione e alla condanna del nostro vizio, cioè di noi stessi: alla nostra soppressione, mentre il mare ci invita a ritornare al principio di una storia, cioè non solo a essere sempre, beatamente, indifferenziatamente, noi stessi, ma essere anche quello che siamo stati, di effetto in causa, dunque, nel pieno, continuo calore della vita…» [13]

Note:

1 Coleo di Samo e Operetta Marina sono stati pubblicati, uno dietro l’altro e riuniti con il titolo Frammenti per un romanzo del Mare, a cura di Walter Siti in P. P. Pasolini, Romanzi e Racconti. Volume primo 1946-1961, Mondadori, Milano 1998, pp. 337-420. Importanti sono anche le note e le notizie riguardanti i testi da cui sono state tratte le informazioni relative al premio Taranto e che offrono un ottimo inquadramento dei materiali pubblicati (Ivi, pp. 1676-1681). Come accennato, Operetta marina è stato pubblicato in precedenza, a cura di Nico Naldini, in P. P. Pasolini, Romàns seguito da Un articolo per il «Progresso» e Operetta marina, Guanda, Parma 1994, pp. 110-161).
2 P. P. Pasolini, Coleo di Samo, in Id., Frammenti per un romanzo del Mare, op. cit., p. 347.
3 idem, p. 345
4 idem, p. 343
5 ibidem
6 P. P. Pasolini, Coleo di Samo, in Id., Frammenti per un romanzo del Mare, op. cit., p. 342
7 idem, p. 345 (il corsivo è dell’autore).
8 A tal proposito si vedano le notizie relative al testo in P. P. Pasolini, Romanzi e Racconti. Volume primo 1946-1961, op. cit., p. 1676.
9 Si tratta di estratti di una intervista molto interessante in cui Pasolini ripercorre gran parte della sua infanzia, pubblicata in D. Maraini, E tu chi eri? 26 interviste sull’infanzia, Rizzoli, Milano 1998, pp. 316-328. [L'intervista della Maraini è leggibile QUI, ndc]
10 ibidem
11 Cfr. le notizie relative al testo in P. P. Pasolini, Romanzi e Racconti. Volume primo 1946-1961, op. cit., p. 1678.
12 ibidem
13 P. P. Pasolini, Operetta marina, in Id., Frammenti per un romanzo del Mare, op. cit.,  pp. 392-393.

Già pubblicato su: Pasolinipuntonet




Curatore, Bruno Esposito

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giovedì 14 luglio 2016

Il partigiano di Bandung. Pier Paolo Pasolini e l’alba del mito terzomondista - di Alessandro Barbato

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Il partigiano di Bandung. 
Pier Paolo Pasolini e l’alba del mito terzomondista
di Alessandro Barbato


“Chi c’è stato, nei regni della fame,
non può rimpatriare.”
Pier Paolo Pasolini, L’uomo di Bandung, 1964.


È probabilmente più complesso di quello che si crede, oggi, persuadere vecchie e nuove generazioni all’idea che l’Africa, il continente dove gli estremi si congiungono, quello con i più alti tassi di natalità e mortalità, triste teatro di epidemie, guerre civili e massacri; una terra da cui i notiziari fanno rimbalzare lugubri echi di tragedie, attentati e conflitti che ne insanguinano villaggi e comunità con cadenza quasi quotidiana, sia stata, qualche decennio indietro, la culla di quel sogno terzomondista(1) che accese un fuoco, che oggi purtroppo sappiamo essere stato fatuo, di idee e di programmi in una vasta area del mondo intellettuale europeo che proprio verso il Continente nero indirizzava i suoi sogni e le sue speranze di rigenerazione e di realizzazione di quegli ideali di equità e giustizia sociale sorti nel cuore della lotta al mostro nazifascista. Disegni e progetti che già all’alba degli anni Sessanta in Occidente, almeno per i più avveduti, sembravano ormai avviati verso un mesto tramonto, soffocati dalla logica disumana del neocapitalismo da un lato e dalla feroce dittatura sovietica dall’altro e che, proprio per questo, convinse molti a indirizzare il proprio sguardo verso un’Africa allora alle prese con le lotte di liberazione dal giogo coloniale e ancora pericolosamente ondeggiante tra imperialismo occidentale e sovietico e dunque terreno ideale di proseguimento di una lotta che poteva e doveva finire in maniera diversa rispetto alla situazione che si stava delineando in Europa.

