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sabato 17 maggio 2025

Tra le righe della "Nebbiosa" un dialogo di Pasolini e Testori - Il Manifesto del 7 febbraio 1996

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Immagine - Repubblica 6 aprile 2008


Tra le righe della "Nebbiosa" un dialogo di Pasolini e Testori
Balorda notte milanese tra il Pirelli e la 
 

Il Manifesto del 7 febbraio 1996


Tra le righe della "Nebbiosa" un dialogo di Pasolini e Testori, due "eroi" del dopoguerra che si ritrovano a conversare, da fantasmi, sulle rovine di Milano

FEDERICO DE MELIS -

L EGGENDO la sceneggiatura pasoliniana dal titolo bellissimo La nebbiosa, che Edoardo Bruno ci regala su "Filmcritica", non si può evitare di pensare a Giovanni Testori. La Milano notturna che Pasolini vi descrive, sporco impasto di "vecchie case sventrate, con le finestre vuote, occhieggianti", e grattacieli Galfa, Pirelli, che "sfolgorano di luci come giganteschi diamanti", dialoga così bene con le periferie testoriane dei Segreti di Milano: all'insegna del freddo e giallo Sironi metafisico, se non fosse che Testori lo amava, mentre Pasolini lo giudicava "sciocco" e "retorico". E' dunque, questa Nebbiosa che fa il verso al testoriano Nebbia al Giambellino pubblicato postumo due anni fa, un'occasione bassa, bassissima, di riconsiderare il rapporto tra lo scrittore dei contadini friulani e delle borgate romane e quello, controriformista, che batteva alla ricerca dell'anima gli anelli più esterni d'una Milano in tumultuosa espansione.

E' un nodo fondamentale, che può chiarirsi nell'amore nutrito egualmente verso entrambi da alcuni scrittori o teatranti del "Dopostoria": come Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, che hanno portato in scena, senza rotture, così il Pasolini di Porcile come il Testori di Edipus. Sarà pur vero infatti che il friulano non gradiva l'urlo dell'Arialda, dove vedeva il "popolino" meneghino trattato qualunquisticamente, incalzato con domande metafisiche mentre si trasformava in mostro piccolo-borghese, eppure, più gli anni passano, e si dissolvono le discriminanti ideologiche sulla letteratura, più le ragioni espressive di entrambi sembrano ritrovarsi in una ragione comune, etica e politica.

venerdì 27 marzo 2015

Deliri piccolo-borghesi e volonta' dantesca in fusione nell'opera

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 
Deliri piccolo-borghesi e volonta' dantesca in fusione nell'opera
di Federico De Melis da "Il Manifesto" del 10 febbraio 1994 pag. 3



Sorprende dalle riconsiderazioni che si son fatte della lirica pasoliniana in occasione dell'uscita di Bestemmia, l'esigenza di circoscrivere, definire, il concetto di poesia. Che cos'e' la poesia? e' la domanda sottesa o esplicita negli articoli di Giovanni Raboni, Franco Loi e chi altri. Fissati i paletti, si puo' procedere da indicare se e quanto possa considerarsi poeta Pasolini. V'e', in questa urgenza, la nostalgia di uno statuto, che infatti l'opera poetica di Pasolini, al contrario degli esercizi "stilistici" della neo-avanguardia, mette in crisi alla radice. Non e' un caso, credo, che quasi tutte le recensioni a Bestemmia abbiano glissato sulla prefazione di Giovanni Giudici: infatti nella sua asciuttezza essa individua punti-chiave della poesia pasoliniana, tutti implicati nel problema epocale della dissipazione. Poco importa, da questo punto di vista, che si consideri piu' o meno "riuscita" l'infrazione pasoliniana: e' un ordine del ragionamento che fa parte di quel modo statutario e formulare, cioe' consolatorio, di intendere la poesia, che Pasolini si senti' appunto costretto a distruggere. Da questo ordine si puo' discettare sul concetto di "classico", su cui sempre Pasolini, col suo operare poetico, ha detto una parola definitiva. Egli avrebbe disdegnato l'idea di diventare "classico", non per paura della mummificazione, ma perche' si sarebbe sentito totalmente incompreso nella sua "modernita'": vale a dire nell'idea, mostrata esistenzialmente quando non propugnata, secondo cui la storia aveva passato l'ultimo cerchio di fuoco, oltre il quale doveva considerarsi bruciata ogni riserva di memoria. In questo Dopostoria nessuna "classicita'" si sarebbe potuta ristabilire, se non in forma parodistica. Dall'immersione nuova nella poesia pasoliniana di cui si fa esperienza leggendo Bestemmia, che per la cura seria e amorevole di Graziella Chiarcossi e Walter Siti la raccoglie integralmente (per la parte edita) e in molti campioni significativi (per quella inedita), s'esce con un senso rigenerante e insieme amarissimo del tempo: questo per negazione, perche' di continuo, dall'inizio alla fine, protagonista e' l'ossessione della circolarita' stagionale, del tempo che ritorna e dunque non si da' come conquista illuminista e progressista. La poesia piu' alta e' quella in cui questo sentimento si traduce piu' direttamente in immagini, e queste immagini contendono la pagina a quel "ricordo mormorato" che e' la storia. Qui il grande manierista di Poesia in forma di rosa, di "Israele" o de "L'alba meridionale", avvinto infatti in questa sua stagione (1961-1964) dalla lascivia e dal rovello figuartivi di Pontormo e del Rosso. L'infrazione linguistica a cui Pasolini si sente obbligato dal riconoscimento di un impossibile "ritorno all'ordine" lo affaccia sul vuoto metrico, e dalla tensione che ne deriva non puo' che sortire esplosione immaginaria. In questo ribollire atomico affiorano a tratti, come brandelli umani, i ricordi: che sono le tracce, o meglio, le citazioni di una storia sognata, mitizzata, da cui non poca luce s'e' riflessa, come in un processo divinatorio, sulla storia reale. Ricordi dell'elegia friulana o appenninica, proiettata sulla Roma delle borgate, sono sommersi dal mare delle nuove laide urgenze. Se tutto appare ancora integro, come Argo dinnanzi a Pilade, che vuole liberarla dal passato con la ragione democratica e progressiva, tutto e' in realta' corrotto: col suo occhio "di pesce", magico, simile a quello della sua Medea, Pasolini penetra nella corruzione, attraverso le porte finte della storia. E' in Poesia in forma di rosa che per la prima volta con chiarezza si delinea il motivo di Petrolio: l'idea di una fuoriuscita dalla letteratura verso un'esistenza corporea e palpitante, priva dell'esperienza temporale, riflesso di un turbamento antropologico senza precedenti che e' pur sempre un libro. Sara' un "delirio" enciclopedico, come l'ha definito acutamente Fortini a sottoporre la storia al "giudizio finale", da cui non ci si puo' aspettare tuttavia, remissione alcuna. E di volonta' enciclopedica scrive giusto Giudici a proposito dell'opera poetica di Pasolini laddove la si intenda, come si deve, quale intero. Ma se il "delirio" di Fortini e' "piccolo-borghese", la volonta' di Giudici e' "dantesca": pero' questa e' una distinzione che nell'oltranza pasoliniana non si comprende.


