"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pasolini, "È stato un massacro"
Oriana Fallaci
L'Europeo
21 novembre 1975
Questa è, parola per parola, la ricostruzione del dialogo avvenuto a
più riprese tra il nostro collaboratore Mauro Volterra e il ragazzo che
sa come morì Pasolini, o meglio chi (oltre al Pelosi) uccise Pasolini.
Ho ritenuto giusto lasciare le frasi del ragazzo così come furono dette
da lui, e cioè in dialetto romanesco, per non alterarne in nessun modo
la spontaneità e l’autenticità.
Ho ritenuto opportuno rispettare rigorosamente la successione
cronologica dei colloqui avvenuti tra Volterra e il ragazzo per non
manipolare in nessun modo la loro importanza e la loro utilità. Le
notizie contenute dentro le parentesi che interrompono il dialogo
spiegano come avvennero i drammatici incontri e sino a che punto il
ragazzo fosse terrorizzato dalla paura d’essere ucciso.
Te ne devi annà, capito? Te ne devi annà! Io so’ riuscito a uscinne da questa storia, ne so’ uscito fori. Perché me voj rimette in mezzo ar casino? Perché me voj rovinà? Va via, va via!
E in quale modo sei riuscito a uscirne?
Mo te lo vengo a dire a te! Perché te lo dovrei dire a te?
Perché ci potresti guadagnare un po’ di soldi. Io te le pago queste
informazioni.
Nun li vojo li sordi tua! Che ci faccio con li sordi tua? Mannaggia, è facile parlà per te che nun rischi gnente. Tu con questa storia ce fai carriera. Ma io me becco ’na pistolettata in bocca, capito? La pelle è mia, mica è tua, capito?
Ti assicuro che non dirò mai a nessuno d’avere avuto certe informazioni
da te. C’è il segreto professionale.
E io come faccio a fidamme? E se poi lo racconti invece? Tu ormai me conosci come faccia.
Io, il viso tuo, dopo averti parlato, lo dimentico.
Ce credo proprio, ce credo. Tu quando l’hai dimenticato vieni a ricercamme per ricordallo un’altra volta. E me fai la fotografia all’improvviso, de nascosto. Bel guadagno ritrovamme con la fotografia sur giornale. E sotto la fotografia la scritta: «Ecco er testimone». Aò! Mica so’ stronzo.
(Il primo incontro tra Mauro Volterra e il ragazzo è avvenuto in una
via di Roma. Anzi in una via frequentata da prostituti, ladri,
ricettatori: l’ambiente che ha ucciso Pasolini. Era notte. Il ragazzo,
scoperto dopo una lunga e paziente ricerca, era profondamente
impaurito. Cercava di sottrarsi alle domande di Volterra sgusciandogli
via e camminando svelto lungo il muro. Sapeva la verità ma sapeva
anche che dirla avrebbe potuto costargli molto. Allo stesso tempo,
sembrava combattuto tra quella paura e la voglia di parlare, il
bisogno di parlare per liberarsi d’un peso. La schermaglia tra lui e
Volterra durò circa mezz’ora e cioè fino a quando il nostro
collaboratore si allontanò, deciso a ritrovarlo. Lo avrebbe ritrovato,
infatti, due giorni dopo. Il dialogo che segue si riferisce all’incontro di
due giorni dopo).
Ah, ma allora nun ce semo spiegati! Nun hai capito che nun te vojo vedé, che nun te dico gnente! Ma perché sei tornato? Lé, hai fatto un viaggio a voto. Stai a perde tempo.
Una cosa soltanto. Lo sai dov’è la baracca di Pasolini all’Idroscalo?
Sì che lo so. Te potrei pure dì andove sta con esattezza. Ma nun te dico gnente. Capito? Gnente! Ma chi sa gnente! Stavo a scherzà!
Sai anche chi erano gli altri che l’hanno ammazzato?
Ah! T’ho capito! È questo che voj sapé: chi so’ quell’altri.