Tra gli intellettuali che si distinsero per l’originalità della propria riflessione, ma ahimé ancora poco noto a gran parte del pubblico italiano, almeno a quello non specialistico, va senza dubbio segnalato Michel Leiris: poeta, scrittore e antropologo francese che ha avuto il merito di impostare in maniera sensibilmente differente il ragionamento su quello che era l’apporto che i popoli del cosiddetto Terzo Mondo potevano consegnare a un Occidente pericolosamente lanciato verso un futuro alienante e alienato. Leiris, che dopo aver smascherato l’ingenuità di ogni visione romantica e idealistica dell’Africa nel suo surreale e provocatorio diario di viaggio conosciuto con il titolo di Africa fantasma,(2) non rinunciò a elaborare un suo personale Messaggio dall’Africa(3), frutto di sofferte meditazioni e lente conquiste culturali: 
«Nelle società industrializzate, l’ipertrofia del perfezionamento tecnico comporta una divisione del lavoro esasperata e una ripartizione delle attività umane in sfere nettamente differenziate, con conseguente impossibilità per l’uomo di essere semplicemente se stesso, di essere un uomo integrale: e non un frammento d’uomo […] senza alcuno dei grandi momenti, esemplificati dalle feste africane […] che sono manifestazioni di vita totale (poiché vi sono rappresentati tutti gli aspetti, o quasi, della vita in società), dove l’uomo riesce a soddisfare concretamente quella sete di pienezza che, nelle nostre civiltà può estinguere solo in senso figurato, con la mediazione dell’invenzione poetica. Dobbiamo perciò ammettere che, se abbiamo un evidente vantaggio tecnico sui contadini africani, per altri aspetti sono loro che avrebbero dei punti da darci.»(4) 
Per certi versi è sorprendente constatare come già nel 1948, dunque con considerevole anticipo rispetto alle tesi di Herbert Marcuse e del suo, ormai classico, L’uomo a una dimensione (1964), Leiris, sebbene con un’altra terminologia, parli di “unidimensionalità” dell’uomo occidentale indicandola come il sommo pericolo che insidiava la società moderna, ovvero quello di vedere azzerata e ridotta a un solo aspetto la complessità dell’essere umano. Un rischio su cui occorreva mobilitare le coscienze e che agiva da forza motrice rispetto a un impegno intellettuale che si proponeva di cogliere dalle società “altre” quegli spunti in grado di ridestare l’Occidente dal suo sogno di dominio tecnocratico prima che lo stesso assumesse i contorni dell’incubo disperato.

Poeta e intellettuale decisamente immerso nella Storia e nel mondo, Pier Paolo Pasolini non poteva esimersi dall’esporre la propria visione su una materia così affascinante e discussa. Certo, in Italia il dibattito sul terzomondismo non fu così sviluppato e ampio come nella Francia di Leiris, e questo per evidenti ragioni storiche e culturali, tuttavia l’attenzione e la passione che Pasolini aveva riversato sull’universo contadino in procinto di eclissarsi, la profonda caratura civile e politica della sua lente di osservazione sulla realtà infuocata di quegli anni, non potevano non condurlo nel seno di una tematica che finì per appassionarlo e coinvolgerlo in maniera durevole durante tutto il corso del decennio più fecondo della sua attività artistica e intellettuale. Nel corso degli anni Sessanta, infatti, Pasolini ha dedicato numerose opere e interventi all’Africa post-coloniale e, più in generale, al Terzo Mondo, opere che risultano essere tra i suoi lavori più convincenti sia sul piano estetico sia per quel che riguarda gli impulsi che sono in grado di trasmettere ancora oggi.