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lunedì 1 settembre 2014

Pasolini - Deliri piccolo-borghesi e volontà dantesca in fusione nell'opera

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Deliri piccolo-borghesi e volontà  dantesca in fusione nell'opera 
di Federico De Melis
.
Sorprende dalle riconsiderazioni che si son fatte della lirica pasoliniana in occasione dell'uscita di Bestemmia, l'esigenza di circoscrivere, definire, il concetto di poesia. Che cos'è la poesia? è la domanda sottesa o esplicita negli articoli di Giovanni Raboni, Franco Loi e chi altri. Fissati i paletti, si può procedere ad indicare se e quanto possa considerarsi poeta Pasolini. V'è, in questa urgenza, la nostalgia di uno statuto, che infatti l'opera poetica di Pasolini, al contrario degli esercizi "stilistici" della neo-avanguardia, mette in crisi alla radice.
Non è un caso, credo, che quasi tutte le recensioni a Bestemmia abbiano glissato sulla prefazione di Giovanni Giudici: infatti nella sua asciuttezza essa individua punti-chiave della poesia pasoliniana, tutti implicati nel problema epocale della dissipazione. Poco importa, da questo punto di vista, che si consideri più o meno "riuscita" l'infrazione pasoliniana: è un ordine del ragionamento che fa parte di quel modo statutario e formulare, cioè consolatorio, di intendere la poesia, che Pasolini si sentì appunto costretto a distruggere.
Da questo ordine si può discettare sul concetto di "classico", su cui sempre Pasolini, col suo operare poetico, ha detto una parola definitiva. Egli avrebbe disdegnato l'idea di diventare "classico", non per paura della mummificazione, ma perché si sarebbe sentito totalmente incompreso nella sua "modernità": vale a dire nell'idea, mostrata esistenzialmente quando non propugnata, secondo cui la storia aveva passato l'ultimo cerchio di fuoco, oltre il quale doveva considerarsi bruciata ogni riserva di memoria. In questo Dopostoria nessuna "classicità" si sarebbe potuta ristabilire, se non in forma parodistica. Dall'immersione nuova nella poesia pasoliniana di cui si fa esperienza leggendo Bestemmia, che per la cura seria e amorevole di Graziella Chiarcossi e Walter Siti la raccoglie integralemente (per la parte edita) e in molti campioni significativi (per quella inedita), s'esce con un senso rigenerante e insieme amarissimo del tempo: questo per negazione, perché di continuo, dall'inizio alla fine, protagonista è l'ossessione della circolarità stagionale, del tempo che ritorna e dunque non si dà come conquista illuminista e progressista.
La poesia più alta è quella in cui questo sentimento si traduce più direttamente in immagini, e queste immagini contendono la pagina a quel "ricordo mormorato" che è la storia. Qui il grande manierista di Poesia in forma di rosa, di "Israele" o de "L'alba meridionale", avvinto infatti in questa sua stagione (1961-1964) dalla lascivia e dal rovello figuartivi di Pontormo e del Rosso. L'infrazione linguistica a cui Pasolini si sente obbligato dal riconoscimento di un impossibile "ritorno all'ordine" lo affaccia sul vuoto metrico, e dalla tensione che ne deriva non può che sortire esplosione immaginaria.
In questo ribollire atomico affiorano a tratti, come brandelli umani, i ricordi: che sono le tracce, o meglio, le citazioni di una storia sognata, mitizzata, da cui non poca luce s'è riflessa, come in un processo divinatorio, sulla storia reale. Ricordi dell'elegia friulana o appeninica, proiettata sulla Roma delle borgate, sono sommersi dal mare delle nuove laide urgenze. Se tutto appare ancora integro, come Argo dinnanzi a Pilade, che vuole liberarla dal passato con la ragione democratica e progressiva, tutto è in realtà corrotto: col suo occhio "di pesce", magico, simile a quello della sua Medea, Pasolini penetra nella corruzione, attraverso le porte finte della storia.
E' in Poesia in forma di rosa che per la prima volta con chiarezza si delinea il motivo di Petrolio: l'idea di una fuoriuscita dalla letteratura verso un'esistenza corporea e palpitante, priva dell'esperienza temporale, riflesso di un turbamento antropologico senza precedenti che è pur sempre un libro. Sarà un "delirio" enciclopedico, come l'ha definito acutamente Fortini a sottoporre la storia al "giudizio finale", da cui non ci si può aspettare tuttavia, remissione alcuna. E di volontà enciclopedica scrive giusto Giudici a proposito dell'opera poetica di Pasolini laddove la si intenda, come si deve, quale intero.
Ma se il "delirio" di Fortini è "piccolo-borghese", la volontà di Giudici è "dantesca": però questa è una distinzione che nell'oltranza pasoliniana non si comprende.


Da "il manifesto" del 10/2/1994 pag.3
Fonte:http://pigi.unipv.it/_PPP/best.html





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lunedì 5 maggio 2014

Pasolini poeta offeso

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini poeta offeso
di Federico De Melis da "il Manifesto" del 2/11/95 pagina 2


Pier Paolo Pasolini "poete d'opposizione", come recita il titolo della manifestazione romana che lo celebra a vent'anni dalla morte? nel documentario Comizi d'amore, a Pasolini che gli chiede che cosa sia per lui l'anormalita' sessuale, Giuseppe Ungaretti risponde: e' improprio rivolgere questa domanda a un poeta, il quale per sua natura non conosce norma dunque neanche infrazione della norma. Un poeta non puo' essere "d'opposizione". Alberto Moravia, colui che meglio ha colto il carattere civile, in senso dantesco, della poesia pasoliniana, il 2 novembre '75, nello smarrimento per l'assassinio all'idroscalo aveva perso "un suo grande poeta". Non si tratta di difendere cronicamente il sacro recinto della poesia assediato dalla realta'. Ma di cogliere uno snaturamento che l'industria culturale italiana ha fatto di Pasolini, a suo uso e a nostro consumo. Esso consiste nella politicizzazione integrale dell'opera sua. Questo snaturamento ha favorito l'affermarsi dell'immagine di Pasolini come Tiresia del tempo nostro, grande preveggente dei torbidi italiani che sarebbero emersi in piena luce non tangentopoli. E' davvero poetica, per contrasto, l'immagine del vero Tiresia, che lui volle per l'Edipo re nelle scarne fattezze di Julian Beck: il quale vedeva cose che non si possono dire, impossibili da comprendere nell'universo della politica. In questo universo e' stato invece imprigionato Pasolini, per essere smembrato e servito fumante a un grande banchetto post-moderno. L'ultimo esempio e' di ieri: un ennesimo imbarazzante tentativo di annetterlo al pensiero fascista, firmato dall'ideologo della "nuova destra" Marcello Veneziani, ospite per una cosiddetta "provocazione giornalistica" sulle pagine di Repubblica. d'altro canto notevoli detrattori del Pasolini politico, come Alberto Asor Rosa quando contestava la congruenza d'una discussione sulla modernita' a partire dai presupposti pasoliniani, si sono messi al passo: e hanno cominciato a usare la sua prospettiva apocalittica in chiave politica. Ricordo un infervorato dibattito nei primi anni ottanta a Castel Sant'Angelo in cui si stentava, da giovanissimi, ad accettare le sferzate di Asor Rosa contro i concetti "apolitici" di Palazzo e Omologazione, difesi invece da Pietro Ingrao. Solo Franco Fortini, forse - e del tutto a parte Alberto Arbasino, la cui cinica umanissimo disinvoltura ancora in questi giorni ha profuso parole di disincanto, tra acido e amaro - ha tenuto duro fino alla fine: conservando bene in luce l'origine narcisistica, cioe' poetica, delle incursioni politiche di Pasolini: additando in esse il frutto di un vitalismo che finiva per portare al centro della scena il Corpo del Poeta, straziato e adorato, a scapito della realta' che la sua parola intendeva redimere. Pasolini amava troppo voracemente la realta' per conservarla intatta al giudizio politico: come il centauro Chirone all'inzio della sua Medea vedeva "tutto santo", niente di "naturale" ma tutto "miracoloso". La realta' era la sua ostia quotidiana. La stessa contraddizione di passione e ideologia, che dopo la guerra sentiva dal corpo a corpo con la figura di Gramsci, era apriori risolta nella poetica accettazione di una realta' mitica, indivisa: "il paese di temporali e primule". L'Appennino "dove azzurri gli ,,,,,,,,,,,,,,,,,,,, dormono". Il Testaccio nell'aria "impura" di maggio, il perso oriente... E mitica e indivisa sarebbe risultata poi, con l'omologazione e i suoi mostri, nel segno freddo di Salo'-Sade. Un mito buono si rovesciava, come seguendo l'ordine dei cicli stagionali, in un mito cattivo. Naturalmente non v'e' costruzione di miti laddove non lo richieda la realta', e assai ne richiedeva l'atroce sviluppo italiano. Ma essi non possono essere confusi con la realta', com'e' nel consumistico appiattimento politico che s'e' fatto dell'opera pasoliniana. Solo tenendoli separati, i miti pasoliniani possono illuminare la nostra realta', darsi come strumento energico di comprensione politica. Oggi un paese civile dovrebbe limitarsi a ricordare un suo poeta. Un poeta che non si e' espresso soltanto in forme disparate di poesia, ma finanche in politica. Che nella trasformazione del "popolo gramsciano" in "massa neo-capitalistica" avvertiva la poesia in pericolo - da tardo francofortese, come ancora suggerisce Fortini. Studio' disperatamente il modo di conservare alla poesia una voce in capitolo: a rischio e con l'ebbrezza di snaturarla, fino a renderne irriconoscibili le forme: e lui di mascherarsi da grande opinionista politico. Si dovrebbero riportare gli Scritti corsari o le Lettere luterane alle proprie ragioni prime: leggerli come opere di poesia. Solo cosi' sara' possibile comporre le spoglie di Pasolini, che vagano inquiete tra le pagine dei rotocalchi d'opinione: dare loro una cristiana sepoltura. 



