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giovedì 15 gennaio 2026

Pasolini, "È stato un massacro" - Oriana Fallaci L'Europeo del 21 novembre 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Oriana Fallaci al processo contro Pelosi per l'omicidio Pasolini

Pasolini, "È stato un massacro"

Oriana Fallaci 
L'Europeo 
21 novembre 1975 


Questa è, parola per parola, la ricostruzione del dialogo avvenuto a più riprese tra il nostro collaboratore Mauro Volterra e il ragazzo che sa come morì Pasolini, o meglio chi (oltre al Pelosi) uccise Pasolini. Ho ritenuto giusto lasciare le frasi del ragazzo così come furono dette da lui, e cioè in dialetto romanesco, per non alterarne in nessun modo la spontaneità e l’autenticità. Ho ritenuto opportuno rispettare rigorosamente la successione cronologica dei colloqui avvenuti tra Volterra e il ragazzo per non manipolare in nessun modo la loro importanza e la loro utilità. Le notizie contenute dentro le parentesi che interrompono il dialogo spiegano come avvennero i drammatici incontri e sino a che punto il ragazzo fosse terrorizzato dalla paura d’essere ucciso. 

Te ne devi annà, capito? Te ne devi annà! Io so’ riuscito a uscinne da questa storia, ne so’ uscito fori. Perché me voj rimette in mezzo ar casino? Perché me voj rovinà? Va via, va via! 

E in quale modo sei riuscito a uscirne? 

Mo te lo vengo a dire a te! Perché te lo dovrei dire a te? 

Perché ci potresti guadagnare un po’ di soldi. Io te le pago queste informazioni.

Nun li vojo li sordi tua! Che ci faccio con li sordi tua? Mannaggia, è facile parlà per te che nun rischi gnente. Tu con questa storia ce fai carriera. Ma io me becco ’na pistolettata in bocca, capito? La pelle è mia, mica è tua, capito? 

Ti assicuro che non dirò mai a nessuno d’avere avuto certe informazioni da te. C’è il segreto professionale. 

giovedì 22 maggio 2025

Delitto Pasolini, Il testimone misterioso di Oriana Fallaci - L'Europeo del 21 novembre 1975

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Delitto Pasolini
Il testimone misterioso 

Oriana Fallaci
L'Europeo del 21 novembre 1975 



Nossignori, l’intervista col ragazzo che sa non appare col nome del ragazzo che sa.

Non daremo il nome di quel ragazzo. Non ne forniremo neppure i dati somatici, nella speranza che ciò serva a non farlo riconoscere dagli assassini di Pasolini prima che la polizia possa trovarlo e interrogarlo e proteggerlo. 

Oltretutto la sua non è un’intervista data spontaneamente e con gioia. È un’intervista strappata, estorta pezzo per pezzo, giorno per giorno, attraverso preghiere, chiacchiere, promesse, a un poveretto sconvolto dal terrore d’essere punito da 
«una pistolettata in bocca». 

Un poveretto che appartiene al mondo dei prostituti romani, cinquemila al colpo, dieci se va bene, e zitto sennò ti ritrovi morto anche te sul sentiero di qualche borgata. Chi ha visto il suo volto pallido di paura, i suoi occhi bagnati di angoscia, chi ha udito la sua voce disperata mentre si raccomandava: 

«Tu me devi capì, cerca de capì, la verità io ce l’ho qua in bocca. E me brucia. Vorrei dirtela proprio, vorrei dirtela tutta. Ma nun ce la faccio perché quelli m’ammazzeno con ’na pistolettata in bocca», 

martedì 18 gennaio 2022

Pier Paolo Pasolini, Un marxista a New York, intervista di Oriana Fallaci, L’Europeo, 13 ottobre 1966

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Un marxista a New York

Dialogo-intervista con Oriana Fallaci
apparso sull’Europeo il 13 ottobre 1966

Eccolo che arriva: piccolo, fragile, consumato dai suoi mille desideri, dalle sue mille disperazioni, amarezze, e vestito come il ragazzo di un college. Sai quei tipi svelti, sportivi, che giocano a baseball e fanno l’amore nelle automobili. Pullover nocciola, con la tasca di cuoio all’altezza del cuore, pantaloni in velluto a coste nocciola, un po’ stretti, scarpe di camoscio con la gomma sotto. Non dimostra davvero i quarantaquattr’anni che ha. Per ritrovarli, quei quarantaquattr’anni, deve andare verso la finestra dove la luce si abbatte spietata sul viso e schiaffeggia quegli occhi lucidi, dolorosi, quelle guance scarne, appassite, la pelle tesa agli zigomi fino a rivelare il suo teschio. Per la stanchezza, suppongo. La notte scappa agli inviti e se ne va solo nelle strade più

domenica 6 giugno 2021

Oriana Fallaci, Lettera a Pier Paolo Pasolini - L'Europeo del 14 novembre 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Oriana Fallaci, Lettera a Pier Paolo 

L'Europeo del 14 novembre 1975 

Da qualche parte, Pier Paolo, mischiata a fogli e giornali ed appunti, devo avere la lettera che mi scrivesti un mese fa. Quella lettera crudele, spietata, dove mi picchiavi con la stessa violenza con cui ti hanno ammazzato. Me la sono portata dietro per due o tre settimane, le ho fatto fare il giro di mezzo mondo fino a New York, poi l’ho messa non so dove e mi chiedo se un giorno la ritroverò. Spero di no. Vederla di nuovo mi farebbe male quanto me ne fece quando la lessi e rimasi intirizzita a fissar le parole, sperando di poterle dimenticare. Non le ho dimenticate, invece. Posso quasi ricostruirle a memoria. Più o meno, così: «Ho ricevuto il tuo ultimo libro. Ti odio per averlo scritto. Non sono andato oltre la seconda pagina. Non voglio leggerlo, mai. Non voglio sapere cosa v’è dentro la pancia di

venerdì 17 maggio 2013

Delitto Pasolini - Oriana Fallaci - Deposizione del 2 dicembre 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Oriana Fallaci
Deposizione del 2 dicembre 1975