Chiariamo subito che l’Africa anche per Pasolini, in continuità con quanto affermato in apertura del presente contributo, sembra indicare una sorta di allargamento di orizzonte rispetto ai temi già sviluppati in precedenza tanto nell’opera scritta quanto in quella filmata. Allargamento che proprio in quanto tale non coincide pedissequamente con la riproposizione di «un discorso ormai esaurito», come vorrebbe il pur acuto Ferrero(5), ma al contrario risponde all’esigenza, questa sì non nuova, di essere il cantore di una civiltà in atto di eclissarsi lasciando il campo aperto ai fantasmi di una nuova ed eterna preistoria: inferno tecnologico e bulimico in grado di inghiottire i residui di umanità che sopravvivono ormai quasi solo nello spazio del ricordo struggente e disperato. È però sin troppo evidente, e sarebbe assurdo negarla, una profonda corrispondenza tra il Pasolini che celebra la sacralità del mondo contadino prima e sottoproletario poi con quello impegnato a tessere il mito di un’Africa al tempo stesso antica e moderna, terra dove era forse ancora possibile riannodare i fili di quel discorso politico e culturale incenerito dallo sviluppo imperioso della macchina neocapitalistica. Tuttavia, dal momento in cui Pasolini volge lo sguardo oltre l’angusta realtà italiana di quegli anni per misurare su un altro terreno la validità dei suoi assunti, ecco che gli si rendono indispensabili quegli strumenti intellettuali, come la storia delle religioni e l’antropologia, che arricchiranno in modo inequivocabile la sua produzione, infondendole quell’originalità che la rende, per certi aspetti, unica nel panorama culturale italiano, ed è questa probabilmente la novità più importante di questa fase della sua elaborazione artistica.

Pier Paolo Pasolini raggiunge per la prima volta un paese africano, il Kenya, nel febbraio del 1961. Dal mese precedente, in compagnia di Alberto Moravia e di Elsa Morante, ha lasciato l’Italia per dirigersi dapprima in India, terra a cui avrebbe dedicato una serie di articoli, sotto forma di racconto, pubblicati sul quotidiano «Il Giorno» e poi riuniti in un fortunato volumetto che ancora oggi viene ristampato con successo, L’odore dell’India, apparso per la prima volta nel 1962. In quel momento l’Africa era in pieno fermento a causa delle lotte per l’indipendenza e le guerre civili che ne accompagnavano la difficile fase di transizione. In quello stesso anno, Pasolini scrive anche una originale prefazione, oggi quasi dimenticata, per una antologia poetica di autori di origine africana: un testo che ci aiuta a comprendere come l’Africa più tardi rappresentata nelle sue opere sia percepita proprio come l’ideale prosecuzione di un sogno che era sorto anni addietro, nel cuore della lotta combattuta contro il nemico nazifascista e all’alba del secondo dopoguerra. Il titolo dello scritto, La Resistenza negra, riesce già a indirizzare il lettore sul senso e sul valore che le esperienze, testimoniate nelle liriche raccolte e antologizzate da M. De Andrade, in qualche modo resuscitano nell’animo del Poeta.(6) Nell’incipit Pasolini esplicita subito il riferimento al proprio passato, individuale e collettivo, spiegando che la prima impressione che si ricava dalla lettura dei versi della raccolta, è quella di una lettura «un po’antiquata»(7), come se fossero stati scritti almeno dieci anni prima, ovvero agli inizi di quegli anni Cinquanta che avrebbero dovuto coincidere con l’affermazione di quella giustizia sociale che in molti ritenevano essere il vero lascito di una stagione di intense lotte che avevano attraversato il Paese. Tuttavia, subito dopo, egli precisa come il valore di tali liriche non sia solo la scia nostalgica che esse possono evocare nel lettore occidentale, poiché quello sprigionato dai poeti neri contemporanei è 
«un sapore estremamente significante, non solo per il rimpianto, […] non solo per quel tanto di poeticità oggettiva che c’è in esso, non solo: perché la Resistenza negra non è finita; e pare non debba finire com’è finita da noi»(8).
 Significativa anche la distinzione, che Pasolini introduce subito dopo, tra l’idea di “Resistenza” - vero e proprio valore culturale universale reso, proprio per questo, con la lettera maiuscola – e “resistenza”, intesa come categoria storica che identifica una particolare stagione che in Italia, a giudizio di Pasolini, si era chiusa con la chiara sconfitta delle istanze rivoluzionarie di cui essa era portatrice: 
«se per noi la “Resistenza” equivale, ancora, a “speranza”, la resistenza storica […] è ormai senza speranza», mentre al contrario, «in Africa, è chiaro, non è avvenuta la scissione tra resistenza e Resistenza. Si lotta dappertutto».(9)