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Pasolini e piazza Fontana

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini e piazza Fontana
di Federico De Melis da "Il Manifesto" del 15 dicembre 1992 pag 15 da Gian Carlo Ferretti

I dialoghi di Pier Paolo Pasolini, prefatto e curato da Giovanni Falaschi per gli Editori riuniti (pag 803). 


Il volume raccoglie i testi scritti da Pasolini per le rubriche "Dialoghi con Pasolini" su "Vie Nuove" (dal 28 maggio 1960 al 30 settembre 1965) e "Il caos" su "Tempo" settimanale (dal 6 agosto 1968 al 24 gennaio 1970). Una scelta dei testi per "Vie Nuove" era stata pubblicata, col titolo Le belle bandiere, nel 1977. Col titolo Il caos era invece uscita, nel 1979, una scelta di testi scritti per "Tempo". In entrambi i casi a cura di Giancarlo Ferretti per gli Editori Riuniti. La novita' nel nuovo volume e' l'integrazione dei testi esclusi in quelle antologie: la possibilita' di valutare, dunque, nella sua interezza il fitto dialogho su problemi di attualita' che Pasolini ebbe, in maniera diretta o indiretta, con un pubblico di lettori (in maggioranza comunisti) nel corso degli anni 60, dove si possono individuare, in nuce, i moventi politico-culturali di quella che sara', negli anni 70, la sua polemica "corsara" ("l'apprendistato del corsaro" e' il titolo della nuova prefazione di Ferretti). Nell'immediatezza del rapporto epistolare con persone in carne e ossa, che esprimono i loro dubbi e le loro certezze, che si affidano al loro interlocutore oppure lo incalzano, a volte affettuosamente, a volte offensivamente, si ritrovano, nella loro evidenza, tutti i passaggi critici della societa' italiano del decennio che segno la "mutazione antropologica". Nel rispondere, Pasolini e' maieutico come nel documentario reportage di quegli anni Comizi d'amore, e insieme elementare; forse, ha giustamente notato Luigi Balducci sul Corriere della sera a proposito della rubrica su Vie Nuove (siamo alla prima meta' degli anni sessanta) tende, piu' che in altri contesti, a sentirsi parte di un progetto politico culturale comunista: salvo a tradire, a momenti, la sua fondamentale eresia. Pubblicheremo quanto prima la recensione ai dialoghi. Intanto dedichiamo questa pagina a una polemica che il volume ha suscitato. Franco Fortini prende spunto dall'esclusione di due testi pasoliniani dal volume antologico Il caos del 1979 - esclusione operata, a suo dire, intenzionalmente dal curatore Gian Carlo Ferretti - per stigmatizzare la presunta incomprensione , da parte di Pasolini, della strage di Piazza Fontana e in generale del '68 e dei movimenti extraparlamentari, la sua ripugnanza verso il "sottofondo culturale" rappresentato da Pietro Valpreda, e il suo sostanziale allineamento, a questo proposito, con le posizioni ufficiali del PCI; e insieme polemizzare con l'immagine parziale che il PCI avrebbe voluto dare di questo Pasolini dopo la sua morte, di cui sarebbe un esempio la presunto censura di Ferretti. Gian Carlo Ferretti, al quale abbiamo chiesto una risposta, sostiene, citazioni alla mano, che e' preconcetto e offensivo schiacciare l'immagine di Pasolini sul PCI dei primi anni '70, cosi' come considerarlo nemico tout court del '68 e dei movimenti extraparlamentari. 


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domenica 4 maggio 2014

"Chiedo scusa a Pasolini" -

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



"Chiedo scusa a Pasolini"
Il pentimento di Andreotti

 di Federico De Melis da "Il Manifesto" del 28/3/93 pagina 2

In uno dei suoi "scritti corsari" pubblicati sul Corriere della sera di Ottone tra il '73 e il '75, Pier Paolo Pasolini chiedeva un "pubblico processo" per i "potenti democristiani". Fu un articolo scandaloso per la furia iconoclasta e la lucidita' di pensiero che lo ispiravano. Ieri, nel giorno in cui Giulio Andreotti riceveva dalla Procura di Palermo un avviso di garanzia per "attivita' mafiosa", tre lanci di agenzie informavano che il senatore democristiano si sarebbe ricreduto sulle posizioni di Pasolini, con cui aveva polemizzato aspramente nel '75 per quelle che giudicava estremistiche prese di posizione contro il "palazzo". "Gli chiedo scusa ora per allora" scrive Andreotti in una nota che sara' pubblicata sul secondo numero del mensile "lettere romane". E ricordando "per i piu' giovani" l'articolo che scateno' la polemica, dal titolo "vuoto di potere", scrive che si trattava di un "elogio funebre della Democrazia Cristiana e in genere degli uomini di potere , definiti 'maschere che a sollevarle non si troverebbe neppure un mucchio d'ossa e di cenere'" Chiamato da Ottone a rispondere alle accuse di Pasolini, Andreotti difese strenuamente le "conquiste" del dopoguerra, cio' che diede l'opportunita' all'intellettuale friulano di distinguere, in un successivo articolo sul Corriere, il concetto di " sviluppo" da quello di "progresso", e di sottolineare per la prima volta nella storia italiana, col neocapitalismo, questi due concetti finivano per diversificarsi tragicamente. "Seguii anche io - scrive oggi Andreotti - un sia pur diverso massimalismo. Forse a differenza dei giovani che come tali non avevano conosciuto il sottosviluppo di prima, noi sentivamo l'orgoglio di un'indubbia crescita economica collettiva. Ci scandalizzava lo scagliarsi di molti, in nome della critica del consumismo, contro gli undici milioni di elettrodomestici entrati nelle famiglie. Io invece ricordo le mani di mia madre spaccate per il bucato e vedevo le lavatrici come strumento di redenzione familiare". Infine Andreotti, mostrandosi contrito per non aver condotto il dialogo "approfondendo di piu' i valori culturali e morali dell'analisi pasoliniana", osserva che il poeta friulano, "senza enunciarlo", ricordava a lui "che l'uomo non vive di solo pane". "Io ero forse prosaicamente radicato alla convinzione che senza pane non si vive sicuramente", conclude Andreotti, che pur "pentito" non sembra riuscire a cogliere tuttora, cosi', il senso del discorso pasoliniano sui costi "antropologici", in termini di "omologazione culturale", dello sviluppo neocapitalistico. Sarebbe stato importante, anche alla luce dell'avviso di garanzia da lui ricevuto ieri, che Giulio Andreotti tornasse su un altro articolo di Pasolini, intitolato "Il romanzo delle stragi" del 14 novembre 1974. Da quel giorno, in cui Pasolini - da intellettuale che "sa", perche' "ristabilisce la logica la' dove regna l'arbitrarieta'" - rifletteva sul senso politico delle tragedie di Piazza Fontana, Brescia e Bologna, l'elenco delle stragi, di diverso stampo, si e' allungato a dismisura. Il "Romanzo delle stragi" si e' complicato e intorbidito ulteriormente. Ed e' ormai chiaro che e' un capitolo di un romanzo piu' ampio su cui la "rivoluzione italiana" non ha fatto finora alcuna chiarezza. Scriveva Pasolini a proposito delle stragi: "Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (.....), a giovani neofascisti (.....) e infine a criminali comuni (......). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocita' fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che sono messi a disposizione , come Killer e sicari". E concludeva: "Probabilmente (.....) questi nomi prima o poi saranno 16/06/00 detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (....). Questo sarebbe in definitiva il vero colpo di Stato". 