Sì, gli altri due.
Chi t’ha detto solo due? Mannaggia, se te dicessi la verità fino alla fine, ce sarebbe de fa un volume! Lé, io te saluto e me ne vado. Amici più di prima.
Non andartene, via. Non avere paura. Camminiamo un po’. Che
t’importa se camminiamo insieme per un po’.
Vabbè… In fondo mi sei pure simpatico.
Di’, ma qui non si vedono più quelli che hanno la motocicletta? Chi ce
l’ha la motocicletta?
Vuoi dire la Gilera 124? Quella ce l’ha il Roscio.
Chi?
Ma che me fai dì? Me fai dì quello che non vojo dì! Te ne voj andà? Mo vedi come sono i giornalisti? Te fanno le moine davanti e appena te revorti te fregano. Te ne voi andà? T’ho detto pure troppo. Anzi nun t’ho detto gnente, capito?
Senti, io non voglio i nomi e i cognomi. Mica sono un poliziotto.
Anche se nun sei un poliziotto, come faccio a sapé che nun me vojmette in mezzo, che nun me voj denuncià, che nun ciai quarcun altro appresso? E sai che te dico? Come faccio a esse certo che nun sei un poliziotto, che sei un giornalista peddavvero?
Ecco la mia tessera di giornalista. E, se non ci credi, vieni al giornale. Ci
mettiamo in una stanza e parliamo là.
Manco pe’ gnente! Così da quella stanza nun esco più. Al giornale me vedono in troppi. E tu… Ma tu me voj fa’ ammazza! Me voj fa’ finì con ’na pistolettata in bocca! Te lo voj mette en testa che se parlo m’ammazzeno?!? Ascoltame, lé: io te la direi la verità. Te la direi tutta, perché me sta qui. Però se la dico me pijo la pistolettata in bocca. E nun ce riesco! Nun ce riesco!
Provaci.
Ora ciò da fa’. Vedemoce domani.
D’accordo.
Però se parlo nun te dico tutto, t’avverto. Te dico mezza verità e basta, capito? Perché se te dico tutta la verità intera, poi te devo sparà a te. Te devo sparà in bocca.
(Il secondo incontro è avvenuto in un punto diverso della città, cioè
in un punto non frequentato dai prostituti e dai ladri. È avvenuto
anch’esso di notte e, stavolta, il ragazzo era più che impaurito: era
terrorizzato. Aveva ricevuto minacce da qualcuno, forse? Qualcuno
che lo aveva visto con Volterra o che lo aveva saputo? L’impressione
di Volterra è che il terrore non gli venisse dai compagni di vita ma da
persone più lontane e più forti. Contemporaneamente, v’era nel
ragazzo una durezza insospettata la prima volta. Diciamo la durezza
che nasce nei deboli dalla paura. La sua voce era fredda, decisa,
quando ha esclamato: «Se te dico tutta la verità intera poi te devo
sparà a te, te devo sparà in bocca». E su questa frase si sono lasciatiper ritrovarsi, l’indomani, in una strada del centro. Ciò che segue è il
dialogo del terzo incontro, incominciato con scena muta.
L’appuntamento era infatti dinanzi a un negozio ma, quando è giunto
Volterra, il ragazzo non stava dinanzi al negozio. Volterra l’ha visto in
un portone, che si nascondeva. Lo ha chiamato allora con un gesto
della mano. Il ragazzo ha risposto con un moto di stizza. Poi ha
attraversato la strada, gli ha detto con ostilità: «Aspettami qui». Infine
è andato dietro una colonna, ha tolto dalla tasca un foglietto e,
sveltissimo, gli ha dato fuoco con un fiammifero. Quando Volterra gli
si è avvicinato, per terra restava un mucchietto di cenere. E il ragazzo
la calpestava, in preda all’ira).
Ecco, me l’hai fatto brucià! Ce avevo scritto mezza verità, in quel biglietto, ce l’avevo scritta per te. E tu me l’hai fatta brucià.