Subito dopo Pasolini fornisce una breve analisi linguistica e tematica dei testi presentati nell’antologia, sostenendo che il loro carattere dominante non poteva che essere la clandestinità che nasce dall’urgenza dell’azione che ha la meglio anche sulla forma. Per tale ragione tale poesia non può generare “un prodotto culturale autonomo” ma una sorta di ibrido, una sintesi tra i modelli linguistici antecedenti, dagli accenti decadenti, e una lingua ancora nuova, ignara di ogni tradizione, sia che si tratti di testi provenienti dall’Africa, sia che riguardi opere statunitensi o provenienti dell’America del Sud. Tra i capolavori presenti nella raccolta, Pasolini indica Io non amo l’Africa di Paul Niger, Appello alla giovane Africa di Dennis Osadebay e, infine, Istantanee del Sud cotoniero dell’americano Frank Marshall Davis. Su quest’ultima lirica Pasolini aggiunge: 
«è un grande appello, il più progressista inimmaginabile, alle enormi masse dei sottoproletari di metà del mondo: la metà del mondo che non produce, ma consuma, che non fa storia, ma la subisce, ma che intanto è alla testa della comune lotta.»(10)

L’articolata prefazione prosegue con ulteriori precisazioni: interessante, ad esempio, la presentazione dei due estremi entro i quali, a detta di Pasolini, si muove la poesia della Resistenza negra: al limite che egli definisce «il più basso» si collocano le poesie che presentano un tipico risvolto psicologico secondo il quale tutto quello che umilia i cantori neri «si riscatta e si fa quindi ragione di palingenesi anziché di denuncia»(11). Qualcosa di simile, secondo Pasolini, lo si può trovare nella poesia meridionalistica italiana in cui «le disgrazie del Sud vengono enunciate in tono auto consolatorio, quasi che chi le vive potesse trovare in esse un’esperienza di per sé palingenetica. […] È l’alternativa della vitalità».(12) Vitalità che, in quanto retorica accettazione di una realtà inaccettabile, è respinta dai poeti neri più avveduti, quelli che si muovono sul secondo estremo e che sono, appunto, delusi da tale rassegnazione. Tra questi Davidson Nicol, poeta che non conosceva l’Africa e che, dopo averla visitata, di fronte alla passività di una terra di cui dice «tutto qui ciò che sei?», non può che concludere affermando «…Tu non sei un paese,/ Africa, tu sei un concetto.» permettendo a Pasolini di chiosare in questo modo: 
«Per un poeta come il Nicol, di origine negra, ma di cultura europea, l’Africa è quello che è per tutti noi […] il concetto “Africa” è il concetto di una condizione sottoproletaria estremamente complessa ancora inutilizzata come forza rivoluzionaria reale. E forse si può definirlo meglio, questo concetto, se s’identifica l’Africa con l’intero mondo di Bandung, l’Afroasia, che, diciamocelo chiaramente, comincia alla periferia di Roma, comprende il nostro Meridione, parte della Spagna, la Grecia, gli Stati mediterranei, il Medio Oriente. […] È l’inquietudine “angosciosa”, mista alle vertigini inebrianti della vitalità, di questo mondo escluso che i poeti negri di questa antologia esprimono; l’inquietudine angosciosa non esorcizzata ancora che da una confusa speranza o dall’allusione a una lotta armata in atto. Perché – e questo è il dato più importante dell’intera questione – questa lotta c’è: e se l’obiettivo immediato di essa è l’indipendenza, l’obiettivo vero è la “giustizia sociale” […] È fortemente sintomatico che a lottare per la giustizia sociale siano i popoli più lontani dalla civiltà industriale che si possono immaginare: dei sottoproletari addirittura preistorici rispetto a tale civiltà. Questo mi sembra il fenomeno più significativo del nostro momento storico.»(13)