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sabato 5 aprile 2014

Due scheletri nell'immaginario

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Due scheletri nell'immaginario
di Federico De Melis da "il Manifesto" del 25 giugno 1994


"Quelle braccia indemoniate, quelle scure schiene, quel caos di verdi soldati e cavalli violetti, e quella pura luce che tutto vela di toni di pulviscolo: ed e' bufera, e' strage". Fu Oreste Del Buono, in un saggio su Piero della Francesca del 1967, a notare quanto "inappropriata" sia la descrizione che Pasolini fa, nella Religione del mio tempo, dell'affresco aretino colla battaglia di Costantino e Massenzio. Dov'e', in quelle parole, il mondo fermo, bloccato dalla sintesi prospettica del suo bagno di luce sorgiva, di cui aveva scritto, nella monografia famosa su Piero, del '27, Roberto Longhi? Era stato Longhi ad aprire gli occhi di Pasolini al mondo delle forme, responsabile, come questi ricorda nella dedica di Mamma Roma, del sua "fulgurazione figurativa". Tradendo la visione "formalistica" del maestro, Pasolini sente il bisogno di inquinare con la passione, che e' movimento, e' vita, la natura "trascendente" di Piero, l'"arcaica immobilita'" dei suoi affreschi aretini. Vede caos laddove eterno s'e' imposto l'ordine, bufare e strage invece di soldati e cavalli cristallizzati nella piramide ottica del pittore borghigiano. Che cosa lo spinge verso questa deriva? Longhi aveva si' restituito alla storia, opponendosi all'accademia vasariana gli "eccentrici" del cinquecento, ruotanti attorno alla fremente pittura emiliana di Amico Aspertini manierista ante litteram, ma mai privilegiato, se si guardi a fondo, Pontormo e Rosso, seppure gli trovo' in Italia favolosi compagni spagnoli: Alonso Beruguete, Pedro Machoca.... La ragione e' forse in una pagina del suo allievo prediletto Francesco Arcangeli, il quale recensendo nel '46 il libro di Giuliano Briganti sul Manierismo e Pellegrino Tibaldi s'era premurato, sottilmente, di distinguere tra Lotto-Gunewald e Pontormo-Rosso, tutti pittori che l'altro aveva omologato all'insegna di un "sentimento irrequieto, solitario, inappagato". Arcangeli vedeva si' nello spirito "anticlassico" di Rosso e Pontormo una "geniale rivolta", ma "interna allo spirito stesso del classicismo" ignorato in piena liberta', invece da pittori come Grunewald e Lotto. E se di questo si trattava, meglio allora, per Longhi, il classicismo per antonomasia del giovane Raffaello, mai amato anch'esso, ma si' profondamente rispettato, e compreso - come ricorda in un gran saggio Giovanni Romano -, col suo metodo "leopardiano di maneggiar la forma prefigurata dai tempi", col suo "modo di vivere in calma dominazione di circostanze". E l'urgenza, l'ossessione di forzare, snaturare, sfregiare un mondo cosi' misurato e persuaso, coll'incapacita' nevrotica di uscire dal suo orizzonte, che attrasse, a un dipresso, Pasolini. Nel 1961 Briganti diede alle stampe la maniera italiana, n libro-epoca che faceva tabula rasa del manierismus e dei suoi vacui cantori internazionali: vi si assumevano integralmente le critiche di Arcangeli, cosicche' Pontormo e Rosso contro l'idea spiritualistica dei tedeschi, i quali continuavano a vedervi all'opera "l'eterno spirito gotico" sulla traccia del loro Friedlander, ci erano restituiti come gli eroi dell'impotenza, cacciati indietro dal Moloch del classicismo, incapaci di nuove mete: del tutto interni alla vicenda italiana, per quanto sensibili, in determinate fasi, agli influssi dureniani e anche danubiani. E' nella pagine di Briganti, e nelle bellissime tavole che le illustravano in un volume degli Editori Riuniti esemplare per l'editoria italiana, che Pasolini "scopri'" i due manieristi fiorentini, riconosciuti subito come suoi fratelli. E' li' che si imbatte' in quella definizione famosa "una disperata vitalita'", che Briganti aveva preso a prestito da Longhi, e sarebbe diventata il titolo di uno dei poemetti della sua raccolta "manierista" dei primi anni sessanta Poesia in forma di rosa. Una disperata vitalita': nulla di piu' moderno che questo, negli anni in cui l'Italia contadina era messa a morte. Pasolini sapeva bene, infatti, che tra i carnefici c'era pure lui. Cosi' come non si potranno considerare esenti da colpe, per l'instaurarsi dell'omologante dittatura manierista, sotto il segno di Carlo V, gli "indemoniati" che a Santa Felicita, alla Certosa del Galluzzo, a San Lorenzo, a San Francesco a Volterra s'erano illusi, giocando al massacro, di far pittura d'opposizione, per poi finire preda dei propri deliri sulle muscolature michelangiolesche, come Pontormo o, come Rosso Fiorentino, cortigiani del nuovo stile internazionale a Fointanebleau, dopo estetico girovagare: destini tuttavia cosi' diversi da consigliare vivamente, ai giovani d'oggi, di lavorare a ricavarne due specifiche costellazioni formali, contro l'idea novecentista della "coppia diabolica", sviluppando magari di piu', sul versante Pontormo, il motivo naturalistico che dalla Cena in Emmaus degli Uffizi, come un fiume carsico, percorrera' l'intero cinquecento fiorentino, per sboccare in fine secolo nella pittura dei riformatori a cui guardera', sull'altra sponda del Mediterraneo, il Velazquez. La "diperata vitalita'" che lo aveva spinto a contraffare la battaglia aretina di Piero, e da cui sortiva, Poesia in forma in rosa, quel grido iconoclasta contro Giotto, sui cui "memorabili affreschi" immaginava di spendere mani di calce, Pasolini la trovo' tradotta in figura nel "cinquecento nero" di Pontormo e di Rosso. Che gli veniva incontro da fantasma, o scheletro, della modernita', portata sulle spalle come una croce. Era una messinscena, e Pasolini lo sapeva, come quella che organizzo' sul set del film sulla passione introno a cui, nella Ricotta, si svolge la passione "vera" di Stracci. "Cristo nel nostro tempo". E c'era si' blasfemia nei tableaux vivants intrisi di puro colore con cui citava le deposizioni di Pontormo e di Rosso. Lacerato dal suo status, che lo costringeva a dibattersi tra passione e ideologia, Pasolini non poteva essere dalla parte di Stracci. Sapeva d'essere, come regista, tra la gente "bene" invitata ad assistere, dopo lo spuntino apparecchiato sotto i piedi di Cristo, al ciak finale sulla crocefissione. Certo, era Stracci, con la faccia camusa che "Giotto vide tra ruderi castrensi" e i "fianchi rotondi" impestati e chiaro-scurati da Masaccio, il suo eroe antimoderno, ma il Regista, Orson Welles, che da antiche convinzioni marxiste s'era perso nel cinismo e nell'estetismo, la sua condanna sociale. Cosi', per quanto giurasse sulla grande pittura trecentesca, o sugli anonimi affreschi scrostati delle pievi appeniniche, la sua fantasia formale s'infiammava alla lascivia anatomica e cromatica di Pontormo, all'immaginazione maligna e sarcastica, del Rosso: "miscredenti" che alla prova della "riproducibilita'" si sarebbero dimostrati ben labili, e consumati, contro la storia, nella grande masturbazione novecentesca che ne segui'. Dalla quale, certo, fa parte anche Petrolio, dove Pontormo, piu' che Rosso, fa i suoi numeri, non visto: liberandosi d'ogni riserva decandente, d'ogni remora "classicista", per approdare, qui si', ad altre rive, di cui nulla si conosce. La blasfemia della Ricotta Pasolini s'illuse d'espiarla tornando al Piero aretino, che nelle citazione del Vangelo, il film voluto in piena frontalita', restitui' fedelmente, in immagini fermate nel fluire dei fotogrammi. Ma era pur sempre il polo di una dialettica bloccata, la testimonianza appassionata di una tradizione divenuta ossessione. 