Io?!?
Sì, te, mannaggia a te. Perché m’ero preparato tutto, mannaggia a te. Te volevo pedinà pe’ vede se eri solo peddavvero o se ciavevi quarcuno dietro, e dopo, se ero sicuro che nun ciavevi nessuno dietro, te davo er biglietto e scappavo. Così nun me cercavi più. Hai rovinato tutto.
Non importa, mi dici le stesse cose a voce. Tanto io le cose le so già: da
te voglio una conferma e basta. Hai letto l’articolo della Fallaci?
Io i giornali nun li leggo mai.
Allora andiamo a comprare il mio. Così leggi quello.
Giurame su mamma tua che nun me fai uno scherzo.
Lo giuro su mamma mia. Voglio solo che tu legga quell’articolo.
(Si sono avviati verso un’edicola e hanno comprato «L’Europeo». Il
ragazzo ha voluto pagarlo. Poi, con «L’Europeo» in mano, sono entratiin un bar, hanno chiesto due caffè, si sono seduti a un tavolo. Anche i
due caffè ha voluto pagarli il ragazzo. Il ragazzo sfogliava le pagine su
Pasolini con curiosità e diceva: «Ah, è questo “L’Europeo”?». Quando
Volterra gli ha indicato il mio pezzo a pagina 23 e il titolo Ucciso da
due motociclisti? s’è messo a leggerlo attentamente e annuendo con
dondolii della testa. A circa metà del pezzo, o prima, ha sbattuto il
giornale sul tavolo).
Ma ce l’hai qui la verità! Ce l’hai qui nell’articolo! Che voj da me? È successo così! Che voj da me?
Una conferma.
Te la do, te l’ho data. Che me voj fa’ dì? Se parlo ancora finisce che si capisce chi sono io. Lo fai capire insomma. Perché io da questo articolo l’ho già capito chi è l’omo che ha visto. È quello che va a fare l’amore laggiù con… No, no, fa conto che nun so gnente, che nun t’ho detto gnente.
Va’ avanti, finisci di leggere l’articolo e poi parliamo.
(Il ragazzo ha ripreso la lettura ma, giunto alla seconda parte della
seconda colonna, ha assunto un’aria ironica e delusa).
No, le catene no. Quelle nun ce stavano. Su quelle le hanno detto ’na bugia. E poi chi le usa più le catene pe’ menà?
Lo sappiamo, lo sapevamo che probabilmente v’erano inesattezze nel
racconto. Ma dovevamo riferire quel che c’era stato riferito, senza
censure, sennò avremmo rischiato di tagliare cose vere.
Però a parte le catene…
Mannaggia! Ma chi gliele è andate a dì queste cose? Chi è stato?
Se io te lo dicessi, ti dimostrerei che non rispettiamo il segreto
professionale. E avresti ragione a non fidarti di me quando ti assicuro che nessuno saprà chi è stato a darmi la conferma. Leggi ancora. Leggi
fino in fondo.
(Ha letto fino in fondo, con attenzione quasi morbosa, e alle ultime
righe ha avuto uno scatto ai bordi dell’isteria).
Sì! Questo è vero, sì! È vero! Cosa è vero? La storia dell’anello! Ce l’ha lasciato apposta. È vero che Pelosi l’ha lasciato apposta! Lo so!
Vuoi dire che l’ha fatto per incriminare se stesso o qualcun altro?
Lasciame stà! Lasciame andà! Nun dico gnente! Nun ho detto gnente! Devo annà via! Ciò un appuntamento!
(Il ragazzo s’è accorto troppo tardi d’essersi lasciato sfuggire qualcosa
che giudicava molto pericoloso. E ciò lo ha gettato in preda al panico,
anzi alla disperazione. Sconvolto da ciò che aveva detto s’è alzato, è
uscito dal bar, s’è messo a correre lungo il marciapiede. Volterra lo ha
raggiunto, lo ha costretto a fermarsi, e con una mano gli teneva il
braccio destro, con l’altra gli mostrava il denaro respinto il giorno
prima).