Pasolini propone in questa sede un discorso che sulle pagine della rivista «Vie Nuove», più o meno negli stessi mesi, lo aveva portato a indicare in Bandung(14) la capitale di quell’Italia umile e sottoproletaria che intanto aveva preso a immortalare in pellicole come “Accattone” che, sempre nel 1961, segnò il suo esordio come regista e autore dopo anni di collaborazioni e consulenze per registi del calibro di Fellini e Bolognini. Il cinema, forse ancora di più e meglio della poesia, consentirà a Pasolini di interpretare fino in fondo il ruolo che sin dagli esordi sembrava caratterizzarlo: quello di aedo di una civiltà che, proprio attraverso lo strumento che tale civiltà aveva ideato per celebrarli, declama i propri sacri racconti mitici. Mito popolare, prima di tutto, quello di cui proprio i primi lavori cinematografici sanciscono la definitiva caduta nell’oblio facendone una esperienza che può sopravvivere solo sul piano estetico e che l’Africa, al contrario, almeno in apparenza, pare poter nuovamente risvegliare anche attraverso le varianti che tale “concetto” potrebbe introdurvi. Varianti mitiche che affiorano con evidenza già in una silloge poetica come La religione del mio tempo, lavoro che secondo l’autore «esprime la crisi degli anni Sessanta. La sirena neocapitalistica da una parte, la desistenza rivoluzionaria dall’altra: e il vuoto, il terribile vuoto esistenziale che ne consegue.»(15)

Un vuoto che, come credo inizi a delinearsi chiaramente, sembrerebbe trovare un modo per essere colmato proprio attraverso il sostegno alla lotta che unisce idealmente i tanti Accattone della periferia romana ai milioni di disperati che abitano le periferie del mondo; e questo non solo per permettere al Poeta di rivivere, quasi religiosamente, il tempo mitico di una gioventù ormai consumata attraverso una sorta di riattualizzazione africana, ma anche per intravedere una possibilità di futuro di segno diverso rispetto a quello verso cui procedeva la civiltà occidentale. Tale messaggio sarà ribadito nei versi di una poesia, certamente non tra le più note, significativamente intitolata L’uomo di Bandung. La lirica è datata ancora una volta 1961 ma apparve per la prima volta solo nel 1964 su una piccola rivista friulana.(16) Il testo si apre con un invito alla fuga verso Oriente di matrice rimbaudiana, anche se subito si chiarisce come la destinazione indicata sia un luogo ideale che comincia già dalla via Appia per proseguire fino ad Aversa e da lì in Africa, «nei regni della fame», ed è probabilmente compiuta per sfuggire alla maledizione che più oltre il Poeta stesso lancia al mondo che vorrebbe lasciarsi alle spalle: 
«Abbiate figli fascisti!/ Che vi distruggano con le idee/ nate dalle vostre idee!/ Con l’odio/ nato dal vostro odio! Nei regni della fame,/ sono i miei figli; cuccioli neri o marrone,/ nati da seme di vittime ignare, dolci/ dannati alla vergogna della miseria./ Anzi, io l’ho visto il mio bambino,/ che mi assomigliava come nessuno in Italia:/ era là, poverino, sotto i miei ginocchi/ e io non lo vedevo, in uno spiazzo/ dove Denka nudi e mascherati da tigri/ ballavano un loro ballo pazzesco».(17)