A domanda risponde: «Ebbi i primi accenni in ordine all'eventualità che il Pasolini non fosse stato ucciso solo dal Pelosi, ma anche da due motociclisti, e che ciò fosse stato visto da qualcuno, e che l'iniziale versione raccolta dalla S.V. non fosse quindi esatta, da una giornalista americana del "Chicago Tribune", Kay Withers, che ritengo abiti a Roma e che a sua volta riferiva voci provenienti da due giornalisti dell'agenzia "Reuter". All'inizio non detti peso all'accenno, ma il racconto tornò alla mia memoria allorché ebbi un incontro con una persona che mi dette la narrazione sulla morte di Pasolini da me riportata nell'articolo "Ucciso da due motociclisti?" su "L'Europeo". Prima della pubblicazione dell'articolo. e anche per ottenere il giudizio di un collega e per approfondire i fatti, volli avere un altro colloquio con l'individuo alla presenza del dott. Libero Montesi, vice-direttore della rivista a Roma: ma alle nostre sollecitazioni per ottenere dall'informatore il nome del testimone che dalle baracche avrebbe visto, la notte dell'assassinio, lo svolgimento dei fatti, egli si dimostrò spaventatissimo e rifiutò dichiarando che il testimone si sarebbe rifiutato di parlare con chiunque perché aveva paura e non avrebbe parlato nemmeno "coperto d'oro". Anche l'invito rivolto all'informatore affinché anche per scritto anonimo o telefonata il giornale potesse acquisire maggiori conoscenze, non ebbe successo, né ebbero successo ulteriori tentativi di persuasione.
Noi cercammo di appurare altre notizie dal direttore della "Reuter", che disse di non sapere nulla. La Withers mi riferi poi, o almeno così dedussi da una successiva conversazione con lei, che uno dei due giornalisti della "Reuter", da lei interpellato, le aveva detto di aver letto le voci relative sulla stampa.
Non sono in grado di dare indicazioni sul Gianfranco Sotgiu
(generalità che io ricavai dal passaporto da lui esibitomi) e che venne a parlare con me: era un uomo magro, di media statura. di età tra i 25 e i 30 anni. con i capelli scuri e con leggere inflessioni romanesche nell'accento.
Voglio precisare che circa la persona che mi informò, e che desidero che si indichi sempre come persona senza precisazione di sesso (intendo in tal modo che si rettifichino i punti del verbale in cui la si indica con la qualificazione maschile) non ritengo di fornire alcun particolare, considerandomi vincolata dal segreto deontologico. La indicazione di Stella Angeletti Di Martino la ricavai dal "Paese Sera".
Aggiungo a richiesta della S.V. che la persona che ci informò non volle alcun compenso.
Dopo la pubblicazione del mio primo articolo ebbi una conversazione nel mio ufficio con il Malusà Libero, il quale mi offriva una sua personale ricostruzione dei fatti. Anzi preciso che tale persona non si qualificò, e che il nome di Malusà Libero mi viene fatto dalla S.V. Aveva comunque una barba biondiccia che gli ricopriva la parte inferiore del viso. Non mi parve persona attendibile e quindi al più presto la congedai, anche perché il suo rifiuto a qualificarsi e a fornire le ragioni del suo interessamento mi lasciarono perplessa.»



Fonte:
http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&frm=1&source=web&cd=50&ved=0CHgQFjAJOCg&url=http%3A%2F%2Fwww.itisavezzano.it%2Fpublic%2FPIERPAOLOPASOLINI.pdf&ei=XUiWUbP2IITFPIPogZAC&usg=AFQjCNEHPM6SNZNMzzWup57Yy_lnNPPLxA&sig2=byzGSvkup2EzcUWXOqc1cQ
Vedi anche:
Pasolini.net

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lunedì 8 aprile 2013

Oriana Fallaci: la mia verità negata sulla morte di Pasolini


Oriana Fallaci: la mia verità negata sulla morte di Pasolini
Dopo l’articolo sull’Europeo, fu condannata per reticenza sulle fonti

«La mia scarsa stima del sistema giudiziario non è incominciata quando
i magistrati si sono messi a fare politica. Ma per questa esperienza»