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domenica 15 dicembre 2013

Due scheletri nell'immaginario

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Due scheletri nell'immaginario
di Federico De Melis da "il Manifesto" del 25 giugno 1994
"Quelle braccia indemoniate, quelle scure schiene, quel caos di verdi soldati e cavalli violetti, e quella pura luce che tutto vela di toni di pulviscolo: ed e' bufera, e' strage". Fu Oreste Del Buono, in un saggio su Piero della Francesca del 1967, a notare quanto "inappropriata" sia la descrizione che Pasolini fa, nella Religione del mio tempo, dell'affresco aretino colla battaglia di Costantino e Massenzio. Dov'e', in quelle parole, il mondo fermo, bloccato dalla sintesi prospettica del suo bagno di luce sorgiva, di cui aveva scritto, nella monografia famosa su Piero, del '27, Roberto Longhi? Era stato Longhi ad aprire gli occhi di Pasolini al mondo delle forme, responsabile, come questi ricorda nella dedica di Mamma Roma, del sua "fulgurazione figurativa". Tradendo la visione "formalistica" del maestro, Pasolini sente il bisogno di inquinare con la passione, che e' movimento, e' vita, la natura "trascendente" di Piero, l'"arcaica immobilita'" dei suoi affreschi aretini. Vede caos laddove eterno s'e' imposto l'ordine, bufare e strage invece di soldati e cavalli cristallizzati nella piramide ottica del pittore borghigiano. Che cosa lo spinge verso questa deriva? Longhi aveva si' restituito alla storia, opponendosi all'accademia vasariana gli "eccentrici" del cinquecento, ruotanti attorno alla fremente pittura emiliana di Amico Aspertini manierista ante litteram, ma mai privilegiato, se si guardi a fondo, Pontormo e Rosso, seppure gli trovo' in Italia favolosi compagni spagnoli: Alonso Beruguete, Pedro Machoca.... La ragione e' forse in una pagina del suo allievo prediletto Francesco Arcangeli, il quale recensendo nel '46 il libro di Giuliano Briganti sul Manierismo e Pellegrino Tibaldi s'era premurato, sottilmente, di distinguere tra Lotto-Gunewald e Pontormo-Rosso, tutti pittori che l'altro aveva omologato all'insegna di un "sentimento irrequieto, solitario, inappagato". Arcangeli vedeva si' nello spirito "anticlassico" di Rosso e Pontormo una "geniale rivolta", ma "interna allo spirito stesso del classicismo" ignorato in piena liberta', invece da pittori come Grunewald e Lotto. E se di questo si trattava, meglio allora, per Longhi, il classicismo per antonomasia del giovane Raffaello, mai amato anch'esso, ma si' profondamente rispettato, e compreso - come ricorda in un gran saggio Giovanni Romano -, col suo metodo "leopardiano di maneggiar la forma prefigurata dai tempi", col suo "modo di vivere in calma dominazione di circostanze". E l'urgenza, l'ossessione di forzare, snaturare, sfregiare un mondo cosi' misurato e persuaso, coll'incapacita' nevrotica di uscire dal suo orizzonte, che attrasse, a un dipresso, Pasolini. Nel 1961 Briganti diede alle stampe la maniera italiana, n libro-epoca che faceva tabula rasa del manierismus e dei suoi vacui cantori internazionali: vi si assumevano integralmente le critiche di Arcangeli, cosicche' Pontormo e Rosso contro l'idea spiritualistica dei tedeschi, i quali continuavano a vedervi all'opera "l'eterno spirito gotico" sulla traccia del loro Friedlander, ci erano restituiti come gli eroi dell'impotenza, cacciati indietro dal Moloch del classicismo, incapaci di nuove mete: del tutto interni alla vicenda italiana, per quanto sensibili, in determinate fasi, agli influssi dureniani e anche danubiani. E' nella pagine di Briganti, e nelle bellissime tavole che le illustravano in un volume degli Editori Riuniti esemplare per l'editoria italiana, che Pasolini "scopri'" i due manieristi fiorentini, riconosciuti subito come suoi fratelli. E' li' che si imbatte' in quella definizione famosa "una disperata vitalita'", che Briganti aveva preso a prestito da Longhi, e sarebbe diventata il titolo di uno dei poemetti della sua raccolta "manierista" dei primi anni sessanta Poesia in forma di rosa. Una disperata vitalita': nulla di piu' moderno che questo, negli anni in cui l'Italia contadina era messa a morte. Pasolini sapeva bene, infatti, che tra i carnefici c'era pure lui. Cosi' come non si potranno considerare esenti da colpe, per l'instaurarsi dell'omologante dittatura manierista, sotto il segno di Carlo V, gli "indemoniati" che a Santa Felicita, alla Certosa del Galluzzo, a San Lorenzo, a San Francesco a Volterra s'erano illusi, giocando al massacro, di far pittura d'opposizione, per poi finire preda dei propri deliri sulle muscolature michelangiolesche, come Pontormo o, come Rosso Fiorentino, cortigiani del nuovo stile internazionale a Fointanebleau, dopo estetico girovagare: destini tuttavia cosi' diversi da consigliare vivamente, ai giovani d'oggi, di lavorare a ricavarne due specifiche costellazioni formali, contro l'idea novecentista della "coppia diabolica", sviluppando magari di piu', sul versante Pontormo, il motivo naturalistico che dalla Cena in Emmaus degli Uffizi, come un fiume carsico, percorrera' l'intero cinquecento fiorentino, per sboccare in fine secolo nella pittura dei riformatori a cui guardera', sull'altra sponda del Mediterraneo, il Velazquez. La "diperata vitalita'" che lo aveva spinto a contraffare la battaglia aretina di Piero, e da cui sortiva, Poesia in forma in rosa, quel grido iconoclasta contro Giotto, sui cui "memorabili affreschi" immaginava di spendere mani di calce, Pasolini la trovo' tradotta in figura nel "cinquecento nero" di Pontormo e di Rosso. Che gli veniva incontro da fantasma, o scheletro, della modernita', portata sulle spalle come una croce. Era una messinscena, e Pasolini lo sapeva, come quella che organizzo' sul set del film sulla passione introno a cui, nella Ricotta, si svolge la passione "vera" di Stracci. "Cristo nel nostro tempo". E c'era si' blasfemia nei tableaux vivants intrisi di puro colore con cui citava le deposizioni di Pontormo e di Rosso. Lacerato dal suo status, che lo costringeva a dibattersi tra passione e ideologia, Pasolini non poteva essere dalla parte di Stracci. Sapeva d'essere, come regista, tra la gente "bene" invitata ad assistere, dopo lo spuntino apparecchiato sotto i piedi di Cristo, al ciak finale sulla crocefissione. Certo, era Stracci, con la faccia camusa che "Giotto vide tra ruderi castrensi" e i "fianchi rotondi" impestati e chiaro-scurati da Masaccio, il suo eroe antimoderno, ma il Regista, Orson Welles, che da antiche convinzioni marxiste s'era perso nel cinismo e nell'estetismo, la sua condanna sociale. Cosi', per quanto giurasse sulla grande pittura trecentesca, o sugli anonimi affreschi scrostati delle pievi appeniniche, la sua fantasia formale s'infiammava alla lascivia anatomica e cromatica di Pontormo, all'immaginazione maligna e sarcastica, del Rosso: "miscredenti" che alla prova della "riproducibilita'" si sarebbero dimostrati ben labili, e consumati, contro la storia, nella grande masturbazione novecentesca che ne segui'. Dalla quale, certo, fa parte anche Petrolio, dove Pontormo, piu' che Rosso, fa i suoi numeri, non visto: liberandosi d'ogni riserva decandente, d'ogni remora "classicista", per approdare, qui si', ad altre rive, di cui nulla si conosce. La blasfemia della Ricotta Pasolini s'illuse d'espiarla tornando al Piero aretino, che nelle citazione del Vangelo, il film voluto in piena frontalita', restitui' fedelmente, in immagini fermate nel fluire dei fotogrammi. Ma era pur sempre il polo di una dialettica bloccata, la testimonianza appassionata di una tradizione divenuta ossessione.

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sabato 14 dicembre 2013

L'abiura del corsaro

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




L'abiura del corsaro
di Federico De Melis da "Il Manifesto" del 24 ottobre 1993 pag. 11


In un recente articolo di Enzo Siciliano sulle squallide proteste di un gruppo di cittadini di Ostia per la stele di una consagra da collocale all'idroscalo, dove Pasolini fu assassinato, si legge:
"Accettare l'opera di un poeta morto e' facile. I poeti del passato vanno a finire nelle antologie scolastiche, e questa fine, proprio funeraria, sembra degnissima alla maggioranza delle persone",

E' un passaggio che merita piu' di un ragionamento.

Dal 2 novembre 1975, il giorno della morte di Pasolini, assistiamo nel nostro paese ad un processo di espropriazione della sua persona e della sua opera che non ha precedenti. Si stenta a credere che esistano persone cosi' sognanti, da pensare che tenere senza sosta Pasolini in prima pagina sia un buon servizio per lui e per la societa'. Ma puo' darsi ve ne siano. Non parlo delle iniziative volte alla sua conoscenza, ma in particolare del banchetto ideologico che se ne fa - non passa giorno - nelle redazioni dei quotidiani, dei settimanali, di alcune case editrici, nelle scrivanie di accreditati opinion maker culturali. In una societa' sbranata dall'industria culturale e' assai difficile, al contrario di quel che pensa Siciliano, "accettare l'opera di un poeta morto". Pasolini, infatti, non e' morto. Si puo' pensare, in buona fede, che egli sia ancora vivo perche' continua a mordere con le posizioni corsare degli ultimi anni. E' piu' probabile, invece, che sia tenuto in vita. Il motivo e' questo: la sua biografia e le sue opere, finache la sua morte, si prestano facilmente a manipolazioni feticistiche, ad alimentare ed eccitare l'ideologia come feticcio di cui si ha gran fame nel nostro paese in questo passaggio epocale. Ed ecco "Santoro erede di Pasolini". Un contravveleno sarebbe forse la smitizzazione di Pasolini corsaro. Non parlo soltanto del polemista degli ultimi anni, ma, in senso lato, del Pasolini mosso da un'intenzione politica. Questo Pasolini e' stato trasformato in un luogo ecumenico dov'e' contenuto tutto e il contrario di tutto, da depredare all'uopo per le proprie immediate battaglie politiche o le proprie trovate giornalistiche. Tanto piu' che gli articoli propriamente corsari contengono a iosa possibili cortocircuiti con gli attuali misteri ed esigenze nazionali: il connubio mafia-politica, Tangentopoli, le stragi, il disintegrarsi dello Stato e dell'unita' nazionale. Alberto Asor Rosa tiene ferma, su Pasolini, l'idea dell'"impolitico". Qualche giorno fa, in un servizio televisivo dedicato alla stele di Ostia, il commentatore chiudeva dolendosi del fatto che la protesta fosse rivolta proprio contro chi, "come Pasolini, ha combattuto per la liberta' e la giustizia sociale". In questa riduzione televisiva di Pasolini e' equiparato a Nenni. Anche periodizzando con zelo all'interno della sua opera, non siamo mai in grado di trarne l'immagine di colui che si batte univocamente per la liberta' e la giustizia sociale. Nei momenti in cui, negli anni cinquanta e sessanta, gli si vuole impedire di esprimersi, non sembra, dalle sue risposte, che il fondamento del suo discorso sia la liberta'. E infatti, ebbe una certa simpatia per i socialismi reali, di cui tendeva a minimizzare, in virtu' dei loro presunti progressi sociali, il problema dell'individuo. Negli anni sessanta-settanta, poi la liberta' coincide per lui con il fallimento della prospettiva laica, determinato dallo sviluppo neocapitalistico, la "prima grande rivoluzione di destra". La liberta' e' allora liberta' dal consumo o la liberta' tollerata. Altrettanto problematica e' nell'opera di Pasolini la questione della giustizia sociale. Da cui soprattutto deriva il suo rapporto di odio-amore con la sinistra storica italiana. Infatti sente assai in anticipo che un passo sia pur minimo verso la giustizia sociale non potra' che venire dalla distruzione delle culture particolari e dei loro valori, dalle disgregazioni culturali delle classi, per cui li popolo diviene maasa: una cesura epocale di cui ritiene responsabili anche le organizzazioni della sinistra storica. Dalla gioventu' alla morte, senza sosta, punge dentro di lui la contraddizione irrisolvibile di chi, formatosi ideologicamente sui testi di Gramsci, e' disposto a sacrificare sull'altare dei valori liberta' e giustizia sociale, sull'altare del mito la storia. Pasolini e' "impolitico" perche' il suo argomentare e' frutto di una dialettica bloccata, che e' invece il motore ruggente della sua inquieta ricerca poetica. Nel suo Attraverso Pasolini, Fortini riproduce un passo del 79 in cui afferma, a proposito del Pasolini corsaro degli ultimi anni che "una voce clemante nel deserto non puo' usare un microfono". Fa un effetto di "monologo tragicomico", aggiunge Fortini. Viene in mente la famosa fantasia di Kafka che vuole leggere il suo romanzo davanti una nutrita platea. Kafka vuole portare alla luce, con voce onnipotente, le ragioni della poesia. In Pasolini v'e' un'analogo desiderio di rivalsa. Sono le ragioni della poesia, cioe' del suo io mitico, che egli porta in prima pagina sul Corriere della sera. E per farle valere da quel luogo ha bisogno di renderle anfibie, di travestirle. E cosi travestito, finalmente possono "entrare in societa'" alla stessa stregua, e con lo stesso potere di seduzione, di un sonante commento politico. In Pasolini, e' solo interrogando l'atto letterario che traiamo una lezione politica. Cosi' un buon servizio civile sarebbe riportare gli Scritti corsari e le Lettere luterane al loro alveo naturale, che e' la letteratura, leggere l'articolo delle lucciole come una poesia di Traumanar e organizzar. Non mancano scritti da cui si deduce qunto negli ultimi anni sentisse limitato il campo estetico, che il suo discorso civile perdeva forza d'attrazione tra le maglie di un ordine estetico. In questo senso Petrolio e' la testimonianza di un estremo tentativo di fuga. Questa fissazione alla dimensione estetica, che e' un modo di vedere la realta', e' una traslazione, al piano appunto visivo, del mito del "materno Friuli", che e' un modo di sentire, ricordare, pensare la realta'. Puo' far paura, pero' non c'e' dubbio che Pasolini sentisse la realta' come un eterno ritorno, come immobile ciclicita'. Percio' le rapidissime e tumultuose trasformazioni del mondo in cui era nato e aveva vissuto la propria adolescenza e giovinezza che in questi anni giunge al capolinea, gli ponevano un problema irrisolvibile. Lo avrebbe potuto affrontare attraverso la dialettica, processo intellettuale che per che per costituzione non gli apparteneva. Il termine "omologazione culturale", che ricorre cosi' spesso nelle sue pagine corsare, e' certo, piu' che una definizione di realta' storica, la quale a un occhio storico rimane sempre molteplice e potenziale, una formula mitologica. Mentre la societa' italiana subiva lo sviluppo neocapitalistico, il mito pasoliniano, per stargli dietro, per registrarlo, per denunciarlo, si travestiva in modi disparati, utilizzando mezzi disparati. Piu' la societa' italiana si corrompeva, piu' la stella fissa di Pasolini brillava, illuminava le marcescenze che ne derivavano. V'e' un rovesciamento dei termini - dall'"umile Italia" alla "nuova Preistoria" - ma non manca l'esigenza di anteporre alla realta' un'immagine del proprio io, impossibilitato a partecipare alla storia. La storia assume cosi' una valenza mitica. In una poesia dell'11 maggio 1969 - sta girando Medea - Pasolini scrive: "la storia e' rotonda, come il tempo dell'eternita', che essa quindi solo a parole contraddice - l'orso della primavera e Gramsci sono uno accanto all'altro". A quindici anni dalle Ceneri di Gramsci il padre del marxismo italiano ritorna non come ombra da esorcizzare o da tradire, come pungolo dell'ideologia inservibile di fronte al "vuoto" della storia in cui serenamente si perdono i ragazzi del Testaccio, ma come figure da affiancare all'eterno ciclo stagionale. Ma perche' affiancarla? Il tempo dell'eternita' non puo' che conglobare la storia. Se non erro l'immagine della "nuova Preistoria" compare in quella stupenda raccolta che e' Poesia in forma di rosa, scritta tra il 1961 e il 1964. La precocita' storica di questa immagine degli anni corsari puo' stupire perche' siamo abituati a pensare a uno sviluppo dell'opera poetica di Pasolini. Ma questo sviluppo non esiste se non sul piano delle forme, nel liberarsi progressivo, fino alla pura discorsivita', dell'ordine metrico. Gli incontri anonimi di Pasolini con ragazzi che poi si perderanno nel flusso dei giorni e degli anni assumono percio' stesso un valore epifanico. Cosi' la storia che, costretto a guardare dal di fuori, non gli apparira', come ad alcuni grandi scrittori reazionari di questo secolo, ai quali e' stato piu' volte impropriamente accostato, un flusso di sangue e di escrementi, ma come "la vita vera": una dimensione a cui - simile in questo a Rimbaud, scrive Fortini - non gli e' dato accesso. La storia diviene allora vita irriflessa, si mitizza. Se il mondo e' omologato, immagine mitica, si lascia dietro la storia, che e' pur sempre il mito. "Con il cuore cosciente di chi soltanto nella storia ha vita", com'e' scritto ne Le ceneri di Gramsci. e la storia "e' finita" non solo perche' sviliscono "le belle bandiere", ma perche' Pasolini equivoca - un equivoco assai fecondo sul piano poetico e anche politico - su quel che la storia e' o non e'. E' la nostalgia della storia a sortire sul piano poetico le piu' belle prove di Pasolini; o meglio l'urgenza ideologica di recuperare in immagini un mondo perduto, un'Italia perduta, laddove entra in collisione con le immagini apocalittiche e annichilenti del Dopostoria. Da questa scintilla vien fuori il grande manierista, colui che, tra gli incendi postatomici in cui si perde la realta' tanto amata, l'Appenino o i rioni di Roma o "il bianco meridione", non puo' che rievocarla per frammenti e struggimenti. E' il Pasolini di alcune poesie de La religione del mio tempo e di Poesia in forma di rosa, dove l'elegia sopraffatta dal rumore della modernita', remerge a flussi come "canto a morto" per una civilta'. Il poeta di cui Moravia piangeva la perdita sembra bandito, a favore dell'immagine, ben piu' eccitante, dell'intellettuale corsaro e pederasta. Alla generazione dei trentenni, cioe' di coloro che hanno conosciuto Pasolini dopo la sua morte, fortemente condizionati dall'immagine sconcia del martirio, spetterebbe di demistificare, attraverso un rapporto muto col corpo vivo dell'opera. Parte di questa generazione, uomini per cui la giovinezza ha coinciso con quello che si sarebbe rivelato l'ultimo tratto della storia del comunismo, ha sentito in Pasolini un padre pedagogico che li potesse orientare o sorreger nei rovesci della storia. Cio' che non si puo' chiedere a un poeta. Dopo la sua morte, Pasolini e' rimasto un fantasma, perche' l'industria culturale lo ha voluto tenere equivocamente in vita. La sua opera non e' stata civilmente metabolizzata, ma scissa e gettata pezzo a pezzo in un gran pentolone postmoderno. Pasolini, i suoi figli dovrebbero ucciderlo davvero, e cibarsene davvero, come nel bosco di Nemi: solo cosi' potranno ricomporre la sua opera. Invece i suoi nipoti e' giusto che lo incontrino in buone antologie scolastiche, o edizioni critiche.