Occorre però sottolineare come già in questa poesia, tuttavia, Pasolini mostri di non credere fino in fondo nella speranza riaccesa da un’Africa umiliata dalla povertà e dalla fame, e come Bandung sia soprattutto l’espressione di un utopico sogno che appare probabilmente già minato alle fondamenta, tanto che il tema della ridiscesa nel passato prevale nettamente rispetto alle aperture verso il futuro che il Continente nero dovrebbe al contempo rappresentare e che, quando ci sono, sembrano far presagire le medesime ombre inquietanti che aleggiavano sull’Occidente. Eloquente in proposito il passaggio in cui si afferma:
 «Col corpo vivo di chi è nato nel tempo/ della produzione, percorrere all’indietro/ i secoli fino alla visione della Preistoria/ perduta nel fetore di pecora del mondo/ che mangia i suoi prodotti. Qui il futuro/ è il nostro presente».(18)
  Tuttavia sarebbe ingeneroso ridurre il tutto alle nostalgie regressive dell’autore, il quale peraltro non fece mai mistero delle proprie irrazionali malinconie, o alle apocalittiche sue visioni sulle sorti dell’umanità senza provare a circoscrivere nel dettaglio il senso di un rapporto con il tempo che rappresenterà per Pasolini uno dei fili conduttori della sua produzione in questo decennio, nonché la porta di ingresso verso l’utilizzo di una forma di sapere, quella storico religiosa, che sarà la piattaforma teorica su cui in seguito avrebbe poggiato “Medea”, pellicola che, in un certo senso, rappresenta il punto di arrivo, disperato e disperante, di questo discorso.

Nei versi citati poc’anzi, infatti, Pasolini indica il presente dal quale è fuggito poeticamente come futuro delle genti incontrate in quell’immenso Terzo Mondo che ingloba anche gran parte della penisola italiana. Tuttavia, il presente di quelle stesse persone che ballano «un loro ballo pazzesco,/ con le donne in cerchio come drogate», corrisponde al passato ancestrale e mitico cui appartiene anche il decantato universo contadino con il suo senso ciclico del tempo. Analizzata in questa chiave, dunque, non stupisce più di tanto l’identificazione del poeta con quel bambino accovacciato tra le sue ginocchia, un «negretto battezzato,/ coi calzoncini bianchi tra i Denka nudi», che nei versi successivi, sollecitato dall’autore, dice di chiamarsi addirittura Paolino, palesando ancor di più tale sovrapposizione. Come se si trattasse di quello che osiamo definire un “rito poetico”, Pasolini esprime allora quella che, utilizzando la terminologia propria del sapere storico religioso, potremmo chiamare “destorificazione”, in questo caso una “destorificazione metaforica”, ovvero l’espressione poetica di ciò che Ernesto De Martino, grande etnologo e storico delle religioni italiano, definisce così: 
«il divenire angoscia, soprattutto nei momenti critici dell’esistenza: l’istituto della destorificazione religiosa sottrae questi momenti all’iniziativa umana e li risolve nella iterazione dell’identico»(19). 
Ed è proprio su tale ripetizione che si fonda la diversità di quelle civiltà altre alle quali Pasolini affratella il cristianesimo rurale e primitivo dei contadini friulani conosciuti da giovinetto. Una diversità salvifica che si palesa nella loro sensibilità all’appello del sacro, il quale consente di recuperare, attraverso l’immersione rigenerante nella metastoria, cioè nella dimensione in cui la crisi presente si annulla nella ripetizione del passato mitico, un rapporto più equilibrato con la storia: quella storia in cui Pasolini spera di poter finalmente vedere realizzato il processo rivoluzionario interrotto in Occidente dall’avvento del neocapitalismo.