ORIANA Fallaci è a New York e non avrebbe voglia di parlare di Pier Paolo Pasolini, della sua morte, delle inchieste e delle speculazioni successive, delle rivelazioni recenti, tardive e incomplete di Pino Pelosi. Tantomeno vorrebbe farlo per telefono. Però poi acconsente, «perché Pasolini era amico mio e di Alekos Panagulis». La stessa ragione per la quale, trenta anni fa - lei che era già «la Fallaci», quella del Vietnam, delle interviste ai potenti, dello scontro con Yasser Arafat, lei che non si occupava di cronaca - decise di misurarsi su un omicidio. Per lo smisurato affetto di una donna straordinaria verso uno straordinario uomo. E acconsente per un motivo insospettabile: «Vede, la mia scarsa stima del cosiddetto sistema giudiziario non è incominciata quando i magistrati si sono messi a fare politica, ossia ad applicare gli interessi dei loro partiti, la loro ideologia politica, al Codice Penale. E’ incominciata proprio per l’esperienza che ho avuto dopo la morte di Pasolini».
L’edizione dell’Europeo del 14 novembre 1975 fu nobilitata da un breve e fulminante articolo di Oriana Fallaci. Cominciava così: «Esiste un’altra versione della morte di Pasolini: una versione di cui, probabilmente, la polizia è già a conoscenza ma di cui non parla per poter condurre più comodamente le indagini. Essa si basa sulle testimonianze che hanno da offrire alcuni abitanti o frequentatori delle baracche che sorgono intorno allo spiazzato dove Pier Paolo Pasolini venne ucciso... Pasolini non venne aggredito e ucciso soltanto da Giuseppe Pelosi, ma da lui e da altri due teppisti, che sembrano assai conosciuti nel mondo della droga...». Oriana l’aveva scritto di getto, all’ultimo minuto, col giornale già quasi in stampa. Oggi ricorda: «Ho vissuto molto intensamente la morte di Pasolini perché era un amico. Aveva scritto una bella prefazione a un libro di Alekos Panagulis, un libro di poesie, “Vi scrivo da un carcere in Grecia” (1974, ndr)». Era il tempo in cui Alekos e Oriana vivevano insieme. Lui era stato imprigionato e torturato per l’opposizione al regime dei colonnelli, e da poco graziato. Chiese a Oriana di presentargli Pasolini e il sodalizio si allargò. «Nacque un rapporto frequente, andavamo spesso a cena», dice lei.
L’ultima, di cui Oriana narra nell’«Apocalisse» e alla quale Alekos mancò per via d’uno sciopero aereo, fu in un ristorante lungo la via Appia. Parlarono dell’omosessualità, dell’esclusiva riservata ai rapporti eterosessuali: la procreazione. Fu allora che Pasolini abbandonò per un istante la sua dolcezza: «Devo spiegarti perché odio, perché detesto, perché aborro il tuo libro “Lettera a un bambino mai nato”. E perché mi nausea ascoltare ciò che stai sostenendo. Io non voglio sapere che cosa c’è dentro un ventre di donna. Io inorridisco a sapere che cosa c’è dentro un ventre di donna. Una volta anche mia madre tentò di spiegarmi che cosa c’è dentro un ventre di donna. E ci litigai. Io che amo tanto mia madre». Poi Pasolini carezzò la mano di Oriana.
Ci sono molte cose che Oriana ricorda di Pasolini. Sono le cose per le quali si convinse a scrivere dell’assassinio, a scoprire tutto meglio e prima; a sopportare un’incriminazione e una condanna (per reticenza, quattro mesi di reclusione) che a pensarci oggi ci si immalinconisce. New York, 1966. Pasolini scoprì l’America e andò a far visita a Oriana in un grattacielo della Cinquantasettesima strada. «Mi disse: sono stato tutta la notte a “cercare” - e quando lui diceva “cercare” io so cosa intendeva - e a passeggiare nel Bronx. E mi ricordo che io balzai in piedi. “Che hai fatto?! Dove?! Ma lo sai cos’è il Bronx?!”. Ora il Bronx è meglio ma a quel tempo andare nel Bronx era come andare in un ghetto di Calcutta. E lui, camminando su e giù per il living room con un sorriso quasi beato mi fece il ritratto della sua morte. Mi disse: “Sai, io sono un gattaccio torbido che una notte morirà schiacciato in una strada sconosciuta...”».
La mattina in cui seppero del massacro di Ostia, Oriana e Alekos occupavano un appartamento all’Excelsior di Roma. «Si restò senza fiato», racconta. Si mise al lavoro. Rintracciò il testimone (o “la” testimone o “i” testimoni: «Io non rivelerò mai, mai, mai il nome della persona o delle persone da cui ho saputo che ad ammazzare Pasolini non era stato Pelosi da solo. Io sono una persona d’onore. Giurai di non fare il loro nome e non lo farò mai, morirò col mio segreto punto e basta») e scrisse una verità alla quale soltanto oggi pare si voglia prestare attenzione: Pelosi non poteva aver fatto tutto da solo. Lo diceva la logica. Lo dicevano le indagini di Oriana Fallaci per l’Europeo. Oggi lo dice Pelosi stesso. Lo dice (al Corriere della Sera di martedì 10 maggio) Torquato Tessarin, ex direttore di produzione di Pasolini. E’ stato uno dei pochi, forse il solo, a ricredersi: «Voglio chiedere pubblicamente scusa a Oriana Fallaci, l’unica ad aver scritto che Pasolini fu ucciso da tre persone». Trent’anni fa Tessarin dichiarava la Fallaci pazza ed esaltata, «visionaria come lo era stata nelle corrispondenze dal Vietnam».
Lei ora non se ne cura: «Io non so chi sia questo ex direttore di produzione e attore e regista che mi ha chiesto scusa sul Corriere. Non ho la minima idea di chi sia. Di quelli che componevano il piccolo mondo intorno a Pasolini ricordo soltanto il nome di un tale che chiamavano “Cavallo pazzo”. Non so se “Cavallo pazzo”, il quale pronunciava delle bestialità irripetibili, degli improperi vergognosi nei miei riguardi, sia questo direttore di produzione. Tutti del resto facevano a gara a chi era più bravo a insultare in modo più sconcio, più rozzo. Fu una rara, rara prova di inciviltà in un paese che l’inciviltà la conosce bene. Ma il punto non è quello che dicevano i cavalli pazzi. Il punto è il modo in cui si comportarono la polizia e poi la magistratura».
La polizia, spiega la grande scrittrice, «prese a perseguitarmi. Mi mandava, soprattutto all’ufficio dell’Europeo di via Boncompagni, vicino a via Veneto, degli strani individui che, si capiva, avevano il compito di trarmi in inganno, di tendermi trappole per farmi dire che avevo mentito e scritto cose non vere». Niente a paragone della magistratura: «Se lei mi chiede qual è l’immagine che io ho del magistrato, non è quella del signore con la barba bianca, gli occhiali e la toga nera dignitosamente assiso in tribunale. E’ quella del magistrato che per primo mi interrogò dopo gli articoli dell’Europeo, che mi convocò in procura e io andai da bravo cittadino - ho l’ingenuità dei bravi cittadini - non pensai di portarmi l’avvocato, andai, dissi, sentiamo, forse è interessato a quello che noi dell’Europeo abbiamo scritto. E trovai questo barbuto, maleducatissimo, che si dava un mucchio di arie, seduto dietro la scrivania squallida di una stanzuccia squallida, che mi trattava come una delinquente, sgarbato, aggressivo».
Voleva sapere i nomi dei testimoni ai quali Oriana Fallaci si riferiva nei reportage. Lei si appellò al segreto professionale, allo statuto dei giornalisti, alla norma deontologica che impone di tutelare le fonti, specialmente se rivelarne l’identità può metterle in pericolo. Era certamente quello il caso, e la Fallaci lo ripeté al processo, sia in primo che in secondo grado. Ma non le evitò la condanna e nemmeno le procurò la solidarietà, dovuta e sacrosanta, dell’Associazione della stampa. Non si tratta soltanto dell’ingiustizia: «Io so cosa significa essere condannati ingiustamente: è una delle cose più ributtanti che esistano». Si tratta anche di una questione di dignità. La tracotanza del pubblico ministero, l’aria di sufficienza di giudici maldisposti, l’alterigia e la villania degli avvocati a lei contrari. Le provò su di sé e «dopo quella duplice esperienza, davanti all’ingiustizia della giustizia non mi sono più stupita: il mio battesimo l’ho fatto in seguito alla morte di Pasolini».
Paradossalmente, ciò che più le è rimasto nella memoria di quelle udienze è l’immagine catastrofica e offensiva di un cancelliere donna: «Una ragazzaccia volgarissima, con questi capelloni tutti scarmigliati e con una maglietta, invece della toga - come io credevo che dovesse avere un cancelliere - una maglietta senza maniche, una t-shirt, con un grande topolino disegnato sul davanti. Vedere questo topolino seduto su uno scranno, a giudicare un cittadino trattato come fosse alla gogna, lo trovai mostruoso. Mi inorridì». Questa sciatteria insieme con le prevaricazioni e i vilipendi subiti la spingono oggi a riparlare di Pasolini: «Questa faccenda mi interessa soltanto nella misura in cui ha aperto la strada della mia disistima per il giornalismo, la polizia, la legge. Soprattutto della legge, soprattutto dei magistrati, del sistema giudiziario e di chi lo amministra».
La pena è stata amnistiata ma ad Oriana Fallaci importa poco. Ritiene che lo Stato le dovrebbe delle scuse, la rifusione dei danni morali e materiali. E in fondo le interessa relativamente riporsi la solita domanda: perché? Perché ci fu tanto accanimento contro di lei, e soltanto contro di lei, non contro altri dell’Europeo? E perché non si spesero altrettante energie per dimostrare che Pelosi non era un assassino solitario? Se l’è chiesto per un po’. Poi «mi sono guardata bene dal continuare a rimuginare sulle loro miserie morali e mentali. Ma è una domanda che io ora pongo a voi: perché gli dava tanto fastidio che l’Europeo avesse detto questa verità? Perché l’hanno rifiutata? Perché per rifiutarla se la sono presa con la Fallaci e basta? Sono domande senza risposta, per me sono come il dogma della verginità della Madonna». Ci si potrebbe rituffare nelle teorie dei complotti, nei grovigli politici, e in fondo questo era il sospetto di Tommaso Giglio, direttore dell’Europeo in quegli anni. Si potrebbe ragionare sul fatto che anche adesso sono in pochi a trovare la voce, e comunque è una voce flebile, per dire che pure quella volta la ragione era di Oriana Fallaci. Si potrebbero sostenere tante tesi, ma senza troppi appigli. Forse è sensato e sufficiente tornare all’inizio di questo articolo, ripetere che nel 1975 Oriana Fallaci era già Oriana Fallaci. Già quella del Vietnam, quella delle interviste ai potenti messi spalle al muro. La Oriana Fallaci detestata perché scriveva quello che nessuno sopportava leggere: in che direzione stava girando il mondo. O, per dirlo con parole sue: «Già a quel tempo e da parecchio tempo ormai ero il bambino di quella fiaba di Grimm, il bambino che dice: “Il re è nudo”».
la stampa 12-5-05
Fonte:
 http://www.lamescolanza.com/Temp2005/52005/Fallaci=1252005.htm