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domenica 11 agosto 2013

Pasolini - Un romanzo di luce

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Un romanzo di luce 
di Federico De Melis
da "Il Manifesto" del 25/10/92



FIRENZE Bisognera' leggere a fondo, e a fondo riflettere, sul romanzo postumo di Pier Paolo Pasolini Petrolio, che la casa editrice Einaudi mandera' in libreria il 30 ottobre. La sensazione prima di questa approfondita lettura - e' che nelle pieghe di quest'opera incompiuta e frammentaria si nascondano, in codice, motivi che...
possono illuminare alla radice i moventi delle scelte estetiche e delle prese di posizione polemiche dell'ultimo Pasolini; e gettare una luce tremenda sulla realta' italiana oltre la sua morte, fino a oggi. Da questo punto di vista - ma ripeto; prima di una lettura approfondita - si puo' dissentire da Aurelio Roncaglia (che ha supervisionato la cura filologica del libro, svolta da Graziella Chiarcossi e Maria Careri) allorche', nella finale "nota filologica", sostiene che tra i motivi per cui oggi, dopo 17 anni, se ne decide la pubblicazione si puo' annoverare anche la lontananza di "situazioni contingenti (politiche e di costume), oggi non certo dimenticate, ma in qualche modo lasciate alle nostre spalle", se "oggi la societa' e' mutata, ed e' mutato anche il quadro politico", questo mutamento si ha l'impressione che sia avvenuto nella direzione indicata da Pasolini, soprattutto in quelle opere, come Salo' e questo Petrolio, in cui ragiona, attraverso una trasposizione allegorica del suo intimo vissuto, delle atrocita' cui conduce l'anarchia del potere.

Ma e' certo troppo presto, a proposito di Petrolio, per arrivare a queste conclusioni. Per presentarlo al pubblico l'Einaudi ha scelto la storica Collana dei Coralli: su una copertina bianca, senza alcuna illustrazione, spicca in rosso il titolo e in nero quello dell'autore; nei risvolti di copertina e sul retro nulla che dia qualche indicazione, se non una dichiarazione di Pasolini rilasciata a La Stampa il 10 gennaio 1975: "Ho iniziato un libro che mi impieghera' per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, pero' basti sapere che e' una specie di 'summa' di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie. Questa 'summa' sarebbe dovuta essere di almeno 2000 pagine. Alla data della morte, sul suo tavolo da lavoro, custodito in una cartellina logorata dagli anni, ce ne erano 522.
Che cos’e’ Petrolio? Lo si puo’ capire solo leggendo il libro. E infatti ieri, alla presentazione presso il gabinetto Vieusseux in Palazzo Strozzi a Firenze, Aurelio Roncaglia si e’ voluto limitare ha parlare dei problemi filologici che ha posto la cura del testo e di quelli etici legati alla decisione di pubblicarlo. Per quanto riguarda i primi, ha informato che, trattandosi di un testo non solo incompiuto, ma la cui parte scritta era ancora in fase di abbozzo e sarebbe stata certo rivista da Pasolini e limata anche in quelle tranche che sembrano piu’ compiute, si e’ lavorato soprattutto a restituire i materiali per quello che si pensa fosse il progetto dell’autore. E del resto, difficolta’ particolari non ci sono state, dato che i 200 “appunti” o unita’ che Pasolini aveva scritto erano ordinati cronologicamente: i problemi sono stati soprattutto per la decifrazione di parole incomprensibili, a volte rimaste tali, e per decidere come restituire in stampa parti su cui l’autore manifestava incertezze attraverso segni grafici. Si e’ deciso cosi’ di dare al lettore tutti gli strumenti per capire il lavoro di ricostruzione effettuato, ma senza subissarlo di note e segnalazioni grafiche, che avrebbero rappresentato una foresta impervia trattandosi di un testo che e’ gia’ impervio di per se’.
Per quanto riguarda i problemi etici, angosciosi per Graziella Chiarcossi, che di Pasolini e’ nipote e erede, Roncaglia ha tenuto a chiarire che non si tratta “come nella vicenda di Virgilio, per citare un esempio classico o, per venire al novecento, di Kafka, che voleva le sue opere al rogo”, di un testo sulla cui pubblicazione esista un veto di Pasolini. Quale diritto avremmo avuto, ha poi protestato il filologo, rovesciando i termini del problema, di “tenere nascosto un libro, che puo’ portare un grande contributo di studio o conoscenza sull’opera pasoliniana?”.
Il progetto di Petrolio risale alla primavera o estate del 1972, anno in cui Pasolini stila una “scaletta”, riprodotta dal volume Einaudi, alla fine della quale spiega il motivo minimale e insieme folgorante della sua decisione di scrivere il romanzo: “mi sono caduti per caso gli occhi sulla parola petrolio in un articoletta credo de l’Unita’, e solo per aver pensato la parola petrolio come il titolo di un libro mi ha spinto poi a pensare alla trama di tale libro. In nemmeno un’ora questa ‘traccia’ era pensata e scritta”.
Ma, come spiega Roncaglia nella sua “Nota”, non si puo’ dire che l’opera si sviluppi secondo questa ‘traccia’. Che essa rimane il motivo del doppio, raro nell’opera di Pasolini, riluttante alle suggestioni romantiche: il protagonista e’ scisso in un Carlo Polis e in un Carlo Tetis, che poi corrispondono alle due dimensioni in cui vive l’opera, quella del pubblico, del politico, e quella dell’intimo del sessuale. Questo Carlo, industriale del petrolio, e’ meta’ donna e meta’ uomo, un androgino che condensa in se’ il rispettabile borghese, pero’ di aperte vedute, di sinistra, e quella, atroce, dell’essere simbiotico, orgiastico, che come Mister Hyde ha obliato ogni possibilita’ di redenzione.
Bisogna leggere a fondo Petrolio perche’ questo non e’ che un flebile tracciato tematico, scavalcato dal suo possente significato allegorico. Pero’ non si puo’ che rimanere colpiti dal fatto che mentre Pasolini, voracemente, come un fiume in piena, senza scrupoli di stile, scriveva disperatamente Petrolio, era tutto intento a cogliere l’interezza dei corpi e dei luoghi, girando i due secondi film della sua Trilogia: I racconti di Canterbury e Il fiore delle mille e una notte. “Di giorno” impressionava sulla pellicola il mondo intatto e popolare dell’universo novellistico orientale e medievale-anglosassone; di “notte” dissociava la vita del personaggio di Carlo. Finche’ con Salo’, questo gioco non si ricompone in un’astratta, fredda, lucida, geometrica rappresentazione del Potere. E’ la stessa sconsolata e abissale necessita’ di “adattamento” al degrado neocapitalistico, denunciata nella sua famosa “Abiura”, che informa il suo romanzo postumo.

Che “romanzo” in senso proprio non e’, spiega Roncaglia, senza volersi troppo perdere, pero’, nei nominalismi. Pasolini accarezzava da almeno otto anni, quando comincio’ a scrivere Petrolio (che nella sua testa si sarebbe potuto chiamare anche Vas, forse per suggestione dantesca “Vas d’elezione”, “Natural vassello”), “l’idea di un libro scritto a strati... in modo che....si presenti quasi come un diario... ; alla fine.... come una stratificazione cronologica, un processo formale vivente.. un misto di pagine rifinite e in abbozzo, o solo intenzionali”. Cosi’, aggiungeva nell’appunto che contiene queste parole, datato 1 novembre 1964 (e ora “Nota n.1” in fondo a La Divina Minesis), “il libro avra’ insieme la forma magmatica e la forma progressiva della realta’”. Non solo: nella prima pagina di Petrolio, che risale alla primavere del ’73, Pasolini presenta la sua opera come un “meta romanzo filologico”, per usare le parole di Roncaglia: cioe’ un’opera il cui risultato sarebbe dovuto figurare come la collazione filologica di parti sparse (quattro, cinque manoscritti, concordanti e discordanti di cui due apgrifi, “con varianti curiose, caricaturali, ingenue o rifatte alla maniera”, e molto altro materiale scritto a mano.

Se Pasolini non pote’ realizzare questo programma strutturale, cio’ non di meno l’idea di mettere di fronte al lettore non un libro, ma un’esperienza, come era nelle sue intenzioni, scegliendo la strada dell’opera aperta musiliana, non decade, in virtu’ del fatto che il lavoro di filologia che sarebbe dovuto essere intrinseco al suo processo creativo, il fato - diciamo cosi’ - ha voluto che lo svolgesse dopo la sua morte, qualcun altro. Ed e’ agghiacciante, ma insieme comico “alla Kafka”, che abbia immaginato come autore dell’opera incompiuta, La Divina Mimesis, cioe’ se stesso, un scrittore morto ucciso a colpi di bastone a Palermo, l’anno scorso: e lui, nella finzione, ne risulta il filologo. Ricorda Concaglia, che nelle Lettere luterane Pasolini ha scritto: “non c’e’ niente di piu’ alluncinatorio del verificarsi, in atto, di qualcosa che si era prevista e descritta come.... possibilita’”
“E’ un romanzo, ma non scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua e’ quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli gionalistici, per le recensioni, per le lettere private e anche per la poesia”, scrisse Pasolini a Moravia a proposito di Petrolio (la lettera e’ anch’essa riportata nel volume). E inoltre tra le pagine della sua opera, in cui riflette continuamente sul testo che sta scrivendo, estraniandosene al pari di un Hoffmann del 20° secolo (a cui lo accumuna il motivo del doppio, del borghese presentabile e del rifiuto vivente, com’e’ nel Gatto Murr), Pasolini scrive che e’ intenzionato non ha raccontare una storia, ma ad arrivare ad “una form... ‘qualcosa di scritto’”, a un blocco di segni. In questa intenzione, riflette Roncaglia, si palesa la sopraffazione del simbolo su la cosa narrata. Ma il “simbolo tende a tradurre il pensiero in immagine poetica”, cosi’ se il romanzo tende al saggio, il saggio tende alla poesia.
Avremo, di conseguenza, un registro gia’ sperimentato in Trasumanar e Organizzar, dove la provocatoria concettualizzazione della metrica a favore di un “parlato monotonale”, finiva per piegarsi alle esigenze primarie della poesia. “La poesia e’ in alcuni appunti del libro, compatti, conchiusi, che possono leggersi come novelle. Da alcune parti che descrivono l’oriente, emana una luce, ha detto Roncaglia. Infine ha ripetuto: “Si, si puo’ parlare di un romanzo di luce”.
Bisognera’ leggerlo a fondo, Petroliio, perche’ questa luce illumini, come sembra in suo potere, zone recondite del nostro presente, nonostante siano lontani lo scandalo del Petrolio, o le stragi di Brescia e dell’Italicus, dentro cui trovava la sua incidental
e cornice storica.

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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