Dunque è proprio questo continuo ritornare al proprio passato e nel proprio passato che permette all’uomo di Bandung di essere «più moderno di ogni moderno». La sua possibilità di futuro risiede proprio nella forza del suo passato, nell’immensa riserva vitale di un patrimonio simbolico che la modernità barbarica con cui Pasolini definisce la civiltà neocapitalistica sta, invece, seppellendo sotto il cemento dei nuovi palazzoni periferici, sotto la compulsività di un consumismo agli esordi ma già feroce, nella rimozione di ogni diversità. Siamo qui alle soglie di un percorso che Pasolini svilupperà e amplierà fino alla morte; e che come accennato già in questa fase appare consapevole del suo connotato utopico e malinconico assumendo, con il passare del tempo, i contorni della vera e propria tragedia, quella di un mondo in cui «niente è più possibile, ormai». Progressivamente la Preistoria mitica e sacrale, alla quale come si è visto appartengono i Denka così come i contadini friulani e i sottoproletari meridionali, sarà contrapposta alla Nuova Preistoria interamente profana della civiltà dei consumi; con la differenza, non di poco conto, che la prima, proprio grazie al suo rapporto con il sacro aveva potuto elevarsi dalla contingenza elaborando il proprio repertorio di simboli e valori; una via ormai preclusa alla seconda. Nelle poesie cui lavora nei primi anni Sessanta, molte delle quali confluiranno nella silloge Poesia in forma di rosa, Pasolini propone con forza la dicotomia che ormai vedeva contrapposte più che due classi, due razze distinte, due tipi di umanità il cui destino – e occorre segnalare quanto questo sia ben chiaro nella coscienza del Poeta sin dalle prime fasi di questo discorso - era drammaticamente segnato per entrambe. Si tratta di temi che verranno sviluppati nell’arco di un decennio e che se spesso si mescolano a uno scoperto impulso regressivo, non giustificano affatto un’interpretazione in chiave semplicemente antimoderna del discorso pasoliniano. Già in questa primissima fase, da alcune risposte che l’autore dava ai lettori delle rubrica settimanale che teneva su «Vie Nuove», è possibile evincere il vero significato di certe prese di posizione che i coevi il più delle volte interpretarono come semplici provocazioni: «bisogna strappare ai tradizionalisti il monopolio della tradizione […] i borghesi non amano nulla, le loro affermazioni retoriche di amore per il passato sono semplicemente retoriche e sacrileghe: comunque, nel migliore dei casi, tale amore è decorativo, o “monumentale”, come diceva Schopenhauer, non certo storicistico, cioè reale e capace di nuova storia».(20) Ed è per queste ragioni che l’Africa per Pasolini, nello spazio sacro della poesia, sembra poter ancora racchiudere in sé passato e futuro, può rappresentare un caldo rifugio nel già vissuto e uno stimolo ad andare oltre il presente, può essere al tempo stesso un ritorno e una nuova partenza, proprio come cantato ne L’uomo di Bandung:
 «non tornerò/ dalla periferia di Roma o del Mondo/ secondo il destino del Figliol Prodigo, su cui voi sareste pronti a scommettere,/ borghesi volgari e borghesi squisiti,/ o meglio, tornerò, se così è umano, ma andando sempre più lontano».(21)

Alessandro Barbato


Note:


1) La definizione Terzo Mondo, come è noto, fu coniata dal geografo francese Alfred Sauvy agli inizi degli anni Cinquanta, nel 1952 per la precisione, per indicare tutti quei Paesi non allineati al modello occidentale né a quello sovietico. La definizione venne poi fatta propria dagli Stati che si riunirono, nel 1955, nella Conferenza afroasiatica di Bandung proprio per proporsi come concreta alternativa ai modelli sopracitati.