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domenica 7 aprile 2013

La morte di Pasolini. Quando Oriana Fallaci arrivò vicinissima alla verità

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





La morte di Pasolini. Quando Oriana Fallaci arrivò vicinissima alla verità

Sono convinto che per svelare il segreto degli ultimi istanti di vita di Pier Paolo Pasolini occorre partire da un articolo uscito il 14 novembre 1975 su L'Europeo, scritto di getto 12 giorni dopo la morte del poeta e poco prima che il settimanale chiudesse per andare in stampa, da Oriana Fallaci. Oriana aveva con Pier Paolo un rapporto di frequentazione. Capitava spesso che andassero a cena insieme lei, lui e Alekos Panagulis.
La giornalista non ha mai rivelato l'identità delle sue "fonti" e si è portata i loro nomi nella tomba. Nemmeno una condanna a quattro mesi di reclusione per reticenza la convinse a venir meno alla parola data. Oriana era una donna caparbia e lo aveva dichiarato subito che non avrebbe mai violato il segreto. "Io non rivelerò mai, mai, mai il nome della persona o delle persone da cui ho saputo che ad ammazzare Pasolini non era stato Pelosi da solo. Io sono una persona d’onore. Giurai di non fare il loro nome e non lo farò mai, morirò col mio segreto punto e basta".
Solo mettendo insieme i piccoli frammeti di verità che si possono rintracciare nelle tante interviste d Pino Pelosi e di "altri" protagonisti della vicenda, è possibile ipotizzare che la Fallaci fosse riuscita - attraverso alcuni giornalisti dell'Europeo - a parlare con testimoni diretti sia dell'omicidio che delle fasi precedenti. Attorno alla zona dell'Idroscalo di Fiumicino, attorno al "pratone" dove Pasolini aveva fermato la sua automobile c'erano all'epoca delle baracchette. Una in particolare era frequentata da "marchettari" e "puttane" e dai loro occasionali clienti. La notte del 2 novembre 1975 là dentro c'era qualcuno. E' molto probabile che le fonti di Oriana raccontarono solo una parte della "verità" poiché avevano l'esignza di proteggersi. Ad ogni modo la "contro inchiesta" andata avanti per 35 anni inizia con le parole di Oriana Fallaci. Eccole.


Pasolini ucciso da due motociclisti?

di Oriana Fallaci

Esiste un'altra versione della morte di Pasolini: una versione di cui, probabilmente, la polizia è già a conoscenza ma di cui non parla per poter condurre più comodamente le indagini. Essa si basa sulle testimonianze che hanno da offrire alcuni abitanti o frequentatori delle baracche che sorgono intorno allo spiazzato dove Pier Paolo Pasolini venne ucciso. In particolare, si basa su ciò che venne visto e udito per circa mezz'ora da un romano che si trovava in una di quelle baracche per un convegno amoroso con una donna che non è sua moglie. Ecco ciò che egli non dice, almeno per ora, ma che avrebbe da dire.
Pasolini non venne aggredito e ucciso soltanto da Giuseppe Pelosi, ma da lui e da altri due teppisti, che sembrano assai conosciuti nel mondo della droga. I due teppisti erano giunti a bordo di una motocicletta dopo mezzanotte, ed erano entrati insieme a Pasolini e al Pelosi in una baracca che lo scrittore era solito affittare per centomila lire ogni volta che vi si recava. Infatti non si tratta di baracche miserande come appare all'esterno: le assi esterne di legno fasciano villette vere e proprie, munite all'interno dei normali servizi igienici, di acqua corrente, a volte ben arredate e perfino con moquette. Le urla di un alterco violento cominciarono dopo qualche tempo che i quattro si trovarono dentro la baracca. A gridare: «Porco, brutto porco» non era Pasolini ma erano i tre ragazzi. A un certo punto la porta della baracca si spalancò e Pasolini uscì correndo verso la sua automobile. Riuscì a raggiungerla e si apprestava a salirci quando i due giovanotti della motocicletta lo agguantarono e lo tirarono fuori. Pasolini si divincolò e riprese a fuggire. Ma i tre gli furono di nuovo addosso e continuarono a colpirlo. Stavolta con le tavolette di legno e anche con le catene. Ciascuno di loro aveva in mano una tavoletta e i due teppisti più grossi avevano in mano anche le catene. Il testimone che, terrorizzato, si rifiuta di raccontare la storia alla polizia, dice anche che, a un certo punto, vide i tre giovanotti in faccia.

Erano circa le una del mattino e le urla dell'alterco continuarono, udite da tutti, per quasi o circa mezz'ora. Vide anche che Pasolini cercava di difendersi. Quando Pasolini si abbatté esanime, i due ragazzi corsero verso la sua automobile, vi salirono sopra, e passarono due volte sopra il corpo dello scrittore, mentre Giuseppe Pelosi rimaneva a guardare. Poi i due scesero dall'automobile, salirono sulla motocicletta, partirono mentre Giuseppe Pelosi gridava: «Mo' me lasciate solo, mo' me lasciate qui». Continuò a gridare in quel modo anche dopo che i due si furono allontanati. Allora si diresse a sua volta verso l'automobile di Pasolini, vi salì e scappò.

La scena sarebbe stata vista non soltanto da chi era nelle "baracche" ma anche da una coppia appartata dentro un'automobile, poco lontano. E tale versione risolverebbe i dubbi che tutti hanno avanzato fino a oggi sulla possibilità che un uomo robusto e sportivo come Pasolini potesse essere sopraffatto da una persona sola, anzi da un ragazzo di diciassette anni, meno forte di lui. E il caso di sottolineare che in un primo tempo fu detto dalla polizia che nelle unghie di Pasolini erano stati trovati residui di pelle. Secondo la versione ora fornita, Pasolini tentò disperatamente di difendersi. Sul volto e sul corpo di Giuseppe Pelosi non esistono segni di una colluttazione. Tali segni, o tali graffi, si dovrebbero trovare sul volto o sul corpo degli altri due teppisti.

Perché il Pelosi non parla e si assume tutta la responsabilità? È legato anche lui al mondo della droga? Perché lui stesso ha messo sulla pista la polizia raccontando di avere perso un anello che nessuno, fino a quel momento, sapeva che fosse suo? È possibile perdere un anello durante una colluttazione? Oppure l'anello è stato gettato lì di proposito, e il Pelosi ha parlato, raccontando tutto, e la polizia non ce ne dà notizia?
Fonte:
http://vitaliquida.blogspot.it/2010/03/la-morte-di-pasolini-quando-oriana.html#!/2010/03/la-morte-di-pasolini-quando-oriana.html

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domenica 4 novembre 2012

Un marxista a New York. Oriana Fallaci racconta Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




novembre 2, 2012Oriana Fallaci

Oggi è l’anniversario della scomparsa di Pier Paolo Pasolini. Pubblichiamo un’intervista di Oriana Fallaci, apparso sull’Europeo il 13 ottobre 1966. L’America, i barboni, la coca-cola e la boria di Umberto Eco


Oggi è l’anniversario della scomparsa di Pier Paolo Pasolini. Tempi vuole ricordarlo con questo dialogo-intervista con Oriana Fallaci, apparso sull’Europeo il 13 ottobre 1966

Eccolo che arriva: piccolo, fragile, consumato dai suoi mille desideri, dalle sue mille disperazioni, amarezze, e vestito come il ragazzo di un college. Sai quei tipi svelti, sportivi, che giocano a baseball e fanno l’amore nelle automobili. Pullover nocciola, con la tasca di cuoio all’altezza del cuore, pantaloni in velluto a coste nocciola, un po’ stretti, scarpe di camoscio con la gomma sotto. Non dimostra davvero i quarantaquattr’anni che ha. Per ritrovarli, quei quarantaquattr’anni, deve andare verso la finestra dove la luce si abbatte spietata sul viso e schiaffeggia quegli occhi lucidi, dolorosi, quelle guance scarne, appassite, la pelle tesa agli zigomi fino a rivelare il suo teschio. Per la stanchezza, suppongo. La notte scappa agli inviti e se ne va solo nelle strade più cupe di Harlem, di Greenwich Village, di Brooklyn, oppure al porto, nei bar dove non entra nemmeno la polizia, cercando l’America sporca infelice violenta che si addice ai suoi problemi, i suoi gusti, e all’albergo in Manhattan torna che è l’alba: con le palpebre gonfie, il corpo indolenzito dalla sorpresa d’essere vivo. Siamo in molti a pensare che se non la smette ce lo troviamo con una pallottola in cuore o con la gola tagliata: ma è pazzo a girare così per New York? È a New York da dieci giorni. È venuto per il festival cinematografico, vi davano due dei suoi film. Sono proprio curiosa di saper se l’America piace a questo marxista convinto, a questo cristiano arrabbiato, insomma a Pasolini.
Dieci giorni son pochi per dare un giudizio, è ben vero, ma Orson Welles una volta m’ha detto che per capire un paese ci vogliono dieci giorni o dieci anni: all’undicesimo giorno ti abitui e non vedi più nulla. All’undicesimo giorno, domani, riparte. L’ho pregato per questo di venire da me a bere un drink. «Whisky?» gli chiedo. «Birra? Cognac?» «Coca-cola», risponde. La finestra s’apre lungo una strada di grattacieli, uno accanto all’altro, uno dopo l’altro, dall’East River allo Hudson. Ti gira la testa a guardarli, ti senti in trappola come una bestia che ha sete di verde. O di silenzio. Entra, dal vetro socchiuso, l’inferno: brontolar di motori, squillare di clacson, martellare di perforatrici, sirene. La città ha acceso i termosifoni e la polvere nera ti si attacca perfino alle ciglia, rendendoti cieco. Piove, è una di quelle giornate in cui tutto ti irrita, ti nega entusiasmo. Ma lui beve con gusto la sua Coca-cola e d’un tratto esclama:
«Vorrei aver diciott’anni per vivere tutta una vita quaggiù».
«Quaggiù?! A New York?»
«È una città magica, travolgente, bellissima. Una di quelle città fortunate che hanno la grazia. Come certi poeti che ogniqualvolta scrivono un verso fanno una bella poesia. Mi dispiace non esser venuto qui molto prima, venti o trent’anni fa, per restarci. Non mi era mai successo conoscendo un paese. Fuorché in Africa, forse. Ma in Africa vorrei andare e restare per non ammazzarmi. L’Africa è come una droga che prendi per non ammazzarti, una evasione. New York non è un’evasione: e un impegno, una guerra. Ti mette addosso la voglia di fare, affrontare, cambiare: ti piace come le cose che piacciono, ecco, a vent’anni. Lo capii appena arrivato. Arrivai da Montreal, con il treno. Scesi a un’enorme stazione affogata nel buio, una sotterranea. Non c’eran facchini e la mia valigia pesava. Eppure andavo come se fosse leggera. Mi muovevo verso una luce accecante, in fondo al tunnel c’era una luce accecante, e quando fui fuori la città mi aggredì come un’apparizione. Gerusalemme che appare agli occhi del Crociato. Non mi sentivo straniero, imparai subito a girare le strade neanche ci fossi nato: eppure non la riconoscevo. Perché nessuno ha mai rappresentato New York. Non l’ha rappresentata la letteratura: a parte le vignette di Arcibaldo e Petronilla, su New York esistono solo le poesie di Ginsberg. Non l’ha rappresentata la pittura: non esistono quadri di New York. Non l’ha rappresentata il cinema perché… Non lo so. Forse non è cinematografabile. Da lontano è come le Dolomiti, troppo fotogenica, troppo meravigliosa, e dà fastidio. Da vicino, da dentro, non si vede: l’obiettivo non riesce a contenere l’inizio e la fine di un grattacielo. Ma non è solo la sua bellezza fisica che conta. E la sua gioventù. È una città di giovani, la città meno crepuscolare che abbia mai visto. E quanto sono eleganti, i giovani, qui.»
«Eleganti?!»
«Hanno un gusto favoloso: guarda come sono vestiti. Nel modo più sincero, più anticonformista possibile. Non gliene importa nulla delle regole piccolo-borghesi o popolari. Quei maglioni vistosi, quei giubbotti da poco prezzo, quei colori incredibili. Non si vestono mica, si mettono in maschera: come quando da piccola ti mettevi la palandrana della nonna. E così mascherati se ne vanno, orgogliosi, coscienti della loro eleganza che non è mai un’eleganza mitica o ingenua. Ti vien voglia di imitarli e magari li imiti perché dove puoi vestirti così? A Roma? A Milano? A Parigi? Io là ho sempre paura che la gente si volti, mi guardi. Qui non ho alcun complesso, posso andarmene vestito come voglio, senza che nessuno si volti e mi guardi. Qui invece nessuno ti turba con la sua curiosità. Ieri sulla Quarantacinquesima ho visto un uomo che stava morendo. In mano aveva un pacchetto: l’ha fissato e poi l’ha scaraventato con una tale violenza che il pacchetto s’è rotto. Chissà che c’era dentro. Dopo s’è appoggiato al muro, ha messo la testa sull’avambraccio, è scivolato piano piano per terra ed è rimasto li a piangere. Anzi a morire. Senza che nessuno si fermasse a guardarlo, neanche per offrirgli un bicchier d’acqua, un aiuto. La sera avanti, poco lontano dal Metropolitan, ho visto un vecchio disteso sul marciapiede: coperto da un plaid. Accanto gli stava un ragazzo, bello, elegante come dici tu: scarpe di cuoio perfetto, calzini leggeri, pantaloni ben tagliati, un pullover favoloso. Il vecchio stringeva sul petto la mano del giovane e il suo volto era bianco, già levigato dalla morte. La gente passava e non si fermava, qualcuno rideva. Ma è male questo? O non è male il nostro fermarsi a curiosare? Non è detto che il loro silenzio sia mancanza di pietà, forse è una forma superiore di pietà. La pietà di non avvicinarsi, non curiosare…»

L’America è proprio una donna fatale, seduce chiunque. Non ho ancora conosciuto un comunista che sbarcando quaggiù non abbia perso la testa. Arrivano colmi di ostilità, preconcetti, magari disprezzo, e subito cadon colpiti dalla Rivelazione, la Grazia. Tutto gli va bene, gli piace: ripartono innamorati, con le lacrime agli occhi. Sì o no, Pasolini? Lui scuote le spalle, sdegnoso.
«Io sono un marxista indipendente, non ho mai chiesto l’iscrizione al partito, e dell’America sono innamorato fin da ragazzo. Perché, non lo so bene. La letteratura americana, tanto per fare un esempio, non mi è mai piaciuta. Non mi piace Hemingway, né Steinbeck, pochissimo Faulkner; da Melville salto ad Allen Ginsberg. L’establishment americano non ha mai potuto conciliarsi, ovvio, con il mio credo marxista. E allora? Il cinema, forse. Tutta la mia gioventù è stata affascinata dai film americani, cioè da un’America violenta, brutale. Ma non è questa America che ho ritrovato: è un’America giovane, disperata, idealista. V’è in loro un gran pragmatismo e allo stesso tempo un tale idealismo. Non sono mai cinici, scettici, come lo siamo noi. Non sono mai qualunquisti, realisti: vivono sempre nel sogno e devono idealizzare ogni cosa. Anche i ricchi, anche quelli che hanno nelle mani il potere. Il vero momento rivoluzionario di tutta la Terra non è in Cina, non è in Russia: è in America. Mi spiego? Vai a Mosca, vai a Praga, vai a Budapest, e avverti che la rivoluzione è fallita: il socialismo ha messo al potere una classe di dirigenti e l’operaio non è padrone del proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e ti accorgi che il comunista europeo è un uomo vuoto. Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un marxista, oggi, possa scoprire. Ho conosciuto i giovani dello Sncc [Student Non-violent Coordinating Committee, ndc], sai gli studenti che vanno nel sud a organizzare i negri. Fanno venire in mente i primi cristiani, v’è in loro la stessa assolutezza per cui Cristo diceva al giovane ricco: “Per venire con me devi abbandonar tutto, chi ama il padre e la madre odia me”. Non sono comunisti né anticomunisti, sono mistici della democrazia: la loro rivoluzione consiste nel portare la democrazia alle estreme e quasi folli conseguenze. M’è venuta un’idea, conoscendoli: ambientare in America il mio film su san Paolo. Voglio trasferire l’intera azione da Roma a New York, situandola ai tempi nostri ma senza cambiar nulla. Mi spiego? Restando fedelissimo alle sue lettere. New York ha molte analogie con l’antica Roma di cui parla san Paolo. La corruzione, le clientele, il problema dei negri, dei drogati. E a tutto questo san Paolo dava una risposta santa, cioè scandalosa, come gli Sncc.
Alle sette ha un appuntamento con Herbert Blau, il direttore teatrale del Lincoln Center, che lo ha invitato a cena. Non si trovano taxi a quest’ora e così andiamo a piedi. Cade una pioggia sottile, esasperante. Ma lui cammina senza sentirla, o apprezzandola forse, e ripete vedi le case di Arcibaldo e Petronilla, in fondo è come tornare fanciulli. Gli è quasi sparita dagli occhi quella tristezza gonfia di mille amarezze.
«L’aspetto più importante di questa città è la miseria.»
«Miseria?! A New York?!»
«Sì. Lo stesso tipo di miseria, o povertà, che si trova nelle ex colonie divenute indipendenti da poco. Lo stesso tipo di povertà che trovi a Calcutta, a Bombay, a Casablanca. Mi spiego? Non una miseria economica, la miseria di chi non ha da mangiare: una miseria, ecco, psicologica. Quella sporcizia diffusa, quella provvisorietà. Le strade male asfaltate che quando piove si riempion di gore. I muri neri o marroni, costruiti in fretta per esser buttati giù in fretta. E mai un angolo tirato a lucido, destinato a durare. C’è anche Park Avenue, siamo d’accordo, ci sono gli splendidi grattacieli di vetro: ma quelle son le piramidi. Esser qui oggi è come trovarsi in Egitto quando gli schiavi costruivano le piramidi. Sai, non è mica detto che gli schiavi in Egitto vivessero male. Magari erano allegri, nella disperazione, e la sera andavano a spasso, bevevano… Non c’entra. L’aspetto importante resta questa miseria da ex colonia, da sottoproletariato.»
«Sottoproletariato? A New York?»
«Sicuro. V’è in tutti le stigmate della medesima origine sottoproletaria: a colpo d’occhio non la vedi mica la differenza di classe. Come a Mosca quando cammini pensando che son tutti uguali. Naturalmente la differenza esiste ma non se ne rendono conto, non ce ne rendiamo conto. E lo sai perché? Perché non v’è in loro la coscienza di classe. Per uno che vien dall’Italia lo smarrimento è più fondo che in Africa, in India. Voglio dire che entri a Calcutta, a Karthum, ed entri nel cuore di una razza, di un contesto sociale: la classe operaia, borghese, piccolo-borghese, e ciascuna con la sua coscienza di esistere. Entri a New York e cosa trovi? Un fuoco d’artificio di razze assimilate e rese analoghe dallo stesso sistema, dal medesimo fondo: il sottoproletariato. Guarda l’operaio americano, questa mescolanza mostruosa e affascinante di sottoproletariato e di piccola borghesia. Non esiste l’operaio in quanto tale perché non esiste in lui la coscienza della classe operaia. Una voragine. Ma ovunque ti affacci, in America, in un’anima come in una strada come in un ambiente, ti affacci su una voragine. Quasi tu ti sporgessi da un grattacielo. Ciò è bene, ciò è male? Non so, mi sento confuso. In Europa mi sembrerebbe negativo, qui no. Ammiro il momento rivoluzionario americano, ovvio che il mio cuore è per il povero negro o il povero calabrese, e contemporaneamente provo rispetto per l’establishment, il sistema americano… Devo tornare, devo approfondire.»
Il ristorante dove incontriamo Herbert Blau è famoso per le aragoste alla griglia. Cena? Aragoste? Pasolini esce come un sonnambulo dal dedalo delle sue confusioni e ordina un bicchiere di latte, una macedonia di frutta ma senza le arance. È afflitto da un’ulcera, dovrebbe farsi operare, si nutre come un bebè. Parlando di teatro, progetti, Blau lo fissa un po’ sbalordito: questo rivoluzionario che si nutre come un bebè. Si saluteranno presto, reciprocamente annoiati. Conclusa la cena Blau lo ha accompagnato dentro il Lincoln Center, a vedere le prove di una commedia in costume. Ma a Pasolini non importa nulla delle commedie in costume, dell’apparato elettronico che sposta in pochi secondi le scene, gira il palcoscenico, alza la platea: nel suo mondo non c’è posto per simili meraviglie. Come non c’è posto per i grattacieli di vetro, Park Avenue, un razzo che parte, il trapianto chirurgico di un cuore vivo: l’America bella, pulita, comoda che piace a chi spera nel Paradiso. Come Rimbaud (o certi martiri) lui vuol sempre tornare all’inferno, ai quartieri dove si rischia un colpo di rivoltella nel cuore, incontri tragici e magari perversi, la punizione, il Greenwich Village come glielo descrisse Elsa Morante, Harlem come l’ha visto ieri sera ed è stata una bellissima sera. Gli presentarono un sindacalista negro, di estrema sinistra, sai quelli che non accettano il sistema della non-violenza propagandato da Martin Luther King, e son pronti ad uccidere. Il sindacalista lo portò a casa di un operaio caduto dal quarantaseiesimo al quarantaduesimo piano dove restò appeso miracolosamente ad un filo. L’operaio era un vecchio negro, disteso in un letto e rideva felice, felice, ed era così commovente. D’un tratto mi saluta, impaziente, una stretta leggera di mano, e se ne va tutto solo nel buio.
Oggi parte ed ha molte cose da fare: anzitutto posar per un tale che ha molto insistito e gli pare si chiami Avalon. «Dick Avedon?» «Sì, qualcosa del genere.» «Non sai chi è Dick Avedon?» «No, chi è?» «Forse il più grande fotografo che esista in America, senza dubbio uno dei più grandi nel mondo.» «Ah, sì?» Avedon lo ha pregato di venire al suo studio verso le undici ma lui è giunto in ritardo perché sulle scale c’era un vagabondo ubriaco dall’alba, e un vagabondo ubriaco dall’alba vale cento fotografie di Avedon.
L’ascoltava con pazienza materna, dolcezza, prima di lasciarlo gli ha dato non so quanti dollari, e certo ora guarda con meno interesse la immensa istantanea che copre una intera parete dello studio Avedon: Charlie Chaplin ritratto come un demonio, gli indici e i mignoli ritti sopra le tempie a mo’ di corna o forconi. «La scattai l’ultimo giorno che passò negli Stati Uniti», spiega Avedon, «poche ore prima che gli partisse la nave diretta in Europa. Venne qui e…»
Ma a Pasolini preme più la storia di altre fotografie: questo ragazzo negro, ad esempio, che morì di botte per essere stato aggredito dal Ku Klux Klan. O questo mulatto che al Parlamento fu eletto due volte ma non riuscì mai ad entrarci perché è contro la guerra in Vietnam. O questo Allen Ginsberg che posa nudo, coperto solo dalla sua barba e i suoi peli, e lo induce a una altra dichiarazione d’amore:
«Gli intellettuali americani, capisci. Magari son pieni di contraddizioni; incontri un allievo di Morris che ha dato la laurea sulla poesia del Petrarca, discute di semeiotica e poi incontri due studentesse che ignoran perfino Apollinaire o Rimbaud. Quali sono i poeti che preferisce, ti chiedono. Rimbaud, rispondi, Apollinaire, Machado, Kavafis. Ti guardano cieche. Che Kavafis non lo conoscano, passi. Per Machado è già grave, per Apollinaire è assurdo, per Rimbaud addirittura scandaloso. Però hanno un tale rispetto per la cultura! Un rispetto pieno di timore, umiltà: è una gran dote. Considera gli italiani: sono sempre padroni del sapere, anche quando sono ignoranti. Non c’è mai un attimo di timidezza, negli italiani, verso il sapere. Un tipo come Umberto Eco, ad esempio. Conosce tutto lo scibile e te lo vomita in faccia con l’aria più indifferente: è come se tu ascoltassi un robot. Un americano erudito come Umberto Eco è un uomo umile, invece, non si considera mai padrone della sua sapienza, è quasi spaventato dalla sua cultura. Ciò è giusto, mi piace…».
E intanto Avedon scatta foto che suppongo destinate alle frivole lettrici di «Vogue». Che scena, vale quella del Village.
Al Village ci va subito dopo per comprare i pantaloni e i giubbotti che trova così eleganti e che a Roma non indosserà mai: ossessionato com’è dal complesso d’esser riconosciuto, criticato, guardato.
Lo attrae soprattutto una certa camicia che è la copia esatta di quelle in uso nelle prigioni. Sul taschino sinistro c’è scritto: «Prigione di Stato, galeotto Numero 3678». La sta provando, sedotto, quando all’angolo della Decima Avenue scorge una dimostrazione in favore della guerra nel Vietnam.
Uomini e donne passano cupi con grandi cartelli dove è scarabocchiato: «Bombardate Hanoi»; qualcuno ha un distintivo che dice: «Ammazzateli tutti, quei rossi». Ed ecco che un’automobile arriva, ne scendo due giovanotti e una ragazza bionda in calzoni. La ragazza ha una chitarra. Si appoggia al cofano dell’automobile, mentre i due giovanotti le si mettono ai lati, e incomincia a suonare qualcosa di triste. Poi, insieme, tutti e tre attaccano una canzone di protesta. Continueranno finché gli altri continueranno a sfilare coi loro cartelli: e non un insulto, un gesto di ostilità. Pasolini resta fermo a fissarli, con la sua camicia da galeotto, i suoi occhi sono umidi, buoni, quando sussurra:
«Questa è la cosa più bella che ho visto nella mia vita. Questa è una cosa che non dimenticherò finché vivo. Devo tornare, devo star qui anche se non ho più diciott’anni. Quanto mi dispiace partire, mi sento derubato. Mi sento come un bambino di fronte a una torta tutta da mangiare, una torta di tanti strati, e il bambino non sa quale stato gli piacerà di più, sa solo che vuole, che deve mangiarli tutti. Uno ad uno. E nello stesso momento in cui sta per addentare la torta, gliela portano via».
È l’istantanea di un marxista a New York.
Un marxista a New York, intervista di Oriana Fallaci, L’Europeo, 13 ottobre 1966

Fonte: Tempi


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Curatore, Bruno Esposito

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