Guarda, questi soldi sono davvero per te. E se non ti bastano te ne do
ancora. Perché non vuoi guadagnare un po’ di soldi senza rischiare
nulla?
Nun li vojo! Che ce faccio con li sordi se me pijo una pistolettata in bocca? Nun li vojo!
Ma di chi hai paura? Di chi? Prendili.
No.
Cerca de capì. Nun posso. Io con questi sordi me ce potrei divertì due settimane, e magari anche un mese. Ma se li piglio io nun ce arrivo a un mese, nun ce arrivo nemmeno a due settimane. Ascortame, lé: tu te tieni li sordi tuoi, e io me tengo la pelle mia.
(S’è divincolato, ha ripreso a scappare. Volterra lo ha inseguito e
raggiunto, costringendolo a rallentare il passo e camminargli accanto.
Hanno continuato così, camminando l’uno accanto all’altro, per circa
un’ora e mezzo. Hanno girato, a piedi, mezza città. Alcuni tratti li
facevano in silenzio completo, altri discutendo sull’opportunità di
fermarsi e parlare o no. Tutto il dialogo che segue va letto senza
dimenticare il panico e la disperazione che aveva preso il ragazzo.
Ansimava, tremava, si guardava alle spalle per convincersi di non
esser seguito. Ogni tanto sembrava anche cedere alla tentazione di
guadagnarsi quei soldi e annunciava che al prossimo bar si sarebbero
fermati, ma poi il bar non gli andava bene e la marcia riprendeva:
come un incubo).
Tu me devi capì, cerca de capì. Io la verità ce l’ho qua in bocca, lé. E me brucia. Vorrei dirtela proprio, vorrei dirtela tutta. Ma nun ce la faccio. Ciò troppa paura. Ma che ce guadagno a parlà? Ma che sono li sordi se poi m’ammazzeno? Quelli m’ammazzeno!
Via, calmati. Calmati.
Senti come scotto. Senti come brucia la faccia mia. Nun lo vedi che so’ tutto rosso? So’ un foco. Nun ce la faccio. Famme calmà. Quando me so’ calmato, provo a parlà. Te giuro che ce provo perché n’ho voglia. Al primo bar con le sedie ce fermamo e te dico tutto. No, tutto no: te dico mezzo. Ma te dico. Bene.
Questo bar qui ti piace?
No. C’è troppa gente.
Allora questo. Questo è quasi vuoto, guarda.
No, nun me piace. Meglio la chiesa. La scalinata della chiesa. Mettemose là.
Mettiamoci qua.
Mo aspetta, eh? Aspetta che me riposo un pochetto. No, nun me va bene neanche qui. Ce vedeno in troppi.
(S’è rialzato. Si sono rialzati. Hanno ripreso a camminare. Si sono
fermati a un sottopassaggio. Si sono seduti sui gradini del
sottopassaggio. E qui, finalmente, ha incominciato a parlare).
Quella sera… Guarda, quella sera… Ecco: Pasolini è arrivato con er GT. È arrivato lì, ai giardinetti davanti al bar. È arrivato e ha fatto montà subito uno che nun era il Pelosi. Ed è partito con lui e hanno fatto un giro. Un giretto de cinque minuti, diciamo, una cosa così. Poi è tornato e il ragazzo che aveva fatto montà è sceso. Il ragazzo è sceso, è andato verso il Pelosi e l’ha preso da parte e se so’ parlati. Allora Pelosi è montato lui sulla macchina de Pasolini. E sono andati via ma dopo un poco sono tornati. Robba de poco tempo. E Pelosi è sceso. È venuto verso de noi. S’è messo a parlà con noi. Sì, c’ero pure io. Vabbè, c’ero pure io.
E che vi ha detto il Pelosi?
Tu me voi rovinà! Nun te lo dico che ha detto! Famme annà via!
Calmati. Continua il racconto.