2) Cfr. M. Leiris, L’Afrique fantôme, Paris 1934 [trad. it. L’Africa fantasma, Milano 1984.]. Si tratta del diario di viaggio che Leiris scrisse durante la sua partecipazione alla celeberrima missione etnografica “Dakar-Gibuti” tra il 1931 e il 1933. Diario che suscitò numerose polemiche che fruttarono a Leiris un isolamento accademico che durò per anni soprattutto per la schiettezza con la quale l’autore denunciò i comportamenti e le scorribande, ai limiti della razzia, che accompagnarono la missione; che, va detto, raggiunse considerevoli risultati scientifici e consacrò la ricerca etnografica francese sul campo. Per un approfondimento si veda: A. Barbato, L’alternativa fantasma. Leiris e Pasolini: percorsi antropologici, Padova 2010.


3) Cfr. M. Leiris, Message de l’Afrique, in Id., Miroir de l’Afrique, a cura di J. Jamin, Paris 1996 [trad. It. in Id., L’occhio dell’etnografo. Razza e civiltà e altri scritti 1929-1960, Torino 2005.]


4) M. Leiris, Message de l’Afrique, in Id., Miroir de l’Afrique, a cura di J. Jamin, Paris 1996 [trad. It. in Id., L’occhio dell’etnografo. Razza e civiltà e altri scritti 1929-1960, Torino 2005, p. 168.]


5) Cfr. A. Ferrero, Il cinema di Pier Paolo Pasolini, Venezia 1977.


6) P. P. Pasolini, La Resistenza negra, prefazione a M. De Andrade, (a cura di), Letteratura negra. La poesia, Roma 1961. Oggi in P. P. Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull’arte, a cura di W. Siti e S. De Laude, Milano 1999, tomo II, pp. 2344-2355.


7) Ivi, p. 2344.


8) Ibidem.


9) Ibidem.


10) P. P. Pasolini, La Resistenza negra, op. cit., p. 2350.


11) Ibidem.


12) P. P. Pasolini, La Resistenza negra, op. cit., pp. 2350-2351.


13) P. P. Pasolini, La Resistenza negra, op. cit., pp. 2353-2354.


14) Cfr. P. P. Pasolini, Bandung capitale di mezza Italia, in «Vie Nuove», n. 30, a. XVI, 29 luglio 1961.


15) P. P. Pasolini, Salinari: risposta e replica, in «Vie Nuove», n. 45, a. XVI, 16 novembre 1961.


16) P. P. Pasolini, L’uomo di Bandung, in «Julia Gens», Udine, gennaio-febbraio 1964. Poi inclusa in P. P. Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie, Milano 1993, vol. II, pp. 1773-1782. Ora in P. P. Pasolini, Tutte le poesie (2 voll.), a cura di W. Siti, Milano 2003, tomo I, pp. 1305-1313.


17) P. P. Pasolini, L’uomo di Bandung, in P. P. Pasolini, Tutte le poesie (2 voll.), a cura di W. Siti, Milano 2003, tomo I, pp. 1312-1313.


18) Ivi, p. 1310.


19) E. De Martino, Fenomenologia religiosa e storicismo assoluto, in Id., Storia e Metastoria. I fondamenti di una teoria del sacro, con introduzione e cura di Marcello Massenzio, Lecce 1995, p. 62.


20) P. P. Pasolini, Risposta a un insoddisfatto, in «Vie Nuove», n. 44, a. XVII, 8 novembre 1962.


21) P. P. Pasolini, L’uomo di Bandung, op. cit., p. 1313.





Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

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Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi