ORIANA
Fallaci è a New York e non avrebbe voglia di parlare di Pier Paolo Pasolini,
della sua morte, delle inchieste e delle speculazioni successive, delle
rivelazioni recenti, tardive e incomplete di Pino Pelosi. Tantomeno vorrebbe
farlo per telefono. Però poi acconsente, «perché Pasolini era amico mio e di
Alekos Panagulis». La stessa ragione per la quale, trenta anni fa - lei che era
già «la Fallaci», quella del Vietnam, delle interviste ai potenti, dello scontro
con Yasser Arafat, lei che non si occupava di cronaca - decise di misurarsi su
un omicidio. Per lo smisurato affetto di una donna straordinaria verso uno
straordinario uomo. E acconsente per un motivo insospettabile: «Vede, la mia
scarsa stima del cosiddetto sistema giudiziario non è incominciata quando i
magistrati si sono messi a fare politica, ossia ad applicare gli interessi dei
loro partiti, la loro ideologia politica, al Codice Penale. E’ incominciata
proprio per l’esperienza che ho avuto dopo la morte di Pasolini».
L’edizione
dell’Europeo del 14 novembre 1975 fu nobilitata da un breve e fulminante
articolo di Oriana Fallaci. Cominciava così: «Esiste un’altra versione della
morte di Pasolini: una versione di cui, probabilmente, la polizia è già a
conoscenza ma di cui non parla per poter condurre più comodamente le indagini.
Essa si basa sulle testimonianze che hanno da offrire alcuni abitanti o
frequentatori delle baracche che sorgono intorno allo spiazzato dove Pier Paolo
Pasolini venne ucciso... Pasolini non venne aggredito e ucciso soltanto da
Giuseppe Pelosi, ma da lui e da altri due teppisti, che sembrano assai
conosciuti nel mondo della droga...». Oriana l’aveva scritto di getto,
all’ultimo minuto, col giornale già quasi in stampa. Oggi ricorda: «Ho vissuto
molto intensamente la morte di Pasolini perché era un amico. Aveva scritto una
bella prefazione a un libro di Alekos Panagulis, un libro di poesie, “Vi scrivo
da un carcere in Grecia” (1974, ndr)». Era il tempo in cui Alekos e Oriana
vivevano insieme. Lui era stato imprigionato e torturato per l’opposizione al
regime dei colonnelli, e da poco graziato. Chiese a Oriana di presentargli
Pasolini e il sodalizio si allargò. «Nacque un rapporto frequente, andavamo
spesso a cena», dice lei.
L’ultima, di cui Oriana narra nell’«Apocalisse» e
alla quale Alekos mancò per via d’uno sciopero aereo, fu in un ristorante lungo
la via Appia. Parlarono dell’omosessualità, dell’esclusiva riservata ai rapporti
eterosessuali: la procreazione. Fu allora che Pasolini abbandonò per un istante
la sua dolcezza: «Devo spiegarti perché odio, perché detesto, perché aborro il
tuo libro “Lettera a un bambino mai nato”. E perché mi nausea ascoltare ciò che
stai sostenendo. Io non voglio sapere che cosa c’è dentro un ventre di donna. Io
inorridisco a sapere che cosa c’è dentro un ventre di donna. Una volta anche mia
madre tentò di spiegarmi che cosa c’è dentro un ventre di donna. E ci litigai.
Io che amo tanto mia madre». Poi Pasolini carezzò la mano di Oriana.
Ci sono
molte cose che Oriana ricorda di Pasolini. Sono le cose per le quali si convinse
a scrivere dell’assassinio, a scoprire tutto meglio e prima; a sopportare
un’incriminazione e una condanna (per reticenza, quattro mesi di reclusione) che
a pensarci oggi ci si immalinconisce. New York, 1966. Pasolini scoprì l’America
e andò a far visita a Oriana in un grattacielo della Cinquantasettesima strada.
«Mi disse: sono stato tutta la notte a “cercare” - e quando lui diceva “cercare”
io so cosa intendeva - e a passeggiare nel Bronx. E mi ricordo che io balzai in
piedi. “Che hai fatto?! Dove?! Ma lo sai cos’è il Bronx?!”. Ora il Bronx è
meglio ma a quel tempo andare nel Bronx era come andare in un ghetto di
Calcutta. E lui, camminando su e giù per il living room con un sorriso quasi
beato mi fece il ritratto della sua morte. Mi disse: “Sai, io sono un gattaccio
torbido che una notte morirà schiacciato in una strada sconosciuta...”».
La
mattina in cui seppero del massacro di Ostia, Oriana e Alekos occupavano un
appartamento all’Excelsior di Roma. «Si restò senza fiato», racconta. Si mise al
lavoro. Rintracciò il testimone (o “la” testimone o “i” testimoni: «Io non
rivelerò mai, mai, mai il nome della persona o delle persone da cui ho saputo
che ad ammazzare Pasolini non era stato Pelosi da solo. Io sono una persona
d’onore. Giurai di non fare il loro nome e non lo farò mai, morirò col mio
segreto punto e basta») e scrisse una verità alla quale soltanto oggi pare si
voglia prestare attenzione: Pelosi non poteva aver fatto tutto da solo. Lo
diceva la logica. Lo dicevano le indagini di Oriana Fallaci per l’Europeo. Oggi
lo dice Pelosi stesso. Lo dice (al Corriere della Sera di martedì 10 maggio)
Torquato Tessarin, ex direttore di produzione di Pasolini. E’ stato uno dei
pochi, forse il solo, a ricredersi: «Voglio chiedere pubblicamente scusa a
Oriana Fallaci, l’unica ad aver scritto che Pasolini fu ucciso da tre persone».
Trent’anni fa Tessarin dichiarava la Fallaci pazza ed esaltata, «visionaria come
lo era stata nelle corrispondenze dal Vietnam».
Lei ora non se ne cura: «Io
non so chi sia questo ex direttore di produzione e attore e regista che mi ha
chiesto scusa sul Corriere. Non ho la minima idea di chi sia. Di quelli che
componevano il piccolo mondo intorno a Pasolini ricordo soltanto il nome di un
tale che chiamavano “Cavallo pazzo”. Non so se “Cavallo pazzo”, il quale
pronunciava delle bestialità irripetibili, degli improperi vergognosi nei miei
riguardi, sia questo direttore di produzione. Tutti del resto facevano a gara a
chi era più bravo a insultare in modo più sconcio, più rozzo. Fu una rara, rara
prova di inciviltà in un paese che l’inciviltà la conosce bene. Ma il punto non
è quello che dicevano i cavalli pazzi. Il punto è il modo in cui si comportarono
la polizia e poi la magistratura».
La polizia, spiega la grande scrittrice,
«prese a perseguitarmi. Mi mandava, soprattutto all’ufficio dell’Europeo di via
Boncompagni, vicino a via Veneto, degli strani individui che, si capiva, avevano
il compito di trarmi in inganno, di tendermi trappole per farmi dire che avevo
mentito e scritto cose non vere». Niente a paragone della magistratura: «Se lei
mi chiede qual è l’immagine che io ho del magistrato, non è quella del signore
con la barba bianca, gli occhiali e la toga nera dignitosamente assiso in
tribunale. E’ quella del magistrato che per primo mi interrogò dopo gli articoli
dell’Europeo, che mi convocò in procura e io andai da bravo cittadino - ho
l’ingenuità dei bravi cittadini - non pensai di portarmi l’avvocato, andai,
dissi, sentiamo, forse è interessato a quello che noi dell’Europeo abbiamo
scritto. E trovai questo barbuto, maleducatissimo, che si dava un mucchio di
arie, seduto dietro la scrivania squallida di una stanzuccia squallida, che mi
trattava come una delinquente, sgarbato, aggressivo».
Voleva sapere i nomi
dei testimoni ai quali Oriana Fallaci si riferiva nei reportage. Lei si appellò
al segreto professionale, allo statuto dei giornalisti, alla norma deontologica
che impone di tutelare le fonti, specialmente se rivelarne l’identità può
metterle in pericolo. Era certamente quello il caso, e la Fallaci lo ripeté al
processo, sia in primo che in secondo grado. Ma non le evitò la condanna e
nemmeno le procurò la solidarietà, dovuta e sacrosanta, dell’Associazione della
stampa. Non si tratta soltanto dell’ingiustizia: «Io so cosa significa essere
condannati ingiustamente: è una delle cose più ributtanti che esistano». Si
tratta anche di una questione di dignità. La tracotanza del pubblico ministero,
l’aria di sufficienza di giudici maldisposti, l’alterigia e la villania degli
avvocati a lei contrari. Le provò su di sé e «dopo quella duplice esperienza,
davanti all’ingiustizia della giustizia non mi sono più stupita: il mio
battesimo l’ho fatto in seguito alla morte di Pasolini».
Paradossalmente, ciò
che più le è rimasto nella memoria di quelle udienze è l’immagine catastrofica e
offensiva di un cancelliere donna: «Una ragazzaccia volgarissima, con questi
capelloni tutti scarmigliati e con una maglietta, invece della toga - come io
credevo che dovesse avere un cancelliere - una maglietta senza maniche, una
t-shirt, con un grande topolino disegnato sul davanti. Vedere questo topolino
seduto su uno scranno, a giudicare un cittadino trattato come fosse alla gogna,
lo trovai mostruoso. Mi inorridì». Questa sciatteria insieme con le
prevaricazioni e i vilipendi subiti la spingono oggi a riparlare di Pasolini:
«Questa faccenda mi interessa soltanto nella misura in cui ha aperto la strada
della mia disistima per il giornalismo, la polizia, la legge. Soprattutto della
legge, soprattutto dei magistrati, del sistema giudiziario e di chi lo
amministra».
La pena è stata amnistiata ma ad Oriana Fallaci importa poco.
Ritiene che lo Stato le dovrebbe delle scuse, la rifusione dei danni morali e
materiali. E in fondo le interessa relativamente riporsi la solita domanda:
perché? Perché ci fu tanto accanimento contro di lei, e soltanto contro di lei,
non contro altri dell’Europeo? E perché non si spesero altrettante energie per
dimostrare che Pelosi non era un assassino solitario? Se l’è chiesto per un po’.
Poi «mi sono guardata bene dal continuare a rimuginare sulle loro miserie morali
e mentali. Ma è una domanda che io ora pongo a voi: perché gli dava tanto
fastidio che l’Europeo avesse detto questa verità? Perché l’hanno rifiutata?
Perché per rifiutarla se la sono presa con la Fallaci e basta? Sono domande
senza risposta, per me sono come il dogma della verginità della Madonna». Ci si
potrebbe rituffare nelle teorie dei complotti, nei grovigli politici, e in fondo
questo era il sospetto di Tommaso Giglio, direttore dell’Europeo in quegli anni.
Si potrebbe ragionare sul fatto che anche adesso sono in pochi a trovare la
voce, e comunque è una voce flebile, per dire che pure quella volta la ragione
era di Oriana Fallaci. Si potrebbero sostenere tante tesi, ma senza troppi
appigli. Forse è sensato e sufficiente tornare all’inizio di questo articolo,
ripetere che nel 1975 Oriana Fallaci era già Oriana Fallaci. Già quella del
Vietnam, quella delle interviste ai potenti messi spalle al muro. La Oriana
Fallaci detestata perché scriveva quello che nessuno sopportava leggere: in che
direzione stava girando il mondo. O, per dirlo con parole sue: «Già a quel tempo
e da parecchio tempo ormai ero il bambino di quella fiaba di Grimm, il bambino
che dice: “Il re è nudo”».
la stampa
12-5-05