Lo continuo perché me piaci. Dei sordi tua me ne frego. Però te devo ricordà che la verità tutta intera nun te la posso dì, te ne posso dì mezza e basta, quell’altra mezza te la devo raccontà con quarche bugia pe’ fa’ confusione. Sennò me riconoscono che so’ io che t’ho detto le cose. E la verità è che quando il Pelosi è risalito de novo sulla GT de Pasolini… E Pasolini s’è allontanato de novo con lui a bordo… ecco… l’hanno seguito. Dietro ce se so’ messe una Mini euna moto. Voglio dì una Vespa 125. No, una Vespa 50… Nun lo so che era. Nun te lo dico che era.
Lo sai ma qui dici la bugia. Neanche la Mini era una Mini, vero?
Lo vedi che fai er pezzo de merda? Lo vedi che me voi imbroglià? E che, so’ fregnone io?
E la Vespa non era una Vespa. Perlomeno, non era una Vespa 50. E
magari era una moto.
Lasciame annà, lasciame annà. La cosa più importante te l’ho detta!
No, ancora no. Vai avanti, ti prego.
Bè… L’hanno seguito. L’hanno seguito prima al ristorante. E qui l’hanno aspettato e…
(Su queste parole s’è alzato, di scatto, pentito, deciso a fuggire, e
Volterra è riuscito a trattenerlo. Il ragazzo si divincolava).
Nun me toccà! Metti giù le mani! Lasciame andà! Ce vedeno!
Non ci vedono. E se mi prometti di non scappare, ti lascio. Anzi guarda:
io mi metto tre scalini sotto, così non ti osservo nemmeno quando parli.
Vabbè.
Ora dimmi: c’eri anche tu nel gruppo che l’ha seguito fino al ristorante?
Ma quanti eravate?
Lasciame annà! Lo vedi che nun ce stai ai patti? Lo vedi che me voi fa’ ammazzà? Nun me chiede gnente!
Cosa intendevi dire quando hai detto «io-da-questa-storia-son-riuscito-ad-uscire»? Intendevi dire che l’hai seguito fino al ristorante e basta o
che te la sei cavata fuggendo dopo?
Non me regge! Lasciame annà! Maledetto a me! Chi me l’ha fatto fa’ quella sera d’andà ai giardinetti? Perché nun sono andato al Colosseo?
È stato Pelosi, vero, a dirvi d’andargli appresso?
Io nun so gnente. Nun te dico più gnente. Tu me voi rovinà.
Senti, se mi dici di più ti faccio guadagnare davvero dei soldi.
Te dico tutto a telefono. Te chiamo io al numero tuo dell’ufficio tuo. Me l’hai dato il numero dell’ufficio tuo. Te chiamo tra un’ora, anzi tra mezz’ora. Ma lasciame.
Ti lascio se mi dici una cosa. Una cosa sola. Perché è morto Pasolini?
Perché… Nun volevamo… Gli volevamo solà er portafoglio e…
(E qui è scappato. Con tanta decisione, con tanta rapidità che Volterra
non ha tentato nemmeno di raggiungerlo. È rimasto lì a vederlo
entrare in una via secondaria e poi sparire. Quando abbiamo visto il
nostro collaboratore giungere al giornale, egli era bianco per la
tensione e per la stanchezza. Al giornale ci siamo messi tutti ad
aspettare la telefonata del ragazzo. Abbiamo aspettato mezz’ora e
un’ora e un giorno e due giorni e più. Ma la telefonata non è arrivata
mai. Mentre aspettavamo chiedevo a Volterra di interrogare la sua
memoria per convincermi che la frase pronunciata dal ragazzo era
«Volevamo solà er portafoglio» e non «Volevano solà er portafoglio».
E la memoria di Volterra ripeteva «Volevamo». La speranza di
sbagliarsi, invece, gli diceva «Volevano»).
Oriana Fallaci

.webp)


Nessun commento:
Posta un commento